Una storia commestibile dell’umanità

Risultati immagini per una storia commestibile dell'umanitàUno dei grandi problemi del XXI secolo riguarda l’espansione demografica umana: in meno di cinquant’anni abbiamo superato abbondantemente i sette miliardi di persone, a scapito di un pianeta che non riesce più a reggerci e a sorreggerci. Del resto, se siamo riusciti a scansare la trappola malthusiana è solo merito del veloce processo di industrializzazione che ha caratterizzato la nostra società a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Se siamo arrivati a questo punto (di non ritorno) è solo grazie a (o a causa di, punti di vista) un insieme di fattori di cui la produttività agricola è di sicuro la causa principale: incrementata a partire dal dopoguerra (e quindi solo di recente nella storia dell’uomo) grazie alle nuove conoscenze in campo agronomico, ha contribuito infatti ad amplificare un fenomeno che ha poco a che fare con le leggi che vigono in natura. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, di cui l’installazione deve ricercarsi nelle pagine di storia ancora più datate: lo stato della popolazione mondiale attuale deve infatti la sua crescita anche e soprattutto ai retaggi di quelle nuove importazioni alimentari avvenute a partire dalla scoperta dell’America. Da quell’anno, il 1492, si è innescato un effetto domino che ha acceso a sua volta vari processi, i quali si sono riversati e si riversano, in maniera più o meno diretta, sull’uomo e sull’ambiente.
Con i viaggi di Colombo infatti l’assetto geopolitico delle civiltà medievali cambia radicalmente, e il nuovo parametro di potere diventa un alimento a noi oggi molto conosciuto ma valutato solo in ambito culinario: le spezie. “Oggi la maggior parte della gente passa accanto alle spezie del supermercato senza neanche accorgersi di quell’esercito di bottigliette. Per certi versi è una triste fine per un commercio che un tempo ridefinì il mondo”. Per lungo tempo infatti esse sono state moneta di scambio per i commerci, diventando quindi da subito sinonimo di potere e di abbondanza, e contribuendo al processo di globalizzazione che tanto caratterizza la nostra era.

Proprio su come le spezie hanno rimodellato la nostra cultura si basa Una storia commestibile dell’umanità di Tom Standage, edito da Codice Edizioni nel 2010. Tom Standage, abile divulgatore, non è nuovo nel panorama editoriale mondiale: è editor della prestigiosa “Economist” ed è stato al servizio di testate di primo livello quali il Guardian, il New York Times e Wired. In Italia ha pubblicato altri due titoli, di cui uno fa da spalla al libro qui recensito, Una storia del mondo in sei bicchieri (2005); l’altro descrive i “primi 2000 anni dei social media” e porta il titolo de I Tweet di Cicerone (2015), entrambi editi in Italia da Codice. Standage è anche un attivo blogger su questa piattaforma.

Di particolare interesse è la struttura del saggio, diviso in cinque parti. Le prime due sono introduttive all’argomento e dedicate interamente all’agricoltura, alla sua nascita e alla sua diffusione, nonché a come questo processo sia stato fondamentale nel cambiare l’assetto sociale dell’uomo: da sparuti gruppi di cacciatori-raccoglitori a sovrani e sudditi, e quindi ricchi e poveri. In questi capitoli di presentazione trovano spazio anche riflessioni riguardo la nascita delle religioni e l’impatto delle offerte votive come sintomo di potere. Le parti a seguire descrivono il fiorente commercio creatosi attorno agli alimenti, spezie tra tutti, con la conseguente diffusione dei differenti approcci culturali ad essi legati: arte, religione, geografia, stili di vita abbienti e meno agiati sono e sono stati infatti frutti di un seme chiamato globalizzazione. La quale, grazie a tre alimenti di origine vegetale onnipresenti nella nostra tavola (la patata, lo zucchero e il mais), ha permesso di svincolare l’uomo, sulla via dell’industrializzazione, dalla trappola malthusiana. L’ultima parte è quella che forse più ci tocca da vicino: le due guerre, gli alimenti in scatola, le carestie russe, lo sfruttamento ambientale e le rivoluzioni verdi, tutti argomenti che molto hanno a che fare con le metodiche strategie di potere.

Standage si serve di un linguaggio semplice, fluido, accattivante, mai ripetitivo. D’altro canto, nello sviluppare un testo del genere, ha avuto dalla sua i suggerimenti di ottimi maestri: tra tutti Michael Pollan, autore, tra gli altri, del best seller Il dilemma dell’onnivoro, e Matt Ridley, maestro divulgatore e autore de La regina Rossa, pilastro della letteratura odierna in materia di evoluzione.

Una storia commestibile dell’umanità è un gradevole resoconto sulla nostra società e su come essa sia cambiata a partire dai primi insediamenti umani fino ad oggi, che guarda l’argomento con un occhio libero dai canonici metodi di indagine: “Rispetto ai classici testi sul cibo, questo è un libro insolito perché dice ben poco sul sapore degli alimenti o sulle gioie della buona cucina”. Dice tanto invece sul suo uso come moneta di scambio, o come simbolo di potere, o come arma di distruzione di massa.

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La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

L’arte di collezionare mosche

Iperborea è una casa editrice nata meno di vent’anni fa, diciannove per l’esattezza, che come pregio ha quello di aver portato in Italia i venti del nord, soffiati dalla sua letteratura; il suo unico, forse, “difetto” è quello di non poter competere con i grandi colossi dell’editoria in quanto ancora troppo giovane, nonostante il suo fatturato negli ultimi anni sia cresciuto in media del 20% ogni anno.
Il suo marchio di fabbrica sta nelle sue edizioni, oltre ai suoi scrittori inediti in Italia: un formato che richiama la forma e la dimensione dei mattoni di terracotta, quasi a ricordarci che i libri sono, indiscutibilmente, i mattoni della mente.

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Confesso di non conoscere appieno il suo catalatogo, ma, da quando è stato pubblicato, un suo libro ha attirato subito la mia attenzione. Per vari motivi. Primo: la copertina. Sarà per deformazione professionale, ma se in quest’ultima ci sono delle mosche messe in posa come per un cassetto di un museo ecco che divento vittima del marketing mediatico. Secondo: il titolo. L’arte di collezionare mosche. Accostare assieme i termini “arte”, “collezionare” e “mosche” fa accendere il secondo campanello di allarme. Terzo: la presentazione. Se l’autore viene presentato come “scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale”, mentre la quarta di copertina recita “tutti nell’intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti”, allora ecco che si chiude il cerchio. Attirata completamente la mia attenzione, leggo pure la trama, per fugare ogni dubbio. Posato il libro, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave della sinossi che apparentemente sono sconnesse tra loro: “insetti”, “sirfidi”, “collezionismo”, “irrequieti”, “Chatwin”, “Lawrence”, “Kundera”. Colpo di fulmine istantaneo, e motivo per cui sto quì a presentarvi appunto L’arte di collezionare mosche di F. Sjoberg, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice succitata.

Ma andiamo subito al sodo. Il libro di Sjöberg è di difficile categorizzazione: si presenta a tratti come un saggio, a tratti come un romanzo; il testo è una miscela di prosa e poesia, mentre il suo ritmo per alcuni versi sembra accelerare, a volte rallenta, altre volte ancora subisce una sincope che quasi sembra prenderti a sberle. E’ un pò come stare sul nastro di Möebius, dove sai da dove sei partito, ti ritrovi in un punto di arrivo opposto a quello di partenza ma non ti rendi conto come ci sei arrivato: letteratura, riflessione e divulgazione si fondono con umorismo e poesia.
Tecniche stilistiche a parte, andiamo alla trama. Il racconto si svolge su due livelli. Il primo, il filo di Arianna di tutto, è una soluzione omogenea composta da un solvente, incarnato nell’autobiografia dell’autore, e da un soluto, rappresentato dai sirfidi, dove per “sirfidi” si identifica quel gruppo di insetti che comunemente chiamiamo mosche. Proprio le mosche sono i protagonisti indiscussi del testo e primo amore naturalistico di Sjöberg.
L’altro livello narra delle vite di personaggi autorevoli in diversi campi, dall’entomologia alla storia, dal teatro alla letteratura alla filosofia, che in qualche modo si sono trovati davanti il cammino di Sjöberg. Tra questi, spicca la figura di Malaise, inventore della trappola per insetti che porta il suo nome, “illustre scienziato e teorico visionario dell’esistenza di Atlantide. L’uomo degli eccessi che diventa per Sjöberg il suo inafferrabile alter ego”. I due livelli si intrecciano a vicenda, a volte si allontano, altre volte ancora sembrano avere l’effetto di uno tsunami che sbatte sulla costa. Magnifico, direi.

Il testo, ed è questo il dato interessante, la ciliegina sulla torta, può essere letto anche tramite un’altra chiave di lettura: quella prettamente naturalistica. Per i naturalisti, le isole sono dei paradisi in tutto e per tutto. Sono spazi biologici ampi per la loro peculiare biodiversità, ma sono al contempo spazi geografici ristretti per lo studioso che presto o tardi impara a memoria ogni loro segreto. In fin dei conti, 15 km quadrati sono molto pochi per l’uomo, ma sono un’immensità per le mosche. Motivo per cui Sjöberg decide di trasferirsi proprio su una piccola isola spinto dal forte senso naturalistico con cui è cresciuto, e con il proposito di dedicare anima e corpo al collezionismo delle mosche “isolane”. Perchè proprio le mosche? “In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, (…) le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia”. Un pò di parte, bisogna ammetterlo, ma chi sono io per giudicare? Non si vedono tanto in giro scrittori che scrivono di natura, figuriamoci di mosche, e con lo stesso stile!

Spinto da una forte lentezza d’animo e da una spiccata passione nata in adolescenza, Sjöberg diventa allora un entomologo specialista in sirfidi, e ci descrive, quasi come se stesse scrivendo un diario, le emozioni che possono scaturire dalla conoscenza approfondita dei luoghi e degli animali che lo hanno reso tale. Al grido di “nessuna persona sensata si interessa alle mosche”.

Ma L’arte di collezionare mosche è anche altro. È un inno al collezionismo e alla bellezza delle forme della natura. È un bestiario sull’animo umano, un elogio alla lentezza e alla solitudine. E’ un saggio che tratta di insetti, ma è anche un romanzo che tratta di maestri in diversi campi dello scibile umano. È, in pratica, tanta roba intrisa di voli pindarici che non stancano e tengono sveglia la mente del lettore mentre si scorre ogni singola parola del testo: “(…) perchè la natura, o almeno il pensiero della natura, è una via fuga”. Da cosa, non è dato sapersi, ma si lascia a noi lettori la libera interpretazione.

Breve nota biografica dell’autore: Fredrik Sjöberg è un entomologo, scrittore teatrale, giornalista culturale e collezionista. Da quando si è trasferito in una delle piccole isole al largo della Svezia, di fronte Stoccolma, ha ampliato la sua collezione di mosche, diventandone il maggiore esperto nel territorio. Tale collezione è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009, riscuotendo discreto successo. Attualmente, sempre per Iperborea, ha pubblicato, oltre L’arte di collezionare mosche (2015), anche Il re dell’uvetta (2016) e Una via di fuga (2017), racconti che, in un modo o nell’altro, parlano sempre e solo di natura.

Il dilemma dell’onnivoro

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Per “dilemma dell’onnivoro” si intende un meccanismo di conservazione della specie molto efficace. In soldoni, tale dilemma può essere sintetizzato come segue. Mentre una alimentazione mirata e super specializzata permettere di non avere dubbi su ciò che si sta mangiando, una specie onnivora può trovarsi di fronte ad alcuni bivi alimentari alquanto pericolosi. Condizioni naturali spinte, infatti, spesso comportano un cambio di ecologia che costringe tale specie a sperimentare nuove “ricette” a proprio rischio e pericolo. La selezione naturale ha permesso dunque di togliere qualsiasi dubbio ad una mucca, mentre topi e umani, onnivori per eccellenza, sono costretti ad andare per tentativi ed errori. Ciò significa che il cibo, in quest’ultimo caso, può essere una lama a doppio taglio: può permetterti di continuare a vivere o ti può ammazzare all’istante. In entrambi i casi, è spesso un singolo individuo che si fa baluardo delle nuove scoperte, al fine di garantire la minore perdita possibile in termini popolazionistici. Segue l’imitazione se il feedback è positivo; in caso contrario, il gioco ricomincia con un altro concorrente.

Riguardo la cultura alimentare umana, i meccanismi che ci hanno messo di fronte a tale dilemma sono frutto di migliaia di anni di tentativi ed errori, maturati cioè nel corso dello sviluppo delle civilità, a partire dalla notte dei tempi. A dirla tutta, anatomicamente siamo già dotati di strumenti molto efficaci, atti a consentirci di districarsi nel dedalo della cultura alimentare tra le più varie del regno animale: recettori per il gusto, il disgusto, il dolce, il salato, l’amaro, l’aspro… Una interfaccia papillare verso l’esterno, che, come dice Harris, ci permette di vedere il cibo “buono da mangiare e da pensare”. Già, perchè oltre ad essere delizia per il palato, il cibo per l’uomo deve esserlo anche per la mente, e deve passare il vaglio delle scelte attuate per procurarselo.

E’ proprio Il dilemma dell’onnivoro il fulcro dell’omonimo libro di M. Pollan edito da Adelphi (I ed. 2006), un’indagine antropologica e sociale su ciò che siamo e su ciò che mangiamo, fatto di reportage sulle industrie alimentari, sulle ripercussioni materiali e mentali di quest’ultime e di riflessioni quasi filosofiche sull’essere onnivoro.

L’incipit, come l’autore stesso confessa, parte da una domanda: “cosa mangiamo per pranzo?”. A causa di questa semplice, ma allo stesso tempo profonda, domanda, Pollan decide di toccare con mano e di prima persona tutti i processi materiali degli alimenti che mangia. Ecco dunque che la sua indagine sociale si trasforma in vita attiva, seppur per brevi periodi, in un’industria alimentare di massa, in una industria alimentare biologica, nelle piccole aziende ecosostenibili, nella caccia e raccolta di materie prime.
Il libro viene diviso in tre sezioni, in cui alla fine di ognuna l’autore pianta il seme del dilemma dell’onnivoro, un insieme di bivi morali e pragmatici con cui ognuno di noi dovrebbe confrontarsi a tavola.

Tramite le suddette indagini veniamo così a conoscenza dei tanti retroscena esistenti nell’industra alimentare. In primo luogo, tutto ciò che deriva da una produzione massiva è semplicemente sinonimo di “mais”. Questo cereale oggi viene usato ovunque: per nutrire gli animali, come fertilizzante, nei dentrifrici, nei combustibili. Se da un lato ha permesso il veloce sviluppo dell’industria del take away (un solo chicco può dare fino a 300 chicchi), dall’altro il suo alto valore alcolico intossica tutto ciò con cui viene a contatto: la fermentazione che provoca avvelena il rumine dei bovini, già destabilizzati di loro dalla catena industriale spinta e dall’acidosi che ne indebolisce il sistema immunitario; il terreno fertilizzato dai prodotti a base di mais si “eutrofizza” (anche in questo caso leggasi “avvelena”) per l’alto contenuto di azoto; noi mangiamo sempre e solo la stessa materia prima presentata in salse diverse e pagandola a caro prezzo più volte nella stessa catena alimentare.
Come ammonisce l’autore stesso, noi consumatori contribuiamo a tutto ciò sulla base del “ci giriamo dall’altra parte” per non vedere. Ecco dunque presentato il primo dilemma: la quantità a scapito dell’ambiente?

D’altro canto, se la produzione massiva di cibo ci permette di rinunciare ad un alimento rispetto ad un altro, o ci permette di essere, noi occidentali, ai primi posti per obesità, un allevamento “più naturale” e meno deleterio per i suoi ospiti è possibile, anche se spesso non sostenibile dalle tasche di tutti. In una ipotetica trasposizione teatrale, capire chi sono gli attori e come recitano nel palco della natura permetterebbe un connubio idilliaco tra uccelli e bovini, bovini e terreno, uova prodotte e decremento di infezioni in un allevamento, con conseguente abolizione degli antibiotici. Questa seconda parte del testo infatti è incentrata sul “biologico” nel senso ampio del termine, dove l’autore tocca con mano il sapore del fieno e dove presenta il secondo dilemma: il sapore a scapito del tempo a disposizione? Vale la pena impiegare un’enorme mole di sacrificio per una dozzina di uova? Se è biologico, perchè percorrere 3000km prima di essere consumato?

Di particolare interesse è poi l’approccio che l’autore ha con la caccia, sia essa animale che fungina, ultima parte del testo. Nonostante le paure, e il successivo disgusto nello sparare ad un maiale, Pollan si sente tuttavia appagato dalla cena preparata con gli ingredienti di prima mano (maiale compreso): “La cucina classica ha il potere di lenire il dilemma dell’onnivoro ammantando l’esotico di sapori familiari.” Il dilemma in questa sezione potrebbe essere riassunto così: vale la pena cacciare, soprattutto i funghi, elementi eduli che dietro nascondono insidie che possono portare alla morte? Vale la pena assecondare un istinto che tanto ci caratterizza?

Da quel “cosa mangiamo per pranzo?”, ad un panino in una grande catena, ad una frittata di uova ecosostenibili, fino ad arrivare alla cena handmade, Pollan ci porta, tentando di risolvere proprio Il dilemma dell’onnivoro, prima ancora di quelli di una catena di montaggio di un mattatoio, nei meandri mentali dell’essere onnivoro.

Breve nota biografica dell’autore. Michael Pollan è un giornalista e saggista di fama mondiale, attualmente docente all’Università di Berkeley, California. La più nota delle sue imprese riguarda appunto il libro recensito in questo post, ma non meno importanti sono In difesa del cibo (Adelphi, 2009) e Cotto (Adelphi, 2014), testi che vanno a completare l’argomento “alimentazione”. Degno di nota è anche La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (Il Saggiatore, 2009)

Economia senza natura

Risultati immagini per economia senza natura. la grande truffa«L’uomo fa parte della natura, e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura». Soprattutto quando si parla di sviluppo e di crescita della popolazione. In questo caso, quando si parla di regole si parla di PIL, spread, industria. In una sola parola, di “economia”.
Pochi però, in materia di mercato, ne considerano la sfumatura “naturale”: l’ “ecologia”. I due termini, “economia” ed “ecologia”, apparentemente distanti, presentano la stessa radice: “eco”, deriva dal greco “oikos”,
tradotto con “casa”. Già dall’etimologia possiamo dedurne come i due termini risultano essere due facce della stessa medaglia: mentre cresce una diminuisce l’altra, e viceversa.
Ad accomunare le due discipline, distanti tra loro ad uno sguardo superficiale e poco critico, il seguente leitmotiv: l’adattamento a rispondere alle domande poste sia dalla natura che dal mercato. Alla base di questo concetto, un altro, ancora più semplice ma allo stesso tempo devastante: “non è possibile che una specie, qualunque sia il suo ruolo, possa crescere numericamente all’infinito”, in quanto rischia di portare se stessa all’estinzione. E questo vale soprattuto per la nostra specie, una specie (quasi del tutto) infestante con un ruolo di consumatore onnivoro e onnipresente, che ha già imboccato il punto di non ritorno.

Se siamo così intelligenti da poter dire questo, e lo facciamo da quando abbiamo coscienza sociale della natura, e da poter analizzare le crescite economiche dei paesi, perchè continuare con questa linea di crescita sbagliata e autodistruttiva? La risposta è data in Economia senza natura. La grande truffa di Ferdinando Boero (Codice Edizione, 2012), e può essere sintetizzata nel modo seguente: “Siamo irrimediabilmente scemi”.
Boero, in questo saggio, prende le mosse dall’etimologia delle parole “ecologia” ed “economia” per esaminare come la nostra società moderna, con le sue regole economiche, dovrebbe includere all’interno dei suoi rapporti di bilancio anche e soprattutto i costi derivati dallo sfruttamento ambientale. Processo che ad oggi sembra essere ignorato dalla gran parte dei buracrati.

Che poi, a pensarci su quanto basta, in ambito scientifico il termine “ecologia” è stato sininimo di un concetto più ampio e pertinente: “economia della natura”. Motivo per cui, gli studiosi, soprattutto dei campi appartenenti ai discorsi economici, dovrebbero considerare la sfumatura naturale delle attività umane e riconsiderare quella vecchia accezione ottocentesca che tanto sembra calzare a pennello in questo periodo storico. Come il testo di copertina recita, infatti, “Il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia deve essere corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, presto o tardi, presenta sempre il conto”.

Ma con “natura”, “naturale” et similia quì non si intende solo il deturpare gli ambienti o portare all’estinzione una specie; si intendono anche e in prima linea tutte le piramidi economico-sociali su cui si fonda uno stato, riflesso delle reti trofiche ecologiche. In un contesto del genere si inseriscono dunque nel testo argomenti come gli ambienti accademici e l'”esternalizzazione”, ossia la non inclusione dei costi ambientali su lungo tempo di ogni attività umana. Se nel primo caso una buona università, magari fatta con basi culturali più solide e con meno apparenze e burocrazie, permetterebbe di formare future classi dirigenti capaci, in linea teorica, di saper gestire una economia più “naturale”, dall’altro la stessa classe dirigente, ben istruita, potrebbe capire come piccoli cambiamenti ambientali possono portare a conseguenze devastanti. In poche parole, come nei rendiconti aziendali dovrebbero essere incluse tutte quelle azioni che potrebbero portare danni irreparabili in un futuro più o meno prossimo. Nulla di nuovo insomma, ma che ancora ci ostiniamo a prendere in considerazione.

Boero, saggiamente, dedica anche un paio di capitoli alla natura in senso stretto: evoluzione, selezione naturale, competizione, cooperazione sono i capisaldi di tutto il testo, e permettono di avere un punto di vista prettamente ecologico dei fatti economici. Fatti economici che non prescindono dall’attualità: le linee di incontro tra le Encicliche dei Papi e la salvaguardia ambientale, le politiche di gestione finanziaria dell’Unione Europea, il sistema della peer review delle riviste scientifiche, la mancanza di tassonomi, la situazione dell’istruzione in Italia sono tutti corollari di quella “economia ecologica” di cui tanto abbiamo bisogno in questo periodo, e di cui tanto si sente parlare, ma di cui poco si attua.

E’ grazie a questi strumenti che, giunti alla fine del saggio, viene da porsi una domanda, tanto semplice quanto agghiacciante: siamo ancora disposti ad essere irrimediabilmente scemi? Anche perchè, è bene ricordarlo, la natura prima o poi presenta sempre il conto.

Una breve nota biografica. Ferdinando Boero è un biologo marino e Professore di zoologia all’Università del Salento. La sua linea di ricerca, le meduse, gli hanno permesso di entrare timidamente anche nel campo della musica, oltre a quello della biologia: dopo aver dedicato una nuova specie di medusa a Frank Zappa, quest’ultimo gli ha dedicato un intero brano. Ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, è nel direttivo di un paio di associazioni sulla conservazione degli ecosistemi marini e ha alle spalle altri due volumi a sfondo “ecologico”: Ecologia della bellezza ed Ecologia ed evoluzione della religione.

Il gene del diavolo

Risultati immaginiA partire dal sequenziamento del DNA, la biologia ha vissuto e vive un periodo pieno di genetica e molecole. Ad oggi, tale scoperta ci consente di sapere in anticipo quali mutazioni porta il nostro corredo genetico e dunque di anticipare i tempi su probabili malattie ereditarie. Le quali si manifestano ancora oggi con elevata incidenza.

Nonostante le nuove e sempre più accurate conoscenze in campo biomedico, oggi la genetica deve prima di tutto confrontarsi con le tradizioni e con la cultura di ogni popolo. In molte etnie, infatti, da un lato la malattia genetica viene accettata perché volere divino, dall’altro diventa un marchio di fabbrica, un momento di identità sociale difficile da eradicare: “in certe società è peggio nascere femmine che nascere sordi”. Condizioni, queste, che incrementano il suo manifestarsi. Motivo per cui risulta importante considerare anche e soprattutto la dimensione sociale del fenomeno, prima ancora della sua genetica.

Di tutto questo si parla elegantemente ne Il gene del Diavolo, libro di Baroukh M. Assael edito da Bollati Boringhieri (2016, 186 pagine, 15€).

Argomento centrale è come la malattia genetica ereditaria sia passata da male innominabile, e per questo accettato incondizionatamente, a problema sociale risolvibile in tutte quelle popolazioni che praticano un accoppiamento mirato e/o tra consanguinei. Da qui l’assioma secondo cui le malattie genetiche oggi possono essere combattute e in molti casi arginate: bastano una giusta divulgazione e strumenti adatti. A tal proposito, Assael ci parla delle frequenze di manifestazione sempre più basse della sindrome di Tay-Sachs negli ebrei ashkenaziti, di come la fibrosi cistica sia quasi sparita in molte parti dell’Italia, di come la scomparsa della talassemia sia frutto di una ferma decisione politica. Possono essere arginate, certo, ma il fenomeno genetico deve anche confrontarsi con quello sociale: l’accoppiamento tra consanguinei ingatti contribuisce ad alimentare “il gene del diavolo”, motivo per cui, prima di entrare nel laboratorio, la malattia genetica deve uscire dall’anima dell’individuo. Anche se l’altra faccia della medaglia consiste nello spauracchio di una nuova “razza pura”: il tutto, quindi, mentre ricominciano con forza a farsi risentire le propagande eugenetiche.

Per trattare argomenti delicati come questo ci vogliono coraggio e maestria nel farlo: doti che Assael possiede appieno. Dalla sua, una lunga esperienza da ricercatore e divulgatore: è autore infatti di numerosi articoli di pediatria e infettivologia, nonchè di due testi (Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione e Il male dell’anima. L’epilessia tra ‘800 e ‘900) a carattere medico. Il tema de Il gene del diavolo è affrontato in modo chiaro, semplice e diretto, e con un approccio olistico, dove antropologia, filosofia, psicologia e scienze sociali si incontrano. Il risultato è una lettura fluida e scorrevole, senza mai essere pesante, nonostante si affrontino anche temi “caldi” come l’eugenetica e la bioetica.

Di questo libro ho poc’altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente di leggerlo. Se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro riescono a lasciarti qualcosa con prepotenza; se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti cambiano la vita; o se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti fanno confrontare con realtà apparentemente lontane dalla tua, Il Gene del Diavolo è stato per me uno di questi.

Dalla parte del lupo

Forse, tra tutti i componenti della fauna europea, la specie che più desta contemporaneamente fascino, mistero, ammirazione e paura è quella che fa capo alla categoria tassonomica Canis lupus. In parole povere, il lupo.
Su questo meraviglioso animale esistono leggende di varia natura e genere, sono sorte delle paure dettate dai luoghi comuni, si è instaurato un clima di rispetto e al contempo di disprezzo nei suoi confronti. Tutti semi di una stessa pianta che porta il nome di “superficialità”. Il giardino in cui questa cresce è composto da una visione ristretta della sua ecologia, una scarsa conoscenza della sua zoologia e una forte incomprensione della sua etologia.
Elementi che poco si addicono all’animale che ci ha consentito di plasmare il cane moderno, di cui, appunto, risulta essere l’antenato diretto.

Mentre impazza la polemica sul piano ministeriale di abbattimento del 5% della popolazione del lupo in territorio italiano, a gamba tesa mi sento di suggerirvi un romanzo a tema, nella speranza che possa fugare qualsiasi dubbio a riguardo: Dalla parte del lupo (Airone, 1987, 270 pagine), di Luigi Boitani.
Luigi Boitani è attualmente Professore all’Università La Sapienza di Roma, e al lupo ha in pratica dedicato la sua intera vita accademica. Grazie a Dalla parte del lupo ha vinto il Wwf international conservation award, ed è riuscito a mantenere viva una specie. Le pagine di questo romanzo sono infatti il frutto di 13 anni di esperienza diretta dell’autore, oggi diventato il massimo esperto mondiale in materia: nel 1972 il Wwf conferisce a Boitani l’incarico di monitorare la popolazione del lupo in Italia, in modo tale da stimare gli effetti dell’abbattimento massivo della specie, e di scongiurarne una conseguente estinzione nel nostro territorio.

Dalla parte del lupo è un romanzo a carattere scientifico-divulgativo ad ampio spettro, che sviscera in lungo e in largo l’argomento “lupo” seguendo la dicotomia “lupo-reale”-“lupo-fantastico” che da sempre lo caratterizza. Proprio per questo motivo, il testo è strutturato in due parti, a sottolinearne la “duplice” natura: la prima è dedicata alla sua ecologia, con tanto di rapporti scientifici, dati, tecniche di campionamento, descrizioni comportamentali; è in pratica rivolta a quella parte del “lupo-reale” che poco conosciamo. La seconda parte è invece votata alla sfera mitologica, a quel “lupo-fantastico” frutto della tradizione, dei miti e delle leggende che da sempre hanno guidato il rapporto tra l’uomo e il “principe delle foreste”. Come l’autore stesso confessa, “il punto di contatto di questi due lupi è l’uomo, che ha da sempre accanitamente difeso le fantasie che han dato corpo all’immaginario, curandone i particolari e accrescendo i dettagli”. Col tempo, tali dettagli hanno portato ad esacerbare la visione negativa che del lupo se n’è fatta, la quale propende, forse ora più che mai, verso quella parte della bilancia che pesa il “lupo cattivo”, equiparandolo a “nostro nemico”. In tale bilancia, la visione mistica e fantasiosa regna sovrana: agli occhi di Boitani, a destare meraviglia non è la complessa struttura sociale di un branco di lupi, ma l’insieme di notizie fantastiche che riguarda la sua origine, di cui, quella che più sembra caratterizzare la tradizione etnica italica, vorrebbe un’importazione da territori lontani tramite elicotteri e paracadute.

Lo stile di Boitani è degno di un divulgatore esperto: riesce infatti ad accostare, come pochi sanno fare, la rigidezza scientifica, soprattutto in materia di campionamenti e monitoraggio della specie, all’arte della scrittura. Il libro si presenta scorrevole, chiaro, e con una struttura della frase semplice, efficace e mai banale. Caratteristiche che si possono apprezzare maggiormente quando l’autore racconta della sua esperienza ravvicinata con un branco di lupi: in queste pagine sembra di essere immersi nella stessa situazione, con qualche brivido che comincia a salire scorrendo le parole che descrivono l’episodio.

Dalla parte del lupo è correlato anche da ottime illustrazioni che riportano ad esempio le mimiche facciali dell’animale, i suoi schemi di predazione, e il suo linguaggio del corpo. A ciò si aggiungono alcune foto sul campo e una breve raccolta di immagini relativa all’iconografia del lupo. A fine testo si ritrovano anche quattro appendici che riportano i metodi di campionamento, le direttive per un corretto studio dell’animale, un manifesto per la sua conservazione, e delle tabelle che puntualizzano sulla sua distribuzione, relativa al decennio precedente la pubblicazione del libro.

Premi internazionali a parte, Dalla parte del lupo descrive la vera anima di un animale che da sempre è costretto a convivere con l’uomo. E mentre la favola di Cappuccetto Rosso vuole un lupo che mangia la nonna, l’altra faccia della medaglia lo pensa come amico di S. Francesco, anima della foresta nei miti delle popolazioni nordiche e “genitore” (da parte di madre) di Romolo e Remo. Questo perchè, come dice Boitani, il lupo c’è e c’è sempre stato, anche se non ce ne siamo accorti.

(Il libro mi è stato consigliato e regalato da un mio carissimo Professore, con cui condivido la passione per i libri: a lui sono infinitamente grato.)