INTERVISTA A LUIGI BOITANI: QUANDO LUPI E LIBRI SANNO DI MAGICO

Sono sempre stato affascinato da due cose: i lupi e i libri. Anche se ancora non ho avuto il piacere di incontrare un “principe delle foreste”, e di lavorarci, i libri mi hanno permesso di conoscerlo, di capirlo, e, soprattutto, di continuare ad amarlo. Hanno contribuito ad alimentare nei miei confronti la sfera mistica e regale che lo circonda. Un testo in particolare ha svolto magnificamente questi ruoli: Dalla parte del lupo di Luigi Boitani, di cui ne ho fatto una recensione tempo fa quì. Il libro in sé è potente non solo per il tema trattato, ma anche perché una delle poche copie esistenti in circolazione è finita nelle mie mani per caso. Oggi (31 ottobre 2017) ho avuto la prova di quanto lupi e libri abbiano influito sulla mia persona e sulla mia formazione: mi hanno permesso di incontrare e intervistare proprio Luigi Boitani, uno che di lupi ne ha conosciuti parecchi, e figura di congiunzione tra queste mie due passioni. L’occasione si è manifestata durante la sua visita al Museo di Zoologia P. Doderlein per M’ammalia, la settimana dei Mammiferi.

È inutile confessare quanto io sia stato agitato in questi giorni, e penso sia inutile spiegarvi le mie motivazioni a riguardo. Vi lascio quindi all’intervista. Godetevela, come ho fatto io.


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Cominciamo dalla domanda più difficile (ride). Chi è Luigi Boitani? E di cosa si occupa?

Mha… sono un pensionato (ride di nuovo, ma con gusto), anche se in realtà non è cambiato nulla rispetto a prima. Continuo a fare quello che facevo: continuo cioè ad essere professore di Zoologia a Roma, a La Sapienza, e tengo ancora un corso. Tutte le attività accademiche [che faccio, nda] però sono migliorate, nel senso che non sono più obbligato ad occuparmi di cose che mi annoiano e mi annoiavano, come burocrazia e amministrazione. Mi hanno anche fatto emerito all’Università e mi occupo ancora di conservazione della natura a tempo pieno. Faccio parte infatti dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), e questo mi porta via letteralmente un sacco di tempo. Da tre anni faccio pure il direttore di una fondazione a Ginevra che finanzia progetti di conservazione.

Ecco, questo introduce la prossima domanda: perché proprio la conservazione della natura? È stata una scelta casuale, o c’è una motivazione precisa?

Io in realtà sono prima di tutto un conservazionista e poi un ricercatore universitario. Credo moltissimo alla e nella conservazione, e sono fermamente convinto che questa abbia bisogno di una maggiore impostazione scientifica rispetto a quanto non ne abbia avuta fino ad esso.

Lei si occupa di grandi mammiferi (soprattutto, tiene ad aggiungere). Da dove è nata la passione per questo gruppo di animali?

Verso i grandi mammiferi ho da sempre avuto una particolare passione. Lavorarci invece è stato DSCN5415come trovarsi al posto giusto al momento giusto. Io sono nato infatti come zoologo in un istituto di zoologia che al tempo in cui ero studente era forte in Italia. Tanto forte che altri zoologi italiani, ad esempio di Palermo o di Milano, venivano a Roma ogni tanto dicendo con carineria di “venire a respirare”. “Respirare” in quanto quello era un ambiente impregnato di fervore accademico, ricco di gente e di personalità, con un gran numero di persone di e con una decina d’anni di esperienza in più di me. Ognuno con le idee chiare e con una carriera quasi avviata; ognuno specialista in un campo diverso. In massima parte si trattava soprattutto di entomologi ed esperti di invertebrati.

Quando sono entrato da studente, mi hanno posto la domanda: “e tu di cosa ti vuoi occupare?” (Allarga le braccia con fare interrogatorio ed esclama: Bho?!) Non avevo un’idea precisa su cosa voler fare; gli insetti mi stavano e mi stanno simpatici, ma le mie passioni erano altre. Tuttavia, dovevo per forza diventare uno specialista se volevo continuare. Mi sono guardato quindi un po’ intorno cercando un ruolo ancora libero tra gli entomologi o che mi potesse piacere maggiormente: odonati (esclama, con a seguito un respiro misto a sollievo e stupore)! Bellissimo, non lo faceva nessuno… benissimo! “Sarai un esperto di libellule!” E quindi ho fatto una tesi sulle libellule, non per loro amore ma perché per studiarle bisogna stare sul campo, e a me andava di stare per campi. Di conseguenza, ho fatto una tesi sulle libellule in campo. Ovviamente la mia vera passione non era quella, erano uccelli e mammiferi, soprattutto mammiferi, per cui ho mollato le libellule appena ho potuto, ossia quando mi si è presentata l’occasione: coprire un buco di due mesi con un progetto sui lupi. Due mesi che sono diventati quarant’anni. Però le libellule mi sono rimaste molto simpatiche, ho imparato un sacco di cose curiose a riguardo.

A proposito di grandi mammiferi. Se non ricordo male, nel suo libro, lei parla di lunghe giornate nei campi, in attesa del lupo. Cosa si prova?

Ho lavorato molto sul campo, e continuo ancora adesso. A me piace andare fuori e sentire gli animali nel bosco, carpire tutto ciò che è vivo nell’ambiente naturale. Ed è una fonte di pace.

A proposito di mammiferi. L’uscita del suo libro più divulgativo, Dalla parte del lupo, è del 1986 e non esistono più copie in giro. È per caso in programma una ristampa?

No, al momento non ci sono ristampe in programma. C’è però l’idea di scrivere un altro libro. Non so ancora che ci scrivo… ma me lo hanno chiesto in tantissimi. Naturalmente sarà un libro diverso, perché, a distanza di trent’anni dall’uscita de Dalla parte del lupo, quello che era il lupo italiano allora [fine anni settanta inizio anni ottanta, nda] oggi non esiste più, è tutta un’altra vicenda nel nostro territorio.

Il libro è strutturato in due parti, una che riguarda il lupo reale, l’altra il lupo fantastico. Quale delle due parti le piace di più?

Il lupo reale è infinitamente più bello di quello fantastico. Quello fantastico è una lagna micidiale: è fatto di storie, di Cappuccetto Rosso e robe del genere. Io poi non sono un umanista, o un antropologo, per cui preferisco di gran lunga quello reale.

E questo mi permette di introdurre la seguente domanda: ancora oggi si raccontano tante storie sui lupi. Come reagisce quando ne sente parlare?

Hai iniziato la domanda mettendo “storie” al suo interno. (Silenzio quasi ammonitore) A tal proposito, mi sento di fare delle raccomandazioni soprattutto ai giovani studenti e ricercatori: le storie lasciatele da parte, l’ambiente accademico scientifico è fatto di scienza, non di storie. Ci sono altri luoghi in cui poter sentire storie. La scienza è un’altra cosa.

In materia di conservazione del lupo, per forza di cosa bisogna incappare nel bracconaggio. Come viene vissuto tale fenomeno dagli altri paesi rispetto all’Italia?

L’Italia è un faro di buona gestione del lupo in Europa. Figurati quindi gli altri paesi. Unica eccezione è data dalla Germania, dove non ci sono tanti animali domestici in giro e i lupi preferiscono rimanere nelle foreste del nord. Si è creata quindi la giusta armonia tra uomo e natura che non crea danni a nessuno.

Cosa pensa della recente razza di cane nata nei Balcani, il lupo cecoslovacco?

Il lupo cecoslovacco è figlio di un incrocio tra un lupo maschio e un pastore tedesco femmina. Trovo questa trovata demenziale. La creazione del cane è avvenuta undicimila anni fa, e da quel momento sono venute fuori tantissime razze di cane diverse, che bastano ed avanzano. I lupi cecoslovacchi sono degli ibridi, che, come tutti gli ibridi [tra animali addomesticati e selvatici, nda], possono essere sì belli, anche se “bello” è un concetto relativo (“ogne scarrafone è bell’a mamma soja”), ma sono animali pur sempre imprevedibili anche se cresciuti in ambienti domestici. Possono essere splendidi animali tranquilli e innocui, che fanno compagnia davanti ad un caminetto acceso, o possono svegliarsi una mattina dopo otto anni con l’istinto e l’intento di aggredirti. Il motivo di andarsi a ficcare in situazioni del genere per l’ennesima volta non si sa e non lo capisco. Forse la spiegazione sta nel fatto che alcune persone non riescono a resistere all’idea di avere in casa un lupo (pronunciato con voce grossa e mimando con le braccia un lupo mannaro).

Torniamo per un attimo all’argomento “conservazione”. La conservazione della natura può giocare anche a nostro favore. Come?

Uno dei valori della conservazione che ci torna molto utile è quello economico. Quante persone vanno al parco nazionale di Abruzzo perché sanno di trovarci il lupo, e sperano di vederlo? Di sicuro il turismo a vocazione naturalistica risulta essere una forte risorsa economica. Se poi vogliamo entrare in argomentazioni più sottili e prettamente ecologiche possiamo prendere in considerazione il sistema preda-predatore. Il lupo, ad esempio, ma in generale i grandi carnivori, cacciando la selvaggina contribuisce a ridurre l’impatto negativo causato dalla fauna erbivora che provoca la distruzione incontrollata degli ecosistemi vegetali. Senza un predatore infatti cervi, caprioli e daini producono con il loro pascolo una riduzione dei tassi di ricrescita in alcune specie vegetali; il che comporta la sofferenza di tutto l’ecosistema. Motivo per cui i grandi carnivori ci aiutano a mantenere quell’equilibrio dinamico di cui si compone la natura.

Secondo lei, quanto influisce la conservazione della natura in Italia?

Per questa domanda posso darti due livelli di risposta. Uno è quello più semplice, e che dice che la conservazione della natura è una cenerentola nel mondo delle attività politiche. A livello istituzionale, la conservazione risulta essere un livello di occupazione e di preoccupazione che viene dopo altri campi, come quello del lavoro, della sanità, dell’economia. L’altro livello di risposta riguarda il fatto che gli scienziati non impongono niente. A ciò si aggiunge il fatto che in materia di conservazione animale si parla di valori, dove in particolare viene esacerbato quello relativo alla vita stessa dell’animale. In generale, il mondo occidentale, Italia compresa, sta infatti a grandi passi diventando sempre più animalista, e quindi sempre più staccato dalla natura. Chi come me fa parte di un’altra generazione, ossia di quella generazione che viveva ogni giorno l’esperienza della vita contadina, sente ancora il riverbero della natura nelle orecchie. I ragazzi di oggi, invece, vivono questo rapporto abbastanza in maniera differente, oserei dire distaccato. Quando porto i miei studenti in escursione, ad esempio, sono sì entusiasti dell’iniziativa, ma si meravigliano al contempo per una cacca di cinghiale. Si meravigliano perché non l’hanno mai vista, e quella gita fuori porta rappresenta per loro un momento estatico di esegesi. Da esperienze del genere, ti sorge spontanea la domanda: se ti meravigli per una cacca perché non l’hai mai vista prima, da dove ti arriva allora l’amore per gli animali e la natura? La risposta che spesso mi si dà è che l’animale è semplicemente carino. Da quì nasce l’animalismo, che deriva da una non comprensione dell’animale nel suo contesto naturale e da una conseguente sua sradicazione per farne un oggetto con un valore etico o estetico che è sì fondamentale, ma solo se sostenuto da solidi basi scientifiche.

Cambiamo ancora una volta argomento. Come è cambiata l’Università italiana da quando era studente?

L’Università italiana è cambiata tantissimo. Quando io ero studente era molto più vicina a quello che dovrebbe essere una “Universitas”, nel senso vero della parola. Cioè un posto dove la gente si ritrova e parla, cerca, pensa liberamente. Oggi è tutto molto più irreggimentato, soprattutto dalla burocrazia. Di conseguenza è diventato complicato fare tutto, c’è molta meno libertà per i docenti di inventarsi forme di didattica innovativa e così via. Sì, in poche parole c’è una rigidità di sistema che è contraria all’idea stessa di università, e che invece dovrebbe essere iper-flessibile.

In questo periodo storico, cosa consiglia a noi giovani che vogliamo fare ricerca?

Consiglio di fare quello che vi pare, di fare quello che vi piace. Questa è una domanda che mi pongono spesso un sacco di studenti, e io rispondo sempre in questo modo, cioè rispondo di assecondare le vostre passioni…

…Ma il lavoro?

Ma che te frega del lavoro… (mani in congiunzione, con un tono misto a esortazione e rimprovero a fin di bene) Se fai una cosa con passione, il lavoro viene fuori. Se non lo fai con passione, non viene fuori niente.

Siamo quasi alla fine. Piccola curiosità: ha un libro preferito?

Tantissimi. È questa la vera domanda difficile. Il primo per cui ho avuto passione è stato il De rerum natura di Lucrezio. Quello però è solo l’inizio, riguarda tanto tempo fa (ride di gusto). Adesso ce ne sono tanti altri.

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Ultima domanda: mi lascia, per favore, il suo autografo nella mia copia di Dalla parte del lupo?

Assolutamente sì, senza alcun problema.

(Gli passo il libro e mentre lo autografa ride.)

Dopo i dovuti ringraziamenti, e le foto di rito, ha avuto inizio la conferenza, dal titolo Lupi, orsi e linci: la sfida della coesistenza con i grandi mammiferi, di cui potete leggere quì.

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(Un enorme grazie al museo e a tutto il suo staff per avermi dato questa opportunità.)

 

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Dalla parte del lupo

Forse, tra tutti i componenti della fauna europea, la specie che più desta contemporaneamente fascino, mistero, ammirazione e paura è Canis lupus. In parole povere, il lupo.
Su questo meraviglioso animale esistono leggende di varia natura e genere, sono sorte delle paure dettate dai luoghi comuni, si è instaurato un clima di rispetto e al contempo di disprezzo nei suoi confronti. Tutti semi di una stessa pianta che porta il nome di “superficialità”. Il giardino in cui questa cresce è composto da una visione ristretta della sua ecologia, una scarsa conoscenza della sua zoologia e una forte incomprensione della sua etologia.
Elementi che poco si addicono all’animale che ci ha consentito di plasmare il cane moderno, di cui, appunto, risulta essere l’antenato diretto.

Mentre impazza la polemica sul piano ministeriale di abbattimento del 5% della popolazione del lupo in territorio italiano, a gamba tesa mi sento di suggerirvi un romanzo a tema, nella speranza che possa fugare qualsiasi dubbio a riguardo: Dalla parte del lupo (Airone, 1987, 270 pagine), di Luigi Boitani.
Luigi Boitani è attualmente Professore all’Università La Sapienza di Roma, e al lupo ha in pratica dedicato la sua intera vita accademica. Grazie a Dalla parte del lupo ha vinto il Wwf international conservation award, ed è riuscito a mantenere viva una specie. Le pagine di questo romanzo sono infatti il frutto di 13 anni di esperienza diretta dell’autore, oggi diventato il massimo esperto mondiale in materia: nel 1972 il Wwf conferisce a Boitani l’incarico di monitorare la popolazione del lupo in Italia, in modo tale da stimare gli effetti dell’abbattimento massivo della specie, e di scongiurarne una conseguente estinzione nel nostro territorio.

Dalla parte del lupo è un romanzo a carattere scientifico-divulgativo ad ampio spettro, che sviscera in lungo e in largo l’argomento “lupo” seguendo la dicotomia “lupo-reale”-“lupo-fantastico” che da sempre lo caratterizza. Proprio per questo motivo, il testo è strutturato in due parti, a sottolinearne la “duplice” natura: la prima è dedicata alla sua ecologia, con tanto di rapporti scientifici, dati, tecniche di campionamento, descrizioni comportamentali; è in pratica rivolta a quella parte del “lupo-reale” che poco conosciamo. La seconda parte è invece votata alla sfera mitologica, a quel “lupo-fantastico” frutto della tradizione, dei miti e delle leggende che da sempre hanno guidato il rapporto tra l’uomo e il “principe delle foreste”. Come l’autore stesso confessa, “il punto di contatto di questi due lupi è l’uomo, che ha da sempre accanitamente difeso le fantasie che han dato corpo all’immaginario, curandone i particolari e accrescendo i dettagli”. Col tempo, tali dettagli hanno portato ad esacerbare la visione negativa che del lupo se n’è fatta, la quale propende, forse ora più che mai, verso quella parte della bilancia che pesa il “lupo cattivo”, equiparandolo a “nostro nemico”. In tale bilancia, la visione mistica e fantasiosa regna sovrana: agli occhi di Boitani, a destare meraviglia non è la complessa struttura sociale di un branco di lupi, ma l’insieme di notizie fantastiche che riguarda la sua origine, di cui, quella che più sembra caratterizzare la tradizione etnica italica, vorrebbe un’importazione da territori lontani tramite elicotteri e paracadute.

Lo stile di Boitani è degno di un divulgatore esperto: riesce infatti ad accostare, come pochi sanno fare, la rigidezza scientifica, soprattutto in materia di campionamenti e monitoraggio della specie, all’arte della scrittura. Il libro si presenta scorrevole, chiaro, e con una struttura della frase semplice, efficace e mai banale. Caratteristiche che si possono apprezzare maggiormente quando l’autore racconta della sua esperienza ravvicinata con un branco di lupi: in queste pagine sembra di essere immersi nella stessa situazione, con qualche brivido che comincia a salire scorrendo le parole che descrivono l’episodio.

Dalla parte del lupo è correlato anche da ottime illustrazioni che riportano ad esempio le mimiche facciali dell’animale, i suoi schemi di predazione, e il suo linguaggio del corpo. A ciò si aggiungono alcune foto sul campo e una breve raccolta di immagini relativa all’iconografia del lupo. A fine testo si ritrovano anche quattro appendici che riportano i metodi di campionamento, le direttive per un corretto studio dell’animale, un manifesto per la sua conservazione, e delle tabelle che puntualizzano sulla sua distribuzione, relativa al decennio precedente la pubblicazione del libro.

Premi internazionali a parte, Dalla parte del lupo descrive la vera anima di un animale che da sempre è costretto a convivere con l’uomo. E mentre la favola di Cappuccetto Rosso vuole un lupo che mangia la nonna, l’altra faccia della medaglia lo pensa come amico di S. Francesco, anima della foresta nei miti delle popolazioni nordiche e “genitore” (da parte di madre) di Romolo e Remo. Questo perchè, come dice Boitani, il lupo c’è e c’è sempre stato, anche se non ce ne siamo accorti.

(Il libro mi è stato consigliato e regalato da un mio carissimo Professore, con cui condivido la passione per i libri: a lui sono infinitamente grato.)