Quattro chiacchiere con Pietro Li Causi

Pietro Li Causi: un’anima rock in un corpo da letterato

Dopo la presentazione al Museo “Doderlein” di Palermo del libro Gli animali nel mondo antico, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere, seppur virtuali, con Pietro Li Causi, l’autore.

Pietro (mi permetto di dargli del “tu” perché è stato lui a chiedermelo) è un classicista, ma è anche, citando una presentazione dei suoi studenti da lui immaginata, “un docente di Lettere con una spiccata predilezione per il Latino e con un’insana passione per l’A. S. Roma, il rock e le chitarre elettriche”, con alle spalle diversi anni di precariato universitario e tanta fatica nell'”essere ricercatori indipendenti insegnando nella scuola post-renziana”. Nel suo curriculum si legge anche che Pietro è “responsabile dell’unità di ricerca di Palermo ‘GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquitè-Moyen Age)’”, che, spiega, “è un network internazionale di ricerca che fino al 2017 è stato finanziato dal CNRS francese e che – come tutti ci auguriamo – si appresta ad essere ri-finanziato”. In parole povere, è un ente che vuole promuovere l’interdisciplinarità in materia di sapere zoologico, da Aristotele fino al Medio Evo, e con lo scopo “di creare, nel tempo, un data base websemantico di immagini, bioresti e testi zoologici in lingua greca, latina e araba per il periodo che va dall’antichità classica fino al XIV-XV secolo d. C”. Mi spiega anche che per fare ciò occorrono molte figure professionali – l’interdisciplinarità non si crea dal nulla -, “da antichisti come me, a biologi puri, genetisti, iconografi, storici, archeozoologi, zooantropologi, informatici ed esperti di digital humanities“.

Ma non è tutto: per mettere su un progetto del genere bisogna istruire i neofiti; in fondo, come in ecologia, anche la piramide del sapere deve fondarsi sulle nuove generazioni. Ecco perché, mi confessa orgoglioso, “in questi ultimi due anni, ho di fatto creato un’unità di lavoro con i miei studenti delle classi quinte del Liceo Stanislao Cannizzaro di Palermo, che hanno dato il loro contributo alla costruzione del data base con la marcatura websemantica di due epistole senecane (vedi qui e qui) che trattano di temi zoopsicologici” (un resoconto del lavoro è stato pubblicato anche sulla rivista ClassicoContemporaneo).

Il diavolo è nei dettagli, direbbe qualcuno…

Finite le presentazioni, gli chiedo cosa lo ha avvicinato al pensiero classico; mi risponde che “Più che ‘cosa’, forse direi ‘chi’”. Dimentico che, come recitava uno slogan pubblicitario, ci sono “persone oltre le cose”. Piccolo passo falso che credo mi abbia perdonato. Mi accenna al suo “primo maestro, il compianto Domenico Romano”, il suo relatore di tesi. “Il suo entusiasmo – continua -, l’energia con cui spiegava i classici latini mi hanno conquistato sin dalla prima lezione. Mi sono innamorato del mondo antico grazie a lui”. Del resto, tutti abbiamo un nostro Virgilio.

Circostanze più particolari lo hanno invece avvicinato agli “animali nel mondo antico”: “Era il 1998 e avevo appena vinto la borsa di dottorato di ricerca. Il mio progetto originario era quello di lavorare sul concetto di fictio nella letteratura romana, ma i miei piani sono cambiati all’improvviso in una calda giornata di luglio, quando, entrando nella Libreria Pellegrino di Marsala (la città di cui sono originario), vidi esposti uno accanto all’altro sugli scaffali l’edizione BUR del De natura animalium di Eliano e il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges. Li acquistai entrambi, per poi passare alla Historia animalium di Aristotele, alla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, e così via. Non mi sono più fermato”. Già, perché il diavolo, direbbe qualcuno, è nei dettagli, o in un sguardo, o in un libro. Sempre e comunque.

Le fatiche letterarie dell’Ercole siciliano

Riguardo il dottorato Pietro l’ha conseguito con una tesi sulla manticora (“il mangiatore di uomini”), un animale mitologico dall’areale imprecisato (“ora in India, ora in Etiopia”) che secondo Ctesia di Cnido, il primo a parlarne, aveva un corpo da leone, la coda da scorpione, e il volto da uomo con tre fila di denti in bocca. In Sulle tracce del manticora (Palumbo, 2003) – la pubblicazione della tesi – Pietro aveva cercato di capirne l’epidemiologia della credenza, “spiegando cioè come i sistemi di pensiero dei vari autori si organizzavano per accoglierla nella propria enciclopedia, commentarla (o in alcuni casi smascherarne la natura fittizia). Più che di un’indagine su un mostro si trattava di un’indagine sui contesti intellettuali e sulle idee di fondo che lo – diciamo così – ospitavano”.

Un’indagine che poi è stata portata avanti in modo molto simile anche nell’ultima fatica di Li Causi, Gli animali nel mondo antico (pubblicato da Il Mulino nel 2018), “un testo che mira a introdurre il lettore ad un mondo per molti versi perduto; un mondo che in parte è vicino al nostro – almeno se lo si considera nell’ottica dei tempi lunghi dell’evoluzione –, ma che, a voler tenere conto delle cornici culturali di riferimento a partire dalle quali i Greci e i Romani guardavano la realtà, riserva non poche sorprese”. È un’indagine a due facce: in una viene dato uno sguardo a tutto ciò che concerne il pensare gli animali e ai processi che hanno portato ai loro cambiamenti; nell’altra vengono presentate scene di vita quotidiana che hanno gli animali come protagonisti.

Corsi e ricorsi storici

“Non credo che gli antichi possano essere usati come punti di riferimento e di ispirazione per il presente”. Gli avevo chiesto se fosse particolarmente legato a qualcuno di essi. La risposta di Pietro ha una logica disarmante: ci sono troppe differenze sociali e culturali tra noi e loro, troppi anni di distanza, e le loro sono pur “sempre risposte a problemi lontani da noi, e vengono date sulla base di assunti che non sempre possono essere applicati ai nostri tempi”. Tuttavia, se è vero che la storia è maestra di vita, “proprio in quanto diversi da noi, possono aiutare a riflettere sulle loro e sulle nostre cornici di riferimento”. Vedasi, ad esempio, sull’impatto ambientale di cui oggi tanto si parla: “I Greci e i Romani, infatti, da un lato avevano sviluppato un atteggiamento prometeico che promuoveva un dominio incontrastato dell’uomo sugli altri enti della natura, dall’altro lato avevano invece immaginato la Natura (il corsivo è suo) stessa – con la ‘N’ maiuscola – come un macro-organismo divino in cui ogni vivente è una parte del tutto e gioca il suo ruolo, e ha il suo impatto”. Da notare l’aggettivo “prometeico”, qui non a caso: Prometeo è colui che ruba il fuoco agli dei, simbolo di potenza, per darlo agli umani. Ma se da un lato tale atto risulta essere un affronto verso le divinità, e quindi verso la natura di cui loro sono i rappresentanti, dall’altro lato “al livello delle pratiche quotidiane, erano di fatto messe in atto forme di sfruttamento delle risorse naturali e dei viventi che avrebbero fatto impallidire gli ecologisti contemporanei”: è infatti ormai un dato di fatto che si è avuto il picco massimo di impatto ambientale proprio in età imperiale romana.

A ciò aggiungete anche che sono radicalmente cambiati i modi di parlare della natura e alla natura: da Galileo in poi, infatti, la scienza non è più stata un braccio della filosofia, ma ha goduto di vita propria grazie ai nuovi linguaggi epistemologici. Con Darwin poi…

(Ad onor di cronaca, chiedendogli di una o più preferenze riguardo gli autori classici, mi confessa di aver particolarmente apprezzato Aristotele e Plutarco nel momento in cui ha dovuto tradurli per L’anima degli animali edito da Einaudi nel 2015, curato assieme a Roberto Pomelli)

L’essenza delle cose

Ancora oggi, nonostante i duemila anni trascorsi, un nome riverbera spesso nelle questioni di natura. Quel nome corrisponde ad un grande pensatore: Aristotele. A lui si devono tanti meriti, tra cui quello di un primo sistema metodico di classificazione dei viventi. “Quando parliamo di classificazione, nel mondo antico, parliamo sempre di uno strumento logico che serviva non tanto a costruire gerarchie tassonomiche fisse o, ad esempio, a fondare una sistematica scientifica”, mi spiega Pietro, “ma a penetrare dentro l’essenza ultima (la ousia) di un dato ente (fosse esso un animale, un’idea astratta o anche un manufatto). In quest’ottica, il lavoro svolto da Aristotele è comunque impressionante, perché costruisce un numero spropositato di raggruppamenti e classemi basati su assi di divisione molteplici (conformazione dei denti, metodi di riproduzione, conformazione degli arti, modi di vita, etc.) che permettono di pensare il mondo della natura come un sistema di analogie e di differenze sulla base delle quali si possono definire le cause della vita e le identità specifiche degli esseri studiati”. Il motivo per il quale ancora – e nonostante Linneo – Aristotele riverbera in materia di classificazione sta nell’aver considerato tutti i parametri fino ad allora conosciuti (l’insieme delle funzioni vitali e delle relazioni interspecifiche e intraspecifiche) dei suoi oggetti di studi, le “essenze” appunto. Non che prima nessuno c’avesse provato; anzi, erano stati in troppi. E nessuno di loro si è fatto avanti nella folla delle teorie classificatorie, in quanto i loro sistemi metodici sono risultati essere troppo settoriali e non “basati su assi di divisione molteplici”.

In un mondo di vedenti, la miopia regna sovrana

Non mi capita spesso di avere vicino un classicista, motivo per cui ne ho approfittato, cercando di avere un “parere dell’esperto” su alcune tematiche attuali di carattere culturale: l’abolizione delle lingue antiche dalle scuole, e la concezione che in molti hanno della cultura in generale, intesa come frutto del sapere umano.

“Sulla base di tutto quello che ci siamo detti, credo che sarebbe un atto di miopia abolire lo studio delle lingue morte nei licei. E non solo per una questione di cultura generale”. Tutta la scienza della vita ad esempio si basa oggi sul latino e sui latinismi, per non parlare del fatto che per più di 1500 anni il latino è stato ciò che per noi oggi è l’inglese, mentre in greco sono state tradotte molte delle opere a noi tramandate. Abolirle, mi confessa Pietro, sarebbe come togliere profondità storica a tutto il nostro passato. E su questo Pietro mi trova d’accordo.

Riguardo la seconda tematica, permettetemi una breve digressione. Nel 1963, Charles Percy Snow, scienziato e scrittore inglese, pubblica il suo famoso testo – ormai fuori produzione da tempo – dal titolo Le Due Culture e la rivoluzione scientifica. In questo saggio Snow conia il concetto delle “due culture” denotando che la mancata comunicazione tra due macroaree del sapere (umanistico e scientifico) sarebbe la causa della mancata soluzione dei mali del mondo. Tale pensiero è stato fin da subito travisato da molti, che ancora oggi danno alito ad un Rubicone che non ha motivo di esistere: si fa fatica a dialogare, e si etichetta il “colto” e il “non colto” in funzione del suo percorso di studi. In un’ottica orwelliana, questo sarebbe in pratica un mondo di vedenti in cui la miopia regna sovrana.

Chiedo un parere a Pietro: “Mi piacerebbe rispondere che ‘la cultura è una’. Nel mondo antico, un personaggio come Aristotele passava con estrema disinvoltura dalla critica letteraria della Poetica alla meteorologia. L’idea di abbattere in toto le barriere e gli steccati, per quanto affascinante, mi pare tuttavia poco praticabile in un mondo in cui prevalgono forme sempre più radicali di specializzazione. Ciò non toglie, però, che forme di dialogo interdisciplinare fra più settori siano auspicabili e – dirò di più – dovute. Nel mio piccolo, è quello che tento di fare io con biologia e antichistica. La mia fortuna è che in questi anni sono riuscito a farlo all’interno di una rete che questo dialogo lo pratica su scala internazionale”. E anche su questo sono d’accordo.

Per non parlare di un’altra classificazione, quella che vede una cultura “alta” e una “bassa”. “Sulla base delle mie letture antropologiche, direi che tendo a non distinguere troppo i due ambiti e ad approcciarmi alle cosiddette ‘opere letterarie’ degli scrittori antichi come a prodotti di un tessuto culturale più ampio e diffuso. Per il resto, nella mia vita quotidiana confesso di praticare poco questa distinzione fra alto e basso. Anzi, spesso – per fare un esempio banale – mi capita di leggere Plinio il Vecchio e Cicerone (o Darwin) mentre ho nelle cuffie i Soundgarden o i Queens of the Stone Age“.

Progetti per il futuro

“Vorrei portare avanti un lavoro già avviato sulla metamorfosi fra scienza, letteratura e credenze popolari nel mondo antico. Ma, in fondo, ancora è troppo presto per parlarne. Sicuramente il lavoro di più imminente pubblicazione che posso citare sarà il commento all’Epistula ad Lucilium 124 di Seneca, che sto curando assieme ai miei studenti del Cannizzaro e che probabilmente verrà messo in circolazione, oltre che sul loro sito, anche in un numero speciale della rivista ClassicoContemporaneo“.

Il lupo perde il pelo… ma non il libro

Come di consueto, non posso non chiudere una chiacchierata con la domanda: libro preferito? Pietro, in maniera diretta o indiretta, di libri ce ne ha consigliati tanti, che passano in rassegna tanti anni di letteratura. Ci consiglia Il velo di Iside di Pierre Hadot (Einaudi, 2006), citato quando gli ho chiesto di come è cambiato il nostro modo di vedere la natura, che mostra come la dicotomia ‘visione utilitaristica della natura’ e ‘visione ecologistica’ della stessa “aveva già attraversato il mondo antico”. Va anche sul classico, che non ci sta mai male: di Aristotele cita l’Historia animalium e il De generatione animalium (“ho amato la capacità di costruire le sue opere biologiche come una sorta di panottico che rende conto della molteplicità, della bellezza e della complessità del mondo degli animali[…]”); a lui affianca Plutarco, di cui dice di apprezzare “il fervore animalista che lo spinge a rendere conto dell’attitudine al dolore che accomuna gli altri animali a noi uomini”. A bruciapelo, mi risponde però che di libri preferiti ne ha centinaia. “In momenti diversi darei forse risposte diverse. Al momento mi viene da pensare a Palomar di Italo Calvino”. Perché Calvino, mi viene da pensare, sta su tutto.

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Salam è tornata

Nell’ormai lontano 2000 un giovane biologo decide di accettare un incarico dell’Onu con lo scopo di censire fauna e flora del deserto siriano al fine di istituire delle riserve nei pressi di Palmira, in un momento storico in cui la Siria è ancora “un sonnacchioso paese dittatoriale travestito da repubblica” (la primavera araba arriverà dopo, con conseguenze di non poco conto). Essere responsabile di un progetto del genere è già di suo un grosso onere: hai in mano il destino di un’intera area geografica, di piante e animali; hai soprattutto in mano il destino degli abitanti (umani) del luogo, che sai a priori che faranno fatica a capire e a gestire le tue intenzioni. Sovente capita di assistere, durante lo sviluppo di progetti di tale portata, a scontri generazionali e culturali innescati dal senso di appartenenza che spinge entrambe le fazioni: lo straniero venuto a proteggere, e gli autoctoni pronti a proteggere.

Ma il bello della natura è che non sai mai che sorprese ti riserva. Entri in gioco per un compito importante, e ti trovi di fronte un compito molto più grande dell’incarico affidatoti. In questo caso la sorpresa riguarda la riscoperta quasi casuale di una specie che un tempo solcava i cieli durante le sue rotte migratorie del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Europa meridionale, e creduta estinta dagli inizi del ’900: l’ibis eremita.

Dalle caratteristiche morfologiche uniche, come il lungo becco ricurvo e un ciuffo ribelle nucale, l’ibis eremita era diffusissimo nelle pareti rocciose (su cui nidifica) soprattutto mediorientali. Un pò come potrebbe essere il gabbiano reale oggi nei territori europei. Conosciuto fin dall’antico Egitto e considerato un animale sacro, e quindi venerato e rispettato in quanto “scriba degli dei”, Geronticus eremita, questo il nome scientifico, attualmente è purtroppo rappresentato solo da poche e sparute coppie nidificanti in Medio Oriente. L’IUCN (l’unione mondiale della conservazione della natura), che si occupa di stimare il benessere di una specie e di etichettarne lo stato di salute a fini conservazionistici, stabilisce un “pericolo critico” per questa specie. Tanto per capirci: un gradino precedente all’estinzione in natura e a quella totale. Cause di estinzioni principali: caccia incontrollata da parte dell’uomo, e morte sui tralicci della corrente elettrica durante le tratte migratorie.

Il giovane che ha avuto il fardello di riscoprire prima e di proteggere con le unghie e con i denti poi questo uccello sacro in terra araba è Gianluca Serra, biologo della conservazione e definito da qualcuno, non a caso, “il padre dell’ibis”. Due anni dopo il trasferimento di Serra in Siria per il progetto di cui ho accennato nelle precedenti righe viene avvistato nei pressi di Palmira un esemplare di ibis eremita da un abitante del luogo (si scoprirà in seguito la colonia palmirena composta da sette individui). In questi casi, un avvistamento è sì una speranza, ma può anche essere una delusione: in quelle regioni non si parla più di ibis da tanto tempo, ed è probabile un abbaglio. Dopo un primo momento di indecisione e incredulità, Serra decide di effettuare le dovute indagini “antropologiche” con delle vere e proprie interviste ai siriani. Tra questi, una signora anziana che ancora aveva memoria dell’uccello e da cui è venuta la rivelazione: “Non si trattava infatti solo del ritrovamento di uno degli uccelli più rari al mondo[…]” dice nel libro dedicato all’esperienza siriana dal titolo Salam è tornata. La Parabola ecologica di un uccello sacro nella Siria di oggi (Exorma) e oggetto di questa breve recensione, ma

D’un tratto mi ritrovai con la responsabilità di dover proteggere il volatile più raro e minacciato dell’Arabia.

A contorno della vicenda dell’ibis, il mondo arabo di Palmira e della Siria di vent’anni fa su uno sfondo quasi magico:

La Siria dall’alto appare come una specie di superficie lunare: solo una limitata porzione di territorio montagnoso si affaccia sulla costa colorandosi di verde. Per il resto è il regno del deserto o della steppa desertica: al-Badia, come la chiamano loro, i siriani. Al-Badia deriva dalla radice bdeia, “inizio”: l’inizio di tutto. E qui in effetti un sacco di cose sono cominciate. Territori senza età, testimoni dei primi passi dell’evoluzione delle società umane. Grandioso palcoscenico dell’avvicendarsi inesorabile di imperi e civiltà, ritmati da guerre e invasioni epiche.

Ma in Salam è tornata c’è anche il travaglio delle primavere arabe e delle dittature mediorientali, la corruzione, le difficoltà burocratiche. Un contesto sociale, quello in cui Serra si trova ad operare, che non facilita certo il precario stato di conservazione dell’ibis eremita. Alla responsabilità naturalistica aggiungeteci quindi anche tutta la cornice politica e burocratica della Siria del tempo: abbandono in corso d’opera delle Ong internazionali, intoppi volontari creati dai dirigenti, ritardi voluti e causati dalle autorità locali, controlli serrati, paura di arresti e monitoraggi continui con metodi non convenzionali hanno costituito le sette fatiche del giovane biologo, e sono magistralmente raccontate con dovizia di particolari.

Per fortuna la voglia di fare e l’amore verso la natura trovano spazio anche in questi frangenti drammatici, e ti permettono di riflettere su determinati comportamenti radicati nell’uomo, che sono in pratica il filo di Arianna del libro: fra tutti, l’innato istinto della caccia, che può essere trasformato in abilità nel birdwatching, e le millenarie tradizioni orali, con gli usi e i costumi degli abitanti del deserto, un caleidoscopio di culture che hanno l’effetto di uno tsunami per chi arriva da molto lontano.

Salam è tornata è davvero “la parabola ecologica” di quello che effettivamente sta succedendo a noi e al nostro pianeta. Perché in fondo,

I beduini migrano, si muovono, oscillano tra i pascoli invernali-primaverili e quelli estivo-autunnali. Come gli uccelli migratori.


Nota biografica sull’autore: Gianluca Serra è un biologo della conservazione, ecologo e naturalista, nonché scrittore e divulgatore. Fin da subito si è occupato di ecologia in Italia, in Cile e a Berkeley. Collaboratore dell’ONU, nel 2000 e per dieci anni si trasferisce in Siria, dove si occupa del patrimonio faunistico e floristico dei dintorni di Palmira. È 220testimone diretto della “riscoperta” dell’Ibis eremita, creduto estinto nei primi anni del secolo scorso. Dopo l’incarico in Siria, ottiene un mandato simile in Polinesia. È autore del libro Salam è tornata. La parabola ecologica di un uccello sacro nella Siria di oggi (Exorma edizione).

P.S.: Per chi si trovasse nei paraggi, Gianluca Serra sarà ospite del Museo di Zoologia “Doderlein” di Palermo (venerdì 9 febbraio) dove terrà un seminario dal titolo “La sesta estinzione di massa: il caso recente dell’estinzione dell’ibis eremita dal Medio Oriente e la battaglia in corso per impedire l’estinzione del manumea, specie endemica delle Samoa”. Un’occasione per conoscerlo da vicino e per poter parlare di natura e di libri.

Dodici libri per dodici mesi

Sono appena usciti gli ultimi dati ISTAT riguardo la lettura nel 2017. In sintesi, si legge sempre di meno, e aumenta il divario tra nord e sud anche in materia di libri; leggono di più le donne rispetto agli uomini; sembra esserci una correlazione diretta tra chi legge e chi frequenta determinati ambienti culturali, come cinema e teatro, mentre, di contro, chi non ha letto neanche un libro quest’anno non ha visto neanche un film al cinema o non si è recato neanche una volta a teatro o a una mostra. Sintomo, in quest’ultimo caso, che i libri rimangono ancora il mezzo culturale più potente, che spinge e invoglia verso altri orizzonti istruttivi. Per usare le parole di Huizinga, “Leggere è funzione culturale più fine. Leggendo, lo spirito afferra molto più in fretta, sceglie continuamente, si tende, salta, sosta, riflette […]” (J. Huizinga, La crisi della civiltà, PGRECO, 2012, pg. 140)

In questo inizio di anno nuovo dedico proprio ai libri il primo post del 2018, nella speranza di stuzzicare qualche mio lettore a leggere, a leggere di più, o a leggere roba diversa a cui è abituato. Di seguito quindi trovate una lista (“dodici libri per dodici mesi”), in ordine sparso, delle migliori letture personali dell’anno appena concluso, mentre in fondo, dopo le brevi recensioni, trovate i titoli e i link corrispondenti alle recensioni già stilate in quest’ultimo anno solare, nel caso in cui qualcuno si fosse perso qualche titolo, o nel caso in cui qualche nuovo arrivato voglia recuperare.


1. Una giornata nell’antica Roma (2016) di Alberto Angela (Mondadori)- saggio

La storia è fatta anche di grandi parentele: Bush padre, Bush figlio;

Dumas padre, Dumas figlio; Angela padre, Angela figlio. In quest’ultimo caso, stiamo godendo di tutti i privilegi di un divulgatore che si appresta a essere un degno discendente del padre (come il sommo Piero è ed è stato a sua volta col suo). Mi riferisco naturalmente ad Alberto Angela, figlio del divulgatore scientifico per eccellenza- Piero, appunto-, che in questo saggio dedicato all’antica Roma ci racconta gli usi e i costumi, i segreti e la vita quotidiana di un popolo a noi molto vicino, i romani. Con uno stile degno di un grande oratore, a cui ormai siamo abituati, Angela figlio ci porta nei meandri nascosti della Roma odierna, per descrivere una giornata tipo dello stile di vita imperiale di due mila anni fa.

2. Lamina gemella (2017) di Enrico Bellia (autoprodotto)- romanzo

Lamina Gemella di [Bellia Enrico]

Un libro al limite tra il noir e il dramma psicologico. Un libro che gioca molto con gli stati d’animo e con le situazioni quasi pirandelliane in cui i loro protagonisti si ritrovano. Un libro che gravita intorno all’arte, di Magritte nello specifico, con uno sfondo quasi distopico. Un romanzo d’esordio per uno scrittore d’esordio. Con un finale col botto. Protagonisti sono l’ispettore Edward James, alle prese con problemi coniugali, esistenziali e professionali, il collega Jim (Leo) Cricket “sempre fuori luogo e fuori tempo”, e la psicologa forense Mirea, la quale risulta essere il giusto connubio tra intelligenza investigativa e fiuto femminile, elementi chiave nel permetterle di leggere le situazioni in cui si ritrova.
Lamina gemella si è posizionato tra i 50 finalisti del concorso letterario (2017) per esordienti de ilmiolibro- Gruppo L’Espresso. Potete trovarlo su Amazon in ebook, al costo di un caffè: 0,99 cent. Compratelo, sarà di sicuro una bella compagnia sotto l’ombrellone 2018.

3. Che cos’è la vita? (1944) di Erwin Schrödinger (Adelphi)-saggio

Erwin Schrödinger è celebre al grande pubblico per aver ideato quell’esperimento mentale con soggetto- ahinoi- un gatto che ha lo scopo di illustrare il principio di indeterminazione che sta alla base della meccanica quantistica. Nobel per la fisica, Schrödinger è stato uno dei primi a porsi determinate domande riguardo le implicazioni delle nuove teorie fisiche novecentesche sulla vita e sulla cellula. Le sue idee, infatti, dopo essere state esposte al Trinity College (1943), sono state raccolte ed elaborate in questo piccolo e potente libro, che, non a caso, porta come sottotitolo “la cellula vivente dal punto di vista fisico”. Il saggio (1944), oltre ad aver aperto le danze alla biologia molecolare, è stato, qualche anno più tardi dalla sua pubblicazione, fonte di ispirazione per due giovani scienziati che avrebbero cambiato per sempre la scienza: Watson e Crick.

4. Cromosoma Y (2007) di Steve Jones (Orme Editori)-saggio

Scritto da Steve Jones, un genetista gallese e docente allo University College di Londra, Cromosoma Y parla dell’uomo in quanto “masculo”, sviscerando l’argomento in lungo e in largo: “dalla biologia al sesso, dall’antropologia al costume: passato, presente e futuro dell’umanità al maschile”. Partendo dagli assiomi de L’origine dell’uomo e la selezione sessuale di Darwin, Jones ci racconta come il “sesso forte” non sia poi tanto forte, soprattutto in ambito genetico. Basti pensare che il cromosoma Y, la parte genetica che dà istruzioni per la mascolinità, sta pian piano scomparendo a causa della riduzione del suo patrimono genetico. Jones ci spiega dunque il perchè dell’essere maschio con tutte le sue conseguenze, positive ma più spesso negative, con ironia e onestà intellettuale, ribaltando la tendenza nata con Il secondo sesso (1949) di Simone de Beavoir secondo cui “un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla particolare condizione del maschio umano”.

5. L’eredità flessibile (prima edizione 2015) di Sharon Moalem (Feltrinelli)-saggio

Avete presente la deformazione professionale, ossia non staccare mai la testa dal lavoro e traslare la propria professione in ogni cosa? Ecco, quando lo fa un medico, nello specifico un genetista, può succedere di trovarsi in situazioni imbarazzanti. Come lo dici a una tua cara amica che la sua distanza interpupillare nasconde una malattia genetica, magari non fatale, ma pur sempre una malattia? Come glielo spieghi a una persona appena conosciuta, amico di amici, che la forma delle sue dita presuppone delle disfunzioni ereditarie? Sono questi alcuni dei momenti in cui si ritrova Moalem, autore di L’eredità flessibile, che in questo libro ci parla di “come i nostri geni ci cambiano la vita e come la vita cambia i nostri geni” senza però mai appesantirne la trattazione, allargando anche al mondo vegetale e animale, e spruzzando qua e là qualche esperienza personale che ha molto di ironico.

6. Elogio dell’imperfezione (prima edizione 2010) di Rita Levi-Montalcini (Baldini & Castoldi)- romanzo

Elogio dell’imperfezione è l’autobiografia di una grande donna barricadera, Rita Levi-Montalcini, di cui dobbiamo vantarci, e di una grande scoperta vincitrice del Nobel, il fattore di crescita neuronale, di cui dobbiamo essere orgogliosi. Il titolo sembra apparentemente fuoriluogo, e vi rimando al testo per capirne la logica disarmante. Il libro si apre con la descrizione dell’ambiente culturale di Torino, dove Rita cresce e studia, e con le difficoltà di avere “due cromosomi X” riscontrate quando decide di iscriversi a medicina, e si chiude con una lettera a Primo Levi, una delle vittime “dell’imperfezione” umana del secolo scorso. Come chiusa al testo invece una parte intitolata “Dieci anni dopo” che riporta due appendici sul Nerve growth factor, intitolate a loro volta “La nuova rotta”, e “In retrospettiva e prospettiva”. In mezzo l’intero travaglio di una donna scienziato che per amore della ricerca è stata costretta ad affrontare di tutto. Elogio dell’imperfezione è un libro profondo, come la sua autrice, e pieno di amore verso la ricerca e la scienza, come lo era Rita Levi-Montalcini.

7. La mia famiglia e altri animali (prima edizione italiana 1975) di Gerald Durrell (Adelphi)- romanzo

La mia famiglia e altri animali è la storia del trasferimento in

Grecia, a Corfù, di Gerald Durrell (1925- 1995), ancora adolescente e con una spiccata curiosità naturalistica (che gli permetterà di essere un futuro zoologo e divulgatore), e della sua famiglia, nel periodo che va da 1935 al 1939. La presentazione che ne fa lo stesso autore è tutto un programma: “In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato i vari amici a dividere i capitoli con loro”. Fa da sfondo il paradiso terrestre dell’isola greca, raccontata magistralmente, mentre ironia nel narrare la vita quotidiana e passione per la storia naturale non lasciano mai la trattazione. Il libro (prima edizione inglese 1956) è il primo di una trilogia dedicata all’esperienza a Corfù, a cui fanno seguito Storie di animali e di altre persone di famiglia (prima edizione inglese 1969, pubblicato in Italia da Guanda) e Il giardino degli dei (edizione inglese 1978, pubblicato in Italia da Neri Pozza). Di recente LaEffe ha trasmesso la trasposizione dal titolo I Durrell- La mia famiglia e altri animali, che racchiude tutti e tre i libri.

8. La collina dei conigli (2016) di Richard Adams (BUR)- romanzo

La collina dei conigli (prima edizione inglese 1972), scritto da Richard Adams (1920-2006), è ormai un libro culto della letteratura a sfondo naturalistico, in Italia arrivato alla sesta edizione. L’autore prende spunto da una storia inventata per le sue figlie e in seguito affinata e trascritta proprio per insistenza di quest’ultime. Rifiutato e riscritto per ben sei volte, per poi diventare un best seller e vincitore di premi prestigiosi, narra le vicende di un gruppo di conigli antropomorfizzati, e quindi con le loro ideologie, il loro idioma- il “lapino”- e i loro miti, che scappano dalla loro conigliera al grido di “quelli che vogliono essere liberi possono seguirci”. La vicenda prende le mosse dal sensitivo Quintilio che vede in sogno la distruzione della propria conigliera per mano dell’uomo. Da lì a ritrovarsi in aperta campagna, con tutte le insidie e le paure del caso, è, per i conigli e per i lettori, un attimo.
Alla base del romanzo ci sono un accurato studio sul coniglio ispirato dall’opera del naturalista inglese Ronald Lockley dal titolo La vita privata del coniglio (1964) e una genialità pari, forse, a quella di Omero.
L’opera è stata più volte citata e adattata in vari ambiti, da quello teatrale a quello musicale, ma il film di animazione del 1978 di Martin Rose resta comunque il più conosciuto.

9. Fredrik Sjöberg (autore, pubblicato da IPERBOREA)-

Fredrik Sjöberg (in foto a destra) è la scoperta dell’anno per molti: se fate una piccola ricerca su qualsiasi motore di ricerca o social troverete pareri positivi ed entusiasti in merito. Il motivo, per chi lo ha letto, è semplice: Sjöberg riesce a “collezionare” più stili, più generi, più storie in ogni singolo suo libro, mettendo d’accordo tutti. I tre libri pubblicati in Italia da Iperborea (L’arte di collezionare mosche -2015, Il re dell’uvetta -2016, L’arte della fuga -2017) fanno parte di una trilogia, soprannominata appunto “del collezionismo”, che può essere anche letta a prescindere dall’ordine di uscita o può essere non letta per intero (ma sarebbe cosa buona e giusta leggere tutti e tre i libri, così, per “bottonologia letteraria”). Grazie alla trilogia, Sjoberg ha anche vinto il premio IGNobel (prima ridi e poi rifletti) (2016) nella categoria letteratura con la seguente motivazione: per “l’opera autobiografica in tre volumi sul piacere di collezionare mosche che sono morte, insieme a quelle ancora in vita”. Onore al merito alla casa editrice, che ha portato un vero gioiello in terra italica.

10. Piume (2016) di Thor Hanson (Il Saggiatore)-saggio

Thor Hanson è uno scrittore e biologo della conservazione nordamericano, in Italia pubblicato da Il Saggiatore. Di Hanson, la casa editrice ha da poco stampato Semi. Viaggio all’origine del mondo vegetale (2017), che credo sarà una delle mie letture (spero preferite) del 2018. Dello stesso autore è anche il saggio che vi presenterò in queste poche righe, Piume. L’evoluzione di un miracolo della natura (2016), una delle belle letture dell’anno appena concluso. Il fil rouge di tutto il libro è il seguente: “Tra tutte le caratteristiche che fanno di un uccello un uccello, solo le penne sono una sua esclusiva”. Un assioma che desta meraviglia in chi si approccia all’argomento penne, e quindi uccelli, ma anche in qualsiasi studioso della natura.
Hanson usa un criterio olistico e quasi ecumenico per parlare di questo “miracolo della natura”, il quale prevede di descriverne la loro origine, parlando di paleontologia, la loro struttura, tracciandone l’anatomia, il loro “effetto collaterale adattativo”, e quindi chiamando in causa l’evoluzione sessuale; dedali di scibile umano intercalati da perle socio-antropologiche a cui l’autore spesso rimanda. Motivi per cui da Semi, il secondo capitolo italiano di Hanson, mi aspetto grandi cose.

11. Eccessi di culture (2004) di Marco Aime (Einaudi)-saggio

Siamo sicuri che la nostra cultura sia quella giusta, mentre le altre siano frutto di obbrobri mentali? Siamo sicuri di appartenere a una sola cultura, figlia di tradizioni radicate nelle e tra le generazioni? Siamo sicuri di doverla difendere a tutti i costi da altre potenziali minacce e contaminazioni? Queste sono domande con cui ognuno si confronta, soprattutto in questo momento pregno di polemiche riguardo l’integrazione e di panchine antibivacco. Ma se la storia è maestra di vita, allora sarebbe il caso di volgere lo sguardo al passato per capire il presente: “Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo”. Marco Aime, antropologo culturale presso l’Università di Genova, con Eccessi di culture prende le mosse da casi attuali di scontri culturali in terra italiana per spiegarci come non esiste una sola cultura, ma come esistono invece più culture che nel tempo cambiano ed evolvono, tra “memoria e oblio”, miscelandosi tra di loro.

12. La mia Africa (prima edizione 1937) di Karen Blixen (Feltrinelli)-romanzo

“In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong. A un centocinquanta chilometri più a nord su quegli altipiani passava l’equatore; eravamo a milleottocento metri sul livello del mare. Di giorno si sentiva di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini, come la sera, erano limpidi e calmi, e di notte faceva freddo.” Un incipit preannunciatore di un viaggio in una terra così lontana, ma così vicina alla nostra, piena di colori, suoni e odori. A descriverlo è Karen Blixen (1885- 1962), borghese danese trasferitasi in Africa per provare nuove emozioni e per ritrovare se stessa. Dopo il ritorno in terra danese è nato un romanzo che ha rischiato di vincere il Nobel per la letteratura, La mia Africa, ricco appunto di Africa, di africani indigeni, di bianchi, di usi e costumi miscelati a creare culture differenti. Da questo libro ne è stata fatta una trasposizione cinematografica vincitrice di 7 Premi Oscar dall’omonimo titolo (1985) con Meryl Streep e Robert Redford.


Di seguito, i libri letti e già recensiti nel blog. Trovate il link accanto.

Zio tungsteno di Oliver Sacks-recensione
La sesta estinzione di Elizabeth Kolbert-recensione
Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan-recensione
Economia senza natura di Ferdinando Boero-recensione
Il coccodrillo come fa di Lisa Signorile-recensione
L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöbergrecensione
Il libro del mare di Morten A. Stroksnes recensione
Spillover di David Quammenrecensione
Volare di Noah Strycker- recensione

Una storia commestibile dell’umanità

Risultati immagini per una storia commestibile dell'umanitàUno dei grandi problemi del XXI secolo riguarda l’espansione demografica umana: in meno di cinquant’anni abbiamo superato abbondantemente i sette miliardi di persone, a scapito di un pianeta che non riesce più a reggerci e a sorreggerci. Del resto, se siamo riusciti a scansare la trappola malthusiana è solo merito del veloce processo di industrializzazione che ha caratterizzato la nostra società a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Se siamo arrivati a questo punto (di non ritorno) è solo grazie a (o a causa di, punti di vista) un insieme di fattori di cui la produttività agricola è di sicuro la causa principale: incrementata a partire dal dopoguerra (e quindi solo di recente nella storia dell’uomo) grazie alle nuove conoscenze in campo agronomico, ha contribuito infatti ad amplificare un fenomeno che ha poco a che fare con le leggi che vigono in natura. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, di cui l’installazione deve ricercarsi nelle pagine di storia ancora più datate: lo stato della popolazione mondiale attuale deve infatti la sua crescita anche e soprattutto ai retaggi di quelle nuove importazioni alimentari avvenute a partire dalla scoperta dell’America. Da quell’anno, il 1492, si è innescato un effetto domino che ha acceso a sua volta vari processi, i quali si sono riversati e si riversano, in maniera più o meno diretta, sull’uomo e sull’ambiente.
Con i viaggi di Colombo infatti l’assetto geopolitico delle civiltà medievali cambia radicalmente, e il nuovo parametro di potere diventa un alimento a noi oggi molto conosciuto ma valutato solo in ambito culinario: le spezie. “Oggi la maggior parte della gente passa accanto alle spezie del supermercato senza neanche accorgersi di quell’esercito di bottigliette. Per certi versi è una triste fine per un commercio che un tempo ridefinì il mondo”. Per lungo tempo infatti esse sono state moneta di scambio per i commerci, diventando quindi da subito sinonimo di potere e di abbondanza, e contribuendo al processo di globalizzazione che tanto caratterizza la nostra era.

Proprio su come le spezie hanno rimodellato la nostra cultura si basa Una storia commestibile dell’umanità di Tom Standage, edito da Codice Edizioni nel 2010. Tom Standage, abile divulgatore, non è nuovo nel panorama editoriale mondiale: è editor della prestigiosa “Economist” ed è stato al servizio di testate di primo livello quali il Guardian, il New York Times e Wired. In Italia ha pubblicato altri due titoli, di cui uno fa da spalla al libro qui recensito, Una storia del mondo in sei bicchieri (2005); l’altro descrive i “primi 2000 anni dei social media” e porta il titolo de I Tweet di Cicerone (2015), entrambi editi in Italia da Codice. Standage è anche un attivo blogger su questa piattaforma.

Di particolare interesse è la struttura del saggio, diviso in cinque parti. Le prime due sono introduttive all’argomento e dedicate interamente all’agricoltura, alla sua nascita e alla sua diffusione, nonché a come questo processo sia stato fondamentale nel cambiare l’assetto sociale dell’uomo: da sparuti gruppi di cacciatori-raccoglitori a sovrani e sudditi, e quindi ricchi e poveri. In questi capitoli di presentazione trovano spazio anche riflessioni riguardo la nascita delle religioni e l’impatto delle offerte votive come sintomo di potere. Le parti a seguire descrivono il fiorente commercio creatosi attorno agli alimenti, spezie tra tutti, con la conseguente diffusione dei differenti approcci culturali ad essi legati: arte, religione, geografia, stili di vita abbienti e meno agiati sono e sono stati infatti frutti di un seme chiamato globalizzazione. La quale, grazie a tre alimenti di origine vegetale onnipresenti nella nostra tavola (la patata, lo zucchero e il mais), ha permesso di svincolare l’uomo, sulla via dell’industrializzazione, dalla trappola malthusiana. L’ultima parte è quella che forse più ci tocca da vicino: le due guerre, gli alimenti in scatola, le carestie russe, lo sfruttamento ambientale e le rivoluzioni verdi, tutti argomenti che molto hanno a che fare con le metodiche strategie di potere.

Standage si serve di un linguaggio semplice, fluido, accattivante, mai ripetitivo. D’altro canto, nello sviluppare un testo del genere, ha avuto dalla sua i suggerimenti di ottimi maestri: tra tutti Michael Pollan, autore, tra gli altri, del best seller Il dilemma dell’onnivoro, e Matt Ridley, maestro divulgatore e autore de La regina Rossa, pilastro della letteratura odierna in materia di evoluzione.

Una storia commestibile dell’umanità è un gradevole resoconto sulla nostra società e su come essa sia cambiata a partire dai primi insediamenti umani fino ad oggi, che guarda l’argomento con un occhio libero dai canonici metodi di indagine: “Rispetto ai classici testi sul cibo, questo è un libro insolito perché dice ben poco sul sapore degli alimenti o sulle gioie della buona cucina”. Dice tanto invece sul suo uso come moneta di scambio, o come simbolo di potere, o come arma di distruzione di massa.

La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

Il libro del mare

La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è di circa tre volte maggiore rispetto a quella della terra emersa. Dato tale rapporto, il nostro pianeta dovrebbe avere quel nome, acqua, e non questo, terra. Purtroppo o per fortuna le cose sono andate come le conosciamo, e così ce le teniamo.
Riflessioni kafkiane a parte, l’acqua è da sempre stata interessante da più punti di vista: in campo letterario per la mole di opere che ha ispirato, per la filosofia per i molteplici spunti di riflessione che ha iniziato, in materia di chimico-fisica per le sue proprietà uniche, a livello biologico per avere acceso un fuoco che ancora oggi brucia: la vita, una combustione che dura da più di tre miliardi e mezzo di anni e che ha forgiato le infinite forme viventi appartenenti ai cinque grandi regni della natura.

Presa singolarmente ogni disciplina di cui sopra ha il suo fascino, ma è possibile associare tutte queste visioni differenti in un approccio vasto ed olistico? È possibile parlare di acqua sotto tutte le sue sfumature? È possibile, al contempo, leggere di coccolitofori, di acidificazione degli oceani, di Moby Dick e di terre leggendarie? Sì, tutto questo è possibile se si scrive un libro sul quel gran pentolone di acqua salata esistente in natura, il mare, e se si seguono le tracce del mostro marino nordico per eccellenza: lo squalo della Groenlandia.

A proposito di mostri marini. Lo squalo della Groenlandia, una specie (in senso tassonomico) di vertebrato cartilagineo, nonchè il più grosso carnivoro tra i viventi, si pone al limite tra la realtà e la mitologia per la sua ecologia troppo schiva e riservata nei confronti dell’uomo. Nonostante in passato sia stato infatti soggetto delle fantastiche scritture dei poeti nordici e dei miti da essi tramandati, oggi, accantonato l’alone di mistero di cui era impregnata la sua fama, si continua a conoscere ben poco della e sulla sua figura. Di certo, sapere che è il vertebrato più longevo in natura non permette di scrollarsi completamente di dosso tale nomea: “[…]oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole”.

Proprio intorno alla sua evanescente presenza ruota Il libro del mare di Morten Strøksnes (Iperborea, 2017), un racconto su […] come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare.
Morten Strøksnes, scrittore norvegese, e un suo amico di vecchia data, abbastanza determinato, taciturno e artista sui generis, decidono di andare a caccia dello squalo della Groenlandia armati di tanto coraggio e di tanta speranza: nei periodi favorevoli e con circa quattrocento metri di lenza si immergono nella bellezza dei mari del nord e constatano in prima persona di quanta pazienza e fermezza d’animo necessita chi vuole affrontare un’avventura del genere. Avventura non di prima mano, sia chiaro: molti (tra parenti, amici e mentori vari) prima di loro hanno già provato l’ebbrezza di una impresa simile, ma i nostri decidono comunque di affrontare il viaggio privi di ogni consiglio e consci del fatto che, scevri da ogni influenza, l’emozione di potersi trovare di fronte al leggendario mostro marino non potrà essere di certo subito dimenticata.

Così come il mare ha funto da faro per diversi grandi maestri della letteratura, allo stesso modo la permanenza in acqua ad intervalli regolari permette a Strøksnes di essere a sua volta illuminato, e, di conseguenza, di essere a sua volta un cicerone: indirizza infatti il lettore nell’universo marino, sviscerandone ogni suo più recondito meandro e regalandogli un’opera ai limiti del poema epico. Il risultato è “Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino […]”, che ha come linea guida uno dei mostri acquatici più temuti dai marinai dell’ultima Thule.
Ma il libro racconta anche di elementi culturali e sociali di grande spessore: miti e leggende legati, ovviamente, al mare e ai mostri marini, resoconti di scambi commerciali e culturali tra gli abitanti del nord e l’Italia, riflessioni evoluzionistiche e stratigrafie geologiche, introspezioni legate al culto dell’ignoto si rivelano essere il giusto corollario ad un giusto teorema. Il tutto cucito da una prosa degna di un poeta, di facile lettura e fluida come l’ambiente che ci descrive.
(Che poi, se nel testo ti ritrovi anche Thor, il supereroe Marvel, figlio di Odino, allora capisci quanto davvero potente possa essere questo pentolone pieno di acqua salata e quanto geniale possa essere stato l’autore.)

Il libro al momento si colloca al secondo posto tra i più venduti del mese nella categoria “casa editrice”, e, stando alle premesse, farà ancora molta strada: è stato un caso letterario alla Fiera di Francoforte del 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi. E’ infatti un libro fatto di grandi speranze, di grandi aspettative, e di grandi promesse: navigare tra le sue pagine significa remare tra curiosità, cultura e pathos, elementi con cui Strøksnes ha intriso ogni sua frase.

Breve nota biografica sull’autore: Morten Strøksnes è uno scrittore, storico, giornalista e fotografo norvegese. Riguardo la sua carriera da scrittore ha all’attivo diversi reportage e saggi, mentre in campo prettamente letterario scrive recensioni per i principali giornali e riviste letterarie norvegesi. Tra i suoi lavori si annoverano quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo.

L’arte di collezionare mosche

Iperborea è una casa editrice nata meno di vent’anni fa, diciannove per l’esattezza, che come pregio ha quello di aver portato in Italia i venti del nord, soffiati dalla sua letteratura; il suo unico, forse, “difetto” è quello di non poter competere con i grandi colossi dell’editoria in quanto ancora troppo giovane, nonostante il suo fatturato negli ultimi anni sia cresciuto in media del 20% ogni anno.
Il suo marchio di fabbrica sta nelle sue edizioni, oltre ai suoi scrittori inediti in Italia: un formato che richiama la forma e la dimensione dei mattoni di terracotta, quasi a ricordarci che i libri sono, indiscutibilmente, i mattoni della mente.

Risultati immagini per l'arte di collezionare mosche

Confesso di non conoscere appieno il suo catalatogo, ma, da quando è stato pubblicato, un suo libro ha attirato subito la mia attenzione. Per vari motivi. Primo: la copertina. Sarà per deformazione professionale, ma se in quest’ultima ci sono delle mosche messe in posa come per un cassetto di un museo ecco che divento vittima del marketing mediatico. Secondo: il titolo. L’arte di collezionare mosche. Accostare assieme i termini “arte”, “collezionare” e “mosche” fa accendere il secondo campanello di allarme. Terzo: la presentazione. Se l’autore viene presentato come “scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale”, mentre la quarta di copertina recita “tutti nell’intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti”, allora ecco che si chiude il cerchio. Attirata completamente la mia attenzione, leggo pure la trama, per fugare ogni dubbio. Posato il libro, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave della sinossi che apparentemente sono sconnesse tra loro: “insetti”, “sirfidi”, “collezionismo”, “irrequieti”, “Chatwin”, “Lawrence”, “Kundera”. Colpo di fulmine istantaneo, e motivo per cui sto quì a presentarvi appunto L’arte di collezionare mosche di F. Sjoberg, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice succitata.

Ma andiamo subito al sodo. Il libro di Sjöberg è di difficile categorizzazione: si presenta a tratti come un saggio, a tratti come un romanzo; il testo è una miscela di prosa e poesia, mentre il suo ritmo per alcuni versi sembra accelerare, a volte rallenta, altre volte ancora subisce una sincope che quasi sembra prenderti a sberle. E’ un pò come stare sul nastro di Möebius, dove sai da dove sei partito, ti ritrovi in un punto di arrivo opposto a quello di partenza ma non ti rendi conto come ci sei arrivato: letteratura, riflessione e divulgazione si fondono con umorismo e poesia.
Tecniche stilistiche a parte, andiamo alla trama. Il racconto si svolge su due livelli. Il primo, il filo di Arianna di tutto, è una soluzione omogenea composta da un solvente, incarnato nell’autobiografia dell’autore, e da un soluto, rappresentato dai sirfidi, dove per “sirfidi” si identifica quel gruppo di insetti che comunemente chiamiamo mosche. Proprio le mosche sono i protagonisti indiscussi del testo e primo amore naturalistico di Sjöberg.
L’altro livello narra delle vite di personaggi autorevoli in diversi campi, dall’entomologia alla storia, dal teatro alla letteratura alla filosofia, che in qualche modo si sono trovati davanti il cammino di Sjöberg. Tra questi, spicca la figura di Malaise, inventore della trappola per insetti che porta il suo nome, “illustre scienziato e teorico visionario dell’esistenza di Atlantide. L’uomo degli eccessi che diventa per Sjöberg il suo inafferrabile alter ego”. I due livelli si intrecciano a vicenda, a volte si allontano, altre volte ancora sembrano avere l’effetto di uno tsunami che sbatte sulla costa. Magnifico, direi.

Il testo, ed è questo il dato interessante, la ciliegina sulla torta, può essere letto anche tramite un’altra chiave di lettura: quella prettamente naturalistica. Per i naturalisti, le isole sono dei paradisi in tutto e per tutto. Sono spazi biologici ampi per la loro peculiare biodiversità, ma sono al contempo spazi geografici ristretti per lo studioso che presto o tardi impara a memoria ogni loro segreto. In fin dei conti, 15 km quadrati sono molto pochi per l’uomo, ma sono un’immensità per le mosche. Motivo per cui Sjöberg decide di trasferirsi proprio su una piccola isola spinto dal forte senso naturalistico con cui è cresciuto, e con il proposito di dedicare anima e corpo al collezionismo delle mosche “isolane”. Perchè proprio le mosche? “In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, (…) le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia”. Un pò di parte, bisogna ammetterlo, ma chi sono io per giudicare? Non si vedono tanto in giro scrittori che scrivono di natura, figuriamoci di mosche, e con lo stesso stile!

Spinto da una forte lentezza d’animo e da una spiccata passione nata in adolescenza, Sjöberg diventa allora un entomologo specialista in sirfidi, e ci descrive, quasi come se stesse scrivendo un diario, le emozioni che possono scaturire dalla conoscenza approfondita dei luoghi e degli animali che lo hanno reso tale. Al grido di “nessuna persona sensata si interessa alle mosche”.

Ma L’arte di collezionare mosche è anche altro. È un inno al collezionismo e alla bellezza delle forme della natura. È un bestiario sull’animo umano, un elogio alla lentezza e alla solitudine. E’ un saggio che tratta di insetti, ma è anche un romanzo che tratta di maestri in diversi campi dello scibile umano. È, in pratica, tanta roba intrisa di voli pindarici che non stancano e tengono sveglia la mente del lettore mentre si scorre ogni singola parola del testo: “(…) perchè la natura, o almeno il pensiero della natura, è una via fuga”. Da cosa, non è dato sapersi, ma si lascia a noi lettori la libera interpretazione.

Breve nota biografica dell’autore: Fredrik Sjöberg è un entomologo, scrittore teatrale, giornalista culturale e collezionista. Da quando si è trasferito in una delle piccole isole al largo della Svezia, di fronte Stoccolma, ha ampliato la sua collezione di mosche, diventandone il maggiore esperto nel territorio. Tale collezione è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009, riscuotendo discreto successo. Attualmente, sempre per Iperborea, ha pubblicato, oltre L’arte di collezionare mosche (2015), anche Il re dell’uvetta (2016) e Una via di fuga (2017), racconti che, in un modo o nell’altro, parlano sempre e solo di natura.