INTERVISTA A LUIGI BOITANI: QUANDO LUPI E LIBRI SANNO DI MAGICO

Sono sempre stato affascinato da due cose: i lupi e i libri. Anche se ancora non ho avuto il piacere di incontrare un “principe delle foreste”, e di lavorarci, i libri mi hanno permesso di conoscerlo, di capirlo, e, soprattutto, di continuare ad amarlo. Hanno contribuito ad alimentare nei miei confronti la sfera mistica e regale che lo circonda. Un testo in particolare ha svolto magnificamente questi ruoli: Dalla parte del lupo di Luigi Boitani, di cui ne ho fatto una recensione tempo fa quì. Il libro in sé è potente non solo per il tema trattato, ma anche perché una delle poche copie esistenti in circolazione è finita nelle mie mani per caso. Oggi (31 ottobre 2017) ho avuto la prova di quanto lupi e libri abbiano influito sulla mia persona e sulla mia formazione: mi hanno permesso di incontrare e intervistare proprio Luigi Boitani, uno che di lupi ne ha conosciuti parecchi, e figura di congiunzione tra queste mie due passioni. L’occasione si è manifestata durante la sua visita al Museo di Zoologia P. Doderlein per M’ammalia, la settimana dei Mammiferi.

È inutile confessare quanto io sia stato agitato in questi giorni, e penso sia inutile spiegarvi le mie motivazioni a riguardo. Vi lascio quindi all’intervista. Godetevela, come ho fatto io.


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Cominciamo dalla domanda più difficile (ride). Chi è Luigi Boitani? E di cosa si occupa?

Mha… sono un pensionato (ride di nuovo, ma con gusto), anche se in realtà non è cambiato nulla rispetto a prima. Continuo a fare quello che facevo: continuo cioè ad essere professore di Zoologia a Roma, a La Sapienza, e tengo ancora un corso. Tutte le attività accademiche [che faccio, nda] però sono migliorate, nel senso che non sono più obbligato ad occuparmi di cose che mi annoiano e mi annoiavano, come burocrazia e amministrazione. Mi hanno anche fatto emerito all’Università e mi occupo ancora di conservazione della natura a tempo pieno. Faccio parte infatti dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), e questo mi porta via letteralmente un sacco di tempo. Da tre anni faccio pure il direttore di una fondazione a Ginevra che finanzia progetti di conservazione.

Ecco, questo introduce la prossima domanda: perché proprio la conservazione della natura? È stata una scelta casuale, o c’è una motivazione precisa?

Io in realtà sono prima di tutto un conservazionista e poi un ricercatore universitario. Credo moltissimo alla e nella conservazione, e sono fermamente convinto che questa abbia bisogno di una maggiore impostazione scientifica rispetto a quanto non ne abbia avuta fino ad esso.

Lei si occupa di grandi mammiferi (soprattutto, tiene ad aggiungere). Da dove è nata la passione per questo gruppo di animali?

Verso i grandi mammiferi ho da sempre avuto una particolare passione. Lavorarci invece è stato DSCN5415come trovarsi al posto giusto al momento giusto. Io sono nato infatti come zoologo in un istituto di zoologia che al tempo in cui ero studente era forte in Italia. Tanto forte che altri zoologi italiani, ad esempio di Palermo o di Milano, venivano a Roma ogni tanto dicendo con carineria di “venire a respirare”. “Respirare” in quanto quello era un ambiente impregnato di fervore accademico, ricco di gente e di personalità, con un gran numero di persone di e con una decina d’anni di esperienza in più di me. Ognuno con le idee chiare e con una carriera quasi avviata; ognuno specialista in un campo diverso. In massima parte si trattava soprattutto di entomologi ed esperti di invertebrati.

Quando sono entrato da studente, mi hanno posto la domanda: “e tu di cosa ti vuoi occupare?” (Allarga le braccia con fare interrogatorio ed esclama: Bho?!) Non avevo un’idea precisa su cosa voler fare; gli insetti mi stavano e mi stanno simpatici, ma le mie passioni erano altre. Tuttavia, dovevo per forza diventare uno specialista se volevo continuare. Mi sono guardato quindi un po’ intorno cercando un ruolo ancora libero tra gli entomologi o che mi potesse piacere maggiormente: odonati (esclama, con a seguito un respiro misto a sollievo e stupore)! Bellissimo, non lo faceva nessuno… benissimo! “Sarai un esperto di libellule!” E quindi ho fatto una tesi sulle libellule, non per loro amore ma perché per studiarle bisogna stare sul campo, e a me andava di stare per campi. Di conseguenza, ho fatto una tesi sulle libellule in campo. Ovviamente la mia vera passione non era quella, erano uccelli e mammiferi, soprattutto mammiferi, per cui ho mollato le libellule appena ho potuto, ossia quando mi si è presentata l’occasione: coprire un buco di due mesi con un progetto sui lupi. Due mesi che sono diventati quarant’anni. Però le libellule mi sono rimaste molto simpatiche, ho imparato un sacco di cose curiose a riguardo.

A proposito di grandi mammiferi. Se non ricordo male, nel suo libro, lei parla di lunghe giornate nei campi, in attesa del lupo. Cosa si prova?

Ho lavorato molto sul campo, e continuo ancora adesso. A me piace andare fuori e sentire gli animali nel bosco, carpire tutto ciò che è vivo nell’ambiente naturale. Ed è una fonte di pace.

A proposito di mammiferi. L’uscita del suo libro più divulgativo, Dalla parte del lupo, è del 1986 e non esistono più copie in giro. È per caso in programma una ristampa?

No, al momento non ci sono ristampe in programma. C’è però l’idea di scrivere un altro libro. Non so ancora che ci scrivo… ma me lo hanno chiesto in tantissimi. Naturalmente sarà un libro diverso, perché, a distanza di trent’anni dall’uscita de Dalla parte del lupo, quello che era il lupo italiano allora [fine anni settanta inizio anni ottanta, nda] oggi non esiste più, è tutta un’altra vicenda nel nostro territorio.

Il libro è strutturato in due parti, una che riguarda il lupo reale, l’altra il lupo fantastico. Quale delle due parti le piace di più?

Il lupo reale è infinitamente più bello di quello fantastico. Quello fantastico è una lagna micidiale: è fatto di storie, di Cappuccetto Rosso e robe del genere. Io poi non sono un umanista, o un antropologo, per cui preferisco di gran lunga quello reale.

E questo mi permette di introdurre la seguente domanda: ancora oggi si raccontano tante storie sui lupi. Come reagisce quando ne sente parlare?

Hai iniziato la domanda mettendo “storie” al suo interno. (Silenzio quasi ammonitore) A tal proposito, mi sento di fare delle raccomandazioni soprattutto ai giovani studenti e ricercatori: le storie lasciatele da parte, l’ambiente accademico scientifico è fatto di scienza, non di storie. Ci sono altri luoghi in cui poter sentire storie. La scienza è un’altra cosa.

In materia di conservazione del lupo, per forza di cosa bisogna incappare nel bracconaggio. Come viene vissuto tale fenomeno dagli altri paesi rispetto all’Italia?

L’Italia è un faro di buona gestione del lupo in Europa. Figurati quindi gli altri paesi. Unica eccezione è data dalla Germania, dove non ci sono tanti animali domestici in giro e i lupi preferiscono rimanere nelle foreste del nord. Si è creata quindi la giusta armonia tra uomo e natura che non crea danni a nessuno.

Cosa pensa della recente razza di cane nata nei Balcani, il lupo cecoslovacco?

Il lupo cecoslovacco è figlio di un incrocio tra un lupo maschio e un pastore tedesco femmina. Trovo questa trovata demenziale. La creazione del cane è avvenuta undicimila anni fa, e da quel momento sono venute fuori tantissime razze di cane diverse, che bastano ed avanzano. I lupi cecoslovacchi sono degli ibridi, che, come tutti gli ibridi [tra animali addomesticati e selvatici, nda], possono essere sì belli, anche se “bello” è un concetto relativo (“ogne scarrafone è bell’a mamma soja”), ma sono animali pur sempre imprevedibili anche se cresciuti in ambienti domestici. Possono essere splendidi animali tranquilli e innocui, che fanno compagnia davanti ad un caminetto acceso, o possono svegliarsi una mattina dopo otto anni con l’istinto e l’intento di aggredirti. Il motivo di andarsi a ficcare in situazioni del genere per l’ennesima volta non si sa e non lo capisco. Forse la spiegazione sta nel fatto che alcune persone non riescono a resistere all’idea di avere in casa un lupo (pronunciato con voce grossa e mimando con le braccia un lupo mannaro).

Torniamo per un attimo all’argomento “conservazione”. La conservazione della natura può giocare anche a nostro favore. Come?

Uno dei valori della conservazione che ci torna molto utile è quello economico. Quante persone vanno al parco nazionale di Abruzzo perché sanno di trovarci il lupo, e sperano di vederlo? Di sicuro il turismo a vocazione naturalistica risulta essere una forte risorsa economica. Se poi vogliamo entrare in argomentazioni più sottili e prettamente ecologiche possiamo prendere in considerazione il sistema preda-predatore. Il lupo, ad esempio, ma in generale i grandi carnivori, cacciando la selvaggina contribuisce a ridurre l’impatto negativo causato dalla fauna erbivora che provoca la distruzione incontrollata degli ecosistemi vegetali. Senza un predatore infatti cervi, caprioli e daini producono con il loro pascolo una riduzione dei tassi di ricrescita in alcune specie vegetali; il che comporta la sofferenza di tutto l’ecosistema. Motivo per cui i grandi carnivori ci aiutano a mantenere quell’equilibrio dinamico di cui si compone la natura.

Secondo lei, quanto influisce la conservazione della natura in Italia?

Per questa domanda posso darti due livelli di risposta. Uno è quello più semplice, e che dice che la conservazione della natura è una cenerentola nel mondo delle attività politiche. A livello istituzionale, la conservazione risulta essere un livello di occupazione e di preoccupazione che viene dopo altri campi, come quello del lavoro, della sanità, dell’economia. L’altro livello di risposta riguarda il fatto che gli scienziati non impongono niente. A ciò si aggiunge il fatto che in materia di conservazione animale si parla di valori, dove in particolare viene esacerbato quello relativo alla vita stessa dell’animale. In generale, il mondo occidentale, Italia compresa, sta infatti a grandi passi diventando sempre più animalista, e quindi sempre più staccato dalla natura. Chi come me fa parte di un’altra generazione, ossia di quella generazione che viveva ogni giorno l’esperienza della vita contadina, sente ancora il riverbero della natura nelle orecchie. I ragazzi di oggi, invece, vivono questo rapporto abbastanza in maniera differente, oserei dire distaccato. Quando porto i miei studenti in escursione, ad esempio, sono sì entusiasti dell’iniziativa, ma si meravigliano al contempo per una cacca di cinghiale. Si meravigliano perché non l’hanno mai vista, e quella gita fuori porta rappresenta per loro un momento estatico di esegesi. Da esperienze del genere, ti sorge spontanea la domanda: se ti meravigli per una cacca perché non l’hai mai vista prima, da dove ti arriva allora l’amore per gli animali e la natura? La risposta che spesso mi si dà è che l’animale è semplicemente carino. Da quì nasce l’animalismo, che deriva da una non comprensione dell’animale nel suo contesto naturale e da una conseguente sua sradicazione per farne un oggetto con un valore etico o estetico che è sì fondamentale, ma solo se sostenuto da solidi basi scientifiche.

Cambiamo ancora una volta argomento. Come è cambiata l’Università italiana da quando era studente?

L’Università italiana è cambiata tantissimo. Quando io ero studente era molto più vicina a quello che dovrebbe essere una “Universitas”, nel senso vero della parola. Cioè un posto dove la gente si ritrova e parla, cerca, pensa liberamente. Oggi è tutto molto più irreggimentato, soprattutto dalla burocrazia. Di conseguenza è diventato complicato fare tutto, c’è molta meno libertà per i docenti di inventarsi forme di didattica innovativa e così via. Sì, in poche parole c’è una rigidità di sistema che è contraria all’idea stessa di università, e che invece dovrebbe essere iper-flessibile.

In questo periodo storico, cosa consiglia a noi giovani che vogliamo fare ricerca?

Consiglio di fare quello che vi pare, di fare quello che vi piace. Questa è una domanda che mi pongono spesso un sacco di studenti, e io rispondo sempre in questo modo, cioè rispondo di assecondare le vostre passioni…

…Ma il lavoro?

Ma che te frega del lavoro… (mani in congiunzione, con un tono misto a esortazione e rimprovero a fin di bene) Se fai una cosa con passione, il lavoro viene fuori. Se non lo fai con passione, non viene fuori niente.

Siamo quasi alla fine. Piccola curiosità: ha un libro preferito?

Tantissimi. È questa la vera domanda difficile. Il primo per cui ho avuto passione è stato il De rerum natura di Lucrezio. Quello però è solo l’inizio, riguarda tanto tempo fa (ride di gusto). Adesso ce ne sono tanti altri.

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Ultima domanda: mi lascia, per favore, il suo autografo nella mia copia di Dalla parte del lupo?

Assolutamente sì, senza alcun problema.

(Gli passo il libro e mentre lo autografa ride.)

Dopo i dovuti ringraziamenti, e le foto di rito, ha avuto inizio la conferenza, dal titolo Lupi, orsi e linci: la sfida della coesistenza con i grandi mammiferi, di cui potete leggere quì.

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(Un enorme grazie al museo e a tutto il suo staff per avermi dato questa opportunità.)

 

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Il LIFE “CONRASI”: il caso dei grandi rapaci siciliani

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I progetti LIFE

I progetti LIFE sono strumenti tecno-pratici finanziati dall’unione europea per la conservazione della natura e dell’ambiente. Istituiti nel 1992, si dividono in due macro aree di intervento: il clima e l’ambiente. Quest’ultimo tema ha in sé tre obiettivi principali, ognuno con una sua area progettuale: ambiente e uso efficiente delle risorse; natura e biodiversità; governance e informazione in materia ambientale. Tralasciando al momento le altre tematiche, i progetti che riguardano la natura e la biodiversità si sono rivelati dei veri e propri toccasana per tutte quelle specie sia animali che vegetali che in un modo o nell’altro hanno subìto e/o subiscono importanti minacce per la loro sopravvivenza.

Il LIFE CONRASI

In materia di LIFE e di conservazione della natura il territorio siciliano risulta essere abbastanza attivo. Attualmente, uno dei progetti di maggiore portata in corso d’opera riguarda tre grandi rapaci che solcano il cielo siciliano, e mira sia al miglioramento del loro successo riproduttivo che ad un ritorno degli stessi nei siti storici siciliani di nidificazione. Il progetto porta il nome di CONRASI (acronimo di CONservazione RApaci in SIcilia), e vede una sinergia tra le istituzioni italiane e quelle spagnole. Nello specifico tratta della salvaguardia dell’aquila del Bonelli (Aquila fasciata), del falco lanario (Falco biarmicus), e del capovaccaio (Neophron percnopterus). I tre pennuti fanno parte della famiglia degli accipitridi e in gergo vengo detti “rapaci- in senso stretto- diurni” i primi appena elencati e “avvoltoio” l’ultimo in ordine. Ad accomunare le tre specie vi sono tre fattori correlati tra loro: il loro calo demografico repentino degli ultimi decenni, la loro rarefazione in termini numerici nel territorio italiano e il sempre più alto rischio di estinzione almeno nel territorio siciliano. Non a caso la lista IUCN, la lista che riporta lo stato di salute conservazionistico delle specie, classifica i tre grandi volatori di cui sopra nel seguente modo: aquila del Bonelli (A. fasciata): in pericolo critico; falco lanario (F. biarmicus): vulnerabile; Capovaccaio (N. percnopterus): in pericolo critico.

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Le motivazioni del LIFE CONRASI

La Sicilia rappresenta per i tre uccelli il nucleo fondamentale di riproduzione, un vero e proprio baluardo senza il quale verrebbero a mancare le basi per la conservazione degli stessi e per la loro propagazione in termini popolazionistici. Tanto per avere un’idea più chiara, gli ultimi censimenti demografici riportano i seguenti dati: dell’aquila del Bonelli quello siciliano risulta essere l’unico luogo di nidificazione in Italia con circa 44 siti ospitati; circa tre quarti delle coppie del capovaccaio (per un totale di 7 su 11) formano i loro nidi in territorio isolano, mentre, di tutta la penisola, il nucleo riproduttivo trinacrio del lanario risulta essere quello più importante composto da 60-70 coppie (4/5 di tutta la popolazione italiana).
Le tre specie, oltre ad arricchire il patrimonio faunistico del territorio siciliano e italiano, sono importanti in quanto fungono da specie ombrello, dove per specie ombrello vengono identificate tutte quelle specie che necessitano di grandi areali e che di riflesso condizionano sia l’ambiente che le specie animali presenti in esso. Di conseguenza, proteggere la specie ombrello significa proteggere tutto ciò che gli sta attorno. Compreso le strutture ambientali. In questo specifico caso, proteggere i rapaci significa anche proteggere il loro habitat e il nostro paesaggio, fatto da costoni rocciosi in massima parte carbonatici (luoghi d’amore preferiti dagli stessi) e da quel poco che rimane della macchia mediterranea.
Alle motivazioni di tipo prettamente conservazionistico, si aggiungono quelle relative al rapporto uomo-natura, non sempre catastrofico o problematico. La mancanza ad esempio dei due rapaci diurni potrebbe comportare il mancato controllo delle popolazioni di mammiferi, soprattutto di piccoli roditori e lagomorfi, spesso causa di disastri economici per le aziende agricole presenti nel territorio, mentre l’assenza dell’avvoltoio, per definizione uno spazzino della natura, potrebbe incidere su una maggiore probabilità di insorgenza di epidemie di bestiame dovute ad una cattiva gestione delle carcasse naturalmente presenti nei territori non antropizzati.

Le problematiche relative al progetto

I progetti LIFE vanno ad interagire con quelle problematiche che costituiscono una minaccia alle specie, ossia uno studio a priori senza il quale viene a mancare il progetto stesso. In sostanza, si vanno a cercare i motivi per il quale una specie rischia l’estinzione, e di conseguenza si cerca di combatterli, con l’auspicio di abbatterli. Nel caso degli accipitridi del progetto CONRASI, sono state riscontrate quattro grandi minacce comuni:
1. Il commercio illegale. Monitorando le popolazioni dell’aquila del Bonelli ci si è resi conto del basso tasso di involo dei piccoli. Escluse le più svariate ipotesi per insufficienza di prove, dalle infezioni infantili alla mancanza di prede, è venuto fuori un dato allarmante, quello appunto legato al commercio illegale spesso sposato alla falconeria. Appurato ciò, lo studio si è ampliato alle altre due specie di simile problematica, scoprendo anche in questo caso una correlazione diretta tra soldi sporchi e mancanza di piccoli: i pulli o le uova infatti andavano a rimpinguare le tasche di un commercio che risulta essere il più redditizio dopo quello delle armi. A ciò si aggiunge anche la caccia barbara effettuata a scopo dilettantistico.
2. Riduzione dell’habitat. Le specie oggetto del LIFE hanno anche un’altra motivazione che li accomuna: l’habitat. È la pseudosteppa (misto tra artificiale-seminativi- e bosco mediterraneo) l’habitat preferito da questi grandi rapaci; mancando questa, a causa ad esempio di una sua riduzione, mancano i presupposti per la sopravvivenza della specie. A ciò si aggiunge qualsiasi altra minaccia che ricade nella definizione di disturbo antropico.
3. Avvelenamento della specie. Data la loro natura di super predatori, i rapaci oggetto del LIFE sono anche colpiti da un altro fenomeno: l’avvelenamento. Tale fenomeno non è a loro direttamente indirizzato, ma ne sono spesso vittime occasionali. Avvelenando le prede, infatti, solitamente i carnivori, si avvelenano anche i loro predatori. Ciò che ne consegue è l’accumulo di metalli pesanti come il piombo, il quale causa importanti problemi di salute non solo alla vittima, ma anche quindi ai suoi predatori. Predatori che in questo caso sono rappresentati anche dagli organismi necrofagi, ossia mangiatori di carcasse. A scala globale si verifica un fenomeno detto “biomagnificazione”, ossia un accumulo di metalli pesanti in tutta la rete trofica. Bloccando il fenomeno, si potrebbero evitare catastrofi ecologiche di enorme portata.
4. Le linee elettriche. Checché se ne dica, le linee elettriche sospese costituiscono un enorme fastidio agli uccelli in generale e a quelli di grossa taglia in particolare. Sovente capita infatti di trovare qualche carcassa di cicogna ancora attaccata ai cavi elettrici o di trovare una Bonelli fulminata in pieno ma per fortuna ancora viva. Attuando piani di intervento ad hoc, si potrebbero evitare continue morti e continui incidenti, che, seppur quantitativamente in minima misura, contribuiscono ad amplificare il problema della possibile estinzione di una specie.

Le azioni legate alla risoluzione delle criticità

Al fine di abbattere le criticità appena elencate, ogni progetto LIFE prevede alcune azioni Birdwatcher in azione durante il progetto CONRASIconcrete che mirano all’abbattimento di queste ultime. Nel caso quì descritto si tratta di azioni incentrate innanzitutto sul monitoraggio delle specie e sul loro stato demografico. Un continuo e costante monitoraggio tramite postazioni per birdwatcher e sistemi telematici di sorveglianza permette infatti non solo di acquisire informazioni più recenti sulle specie, ma anche di monitorare a tempo pieno soprattutto i nidi, oggetto costante di predazione da parte di bracconieri e trafficanti di animali.

A ciò si aggiunge la creazione di carnai appositi come reservoir di risorse alimentari soprattutto per il capovaccaio, in modo tale da cercare di ripristinare il normale stato di salute ecologico dell’intera specie e al fine di contrastare la sempre meno presenza di carcasse prodotte dagli allevamenti di tipo tradizionale. Questa azione deriva da un’approfondita analisi (durata quasi venti anni) dei resti di pasto dell’avvoltoio. Si è visto infatti come la dieta di questo uccello si sia spostata da prede di grossa taglia costituite dal bestiame in massima parte ovicaprino, a prede rappresentate da mammiferi e altri uccelli. Ciò comporta a lungo andare uno spostamento degli equilibri ecologici verso nuove nicchie, che potrebbe causare danni all’intero ecosistema di cui il capovaccaio risulta esserne all’apice.

Una marcatura degli esemplari e una loro mappatura genetica permettono invece di avere un database più o meno completo anche a livello popolazionistico nel territorio siciliano, mentre la realizzazione di uno studio demografico dettagliato ne sancisce e ne monitorizza lo stato di salute.

Infine, ruolo fondamentale costituiscono la divulgazione e la sensibilizzazione: conoscere al fine di protegge è il motto di ogni LIFE. È infatti la conoscenza di un fenomeno che caratterizza la vicinanza dei cittadini verso le cose di natura. Ad esempio, in questo caso grazie ad un giusto target divulgativo potrebbe essere arginato il problema dell’avvelenamento delle prede o del bracconaggio. Le nuove generazioni infatti potrebbero crescere con l’idea che sparare ad un’aquila del Bonelli o ad un lanario non sia sintomo di potere ma di stupidità, mentre gestire al meglio i rifiuti speciali di una azienda agricola rientrerebbe a pieno titolo nel do ut des del rapporto tra uomo-capovaccaio.

Gli enti organizzatori

Il progetto, iniziato del 2015, della durata di un triennio ma prorogato fino al 2019, è coordinato dal WWF ITALIA, con la supervisione scientifica del Dott. M. Di Vittorio e del Prof. M. Lo Valvo, ed è realizzato con la partecipazione di diversi enti: GREFA, un’organizzazione spagnola a cui si deve il più grande centro di recupero per la fauna europea, Regione Siciliana, nella figura dell’Assessorato Territorio e Ambiente e dell’Assessorato all’Agricoltura.

Per saperne di più: sito internet del progetto.

P.s.: Un enorme grazie al Prof. Lo Valvo, a Rita Scardino, Domenico Pieri, Vanessa Milioto, e Elena Lombardo.

Una storia commestibile dell’umanità

Risultati immagini per una storia commestibile dell'umanitàUno dei grandi problemi del XXI secolo riguarda l’espansione demografica umana: in meno di cinquant’anni abbiamo superato abbondantemente i sette miliardi di persone, a scapito di un pianeta che non riesce più a reggerci e a sorreggerci. Del resto, se siamo riusciti a scansare la trappola malthusiana è solo merito del veloce processo di industrializzazione che ha caratterizzato la nostra società a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Se siamo arrivati a questo punto (di non ritorno) è solo grazie a (o a causa di, punti di vista) un insieme di fattori di cui la produttività agricola è di sicuro la causa principale: incrementata a partire dal dopoguerra (e quindi solo di recente nella storia dell’uomo) grazie alle nuove conoscenze in campo agronomico, ha contribuito infatti ad amplificare un fenomeno che ha poco a che fare con le leggi che vigono in natura. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, di cui l’installazione deve ricercarsi nelle pagine di storia ancora più datate: lo stato della popolazione mondiale attuale deve infatti la sua crescita anche e soprattutto ai retaggi di quelle nuove importazioni alimentari avvenute a partire dalla scoperta dell’America. Da quell’anno, il 1492, si è innescato un effetto domino che ha acceso a sua volta vari processi, i quali si sono riversati e si riversano, in maniera più o meno diretta, sull’uomo e sull’ambiente.
Con i viaggi di Colombo infatti l’assetto geopolitico delle civiltà medievali cambia radicalmente, e il nuovo parametro di potere diventa un alimento a noi oggi molto conosciuto ma valutato solo in ambito culinario: le spezie. “Oggi la maggior parte della gente passa accanto alle spezie del supermercato senza neanche accorgersi di quell’esercito di bottigliette. Per certi versi è una triste fine per un commercio che un tempo ridefinì il mondo”. Per lungo tempo infatti esse sono state moneta di scambio per i commerci, diventando quindi da subito sinonimo di potere e di abbondanza, e contribuendo al processo di globalizzazione che tanto caratterizza la nostra era.

Proprio su come le spezie hanno rimodellato la nostra cultura si basa Una storia commestibile dell’umanità di Tom Standage, edito da Codice Edizioni nel 2010. Tom Standage, abile divulgatore, non è nuovo nel panorama editoriale mondiale: è editor della prestigiosa “Economist” ed è stato al servizio di testate di primo livello quali il Guardian, il New York Times e Wired. In Italia ha pubblicato altri due titoli, di cui uno fa da spalla al libro qui recensito, Una storia del mondo in sei bicchieri (2005); l’altro descrive i “primi 2000 anni dei social media” e porta il titolo de I Tweet di Cicerone (2015), entrambi editi in Italia da Codice. Standage è anche un attivo blogger su questa piattaforma.

Di particolare interesse è la struttura del saggio, diviso in cinque parti. Le prime due sono introduttive all’argomento e dedicate interamente all’agricoltura, alla sua nascita e alla sua diffusione, nonché a come questo processo sia stato fondamentale nel cambiare l’assetto sociale dell’uomo: da sparuti gruppi di cacciatori-raccoglitori a sovrani e sudditi, e quindi ricchi e poveri. In questi capitoli di presentazione trovano spazio anche riflessioni riguardo la nascita delle religioni e l’impatto delle offerte votive come sintomo di potere. Le parti a seguire descrivono il fiorente commercio creatosi attorno agli alimenti, spezie tra tutti, con la conseguente diffusione dei differenti approcci culturali ad essi legati: arte, religione, geografia, stili di vita abbienti e meno agiati sono e sono stati infatti frutti di un seme chiamato globalizzazione. La quale, grazie a tre alimenti di origine vegetale onnipresenti nella nostra tavola (la patata, lo zucchero e il mais), ha permesso di svincolare l’uomo, sulla via dell’industrializzazione, dalla trappola malthusiana. L’ultima parte è quella che forse più ci tocca da vicino: le due guerre, gli alimenti in scatola, le carestie russe, lo sfruttamento ambientale e le rivoluzioni verdi, tutti argomenti che molto hanno a che fare con le metodiche strategie di potere.

Standage si serve di un linguaggio semplice, fluido, accattivante, mai ripetitivo. D’altro canto, nello sviluppare un testo del genere, ha avuto dalla sua i suggerimenti di ottimi maestri: tra tutti Michael Pollan, autore, tra gli altri, del best seller Il dilemma dell’onnivoro, e Matt Ridley, maestro divulgatore e autore de La regina Rossa, pilastro della letteratura odierna in materia di evoluzione.

Una storia commestibile dell’umanità è un gradevole resoconto sulla nostra società e su come essa sia cambiata a partire dai primi insediamenti umani fino ad oggi, che guarda l’argomento con un occhio libero dai canonici metodi di indagine: “Rispetto ai classici testi sul cibo, questo è un libro insolito perché dice ben poco sul sapore degli alimenti o sulle gioie della buona cucina”. Dice tanto invece sul suo uso come moneta di scambio, o come simbolo di potere, o come arma di distruzione di massa.

La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

Il libro del mare

La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è di circa tre volte maggiore rispetto a quella della terra emersa. Dato tale rapporto, il nostro pianeta dovrebbe avere quel nome, acqua, e non questo, terra. Purtroppo o per fortuna le cose sono andate come le conosciamo, e così ce le teniamo.
Riflessioni kafkiane a parte, l’acqua è da sempre stata interessante da più punti di vista: in campo letterario per la mole di opere che ha ispirato, per la filosofia per i molteplici spunti di riflessione che ha iniziato, in materia di chimico-fisica per le sue proprietà uniche, a livello biologico per avere acceso un fuoco che ancora oggi brucia: la vita, una combustione che dura da più di tre miliardi e mezzo di anni e che ha forgiato le infinite forme viventi appartenenti ai cinque grandi regni della natura.

Presa singolarmente ogni disciplina di cui sopra ha il suo fascino, ma è possibile associare tutte queste visioni differenti in un approccio vasto ed olistico? È possibile parlare di acqua sotto tutte le sue sfumature? È possibile, al contempo, leggere di coccolitofori, di acidificazione degli oceani, di Moby Dick e di terre leggendarie? Sì, tutto questo è possibile se si scrive un libro sul quel gran pentolone di acqua salata esistente in natura, il mare, e se si seguono le tracce del mostro marino nordico per eccellenza: lo squalo della Groenlandia.

A proposito di mostri marini. Lo squalo della Groenlandia, una specie (in senso tassonomico) di vertebrato cartilagineo, nonchè il più grosso carnivoro tra i viventi, si pone al limite tra la realtà e la mitologia per la sua ecologia troppo schiva e riservata nei confronti dell’uomo. Nonostante in passato sia stato infatti soggetto delle fantastiche scritture dei poeti nordici e dei miti da essi tramandati, oggi, accantonato l’alone di mistero di cui era impregnata la sua fama, si continua a conoscere ben poco della e sulla sua figura. Di certo, sapere che è il vertebrato più longevo in natura non permette di scrollarsi completamente di dosso tale nomea: “[…]oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole”.

Proprio intorno alla sua evanescente presenza ruota Il libro del mare di Morten Strøksnes (Iperborea, 2017), un racconto su […] come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare.
Morten Strøksnes, scrittore norvegese, e un suo amico di vecchia data, abbastanza determinato, taciturno e artista sui generis, decidono di andare a caccia dello squalo della Groenlandia armati di tanto coraggio e di tanta speranza: nei periodi favorevoli e con circa quattrocento metri di lenza si immergono nella bellezza dei mari del nord e constatano in prima persona di quanta pazienza e fermezza d’animo necessita chi vuole affrontare un’avventura del genere. Avventura non di prima mano, sia chiaro: molti (tra parenti, amici e mentori vari) prima di loro hanno già provato l’ebbrezza di una impresa simile, ma i nostri decidono comunque di affrontare il viaggio privi di ogni consiglio e consci del fatto che, scevri da ogni influenza, l’emozione di potersi trovare di fronte al leggendario mostro marino non potrà essere di certo subito dimenticata.

Così come il mare ha funto da faro per diversi grandi maestri della letteratura, allo stesso modo la permanenza in acqua ad intervalli regolari permette a Strøksnes di essere a sua volta illuminato, e, di conseguenza, di essere a sua volta un cicerone: indirizza infatti il lettore nell’universo marino, sviscerandone ogni suo più recondito meandro e regalandogli un’opera ai limiti del poema epico. Il risultato è “Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino […]”, che ha come linea guida uno dei mostri acquatici più temuti dai marinai dell’ultima Thule.
Ma il libro racconta anche di elementi culturali e sociali di grande spessore: miti e leggende legati, ovviamente, al mare e ai mostri marini, resoconti di scambi commerciali e culturali tra gli abitanti del nord e l’Italia, riflessioni evoluzionistiche e stratigrafie geologiche, introspezioni legate al culto dell’ignoto si rivelano essere il giusto corollario ad un giusto teorema. Il tutto cucito da una prosa degna di un poeta, di facile lettura e fluida come l’ambiente che ci descrive.
(Che poi, se nel testo ti ritrovi anche Thor, il supereroe Marvel, figlio di Odino, allora capisci quanto davvero potente possa essere questo pentolone pieno di acqua salata e quanto geniale possa essere stato l’autore.)

Il libro al momento si colloca al secondo posto tra i più venduti del mese nella categoria “casa editrice”, e, stando alle premesse, farà ancora molta strada: è stato un caso letterario alla Fiera di Francoforte del 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi. E’ infatti un libro fatto di grandi speranze, di grandi aspettative, e di grandi promesse: navigare tra le sue pagine significa remare tra curiosità, cultura e pathos, elementi con cui Strøksnes ha intriso ogni sua frase.

Breve nota biografica sull’autore: Morten Strøksnes è uno scrittore, storico, giornalista e fotografo norvegese. Riguardo la sua carriera da scrittore ha all’attivo diversi reportage e saggi, mentre in campo prettamente letterario scrive recensioni per i principali giornali e riviste letterarie norvegesi. Tra i suoi lavori si annoverano quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo.

Il coccodrillo come fa

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In natura, l’unico processo davvero significativo è l’atto riproduttivo, con tutte le conseguenze del caso. Durante il corso del tempo geologico, che ha scandito il plasmarsi delle moltitudini di specie animali attuali ed estinte, tale processo si è presentato con modalità differenti. Anche se è difficile immaginare i modelli passati, di base c’è e forse c’è stata, almeno per la riproduzione sessuata, l’esistenza di due e due soli sessi. Non di più. Il frutto di tale fenomeno può essere identificato con “biodiversità”, un vasto insieme che comprende al suo interno tante cose differenti, a livelli diversi e su piani diversi: morfologico, genetico o comportamentale. Ma ciò è vero anche per tutto quello che concerne la fitness delle specie (ossia la capacità di tramandare discendenti), a partire dagli organi riproduttivi fino ad arrivare alle cosiddette cure parentali (l’allevamento della prole), passando per i rituali di accoppiamento. Sorprende infatti sapere quanto diversi siano i meccanismi che permettono ad una specie di rimanere a galla nel vasto mare dell’evoluzione, e i processi riproduttivi in questo ne sono i protagonisti.

Motivo per cui leggere Il coccodrillo come fa. La vita sessuale degli animali permette di averne una panoramica generale. Il saggio, uscito nel 2014 per Codice Edizioni, si compone di una bella rassegna sulla “vita sessuale degli animali”, come recita il sottotitolo, dove per animali quì si intende un assaggio di tutti i grandi gruppi di vertebrati, dai pesci cartilaginei all’uomo. L’autrice, Lisa Signorile, riesce a rendere divertente, senza mai tralasciare il rigore scientifico, un argomento che, sotto molti aspetti, ancora oggi risulta essere per noi uomini un tabù. Come la masturbazione: molte sono infatti le specie che praticano l’autoerotismo, anche se, tra tutti, i mammiferi sembrano essere i più “autodidatti”. È stato osservato, racconta la Signorile, come cani, gatti, cavalli, cervi, delfini e soprattutto primati, riescano a “piacersi” e a “compiacersi” da soli o, in mancanza di una parte anatomica prensile, con l’aiuto di qualche oggetto, come una liana o una staccionata, o semplicemente con il dondolio del proprio corpo (Ah, sia ben chiaro: sia maschi che femmine!).

Per non parlare delle dimensioni. Nonostante noi Sapiens manteniamo il primato, in proporzione molti sono i taxa animali che pareggiano il conto e una, al momento, sembra avvalersi del titolo di “Rocco Siffredi dei vertebrati”: un uccello, un’anatide sudamericano conosciuto col nome comune di gobbo argentino (Oxyura vittata), possiede un pene tre volte più lungo del suo corpo per un totale di circa 42 cm, dotato (o a ‘sto punto sarebbe meglio dire “superdotato”) di uno scovolino all’estremità e di spine lungo tutta la sua lunghezza (sai che felicità per la signora “gobba”). Ma questo non è il solo caso interessante: il pene quadricefalo dell’echidna permette all’animale di avere un asso nella manica (o tra i pantaloni): all’occorrenza, prima un lato (due emipeni), poi l’altro (gli altri due), nel caso in cui qualcosa andasse storto. Di contro, anche se spesso le dimensioni non contano (non per noi!) quasi tutte le specie animali, soprattutto quelle a riproduzione interna, sono molto veloci “sotto le lenzuola”. Uomo compreso. (Alla faccia dei clichè!).

E l’omosessualità, allora? Argomento ancora più tabù. Considerata fino a qualche tempo fa un’aberrazione naturale, e di cui ancora ci portiamo dietro i retaggi culturali, Il coccodrillo come fa ci racconta come in natura non sia un comportamento poi così contro natura. Se a praticarla sono infatti almeno 1500 specie, tra vertebrati e non, dovrà pur avere qualche valenza evolutiva che evidentemente tanto aberrante non sarà (e credetemi, ce l’ha eccome una valenza!). Sapere poi che gli albatri instaurano spesso rapporti omosessuali che nei casi piu duraturi si aggirano intorno al ventennio dovrebbe farci riflettere a riguardo. (Ah, già, i bonobo, i primati più prossimi all’uomo: quelli sì che hanno capito tutto. E poi ci sono i delfini, magnifiche e spietate bestie…)

E i rituali di accoppiamento? Sono forse la massima espressione della biodiversità conosciuta: nell’atto della scelta del partner infatti i pretendenti “tirano fuori” tutte quelle caratteristiche che altrimenti servirebbero a ben poco. Colori sgargianti, abilità architettoniche degne dei più abili costruttori, truffe, vere e proprie offerte votive all’amante, ricompense sono solo alcuni esempi di come la selezione naturale plasma i processi di corteggiamento (e credetemi, macchine costose o bicipiti scolpiti sono poca roba a confronto). Di base, un solo mantra: mater semper certa est, per citare l’autrice, con la conseguenza di una sex ratio sbilanciata a favore dei maschi che devono inventarsi quindi qualsiasi diavoleria pur di fare conquiste. Anche “travestirsi” da femmina (!), come avviene nel serpente giarrettiera (Thamnophis sirtalis parietalis).

Per non parlare delle cure parentali: molto dispendiose nei mammiferi e negli uccelli (nei cuculi no, loro si servono di altri volatili). E il sesso del nascituro? Bhè, quello è un sistema tanto semplice quanto complicato, varia da specie a specie e si presenta con una genetica sui generis in funzione del gruppo animale. Basti però pensare che tra un pò di tempo (tranquilli, si parla di tempo geologico) con buone probabiltà non ci saranno più (ahimè) maschietti in giro.

Curiose le circostanze che hanno portato alla stesura del testo: la biologa, spinta dai refeer del suo blog (L’orologiaio miope), si accorge di quanto gli internauti siano incuriositi dall’argomento “sesso” in contesto animale e non (e te pareva!). Dopo tre anni di incubazione, e sotto la spinta dell’editore che ne aveva avuto sentore tempo prima, decide di mettere su carta gli interessi (o le fantasie) dei suoi lettori, regalandoci un saggio leggero, fresco e interessante, adatto ad una lettura sotto l’ombrellone. Il coccodrillo come fa (…”non c’è nessuno che lo sa… parapaparapà…”) ci regala una bella avventura nel mondo animale, uomo compreso, con lo scopo di farci conoscere più da vicino le meraviglie della natura, con uno stile frizzante, un’ironia acuta e un rigore accademico degno di nota. Il tutto correlato da magnifici disegni, che permettono di vedere ciò che è espresso nel testo. Perchè, evidentemente, la Signorile sa come fa il coccodrillo, e ce lo vuole far sapere anche in questo modo. E leggendo il libro, anche noi lo sapremo (e lo sapranno anche in Germania, visto che il saggio ha attraversato le Alpi di recente).

Breve nota biografica sull’autrice: Lisa Signorile è una biologa esperta in genetica di popolazioni, attualmente londinese di adozione. Al pubblico non è nuova: tiene oramai da un decennio una rubrica sul National Geografic intitolata L’orologiaio miope, omonima al suo primo successo editoriale pubblicato sempre da Codice nel 2012.

Economia senza natura

Risultati immagini per economia senza natura. la grande truffa«L’uomo fa parte della natura, e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura». Soprattutto quando si parla di sviluppo e di crescita della popolazione. In questo caso, quando si parla di regole si parla di PIL, spread, industria. In una sola parola, di “economia”.
Pochi però, in materia di mercato, ne considerano la sfumatura “naturale”: l’ “ecologia”. I due termini, “economia” ed “ecologia”, apparentemente distanti, presentano la stessa radice: “eco”, deriva dal greco “oikos”,
tradotto con “casa”. Già dall’etimologia possiamo dedurne come i due termini risultano essere due facce della stessa medaglia: mentre cresce una diminuisce l’altra, e viceversa.
Ad accomunare le due discipline, distanti tra loro ad uno sguardo superficiale e poco critico, il seguente leitmotiv: l’adattamento a rispondere alle domande poste sia dalla natura che dal mercato. Alla base di questo concetto, un altro, ancora più semplice ma allo stesso tempo devastante: “non è possibile che una specie, qualunque sia il suo ruolo, possa crescere numericamente all’infinito”, in quanto rischia di portare se stessa all’estinzione. E questo vale soprattuto per la nostra specie, una specie (quasi del tutto) infestante con un ruolo di consumatore onnivoro e onnipresente, che ha già imboccato il punto di non ritorno.

Se siamo così intelligenti da poter dire questo, e lo facciamo da quando abbiamo coscienza sociale della natura, e da poter analizzare le crescite economiche dei paesi, perchè continuare con questa linea di crescita sbagliata e autodistruttiva? La risposta è data in Economia senza natura. La grande truffa di Ferdinando Boero (Codice Edizione, 2012), e può essere sintetizzata nel modo seguente: “Siamo irrimediabilmente scemi”.
Boero, in questo saggio, prende le mosse dall’etimologia delle parole “ecologia” ed “economia” per esaminare come la nostra società moderna, con le sue regole economiche, dovrebbe includere all’interno dei suoi rapporti di bilancio anche e soprattutto i costi derivati dallo sfruttamento ambientale. Processo che ad oggi sembra essere ignorato dalla gran parte dei buracrati.

Che poi, a pensarci su quanto basta, in ambito scientifico il termine “ecologia” è stato sininimo di un concetto più ampio e pertinente: “economia della natura”. Motivo per cui, gli studiosi, soprattutto dei campi appartenenti ai discorsi economici, dovrebbero considerare la sfumatura naturale delle attività umane e riconsiderare quella vecchia accezione ottocentesca che tanto sembra calzare a pennello in questo periodo storico. Come il testo di copertina recita, infatti, “Il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia deve essere corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, presto o tardi, presenta sempre il conto”.

Ma con “natura”, “naturale” et similia quì non si intende solo il deturpare gli ambienti o portare all’estinzione una specie; si intendono anche e in prima linea tutte le piramidi economico-sociali su cui si fonda uno stato, riflesso delle reti trofiche ecologiche. In un contesto del genere si inseriscono dunque nel testo argomenti come gli ambienti accademici e l'”esternalizzazione”, ossia la non inclusione dei costi ambientali su lungo tempo di ogni attività umana. Se nel primo caso una buona università, magari fatta con basi culturali più solide e con meno apparenze e burocrazie, permetterebbe di formare future classi dirigenti capaci, in linea teorica, di saper gestire una economia più “naturale”, dall’altro la stessa classe dirigente, ben istruita, potrebbe capire come piccoli cambiamenti ambientali possono portare a conseguenze devastanti. In poche parole, come nei rendiconti aziendali dovrebbero essere incluse tutte quelle azioni che potrebbero portare danni irreparabili in un futuro più o meno prossimo. Nulla di nuovo insomma, ma che ancora ci ostiniamo a prendere in considerazione.

Boero, saggiamente, dedica anche un paio di capitoli alla natura in senso stretto: evoluzione, selezione naturale, competizione, cooperazione sono i capisaldi di tutto il testo, e permettono di avere un punto di vista prettamente ecologico dei fatti economici. Fatti economici che non prescindono dall’attualità: le linee di incontro tra le Encicliche dei Papi e la salvaguardia ambientale, le politiche di gestione finanziaria dell’Unione Europea, il sistema della peer review delle riviste scientifiche, la mancanza di tassonomi, la situazione dell’istruzione in Italia sono tutti corollari di quella “economia ecologica” di cui tanto abbiamo bisogno in questo periodo, e di cui tanto si sente parlare, ma di cui poco si attua.

E’ grazie a questi strumenti che, giunti alla fine del saggio, viene da porsi una domanda, tanto semplice quanto agghiacciante: siamo ancora disposti ad essere irrimediabilmente scemi? Anche perchè, è bene ricordarlo, la natura prima o poi presenta sempre il conto.

Una breve nota biografica. Ferdinando Boero è un biologo marino e Professore di zoologia all’Università del Salento. La sua linea di ricerca, le meduse, gli hanno permesso di entrare timidamente anche nel campo della musica, oltre a quello della biologia: dopo aver dedicato una nuova specie di medusa a Frank Zappa, quest’ultimo gli ha dedicato un intero brano. Ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, è nel direttivo di un paio di associazioni sulla conservazione degli ecosistemi marini e ha alle spalle altri due volumi a sfondo “ecologico”: Ecologia della bellezza ed Ecologia ed evoluzione della religione.