Una storia commestibile dell’umanità

Risultati immagini per una storia commestibile dell'umanitàUno dei grandi problemi del XXI secolo riguarda l’espansione demografica umana: in meno di cinquant’anni abbiamo superato abbondantemente i sette miliardi di persone, a scapito di un pianeta che non riesce più a reggerci e a sorreggerci. Del resto, se siamo riusciti a scansare la trappola malthusiana è solo merito del veloce processo di industrializzazione che ha caratterizzato la nostra società a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Se siamo arrivati a questo punto (di non ritorno) è solo grazie a (o a causa di, punti di vista) un insieme di fattori di cui la produttività agricola è di sicuro la causa principale: incrementata a partire dal dopoguerra (e quindi solo di recente nella storia dell’uomo) grazie alle nuove conoscenze in campo agronomico, ha contribuito infatti ad amplificare un fenomeno che ha poco a che fare con le leggi che vigono in natura. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, di cui l’installazione deve ricercarsi nelle pagine di storia ancora più datate: lo stato della popolazione mondiale attuale deve infatti la sua crescita anche e soprattutto ai retaggi di quelle nuove importazioni alimentari avvenute a partire dalla scoperta dell’America. Da quell’anno, il 1492, si è innescato un effetto domino che ha acceso a sua volta vari processi, i quali si sono riversati e si riversano, in maniera più o meno diretta, sull’uomo e sull’ambiente.
Con i viaggi di Colombo infatti l’assetto geopolitico delle civiltà medievali cambia radicalmente, e il nuovo parametro di potere diventa un alimento a noi oggi molto conosciuto ma valutato solo in ambito culinario: le spezie. “Oggi la maggior parte della gente passa accanto alle spezie del supermercato senza neanche accorgersi di quell’esercito di bottigliette. Per certi versi è una triste fine per un commercio che un tempo ridefinì il mondo”. Per lungo tempo infatti esse sono state moneta di scambio per i commerci, diventando quindi da subito sinonimo di potere e di abbondanza, e contribuendo al processo di globalizzazione che tanto caratterizza la nostra era.

Proprio su come le spezie hanno rimodellato la nostra cultura si basa Una storia commestibile dell’umanità di Tom Standage, edito da Codice Edizioni nel 2010. Tom Standage, abile divulgatore, non è nuovo nel panorama editoriale mondiale: è editor della prestigiosa “Economist” ed è stato al servizio di testate di primo livello quali il Guardian, il New York Times e Wired. In Italia ha pubblicato altri due titoli, di cui uno fa da spalla al libro qui recensito, Una storia del mondo in sei bicchieri (2005); l’altro descrive i “primi 2000 anni dei social media” e porta il titolo de I Tweet di Cicerone (2015), entrambi editi in Italia da Codice. Standage è anche un attivo blogger su questa piattaforma.

Di particolare interesse è la struttura del saggio, diviso in cinque parti. Le prime due sono introduttive all’argomento e dedicate interamente all’agricoltura, alla sua nascita e alla sua diffusione, nonché a come questo processo sia stato fondamentale nel cambiare l’assetto sociale dell’uomo: da sparuti gruppi di cacciatori-raccoglitori a sovrani e sudditi, e quindi ricchi e poveri. In questi capitoli di presentazione trovano spazio anche riflessioni riguardo la nascita delle religioni e l’impatto delle offerte votive come sintomo di potere. Le parti a seguire descrivono il fiorente commercio creatosi attorno agli alimenti, spezie tra tutti, con la conseguente diffusione dei differenti approcci culturali ad essi legati: arte, religione, geografia, stili di vita abbienti e meno agiati sono e sono stati infatti frutti di un seme chiamato globalizzazione. La quale, grazie a tre alimenti di origine vegetale onnipresenti nella nostra tavola (la patata, lo zucchero e il mais), ha permesso di svincolare l’uomo, sulla via dell’industrializzazione, dalla trappola malthusiana. L’ultima parte è quella che forse più ci tocca da vicino: le due guerre, gli alimenti in scatola, le carestie russe, lo sfruttamento ambientale e le rivoluzioni verdi, tutti argomenti che molto hanno a che fare con le metodiche strategie di potere.

Standage si serve di un linguaggio semplice, fluido, accattivante, mai ripetitivo. D’altro canto, nello sviluppare un testo del genere, ha avuto dalla sua i suggerimenti di ottimi maestri: tra tutti Michael Pollan, autore, tra gli altri, del best seller Il dilemma dell’onnivoro, e Matt Ridley, maestro divulgatore e autore de La regina Rossa, pilastro della letteratura odierna in materia di evoluzione.

Una storia commestibile dell’umanità è un gradevole resoconto sulla nostra società e su come essa sia cambiata a partire dai primi insediamenti umani fino ad oggi, che guarda l’argomento con un occhio libero dai canonici metodi di indagine: “Rispetto ai classici testi sul cibo, questo è un libro insolito perché dice ben poco sul sapore degli alimenti o sulle gioie della buona cucina”. Dice tanto invece sul suo uso come moneta di scambio, o come simbolo di potere, o come arma di distruzione di massa.

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La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

Il libro del mare

La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è di circa tre volte maggiore rispetto a quella della terra emersa. Dato tale rapporto, il nostro pianeta dovrebbe avere quel nome, acqua, e non questo, terra. Purtroppo o per fortuna le cose sono andate come le conosciamo, e così ce le teniamo.
Riflessioni kafkiane a parte, l’acqua è da sempre stata interessante da più punti di vista: in campo letterario per la mole di opere che ha ispirato, per la filosofia per i molteplici spunti di riflessione che ha iniziato, in materia di chimico-fisica per le sue proprietà uniche, a livello biologico per avere acceso un fuoco che ancora oggi brucia: la vita, una combustione che dura da più di tre miliardi e mezzo di anni e che ha forgiato le infinite forme viventi appartenenti ai cinque grandi regni della natura.

Presa singolarmente ogni disciplina di cui sopra ha il suo fascino, ma è possibile associare tutte queste visioni differenti in un approccio vasto ed olistico? È possibile parlare di acqua sotto tutte le sue sfumature? È possibile, al contempo, leggere di coccolitofori, di acidificazione degli oceani, di Moby Dick e di terre leggendarie? Sì, tutto questo è possibile se si scrive un libro sul quel gran pentolone di acqua salata esistente in natura, il mare, e se si seguono le tracce del mostro marino nordico per eccellenza: lo squalo della Groenlandia.

A proposito di mostri marini. Lo squalo della Groenlandia, una specie (in senso tassonomico) di vertebrato cartilagineo, nonchè il più grosso carnivoro tra i viventi, si pone al limite tra la realtà e la mitologia per la sua ecologia troppo schiva e riservata nei confronti dell’uomo. Nonostante in passato sia stato infatti soggetto delle fantastiche scritture dei poeti nordici e dei miti da essi tramandati, oggi, accantonato l’alone di mistero di cui era impregnata la sua fama, si continua a conoscere ben poco della e sulla sua figura. Di certo, sapere che è il vertebrato più longevo in natura non permette di scrollarsi completamente di dosso tale nomea: “[…]oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole”.

Proprio intorno alla sua evanescente presenza ruota Il libro del mare di Morten Strøksnes (Iperborea, 2017), un racconto su […] come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare.
Morten Strøksnes, scrittore norvegese, e un suo amico di vecchia data, abbastanza determinato, taciturno e artista sui generis, decidono di andare a caccia dello squalo della Groenlandia armati di tanto coraggio e di tanta speranza: nei periodi favorevoli e con circa quattrocento metri di lenza si immergono nella bellezza dei mari del nord e constatano in prima persona di quanta pazienza e fermezza d’animo necessita chi vuole affrontare un’avventura del genere. Avventura non di prima mano, sia chiaro: molti (tra parenti, amici e mentori vari) prima di loro hanno già provato l’ebbrezza di una impresa simile, ma i nostri decidono comunque di affrontare il viaggio privi di ogni consiglio e consci del fatto che, scevri da ogni influenza, l’emozione di potersi trovare di fronte al leggendario mostro marino non potrà essere di certo subito dimenticata.

Così come il mare ha funto da faro per diversi grandi maestri della letteratura, allo stesso modo la permanenza in acqua ad intervalli regolari permette a Strøksnes di essere a sua volta illuminato, e, di conseguenza, di essere a sua volta un cicerone: indirizza infatti il lettore nell’universo marino, sviscerandone ogni suo più recondito meandro e regalandogli un’opera ai limiti del poema epico. Il risultato è “Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino […]”, che ha come linea guida uno dei mostri acquatici più temuti dai marinai dell’ultima Thule.
Ma il libro racconta anche di elementi culturali e sociali di grande spessore: miti e leggende legati, ovviamente, al mare e ai mostri marini, resoconti di scambi commerciali e culturali tra gli abitanti del nord e l’Italia, riflessioni evoluzionistiche e stratigrafie geologiche, introspezioni legate al culto dell’ignoto si rivelano essere il giusto corollario ad un giusto teorema. Il tutto cucito da una prosa degna di un poeta, di facile lettura e fluida come l’ambiente che ci descrive.
(Che poi, se nel testo ti ritrovi anche Thor, il supereroe Marvel, figlio di Odino, allora capisci quanto davvero potente possa essere questo pentolone pieno di acqua salata e quanto geniale possa essere stato l’autore.)

Il libro al momento si colloca al secondo posto tra i più venduti del mese nella categoria “casa editrice”, e, stando alle premesse, farà ancora molta strada: è stato un caso letterario alla Fiera di Francoforte del 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi. E’ infatti un libro fatto di grandi speranze, di grandi aspettative, e di grandi promesse: navigare tra le sue pagine significa remare tra curiosità, cultura e pathos, elementi con cui Strøksnes ha intriso ogni sua frase.

Breve nota biografica sull’autore: Morten Strøksnes è uno scrittore, storico, giornalista e fotografo norvegese. Riguardo la sua carriera da scrittore ha all’attivo diversi reportage e saggi, mentre in campo prettamente letterario scrive recensioni per i principali giornali e riviste letterarie norvegesi. Tra i suoi lavori si annoverano quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo.

Il coccodrillo come fa

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In natura, l’unico processo davvero significativo è l’atto riproduttivo, con tutte le conseguenze del caso. Durante il corso del tempo geologico, che ha scandito il plasmarsi delle moltitudini di specie animali attuali ed estinte, tale processo si è presentato con modalità differenti. Anche se è difficile immaginare i modelli passati, di base c’è e forse c’è stata, almeno per la riproduzione sessuata, l’esistenza di due e due soli sessi. Non di più. Il frutto di tale fenomeno può essere identificato con “biodiversità”, un vasto insieme che comprende al suo interno tante cose differenti, a livelli diversi e su piani diversi: morfologico, genetico o comportamentale. Ma ciò è vero anche per tutto quello che concerne la fitness delle specie (ossia la capacità di tramandare discendenti), a partire dagli organi riproduttivi fino ad arrivare alle cosiddette cure parentali (l’allevamento della prole), passando per i rituali di accoppiamento. Sorprende infatti sapere quanto diversi siano i meccanismi che permettono ad una specie di rimanere a galla nel vasto mare dell’evoluzione, e i processi riproduttivi in questo ne sono i protagonisti.

Motivo per cui leggere Il coccodrillo come fa. La vita sessuale degli animali permette di averne una panoramica generale. Il saggio, uscito nel 2014 per Codice Edizioni, si compone di una bella rassegna sulla “vita sessuale degli animali”, come recita il sottotitolo, dove per animali quì si intende un assaggio di tutti i grandi gruppi di vertebrati, dai pesci cartilaginei all’uomo. L’autrice, Lisa Signorile, riesce a rendere divertente, senza mai tralasciare il rigore scientifico, un argomento che, sotto molti aspetti, ancora oggi risulta essere per noi uomini un tabù. Come la masturbazione: molte sono infatti le specie che praticano l’autoerotismo, anche se, tra tutti, i mammiferi sembrano essere i più “autodidatti”. È stato osservato, racconta la Signorile, come cani, gatti, cavalli, cervi, delfini e soprattutto primati, riescano a “piacersi” e a “compiacersi” da soli o, in mancanza di una parte anatomica prensile, con l’aiuto di qualche oggetto, come una liana o una staccionata, o semplicemente con il dondolio del proprio corpo (Ah, sia ben chiaro: sia maschi che femmine!).

Per non parlare delle dimensioni. Nonostante noi Sapiens manteniamo il primato, in proporzione molti sono i taxa animali che pareggiano il conto e una, al momento, sembra avvalersi del titolo di “Rocco Siffredi dei vertebrati”: un uccello, un’anatide sudamericano conosciuto col nome comune di gobbo argentino (Oxyura vittata), possiede un pene tre volte più lungo del suo corpo per un totale di circa 42 cm, dotato (o a ‘sto punto sarebbe meglio dire “superdotato”) di uno scovolino all’estremità e di spine lungo tutta la sua lunghezza (sai che felicità per la signora “gobba”). Ma questo non è il solo caso interessante: il pene quadricefalo dell’echidna permette all’animale di avere un asso nella manica (o tra i pantaloni): all’occorrenza, prima un lato (due emipeni), poi l’altro (gli altri due), nel caso in cui qualcosa andasse storto. Di contro, anche se spesso le dimensioni non contano (non per noi!) quasi tutte le specie animali, soprattutto quelle a riproduzione interna, sono molto veloci “sotto le lenzuola”. Uomo compreso. (Alla faccia dei clichè!).

E l’omosessualità, allora? Argomento ancora più tabù. Considerata fino a qualche tempo fa un’aberrazione naturale, e di cui ancora ci portiamo dietro i retaggi culturali, Il coccodrillo come fa ci racconta come in natura non sia un comportamento poi così contro natura. Se a praticarla sono infatti almeno 1500 specie, tra vertebrati e non, dovrà pur avere qualche valenza evolutiva che evidentemente tanto aberrante non sarà (e credetemi, ce l’ha eccome una valenza!). Sapere poi che gli albatri instaurano spesso rapporti omosessuali che nei casi piu duraturi si aggirano intorno al ventennio dovrebbe farci riflettere a riguardo. (Ah, già, i bonobo, i primati più prossimi all’uomo: quelli sì che hanno capito tutto. E poi ci sono i delfini, magnifiche e spietate bestie…)

E i rituali di accoppiamento? Sono forse la massima espressione della biodiversità conosciuta: nell’atto della scelta del partner infatti i pretendenti “tirano fuori” tutte quelle caratteristiche che altrimenti servirebbero a ben poco. Colori sgargianti, abilità architettoniche degne dei più abili costruttori, truffe, vere e proprie offerte votive all’amante, ricompense sono solo alcuni esempi di come la selezione naturale plasma i processi di corteggiamento (e credetemi, macchine costose o bicipiti scolpiti sono poca roba a confronto). Di base, un solo mantra: mater semper certa est, per citare l’autrice, con la conseguenza di una sex ratio sbilanciata a favore dei maschi che devono inventarsi quindi qualsiasi diavoleria pur di fare conquiste. Anche “travestirsi” da femmina (!), come avviene nel serpente giarrettiera (Thamnophis sirtalis parietalis).

Per non parlare delle cure parentali: molto dispendiose nei mammiferi e negli uccelli (nei cuculi no, loro si servono di altri volatili). E il sesso del nascituro? Bhè, quello è un sistema tanto semplice quanto complicato, varia da specie a specie e si presenta con una genetica sui generis in funzione del gruppo animale. Basti però pensare che tra un pò di tempo (tranquilli, si parla di tempo geologico) con buone probabiltà non ci saranno più (ahimè) maschietti in giro.

Curiose le circostanze che hanno portato alla stesura del testo: la biologa, spinta dai refeer del suo blog (L’orologiaio miope), si accorge di quanto gli internauti siano incuriositi dall’argomento “sesso” in contesto animale e non (e te pareva!). Dopo tre anni di incubazione, e sotto la spinta dell’editore che ne aveva avuto sentore tempo prima, decide di mettere su carta gli interessi (o le fantasie) dei suoi lettori, regalandoci un saggio leggero, fresco e interessante, adatto ad una lettura sotto l’ombrellone. Il coccodrillo come fa (…”non c’è nessuno che lo sa… parapaparapà…”) ci regala una bella avventura nel mondo animale, uomo compreso, con lo scopo di farci conoscere più da vicino le meraviglie della natura, con uno stile frizzante, un’ironia acuta e un rigore accademico degno di nota. Il tutto correlato da magnifici disegni, che permettono di vedere ciò che è espresso nel testo. Perchè, evidentemente, la Signorile sa come fa il coccodrillo, e ce lo vuole far sapere anche in questo modo. E leggendo il libro, anche noi lo sapremo (e lo sapranno anche in Germania, visto che il saggio ha attraversato le Alpi di recente).

Breve nota biografica sull’autrice: Lisa Signorile è una biologa esperta in genetica di popolazioni, attualmente londinese di adozione. Al pubblico non è nuova: tiene oramai da un decennio una rubrica sul National Geografic intitolata L’orologiaio miope, omonima al suo primo successo editoriale pubblicato sempre da Codice nel 2012.

Economia senza natura

Risultati immagini per economia senza natura. la grande truffa«L’uomo fa parte della natura, e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura». Soprattutto quando si parla di sviluppo e di crescita della popolazione. In questo caso, quando si parla di regole si parla di PIL, spread, industria. In una sola parola, di “economia”.
Pochi però, in materia di mercato, ne considerano la sfumatura “naturale”: l’ “ecologia”. I due termini, “economia” ed “ecologia”, apparentemente distanti, presentano la stessa radice: “eco”, deriva dal greco “oikos”,
tradotto con “casa”. Già dall’etimologia possiamo dedurne come i due termini risultano essere due facce della stessa medaglia: mentre cresce una diminuisce l’altra, e viceversa.
Ad accomunare le due discipline, distanti tra loro ad uno sguardo superficiale e poco critico, il seguente leitmotiv: l’adattamento a rispondere alle domande poste sia dalla natura che dal mercato. Alla base di questo concetto, un altro, ancora più semplice ma allo stesso tempo devastante: “non è possibile che una specie, qualunque sia il suo ruolo, possa crescere numericamente all’infinito”, in quanto rischia di portare se stessa all’estinzione. E questo vale soprattuto per la nostra specie, una specie (quasi del tutto) infestante con un ruolo di consumatore onnivoro e onnipresente, che ha già imboccato il punto di non ritorno.

Se siamo così intelligenti da poter dire questo, e lo facciamo da quando abbiamo coscienza sociale della natura, e da poter analizzare le crescite economiche dei paesi, perchè continuare con questa linea di crescita sbagliata e autodistruttiva? La risposta è data in Economia senza natura. La grande truffa di Ferdinando Boero (Codice Edizione, 2012), e può essere sintetizzata nel modo seguente: “Siamo irrimediabilmente scemi”.
Boero, in questo saggio, prende le mosse dall’etimologia delle parole “ecologia” ed “economia” per esaminare come la nostra società moderna, con le sue regole economiche, dovrebbe includere all’interno dei suoi rapporti di bilancio anche e soprattutto i costi derivati dallo sfruttamento ambientale. Processo che ad oggi sembra essere ignorato dalla gran parte dei buracrati.

Che poi, a pensarci su quanto basta, in ambito scientifico il termine “ecologia” è stato sininimo di un concetto più ampio e pertinente: “economia della natura”. Motivo per cui, gli studiosi, soprattutto dei campi appartenenti ai discorsi economici, dovrebbero considerare la sfumatura naturale delle attività umane e riconsiderare quella vecchia accezione ottocentesca che tanto sembra calzare a pennello in questo periodo storico. Come il testo di copertina recita, infatti, “Il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia deve essere corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, presto o tardi, presenta sempre il conto”.

Ma con “natura”, “naturale” et similia quì non si intende solo il deturpare gli ambienti o portare all’estinzione una specie; si intendono anche e in prima linea tutte le piramidi economico-sociali su cui si fonda uno stato, riflesso delle reti trofiche ecologiche. In un contesto del genere si inseriscono dunque nel testo argomenti come gli ambienti accademici e l'”esternalizzazione”, ossia la non inclusione dei costi ambientali su lungo tempo di ogni attività umana. Se nel primo caso una buona università, magari fatta con basi culturali più solide e con meno apparenze e burocrazie, permetterebbe di formare future classi dirigenti capaci, in linea teorica, di saper gestire una economia più “naturale”, dall’altro la stessa classe dirigente, ben istruita, potrebbe capire come piccoli cambiamenti ambientali possono portare a conseguenze devastanti. In poche parole, come nei rendiconti aziendali dovrebbero essere incluse tutte quelle azioni che potrebbero portare danni irreparabili in un futuro più o meno prossimo. Nulla di nuovo insomma, ma che ancora ci ostiniamo a prendere in considerazione.

Boero, saggiamente, dedica anche un paio di capitoli alla natura in senso stretto: evoluzione, selezione naturale, competizione, cooperazione sono i capisaldi di tutto il testo, e permettono di avere un punto di vista prettamente ecologico dei fatti economici. Fatti economici che non prescindono dall’attualità: le linee di incontro tra le Encicliche dei Papi e la salvaguardia ambientale, le politiche di gestione finanziaria dell’Unione Europea, il sistema della peer review delle riviste scientifiche, la mancanza di tassonomi, la situazione dell’istruzione in Italia sono tutti corollari di quella “economia ecologica” di cui tanto abbiamo bisogno in questo periodo, e di cui tanto si sente parlare, ma di cui poco si attua.

E’ grazie a questi strumenti che, giunti alla fine del saggio, viene da porsi una domanda, tanto semplice quanto agghiacciante: siamo ancora disposti ad essere irrimediabilmente scemi? Anche perchè, è bene ricordarlo, la natura prima o poi presenta sempre il conto.

Una breve nota biografica. Ferdinando Boero è un biologo marino e Professore di zoologia all’Università del Salento. La sua linea di ricerca, le meduse, gli hanno permesso di entrare timidamente anche nel campo della musica, oltre a quello della biologia: dopo aver dedicato una nuova specie di medusa a Frank Zappa, quest’ultimo gli ha dedicato un intero brano. Ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, è nel direttivo di un paio di associazioni sulla conservazione degli ecosistemi marini e ha alle spalle altri due volumi a sfondo “ecologico”: Ecologia della bellezza ed Ecologia ed evoluzione della religione.

Zio Tungsteno

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Oliver Sacks (1933-2015) è stato un neurobiologo di fama internazionale, conosciuto per i suoi studi su pazienti affetti da encefalite letargica e per le sue sperimentazioni con l’LSD. Ma Oliver Sacks è stato anche un grande romanziere: altri pochi autori come lui hanno trasformato dei casi scientifici in veri e propri casi letterari. Ne sono esempi i best seller L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello o Risvegli (da cui è stato tratto un film), in Italia editi entrambi da Adelphi rispettivamente nel 1986 e 1987.

Con Zio Tungsteno. Ricordi di un’infanzia chimica (Adelphi, 2002, pp. 394), invece, Sacks si spinge oltre: ci regala una duplice chiave di lettura, quella personale e quella scientifica. Da un lato racconta infatti degli scorci della sua infanzia, dall’altro uno spaccato di storia della chimica che solo pochi sanno narrare così bene. Ogni capitolo infatti si presenta con questa miscela che poco guasta lo scorrere delle pagine, rendendolo gradevole e leggero.

A fare da Cicerone in questi due mondi, apparentemente distanti, è proprio Zio Tungsteno: “Zio Tungsteno” è il soprannome attribuito ad uno zio dello scrittore, Dave, dedito alla chimica per passione e per lavoro. La sua è infatti una delle prime fabbriche di lampade che utilizza un (allora) nuovo materiale, il tungsteno, da cui il soprannome. Oliver passa gran parte della sua infanzia a contatto con lo zio, che a differenza dei suoi genitori, non si stanca mai di rispondere alle domande del giovane aspirante scienziato: “In linea di massima mia madre era paziente, e cercava di spiegarmi, ma alla fine, quando non ne poteva proprio più, mi diceva: ‘Questo è tutto quello che so– se vuoi saperne di più, chiedi a zio Dave'”. In maniera più o meno volontaria, Dave riesce in questo modo a piantare il seme della curiosità nel giovane Sacks, tanto che l’affetto per lo zio si trasforma in affetto per la chimica: l’adolescente Oliver è infatti affascinato dai processi mentali e materiali che hanno portato alla chimica del Novecento, e ne racconta a grandi linee le vicende storiche e sociali. Ne sono esempi la scoperta della radiottività da parte dei coniugi Curie o la tavola periodica degli elementi o tutto il contesto socioscientifico che ha portato alla realizzazione dell’illuminazione artificiale.

Per Oliver, la passione per il mondo chimico inizia con l’osservazione dei metalli, incipit del libro e fil rouge della sua adolescenza: “Molti dei miei ricordi d’infanzia sono legati ai metalli- come se avessero esercitato su di me un potere immediato. Spiccando sullo sfondo di una realtà eterogenea, si distinguevano per la lucentezza, il bagliore, l’aspetto argenteo, la levigatezza e il peso. A toccarli erano freddi, e quando venivano percossi risuonavano.” Da lì una curiosità smisurata verso la disciplina: “Continuavo a tormentare i miei genitori tempestandoli di domande. Da dove veniva il colore? Perché mia madre usava l’ansa di platino appesa sulla stufa per accendere il bruciatore del gas? Che succedeva allo zucchero quando lo si mescolava al tè? Dove andava a finire? Perché l’acqua si agitava quando bolliva? (Mi piaceva stare a guardare l’acqua messa sul fornello e vederla fremere di calore prima di rompersi nelle bolle)”.

Nella parte prettamente autobiografica Oliver descrive i momenti più significativi della sua infanzia, soffermandosi spesso sulle figure parentali che più gli sono state vicine: in questo modo sappiamo del padre, medico ebreo dedito alla lettura, della madre, a tratti dura quando si tratta di indirizzare il figlio verso la medicina, dei due suoi fratelli, molto più grandi di lui e “tutor” scientifici, degli altri componenti della famiglia, ognuno genio indiscusso nel proprio campo lavorativo o intellettuale. Nel bene o nel male, a questi ritratti si aggiungono anche le esperienze dirette del futuro neurobiologo: i primi esperimenti di chimica, gli atti di bullismo subiti nella scuola londinese da parte del preside e dei compagni durante la Seconda Guerra Mondiale, l’eccitazione di scoprirsi adolescente durante una nuotata in piscina.

Ciò che colpisce dei lavori di Sacks, e di questo in particolare, nonchè elemento caratterizzante dell’autore, è la capacità che lo stesso ha nel trascinare il lettore verso mondi anche distanti dal suo: leggendo le pagine di questo romanzo sembra quasi di essere immersi nello stesso momento in cui Scheele scopre l’acido fluoridrico, o quando lo stesso Oliver, ancora un bambino, quasi uccide il suo cane chiudendolo in un bidone al freddo e al gelo; un modo inconscio di attirare le attenzioni e per cercare di liberarsi dall’enorme fardello del bullismo subito.

Leggere Oliver Sacks e di Oliver Sacks è armonioso e allo stesso tempo profondo. Se a questo aggiungiamo la sua maestria nel trasportare il lettore, che sia dentro la sua casa o dentro lo studio della Curie, ne viene fuori, ogni volta, una sessione di lettura piacevole e istruttiva senza mai essere tediosa.

 

La “scimmia nuda”: un ballo che dura secoli

È inutile sottolineare quanto negli ultimi tempi sia tornato alla ribalta il concetto di Risultati immagini“scimmia nuda”. E dico tornato perchè in effetti non è, come ormai si sarà capito, un concetto nuovo, ma è un’espressione che gli antropologi conoscono bene e che si portano dietro da cinquanta anni precisi. Ossia, dalla pubblicazione de La scimmia nuda di Desmond Morris, il testo che ha ispirato il tormentone musicale del momento, Occidentali’s karma di Gabbani, vincitore dell’edizione 2017 di Sanremo.

Già nel momento della sua pubblicazione il libro ha suscitato scalpore, quantomeno in ambito letterario/scientifico e non commerciale: per la prima volta viene infatti descritta la nostra specie da un punto di vista diverso, e da questo momento non ha più solo una “semplice” etichetta scientifica. Il motivo  è prettamente accademico: una specie infatti per essere tale deve essere descritta da vari punti di vista, ovvero si deve conoscere in tutte le sue sfaccettature, siano esse anatomiche, paleontologiche ed etologiche (oggi a questa visione si è aggiunta anche quella genetica, ancora in embrione al tempo dell’uscita del libro). In effetti, da quando Darwin aveva messo il tarlo ne L’Origine delle specie (“luce si farà sull’origine dell’uomo”), nessuno ancora aveva trascritto le abitudini dell’uomo, motivo per cui la dicitura “H. sapiens“sembrava essere quasi campata in aria. Ci ha pensato dunque Morris, che oggi, almeno in Italia, sta vivendo una seconda gioventù letteraria, stando alle classifiche delle vendite.

Ma quali sono stati i passi del pensiero culturale occidentale che hanno portato al concetto di “scimmia nuda”?

Oggi più o meno tutti abbiamo, o dovremmo avere, cognizione del fatto che anche noi siamo degli animali, delle “scimmie nude” appunto, ma prima di arrivare a tale concezione acqua sotto i ponti ne è passata, e tanta anche.

Un primo accenno alla vera essenza dell’uomo si deve a Platone, che, oltre a considerarci privi di vello, ci considera al pari delle fiere, descrivendoci come animali privi di piume. Più simili agli uccelli dunque che ai primati. Ma se Platone è forse il primo a metterci sullo stesso piano degli animali, Aristotele non è dello stesso avviso. L’assioma che ci vorrebbe infatti degli esseri superiori e quindi in cima ad una piramide naturale si deve a quest’ultimo filosofo greco che ne esaltava le gesta rispetto al resto del mondo animale. Di conseguenza, accostare l’uomo ad un animale risulta essere, per l’uomo greco, qualcosa di barbarico. Figuriamoci ritenerlo nudo. Tale concezione è stata dura a morire durante il corso dei secoli, e, durante il Medioevo, il monopolio prima naturalistico e poi cristiano dell’ipse dixit (aristotelico per i laici, biblico per i cristiani) ha di fatto creato un tabù riguardo l’argomento “uomo e natura”.

Risultati immaginiQualcosa comincia a snaturarsi con la filosofia cartesiana, e qualcosa effettivamente comincia a mutare con il sistema di classificazione linneiano: nel grande Systema naturae pubblicato nel 1735 che tende ad identificare e a classificare tutte le specie viventi rientra per la prima volta anche l’uomo. Da questo momento anche noi quindi abbiamo una nostra carta di identità scientifica, con tanto di nome e cognome: “Homo sapiens“. Non solo: da questo momento anche l’uomo è parte integrante della natura. La descrizione accanto porta però altre tre parole, rigorosamente in latino: nosce te ipsum, conosci te stesso, un leggero atto di presunzione figlio della visione prettamente creazionista di Linneo. Ma ci sta tutto, anche se ancora siamo lontani dall’essere scimmie. Ad onor del vero, qualcuno comincia a tenere dei primati in casa, ma eleva le scimmie a uomini trogloditi, e non viceversa.

A Darwin si deve la prima vera teoria che spiegherebbe come il mondo vivente si adatta Risultati immaginicambiando, e a questa teoria non sfugge neanche l’uomo, di cui ora si tracciano anche i rapporti di parentela rispetto agli altri componenti della natura. Si scardina in questo modo un concetto durato quasi duemila anni. Ne L’Origine delle specie, datato 1859, un poco disinvolto accenno all’argomento, considerata la prudenza che necessita il contesto vittoriano. Poco più di un decennio dopo, l’uscita del testo che ha sancito le idiosincrasie della nostra specie: ne L’Origine dell’uomo (1871) si delineano le genealogie dei primati in generale e dell’uomo in particolare (“non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l’uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge [della selezione naturale”]). Non a caso, il titolo originale di questo testo è The Discendent of man. In tale modo Darwin si spinge anche oltre, azzardando dunque che la nostra specie avrebbe un antenato africano in Risultati immagini per l'origine dell'uomo e la selezione sessualecomune con le scimmie. A tutto ciò segue un acceso dibattito, di cui la frode dell’uomo di Piltdown e lo scontro tra Huxley e Wilberforce ne sono l’emblema. Ma con Darwin siamo scimmie per la prima volta. E con Shopenhauer siamo pure delle scimmie che si annoiano (“se le scimmie sapessero annoiarsi diventerebbero uomini”).

A partire dalla seconda metà del ‘900, mentre si delineano e si rimarcano le sempre più presenti diatribe tra creazionisti ed evoluzionisti, in campo antropologico si è ormai delineata la linea di discendenza del genere Homo, tramite fossili, studi primatologici e genetici. Ora siamo scimmie a tutti gli effetti, anche se siamo delle scimmie particolari.

In questo contesto si inserisce La scimmia nuda (1967- titolo originale: The naked ape): con la pubblicazione di questo testo, la specie Homo sapiens viene descritta anche dal punto di vista etologico (lo spettro anatomico è già stato da tempo sviscerato dagli antropologi, mentre la sfera paleoantropologica è ormai una scienza affermata e ha di fatto tracciato a grandi linee le discendenze della nostra specie). La tesi del libro, presentata in modo sintetico dal titolo, vorrebbe la perdita dei peli nell’uomo in quanto elemento distintivo della nostra socialità. In altre parole siamo uomini, e quindi diversi dagli altri primati, perchè abbiamo perso il pelo, e abbiamo perso il pelo perchè in questo modo, tramite la pelle, i rapporti individuali si intensificano. Soprattutto durante l’allevamento della prole. Per dirla con una battuta, abbiamo perso il pelo perchè le Australopitecine avrebbero preferito un’abbronzatura ottimale. Dal 1967 siamo delle scimmie, siamo delle scimmie particolari, e siamo delle scimmie che hanno perso il pelo, quindi nude.

Il testo si è tirato dietro diverse critiche, risulta essere ormai superato per quanto riguarda il suo assunto principale (vedasi ad esempio Marvis Harris, La nostra specie), ma rimane lo stesso un bello scorcio di letteratura scientifica che ha fatto storia. E ne farà ancora, data la rinascita che sta avendo e dato il successo di Gabbani.