La “scimmia nuda”: un ballo che dura secoli

È inutile sottolineare quanto negli ultimi tempi sia tornato alla ribalta il concetto di Risultati immagini“scimmia nuda”. E dico tornato perchè in effetti non è, come ormai si sarà capito, un concetto nuovo, ma è un’espressione che gli antropologi conoscono bene e che si portano dietro da cinquanta anni precisi. Ossia, dalla pubblicazione de La scimmia nuda di Desmond Morris, il testo che ha ispirato il tormentone musicale del momento, Occidentali’s karma di Gabbani, vincitore dell’edizione 2017 di Sanremo.

Già nel momento della sua pubblicazione il libro ha suscitato scalpore, quantomeno in ambito letterario/scientifico e non commerciale: per la prima volta viene infatti descritta la nostra specie da un punto di vista diverso, e da questo momento non ha più solo una “semplice” etichetta scientifica. Il motivo  è prettamente accademico: una specie infatti per essere tale deve essere descritta da vari punti di vista, ovvero si deve conoscere in tutte le sue sfaccettature, siano esse anatomiche, paleontologiche ed etologiche (oggi a questa visione si è aggiunta anche quella genetica, ancora in embrione al tempo dell’uscita del libro). In effetti, da quando Darwin aveva messo il tarlo ne L’Origine delle specie (“luce si farà sull’origine dell’uomo”), nessuno ancora aveva trascritto le abitudini dell’uomo, motivo per cui la dicitura “H. sapiens“sembrava essere quasi campata in aria. Ci ha pensato dunque Morris, che oggi, almeno in Italia, sta vivendo una seconda gioventù letteraria, stando alle classifiche delle vendite.

Ma quali sono stati i passi del pensiero culturale occidentale che hanno portato al concetto di “scimmia nuda”?

Oggi più o meno tutti abbiamo, o dovremmo avere, cognizione del fatto che anche noi siamo degli animali, delle “scimmie nude” appunto, ma prima di arrivare a tale concezione acqua sotto i ponti ne è passata, e tanta anche.

Un primo accenno alla vera essenza dell’uomo si deve a Platone, che, oltre a considerarci privi di vello, ci considera al pari delle fiere, descrivendoci come animali privi di piume. Più simili agli uccelli dunque che ai primati. Ma se Platone è forse il primo a metterci sullo stesso piano degli animali, Aristotele non è dello stesso avviso. L’assioma che ci vorrebbe infatti degli esseri superiori e quindi in cima ad una piramide naturale si deve a quest’ultimo filosofo greco che ne esaltava le gesta rispetto al resto del mondo animale. Di conseguenza, accostare l’uomo ad un animale risulta essere, per l’uomo greco, qualcosa di barbarico. Figuriamoci ritenerlo nudo. Tale concezione è stata dura a morire durante il corso dei secoli, e, durante il Medioevo, il monopolio prima naturalistico e poi cristiano dell’ipse dixit (aristotelico per i laici, biblico per i cristiani) ha di fatto creato un tabù riguardo l’argomento “uomo e natura”.

Risultati immaginiQualcosa comincia a snaturarsi con la filosofia cartesiana, e qualcosa effettivamente comincia a mutare con il sistema di classificazione linneiano: nel grande Systema naturae pubblicato nel 1735 che tende ad identificare e a classificare tutte le specie viventi rientra per la prima volta anche l’uomo. Da questo momento anche noi quindi abbiamo una nostra carta di identità scientifica, con tanto di nome e cognome: “Homo sapiens“. Non solo: da questo momento anche l’uomo è parte integrante della natura. La descrizione accanto porta però altre tre parole, rigorosamente in latino: nosce te ipsum, conosci te stesso, un leggero atto di presunzione figlio della visione prettamente creazionista di Linneo. Ma ci sta tutto, anche se ancora siamo lontani dall’essere scimmie. Ad onor del vero, qualcuno comincia a tenere dei primati in casa, ma eleva le scimmie a uomini trogloditi, e non viceversa.

A Darwin si deve la prima vera teoria che spiegherebbe come il mondo vivente si adatta Risultati immaginicambiando, e a questa teoria non sfugge neanche l’uomo, di cui ora si tracciano anche i rapporti di parentela rispetto agli altri componenti della natura. Si scardina in questo modo un concetto durato quasi duemila anni. Ne L’Origine delle specie, datato 1859, un poco disinvolto accenno all’argomento, considerata la prudenza che necessita il contesto vittoriano. Poco più di un decennio dopo, l’uscita del testo che ha sancito le idiosincrasie della nostra specie: ne L’Origine dell’uomo (1871) si delineano le genealogie dei primati in generale e dell’uomo in particolare (“non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l’uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge [della selezione naturale”]). Non a caso, il titolo originale di questo testo è The Discendent of man. In tale modo Darwin si spinge anche oltre, azzardando dunque che la nostra specie avrebbe un antenato africano in Risultati immagini per l'origine dell'uomo e la selezione sessualecomune con le scimmie. A tutto ciò segue un acceso dibattito, di cui la frode dell’uomo di Piltdown e lo scontro tra Huxley e Wilberforce ne sono l’emblema. Ma con Darwin siamo scimmie per la prima volta. E con Shopenhauer siamo pure delle scimmie che si annoiano (“se le scimmie sapessero annoiarsi diventerebbero uomini”).

A partire dalla seconda metà del ‘900, mentre si delineano e si rimarcano le sempre più presenti diatribe tra creazionisti ed evoluzionisti, in campo antropologico si è ormai delineata la linea di discendenza del genere Homo, tramite fossili, studi primatologici e genetici. Ora siamo scimmie a tutti gli effetti, anche se siamo delle scimmie particolari.

In questo contesto si inserisce La scimmia nuda (1967- titolo originale: The naked ape): con la pubblicazione di questo testo, la specie Homo sapiens viene descritta anche dal punto di vista etologico (lo spettro anatomico è già stato da tempo sviscerato dagli antropologi, mentre la sfera paleoantropologica è ormai una scienza affermata e ha di fatto tracciato a grandi linee le discendenze della nostra specie). La tesi del libro, presentata in modo sintetico dal titolo, vorrebbe la perdita dei peli nell’uomo in quanto elemento distintivo della nostra socialità. In altre parole siamo uomini, e quindi diversi dagli altri primati, perchè abbiamo perso il pelo, e abbiamo perso il pelo perchè in questo modo, tramite la pelle, i rapporti individuali si intensificano. Soprattutto durante l’allevamento della prole. Per dirla con una battuta, abbiamo perso il pelo perchè le Australopitecine avrebbero preferito un’abbronzatura ottimale. Dal 1967 siamo delle scimmie, siamo delle scimmie particolari, e siamo delle scimmie che hanno perso il pelo, quindi nude.

Il testo si è tirato dietro diverse critiche, risulta essere ormai superato per quanto riguarda il suo assunto principale (vedasi ad esempio Marvis Harris, La nostra specie), ma rimane lo stesso un bello scorcio di letteratura scientifica che ha fatto storia. E ne farà ancora, data la rinascita che sta avendo e dato il successo di Gabbani.

Comunicare l’evoluzione: il danno delle scorciatoie

(Introduzione di Giuseppe Bellomo:

Quante volte abbiamo sentito la frase “l’uomo discende dalle scimmie”? E quante volte, parlando di evoluzione, si è sentito chiamare in causa il famigerato anello mancante tra le specie? Ebbene, l’evoluzione non ha ne anelli mancanti e ne ibridi uomo-scimmia: nel processo evolutivo è la genetica, spinta dai cambiamenti ambientali, a farla da padrona. (Probabilmente) non troveremo mai né anelli mancanti e ne ibridi tra i primati. Di contro, sarebbe più corretto dire che Homo e Pan-gli scimpanzè- hanno avuto un antenato comune circa 5-7 milioni di anni fa, da cui si sono sviluppati due rami evolutivi strettamente imparentati ma separati. I quali non hanno un anello mancante: la genetica non crea forme “lineari”, e l’evoluzione non premia forme “lineari”: la genetica è figlia della selezione naturale. In questi casi, dunque, è più corretto parlare di cespugli evolutivi o di mosaici evolutivi. E il mosaico salta all’occhio perché da, nonostante i frammenti, una chiara visione d’insieme, nella nostra metafora rappresentata dal processo evolutivo. 

Il presente articolo mette in risalto come la cattiva divulgazione e la malaistruzione possono mettere in crisi la teoria dell’evoluzione, e precisa di come bisogna instaurare un dialogo più accurato e chiaro possibile tra chi fa scienza e chi no.

L’articolo è una libera traduzione del sottoscritto di un articolo preso dai Plosblog ed è di Jean Flanagan. Potete trovare l’articolo originale, intitolato Communicating about evolution: the danger of shortcuts, qui)

Quando si parla di evoluzione e di educazione, il nostro primo pensiero di solito va verso le chiese evangeliche, i consigli scolastici, e gli stati come il Kansas e Tennessee. Mentre battaglie culturali oltre il “credo” in evoluzione e il suo posto nella scuola pubblica sono certamente importanti, un problema meno noto è che l’accettazione e la comprensione non sono la stessa cosa, e molte persone che con entusiasmo “credono” nell’ evoluzione in realtà non capiscono le basi di come funziona. Questo potrebbe non essere un problema se la nostra unica preoccupazione è che il pubblico vota per mantenere la non-scienza fuori dalla scienza pubblica di classe. Ma una comprensione dell’evoluzione ha impatto più di una questione calda pulsante per volta. E ‘necessario comprendere le questioni che circondano antibiotici e resistenza ai pesticidi, la pesca eccessiva, i potenziali effetti dei cambiamenti climatici, la rilevanza dei modelli animali nella ricerca medica, ed è il quadro concettuale attraverso il quale tutti gli altri campi biologici possono essere meglio compresi.
Una grande varietà di idee sbagliate sull’evoluzione è stata documentata nella letteratura di ricerca di stampo scientifica a tutti i livelli, partendo dagli studenti delle elementari passando per gli studenti universitari, i visitatori del museo, e il grande pubblico. La recente rivista open-access  Evolution: Education and Outreach è una risorsa eccellente per coloro che cercano intuizioni nella comunicazione con i non esperti riguardo l’evoluzione. Il Biologo evoluzionista T. Ryan Gregory ha contribuito con un articolo del 2009 che riassume bene le idee sbagliate più diffuse circa la selezione naturale. Altri hanno documentato le difficoltà connesse con la macroevoluzione, nell’apprendere la parentela di specie, e nell’interpretare i diagrammi ad albero evolutivi. Il Sito Understanding Evolution di U.C. Berkeley ha una buona lista di partenza riguardo le idee comuni sbagliate relativi a tutti gli aspetti di evoluzione.
Gli esperti che non capiscono l’evoluzione per selezione naturale spesso usano le scorciatoie e le metafore che sono per lo più innocui tra coloro che sanno. Tuttavia, queste stesse scorciatoie possono rafforzare e perfino causare molte idee sbagliate tra studenti e membri del pubblico, coloro cioè senza un forte background dell’ evoluzione. Una maggiore consapevolezza della ricerca didattica delle scienze sull’evoluzione tra insegnanti, educatori informali, designer espositivi, documentaristi e giornalisti potrebbe portare ad un lungo cammino verso un’ulteriore prevenzione verso queste idee sbagliate.
Cercherò di delineare alcuni dei principali equivoci e difficoltà di apprendimento legate al meccanismo della selezione naturale e di discutere alcuni modi comuni di parlare di processi evolutivi che possono rafforzare queste idee sbagliate.

Fitness e “sopravvivenza del più adatto”- Per i biologi evoluzionisti, fitness ha un significato ben preciso: il numero di discendenti dati da individui di una specie che hanno un certo corredo genetico rispetto ad altri individui con diversi corredi genetici. Un recente post su io9 (un blog di carattere scientifico, N.d.A.) “Perché ‘la sopravvivenza del più forte’ è sbagliata”, ha affrontato alcune delle questioni racchiuse in questa parola. L’uso colloquiale di “fit”, come “grande, forte e sano” [1] rende la frase fuorviante. E l’evoluzione non è una questione di sopravvivenza verso tutti. Riguarda interamente la riproduzione. Spesso per chi vive più a lungo può significare più possibilità di accoppiarsi, ma la sopravvivenza contribuisce solo per la fitness evolutiva, in quanto consente un aumento di eventi di successo riproduttivo. Un organismo che vive al limite superiore della sua vita – ma non si riproduce con successo – non contribuisce esattamente a nulla per la prossima generazione.

Popolazioni e generazioni- Il meccanismo della selezione naturale si basa sul concetto di popolazione. Per un esperto, una popolazione è un gruppo di organismi della stessa specie che si riproducono e che vivono nella stessa area geografica. Cosa essenziale, popolazione non è sinonimo di specie. Tuttavia, la maggior parte dei non esperti non pensa in termini di popolazione. Pensa in termini di individui, specie, o di ecosistemi. Questo si traduce in supposizioni sbagliate su come l’evoluzione agisce e su chi. Molte persone pensano che l’evoluzione si verifica su un individuo durante la sua vita, o che intere specie (tra cui tutti gli individui) cambiano gradualmente in nuove specie. Anche in questo caso, le scorciatoie, come “nel corso del tempo, i fringuelli hanno guadagnato becchi più grandi” possono rafforzare l’idea che tutti i membri della suddetta specie hanno sviluppato becchi più grandi. Una dichiarazione migliore sarebbe stata  “per molte generazioni, fringuelli con grandi becchi hanno avuto più figli rispetto ai fringuelli dal becco più piccolo, fino a quando quasi tutta la popolazione ha sviluppato grandi becchi”.

Adattamento- Adattamento è un termine quasi onnipresente nel “vocabolario” degli studenti in età elementare, usato senza capire nulla di genetica. Gli studenti sono tenuti a sapere che un adattamento è qualcosa sulla falsariga di “un tratto di un organismo che aiuta a sopravvivere nel suo ambiente”. Questo spesso devolve in spiegazioni “basate su luoghi comuni” come per esempio i castori hanno grandi denti perché masticano alberi tutto il tempo, o le giraffe hanno il collo lungo perché cercano sempre di raggiungere le parti più alte tra gli alberi per il cibo. Non aiuta il fatto che  giornalisti, insegnanti e docenti utilizzano spesso colorate scorciatoie metaforiche per parlare di adattamento. Mentre la loro intenzione potrebbe essere quella di creare un articolo o un discorso vivace,la metafora di un esperto è spesso la realtà di un non esperto.
Nel suo articolo di rassegna, Gregory mette in evidenza alcune delle problematiche del linguaggio usato per descrivere l’adattamento:

Così, adattamenti in qualsiasi taxon possono essere descritti come “innovazioni”, “invenzioni” o “soluzioni” (a volte alcune”geniali”, altre meno). Anche l’evoluzione della resistenza agli antibiotici si caratterizza come un processo in cui i batteri “imparano” con  “astuzia” dagli antibiotici con regolarità frustrante.

La tendenza umana ad antropomorfizzare tutto, dagli animali agli oggetti inanimati, fino ai processi naturali è ben nota, e difficile da combattere. (Vedere Heider e Simmel del 1944 esperimento in cui le persone attribuiscono intenzioni, emozioni e persino generi spostando forme geometriche.) Nel contesto dell’ evoluzione le descrizioni antropomorfiche possono portare al malinteso di come i singoli organismi cercano di modificarsi per adattarsi meglio all’ambiente, e quindi tramandare quei tratti acquisiti alla loro prole. Vi è anche una comprensione traballante della genetica alla base di questa idea, ma una comunicazione sciatta può rinforzarla. Focalizzare sull’adattamento dai primi gradi in avanti può portare anche l’idea che ogni organismo è perfettamente adattato per il suo particolare ambiente e per la sua particolare nicchia, e che ogni caratteristica di un organismo ha uno scopo adattivo. I biologi evoluzionisti sanno semplicemente che non è il caso. La maggior parte dei tratti che noi chiamiamo adattamenti sono semplicemente “abbastanza buoni”. Sono stati un po’ più utili in una data circostanza rispetto ad altri tratti – non sono stati progettati dalla terra in su per la situazione attuale. Imparare a conoscere l’adattamento – e lo sviluppo di idee sbagliate su di esso – prima di cogliere la genetica, meccanismo generazionale della selezione naturale, può mettere gli studenti in condizioni di svantaggio quando arrivano nelle classi medie e superiori di carattere scientifico.

Unità e diversità: un processo in due fasi- Come Gregory ha sottolineato nel suo articolo di rassegna, l’evoluzione per selezione naturale è un processo in due fasi: (1) nuova variazione derivata da mutazioni casuali e di successiva ricombinazione, e (2) gli individui con alcune varianti genetiche hanno più figli di altri individui con altre varianti. Concentrandosi solamente sulla mutazione o sulla selezione può portare alle seguenti idee sbagliate, rispettivamente: che l’evoluzione è del tutto casuale, e che i risultati dell’evoluzione negli organismi sono perfettamente ottimizzati. Durante la comunicazione circa l’evoluzione con i non esperti, è importante non fare riferimento a uno senza riferirsi all’importanza dell’altro.
L’evoluzione è difficile. Per quelli di noi che la capiscono, il suo potere di fare tutto il resto in biologia cristallina è ingannevole. La maggior parte di noi aveva idee ingenue circa l’evoluzione come i bambini o gli studenti. Come abbiamo progredito nei nostri studi di scienza questi sono stati sostituiti con modelli mentali più precisi. Ma ci sono le eccezioni – la maggior parte delle persone non ritengono importante la scienza o pensano che non sia importante per vivere. Eppure, i cittadini sono spesso chiamati a prendere decisioni che richiedono la comprensione dell’evoluzione. E come gli esseri umani, la comprensione dell’ evoluzione può contribuire ad un più profondo apprezzamento della natura. Le scorciatoie sono orecchiabili – ronzante su circa popolazioni e generazioni può diventare noioso e prolisso. Ci vuole talento per comunicare di e su l’evoluzione accuratamente e in modo convincente, ma gli esperti e gli scrittori scientifici ed gli educatori hanno la responsabilità di farlo bene.

[1] In modo divertente, il significato inglese di “attraente” per “fit” è in realtà un po ‘più accurato nei casi di selezione sessuale – anche se dovremmo ancora di cambiarlo in “Riproduzione del più adatto”.

… Perché ognuno di noi è un essere “antropomorfo”. (In risposta al video “la teoria di Darwin è sbagliata, lo dice Darwin”)

Coloro che ancora oggi mettono in dubbio la validità della teoria dell’evoluzione biologica fanno semplicemente ridere. Edoardo Boncinelli

La selezione naturale è l’orologiaio cieco, cieco perché non vede dinanzi a sé, non pianifica conseguenze, non ha in vista alcun fine. Eppure, i risultati viventi della selezione naturale ci danno un’impressione molto efficace dell’esistenza di un disegno intenzionale di un maestro orologiaio; che alla base della complessità della natura vivente ci sia un disegno intenzionale, è però solo un’illusione. Richard Dawkins- L’orologiaio cieco

Vescovo Wilberforce, con ironia: “È da parte di suo nonno o di sua nonna, Sir, che lei è imparentato con le scimmie?”
Huxley: “Se dovessi scegliere per mio antenato fra una scimmia e un uomo che, per quanto istruito, usi la sua ragione per ingannare un pubblico incolto, […] non esiterei un istante a preferire una scimmia.” (citato in Augusto Camera e Renato Fabietti, Corso di storia)

L’ immagine messa sopra non è a caso. Se avete 6minuti da buttare al vento, vi consiglio di vedere questo video e poi, se ne avete voglia, di continuare a leggere questo post:

Se state leggendo questo elaborato vuol dire che avete un po’ di giudizio, e avete provato le stesse sensazioni che ho provato io. Il video si commenta da solo: è uno dei tanti modi di fare cattiva scienza, sparare a zero su cose che non si conoscono e infangare 150 anni di sudata storia. Disgustato e incazzato per aver perso 6 minuti preziosi della mia vita a guardare il video invece di fare altro, ho deciso di scrivere il post, come avrebbe fatto qualsiasi altra persona dotata di intelligenza e di discreta cultura. L’indignazione verso gente del genere nasce all’istante, non perché ci si affida ad un credo diverso dal mio per spiegare determinati eventi naturali, ma perché si screditano le teorie basate su dati di fatto senza essere consapevoli di quello che si dice, scambiando una cosa per un’altra. E vi giuro, sto facendo fatica a cercare di “smontare” il video passo per passo: non perché sia difficile farlo, ma perché ci sono pochi concetti e confusi. Indi per cui commenterò solo alcune frasi e le userò come pretesto per parlare di Darwin e della sua teoria, seppur in maniera leggera e senza entrare nei dettagli.

Bene. Dopo questo breve preambolo, possiamo entrare nel vivo della discussione: chiedetemi se credo nella teoria della “discendenza con modificazione” di Darwin, meglio conosciuta come “teoria dell’evoluzione per selezione naturale”, e vi risponderò di si. E se mi chiedete, tanto per pararvi il culo nel caso in cui siate dei creazionisti convinti, se ho letto il libro di Darwin intitolato Sull’origine delle specie per selezione naturale, in breve L’origine delle specie, vi risponderò ancora una volta di si.

Quando si dice “la teoria di Darwin è sbagliata” si è capito ben poco, e quando si rinforza la frase aggiungendo “attenzione, a dirlo è lo stesso scienziato” nel mondo, nello stesso istante in cui è stato pronunciato il concetto, e ogni qualsivoglia volta si ripete, muoiono 150 (proprio come gli anni della teoria!) tra naturalisti e biologi. O se preferite, tra scienziati in generale.

I punti da cui partono le mie critiche (e credetemi, non basterebbero sei minuti di argomentazione, ma almeno 150 anni di storia della biologia!) sono tanti. Cercherò dunque di ridurre ai minimi termini i concetti e le argomentazioni, usando delle frasi del video come punti di partenza per le mie riflessioni.

Il bello della teoria di Darwin è che è “semplice e delicata”. Appunto. Se non la si capisce, il problema non è Darwin che ha sbagliato: è stato fin troppo chiaro.

una vecchia edizione italiana

Che sia ben chiaro un concetto: Darwin non è mai stato dubbioso della sua teoria: fu un uomo cauto, ma  non di certo dubbioso. Se Darwin ha impiegato più di 20 anni per elaborare quello che è diventato il principio base dell’evoluzione moderna credo proprio che meriti un po’ di rispetto: ha raccolto dati e ha sperimentato tramite incroci di piccioni e di orchidee- da lui tanto amate- la sua teoria prima di pubblicarla al mondo. E ha raccolto un’enorme mole di dati.  Voleva semplicemente esserne sicuro. Ha visto di persona cos’è “l’elezione naturale”, l’ha resa piena di argomentazioni e gli ha dato un corpus ben definito. A tal proposito Wikipedia dice:

Ben consapevole dell’impatto che la sua ipotesi avrebbe avuto sul mondo scientifico, Darwin si mise ad indagare attivamente alla ricerca di eventuali errori, facendo esperimenti con piante e piccioni e consultando esperti selezionatori di diverse specie animali. Nel 1842 stese un primo abbozzo della sua teoria, e nel 1844 iniziò a redigere un saggio di duecentoquaranta pagine in cui esponeva una versione più articolata della sua idea originale sulla selezione naturale. Fino al 1858 (anno in cui Darwin si sarebbe presentato alla Linnean Society di Londra) non smise mai di limare e perfezionare la sua teoria.

Se avesse impiegato 6minuti per elaborarla, non staremmo qua a parlarne.

(Molto spesso in scienza si parla di “convergenza intellettuale”: due menti convergono sulla stessa teoria senza aver nessun collegamento tra di loro. Esempi sono Newton e Leibniz sul calcolo infinitesimale e Darwin e Wallace sulla teoria della selezione naturale. Quindi sono in due ad aver sbagliato alla fine dell’800?)

È vero che Darwin non ha usato la parola “evoluzione” fino alla sesta edizione del libro, ma ormai l’uso del termine si era diffuso a tal punto che era difficile resistergli (per il naturalista inglese evoluzione era sinonimo di “discendenza con modificazione”) (Ad onor di cronaca fu Spencer nel suo libro Principi di Biologia, pubblicato cinque anni dopo l’opera darwiniana per eccellenza, a “inventare” il termine “evoluzione” e il concetto di “sopravvivenza del più adatto”, entrati poi nell’immaginario collettivo di ognuno di noi). Ma è anche vero che mancava in pratica il motore primo della selezione naturale, figlio della genetica mendeliana, venuto a galla poco tempo dopo la morte di Darwin, e punto fermo della biologia moderna – non solo evoluzionistica.

A tal proposito Bill Bryson in Breve storia di (quasi) tutto dice:

Paradossalmente- soprattutto se si considera che aveva intitolato il suo libro l’origine delle specie- l’unica cosa che Darwin non riuscì proprio a spiegare fu l’origine delle specie. La sua teoria suggeriva un meccanismo grazie al quale una specie poteva diventare migliore, più forte o più veloce- in una sola parola, più adatta-, ma non dava alcuna indicazione su come si potesse produrre una nuova specie.

Mendel e Darwin insieme, sebbene inconsapevolmente, hanno preparato il terreno per la biologia del ventesimo secolo. Per citare ancora Bryson:

Darwin aveva capito che tutti gli essere viventi sono in relazione tra loro e che, in ultima analisi, “risalgono tutti a un unico antenato comune”; Mendel aveva scoperto il meccanismo per spiegare come tutto questo fosse possibile.

Tuttavia, i due “biologi” (passatemi il termine) non si sono aiutati a vicenda e hanno lasciato un bel lavoro da fare. Fra gli anni ‘30 e gli anni ‘50 si afferma infatti una corrente di pensiero evoluzionistico che cerca di sintetizzare in una teoria unificata le nuove conoscenze di tipo genetico, le nuove nozioni sull’origine delle specie, gli studi comportamentali e le nuove osservazioni della paleontologia, e che prende il nome di Teoria Sintetica o “Nuova Sintesi”.

la prima edizione originale

Riguardo al capitolo VI, a cui ci si riferisce nel video, Darwin espressamente giustifica il significato di “forme intermedie” che non si trovano dicendo che l’essere “intermedie” significa durare di meno rispetto alle forme “estreme” o alle forme “madri”, e per questo lasceranno meno documentazione fossile. Che poi, per Darwin, il concetto di “forma intermedia” ha un altro significato -ripreso da Eldrege e Gould nella Teoria degli Equilibri Punteggiati-, e prometto che prima o poi farò un post al riguardo. Inoltre da scienziato lungimirante che era, inizia il capitolo in questo modo:

Anche prima di giungere a questo punto della mia opera, molte difficoltà si saranno affollate nella mente del lettore. Alcune di esse sono tanto serie, che fin qui non potei riflettervi senza rimanere colpito dalla loro importanza; ma per quanto so giudicarne, in gran parte sono soltanto apparenti, e quelle che sono fondate non sono, a mio avviso, fatali alla mia teoria.

E continua poi elencando le varie difficoltà e smontandole una per una, nonostante ritenga che “in gran parte sono apparenti, e quelle che sono fondate non sono fatali”: sapeva, e ne era sicuro, che ci sarebbe stato qualcuno con poca elasticità mentale tra gli scienziati del suo periodo (ecco perché 20 anni di lavoro prima di mettere al mondo i suoi lavori!). Che non si capisca Darwin alla fine dell’800 ci può stare, nel 2012 no. L’atto di fede è poi un discorso a parte.

A parte il fatto che nel passo incriminato non c’è nessuna falla, andiamo a vedere il contesto in cui viene usato. Metto il paragrafo sottolineando i concetti chiave:

Insomma, io credo che le specie divengano oggetti abbastanza ben marcati e definiti, in modo da non offrire in qualsiasi periodo un caos inestricabile di forme variabili, ed intermedie: primieramente perchè le nuove varietà sono formate con estrema lentezza, essendo lentissimo il processo delle variazioni, e l’elezione naturale non può agire fintanto che non si presentino variazioni favorevoli, e finché nella naturale economia della regione non siavi un posto che possa occuparsi più vantaggiosamente, per qualche modificazione avvenuta in uno, o in parecchi abitanti. […]Per modo che in ogni regione e in ogni tempo noi non troveremo che poche specie, le quali offrano piccole modificazioni di struttura, alcun poco permanenti; e certamente questo è ciò che vediamo.

In secondo luogo, le superfici che oggi sono continue debbono in periodi recenti essersi trovate interrotte in porzioni isolate (riferendosi alla deriva dei continenti, nda), in cui molte forme, specialmente in quelle classi d’animali che si accoppiano per ogni parto e sono molto vaganti, possono essere divenute separatamente abbastanza distinte, da considerarsi come specie rappresentative. In questo caso le qualità intermedie fra le varie specie rappresentative e il loro stipite comune, devono ritenersi come anticamente esistenti in ogni porzione interrotta del paese; ma questi anelli di congiunzione saranno stati sopraffatti ed esterminati durante il processo di elezione naturale, così che non trovansi più allo stato vivente.

In terzo luogo, allorchè due o più varietà vennero formate in porzioni differenti di una superficie continua, le varietà intermedie saranno state probabilmente nelle zone intermedie, ma avranno avuto in generale una breve durata. Perchè queste varietà intermedie esistettero nelle zone intermedie in minor numero di quelle varietà che esse tendono a connettere, e ciò per ragioni altrove dichiarate (cioè da quanto noi conosciamo intorno all’attuale distribuzione delle specie strettamente affini o rappresentative, come pure delle varietà note). Per questa sola causa le varietà intermedie saranno soggette alla distruzione accidentale; e durante il processo, di successive modificazioni mediante l’elezione naturale, esse saranno quasi certamente battute e soverchiate dalle forme che esse collegano; dappoichè queste, esistendo in un numero più grande, presenteranno, nell’insieme, variazioni maggiori, e così saranno vieppiù perfezionate col mezzo della elezione naturale, e guadagneranno maggiori vantaggi.

Da ultimo, pensando all’intero corso dei tempi, anzichè a un’epoca particolare, se la mia teoria è fondata, esistettero sicuramente infinite varietà intermedie, che collegarono strettamente fra loro tutte le specie di un medesimo gruppo; ma il processo di elezione naturale tende continuamente, come spesso notammo, a distruggere le madri-forme e gli anelli intermedi. Perciò la dimostrazione della loro antica esistenza può solo trovarsi negli avanzi fossili che furono preservati, come noi cercheremo dimostrare in uno dei capi seguenti con memorie estremamente imperfette ed intermittenti.

Credo che sia ben chiaro il perché in natura non esistano forme intermedie viventi, e perché bisogna andarle a trovare nei fossili.

Quando si dice che “le specie estinte dovrebbero essere molte di più di quelle esistenti”, si dice il vero. Infatti, in paleontologia si stima che, in natura, solo otto su cento specie attualmente note ha una probabilità discreta di fossilizzare e una sola specie su cinquemila vissute nel passato ha lasciato una documentazione fossile. Tuttavia, la natura è stata tanta magnanima nei nostri confronti da regalarci tante “forme intermedie”: se non credete andate a cercare informazioni sull’evoluzione degli equidi, dei “fishapods”, dei mammiferi o dell’uomo stesso: ci sono parecchie forme che si ricollegano a specie moderne. E quando si dice che la teoria di Darwin è sbagliata perché si trovano fossili solo collegabili alle specie viventi, andate a vedere tutte le faune endemiche del sud America: sono delle forme meravigliose che non hanno dato discendenza per il 90 % dei casi (i cosiddetti “gruppi che non ritornano”). Su una di queste, chiamata Toxodon, Darwin stesso scrive: “forse uno degli animali più strani che siano stati scoperti”. E ancora: ci siamo dimenticati della grande diversità dei Dinosauri? (tuttavia, anche se nell’immaginario collettivo i dinosauri non esistono più, le nuove teorie di classificazione dicono il falso: a tutti gli effetti i polli sono un gruppo di dinosauri!). Tutto sta in quello che noi vogliamo analizzare e che storia, e di quale essere vivente, soprattutto, vogliamo ricostruire.

Nel capitolo intitolato Imperfezione della documentazione geologica Darwin vuole sottolineare che la sua teoria prevede una scala temporale abbastanza lunga (chiamata “tempo profondo” per gli specialisti di allora) che non ha la stessa durata stabilita da Kelvin- stimata nell’ordine di milioni di anni- o dalle teorie vigenti alla fine dell’800, ma si adatta benissimo ai principi di Lyell. Darwin stesso, infatti, sostiene che sono talmente tanti gli eventi che possono sconvolgere la natura in un arco di tempo di tale portata da non permettere di lasciare traccia del passato, proprio perché il corso degli eventi- naturalistici – per svolgersi ha bisogno di molto più che di milioni di anni. In questo lasso di tempo tante sono le forme che si sono potute formare, tante sono le forme che hanno superato il vaglio della selezione naturale, poche quelle che hanno avuto la possibilità di fossilizzare e tanti sono gli eventi che hanno sconvolto la morfologia della superficie terrestre, portandosi dietro le seppur piccole tracce del passato. Ma facciamo parlare Darwin stesso:

Indipendentemente dal fatto che noi non troviamo gli avanzi fossili di queste innumerevoli forme intermedie, potrebbe obbiettarsi che il tempo non sarà stato sufficiente per una quantità sì grande di mutamenti organici, sapendosi che tutti i cangiamenti prodotti dall’elezione naturale sono lentissimi. Non mi è possibile ricordare al lettore, che non sia geologo pratico, tutti i fatti che guidano la mente a valutare imperfettamente la lunga durata del tempo. Chiunque abbia letto la grande opera sui Principi della Geologia di  Lyell, che gli storici futuri riconosceranno come colui che produsse una rivoluzione nelle scienze naturali, e non ammetta quanto vasti incomprensibilmente siano stati i periodi passati del tempo, può senz’altro chiudere questo libro

Mentre L’origine delle specie si riferisce a tutte le specie viventi- e quindi anche all’ Homo sapiens-, nel video si vuole intendere che se la teoria non è valida a prescindere, figurarsi per l’uomo. Vero è che, “colpo di scena e attenzione”, il libro accenna solo in qualche passaggio all’evoluzione dell’uomo (tanto per essere ancora più cauti, visto i tempi che correvano) nei sottocapitoli intitolati Morfologie e Sviluppo e embriologia, proprio per rimarcare il fatto che anche l’uomo è parte integrante della natura e non super partes come si pensava allora (visione data da Aristotele e invalidata appunto da Darwin); ma in seguito Darwin dedica un’intera opera all’evoluzione dell’uomo dal titolo L’origine dell’uomo e la selezione sessuale. Così, tanto per non farsi mancare nulla!

A parte la confusione che si fa nel video sui concetti basilari della paleontologia e della scienza evoluzionistica in generale, che diamine significano “in 150 anni l’archeologia è andata molto avanti” e “ la tecnologia moderna permette di ritrovare molti più fossili di allora…”? Che un fossile prende il telefono, chiama un paleontologo e gli da le coordinate GPS per trovarlo?! O che direttamente si alza e si sistema in un museo?!

Infine, due precisazioni fondamentali:

-in primis Darwin fu uno SCIENZIATO. La sua teoria è basata su una quantità enorme di dati presi da tutto il mondo, concessi in parte dai più grandi studiosi di allora e in parte verificati di persona. Il classico modus operandi di uno che fa scienza. Scienza “onesta”, nel vero senso della parola. In più si è preso la briga di smontare fin dal principio tutti i dubbi che sarebbero potuti nascere dalla mente del lettore, dedicando in pratica mezzo libro alle possibili difficoltà e giustificazioni.

-In secundis c’è differenza tra TEORIA e PROPAGANDA.  L’enciclopedia Treccani dice così dei due termini:

Propaganda-Azione che tende a influire sull’opinione pubblica e i mezzi con cui viene svolta. È un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto.

Teoria– Formulazione logicamente coerente di un insieme di definizioni, principi e leggi generali che consente di descrivere, interpretare, classificare, spiegare fenomeni di varia natura.

Se di propaganda vogliamo parlare non è Darwin il promotore. La sua è una teoria a tutti gli effetti, che ha dato, e da, spunti accademici ancora oggi.

Ma ho parlato abbastanza, e mi sono solo limitato all’Origine delle specie. E penso di essere stato chiaro. L’evoluzione, che ci si creda o no, è un dato di fatto,“the greatest show on Earth!” per usare le parole di Dawkins. È frutto del caso e di una serie di casi concatenati, che alla fine danno come risultato infinite forme, una più bella dell’altra. Darwin fu uno dei più grandi pensatori di tutti i secoli, che ha scritto l’opera che più a suscitato scalpore e che continua a darne. Se volete farvi un’idea più da vicino vi invito a leggere Darwin e a verificare di persona tutto quello che è stato detto (i suoi libri si possono benissimo trovare in rete), o in alternativa consiglio i libri di Dawkins e di Gould, o qualsiasi altro libro che parla di evoluzione (mi raccomando, scritto da una persona competente!).

 

 

Note:

Si ringraziano Rita Scardino e Rosario Balistreri per la revisione e i consigli.

Tutte le notizie sono state prese da anni di studio sull’evoluzione e sulla scienza in generale, da internet e da  Wikipedia in particolare, dall’ Origine delle specie di Darwin (edizione che potete trovare online) e dal libro di Byll Bryson Breve storia di (quasi) tutto.

Se volete farvi due risate, andate a curiosare nei commenti del video, ce ne sono un paio che rendono l’idea con molte meno parole rispetto al mio post.