Curiosità insaziabile

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Curiosità insaziabile. L’innovazione al servizio di un futuro fragile di Helga Nowotny è un inno ai processi mentali e fisici che avvengono durante un nuovo evento tecnico-scientifico. In poche parole, è un inno alla curiosità che tanto caratterizza, in un modo o nell’altro, la nostra società. Ma è anche una disamina di tutti quei fenomeni sociali che frenano tale processo creativo: la pressante egemonia del capitalismo culturale spesso blocca e a volte stronca il progresso di una mente, e, di riflesso, di una società.

Parola d’ordine è il “nuovo”, mentre il processo che lo porta viene definito “innovazione”. Nuovo che quasi sempre ha risvolti negativi in qualsiasi campo dello scibile umano. E’ il caso della rivoluzione industriale ottocentesta, che, oltre a portare una nuova forma di lavoro, ha portato anche una nuova forma di malattia: “gli psichiatri del tempo diagnosticarono nuovi quadri clinici, come la nevrastenia, che ricondussero al rifiuto dell’organismo umano e soprattutto del sistema nervoso a stare a passo con i cambiamenti”. O è il caso della moda, che gioca con il caso creando punti di riferimento alternativi quando l’individuo si discosta da essa. In momenti culturali del genere saltano infatti tutti gli schemi fino a quel punto saldi, e le conseguenze non sono da sottovalutare.

Non a caso il paragone con la riproduzione sessuale e la mutazione calza a pennello per sottolineare come dal nulla può venir fuori qualcosa, che solo i posteri possono stabilire se utile o meno: estinzione ed evoluzione (intesa come “innovazione”) in questo caso sono due parametri con cui tutti i processi sociali infatti si confrontano. Ma innovazione non va di pari passo con positivo: esiste un motivo per cui Darwin scelse di distinguere la selezione naturale da quella artificiale. Se la prima amplia, la seconda agisce con forza; se “naturale” è sinonimo di “forte cambiamento a fini adattativi migliorativi”, “artificale” è spesso sinonimo di “inadeguato alle condizioni attuali”.

Ad oggi, la maggiore innovazione in campo sociale è affidata agli istituti di ricerca, che spesso si ritrovano in un terreno per niente fertile. “Se la ricerca è infatti naturalmente portatrice di innovazione, la società tende spesso a identificare tale carica innovatrice con il più oscuro concetto di ignoto, denso di paure e fantasmi. Da qui la richiesta, a volte l’imposizione, di meccanismi di controllo che vincolino il cammino della scienza”. Motivo per cui, i ricercatori a causa della sempre più predominante presenza fisica di istituiti privati volti alla capitalizzazione del materiale intellettuale, “non vogliono più essere ‘lavoratori del sapere’, ma ‘proprietari del sapere'”. Triste ma vero: “questo non vuole forse dire snaturare l’idea stessa di innovazione e di futuro come possibilità dell’inatteso?”.

Curiosità insaziabile. L’innovazione in un futuro fragile, edito da Codice Edizioni (2006, 16€), si compone di tre semplici ma densi capitoli e di un epilogo (per un totale di 137 pagine), mentre stilisticamente si presenta con un linguaggio forbito. E’ dunque un’attenta riflessione sull’eterno scontro da progresso e conservazione di un’autrice di spesso calibro, Helga Nowotny, che ha tutte le credenziali per farlo: è professore emerito del Social Studies of Science di Zurigo ed è stata presidente e membro fondatore del Consiglio europeo delle Ricerche (ERC).

Il giro del mondo in 80 pensieri

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Zenone di Elea sosteneva che una freccia in volo non vola. Rimane ferma. Il ragionamento è semplice: la freccia, appena scagliata, percorre ad ogni istante di tempo la stessa distanza, che altro non sarebbe che la sua lunghezza. Questo assunto conferma ciò che il suo maestro, Parmenide, sosteneva: il tempo non esiste. E se il tempo non esiste, non esiste cambiamento.

Sebbene apparentemente senza senso, la freccia di Zenone continua a vivere nel mondo cinematografico: una pellicola non è altro che una serie di “istantanee” riprodotte di seguito e che vanno in una direzione, in avanti. Di conseguenza, “Il divenire cinematografico non è altro che un’illusione, riducibile a una successione di istantanee statiche (…)”. Di contro, una pellicola riprodotta al contrario risulterebbe senza un nesso logico, e dunque paradossale (a meno che non vi chiamate Benjamin Button!).

Parla anche di questo, e di altre curiosità e menzogne a tutto tondo, la penultima fatica di Piergiorgio Odifreddi, Il giro del mondo in 80 pensieri (Rizzoli, 2015, 409 pagine, prezzo 20€), un libro pieno di entusiasmo e di passione, come solamente il professore sa fare.

Odifreddi, con un recente passato da docente di logica a Torino e alla Cornell University, non è nuovo nel panorama divulgativo nostrano. A lui fa capo ad esempio la raccolta di interviste ad alcuni Nobel, tra cui i nostri Dulbecco e Levi Montalcini, Incontri con menti straordinarie (TEA, 2006), o la trilogia sulla logica C’era una volta un paradosso, Il diavolo in cattedra (Einaudi 2001 e 2003), e Le menzogne di Ulisse (Longanesi, 2004). Ma il nome di Odifreddi viene spesso legato alle opere di critica religiosa, come Il Vangelo secondo la scienza (Einaudi, 1999), Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Longanesi, 2007) e  Caro papa ti scrivo (Mondadori, 2011), nonchè un libro scritto con Benedetto XVI, Caro papa teologo, caro matematico ateo (Mondadori, 2003). Attualmente Odifreddi scrive periodicamente per “Repubblica” e “Le Scienze”. I suoi libri, oltre ad essere dei best seller, gli hanno regalato anche il premio Galileo per la divulgazione scientifica nel 2011. (Per avere informazioni più dettagliate sulla sua bibliografia basta andare sul sito personale dell’autore: www.piergiorgioodifreddi.it/)

Il giro del mondo in 80 pensieri (il riferimento all’opera di Verne è palese e volontario, ma presuppone ritmi diversi) è un libro diviso in 8 tappe fondamentali: politica, religione, storia, scienza, matematica, filosofia, letteratura, arte. In pratica, 80 pensieri che vanno in lungo e in largo nello spazio-tempo dello scibile umano al grido di “dobbiamo sapere, e sapremo”, citazione del matematico Hilbert che racchiude tutto l’Odifreddi pensiero di questo libro. 409 pagine che hanno il ritmo di una corsa blanda intorno al mondo della cultura -soprattutto scientifica-, con lo scopo di concentrare “l’attenzione su ciò in cui ci si imbatte, e curiosando quanto più tempo possibile”.

Ogni parte è suddivisa in dieci sottotappe che rendono meno faticosi argomenti anche difficili e delicati da trattare come la questione palestinese, che regalano pillole preziose come il raduno dei Nobel a Lindau, o che descrivono in parole povere contenuti complessi della fisica, della matematica o della filosofia. E ci regala anche punti di vista alternativi quando ci racconta di come i testi di Lennon e Dylan hanno radicalmente cambiato il modo di pensare occidentale. Ad accomunare argomenti apparentemente sconnessi tra loro un solo principio: vincere le menzogne che ci propinano fin da piccoli, siano esse di carattere religioso, politico o scientifico.

Stilisticamente Odifreddi conferma il suo modus operandi: diretto, semplice, conciso. Nulla da obiettare. La ricca bibliografia e il lungo elenco analitico a fine testo rendono ancora più ricco il viaggio intrapreso nelle prime pagine, e danno la possibilità di riprendere la stessa tappa altre volte con facilità.

Come l’autore stesso suggerisce, Il giro del mondo è un libro da gustare “cum grano salis. Cioè a pizzichi da spargere sul piatto forte della scienza per insaporire la vita”, al fine di evitare di morire di fame intellettuale.

Elementary, Watson (e Dalì)!

I grandi geni della storia si riconoscono anche nella quotidianità. E nei modi di fare. Se Mullis, con la sua eccentricità, è arrivato a sostenere di aver avuto un incontro con un procione alieno, Darwin metteva per iscritto i pro e i contro di un probabile matrimonio con la cugina. E ancora: Cavendish non divulgava mai le sue idee, ma, o tramite appunti in fogli di carta o tramite bisbiglii, li faceva pervenire a chi ne doveva usufruire; Hardy, l’esteta della matematica, si prendeva gioco di tutti, e cercava di fare dispetti a Dio.

La genialità di una mente brillante però sta anche nel modo in cui vengono gestite le relazioni sociali, e nel cercare di averne di nuovi se incuriositi da qualcosa. Nasce da questo presupposto uno degli incontri del secolo scorso, e per la precisione da questo invito: “La seconda persona più intelligente del mondo desidera incontrare la prima”. Geniale. Potreste mai tiravi indietro con un invito di questo genere? Penso proprio che saremmo tutti lusingati e onorati. E lo saremmo ancora di più se sapessimo che a farlo è uno dei più famosi scienziati del nostro periodo. Non che voi siate di meno: la mattina infatti vi svegliate con la felicità di essere voi stessi. E ve lo ripetete anche.

Con la stimolante frase di cui sopra, James Watson, scopritore della struttura del DNA assieme a Francis Crick, convinse uno dei più grandi pittori contemporanei, Salvador Dalì, ad incontrarlo. Lo scopo era quello di ottenere il quadro che porta i nomi dei due scienziati  e che commemora una delle più grandi scoperte di tutti i tempi: Galacidalacidesoxyribonucleicacid, conosciuto anche con titolo di Omaggio a Watson e Crick. Scopritori del DNA. Watson il dipinto non lo ottenne, ma ricevette una bozza dell’opera con tanto di autografo a caratteri cubitali, che tiene gelosamente e in bella vista nel suo studio.

Il quadro di cui si parla è qui di seguito, ed è inutile dirvi quanto sia potente e maestoso. Ed è inutile sottolineare come possa fare gola a chiunque, men che meno a chi ne ha ispirato ogni singolo tratto.

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Riferimenti: Piergiorgio Odifreddi, Il giro del mondo in 80 pensieri (Rizzoli, 2015, 409 pagine, prezzo 20€)

Armi animali

Il mondo animale sorprende per la vastità di forme e di colori che lo caratterizza. Se la selezione naturale ha portato a tanto, ha voluto un prezzo da pagare, abbastanza alto per certi versi. Basti pensare alla coda del pavone, o al canto degli uccelli, elementi fondamentali di una selezione sessuale che spesso porta ad una corsa forsennata agli armamenti (e non in senso metaforico). E proprio di armamentari parla il libro di Douglas J. Emlen, Armi animali. Come la natura ci ha insegnato a combattere, edito da Codice Edizioni in collaborazione con Le Scienze nel 2016 (18,90€).

Emlen, insegnante di biologia all’Università del Montana, descrive in modo lineare le “vicende” evoluzionistiche del mondo animale, e come esso affronti la famosa “corsa agli armamenti”, locuzione presa in prestito dalla Guerra Fredda e fatta propria dalla biologia evoluzionistica. Strategie, scelte di combattimento e armamentari correlati non sono solo prerogativa degli umani: daini, tigri dai denti a sciabola, elefanti, rinoceronti, pesci con la bocca più grande del corpo sono tutti esempi di eserciti ben equipaggiati. E ancora: se i cervi in primavera usano tutte le loro energie per la ricostruzione dei loro palchi un motivo c’è. Ed è lo stesso che regola da un lato le comunità di scarabei o dei granchi violinisti, dall’altro i siluri, le navi e le bombe atomiche: cercare di mantenere inalterate le sorti della propria specie.

Il libro, di 283 pagine, si presenta strutturato in quattro parti, di cui le prime tre dedicate ai principi evoluzionistici e a come gli animali gestiscono le loro armature, senza tralasciare riferimenti con la specie umana; l’ultima parte è interamente dedicata all’uomo e alla storia delle sue armi. Non a caso la quarta di copertina recita: “il racconto dell’evoluzione delle armi più curiose e letali del mondo animale, e di ciò che hanno insegnato all’uomo per sviluppare il suo arsenale nel corso della storia”. Il tutto è corroborato da splendidi disegni, che rendono omaggio alla bellezza delle forme degli animali citati nel testo e alla strumentazione militare. Armi animali è un lungo viaggio attraverso la tecnologia, la storia, la scienza e la natura; è preciso, conciso, tecnico al punto giusto, ironico, bello a sfogliarsi per vie delle immagini. Insomma, c’è tutto.

Un consiglio: sono da leggere anche le note. Emlen, biologo di professione, ha girato in lungo e in largo le migliori oasi naturalistiche della terra per scopi di ricerca. Data la sua passione, lo studio dell’evoluzione delle corna negli scarabei, spesso ha dovuto affrontare pericoli biologici non di poco conto, motivo per cui i richiami a fine testo riportano dei momenti tragi-comici delle sue missioni.

Una domanda posta all’interno di uno dei capitoli del libro potrebbe stimolare più delle mie parole: “vi siete mai chiesti perchè le assicurazioni automobilistiche costano di più per i maschi adolescenti che per le donne?”.

Ballando nudi nel campo della mente

Kari Mullis è forse uno degli uomini più eccentrici di cui io abbia mai letto. Definirlo strano è forse riduttivo. Avevo già avuto un vago sentore della sua stravaganza tramite gli scritti di altri suoi colleghi, ma leggere di tale esuberanza senza pudore e direttamente dalla sua tastiera fa un certo effetto.

Amico intimo dell’LSD, spudorato, visionario, fuori dagli schemi e inventore di una delle più utili tecnologie in campo biochimico, la PCR: di tutto questo ne fa baluardo nella sua autobiografia, Ballando nudi nel campo della mente. Le idee (e le avventure) del più eccentrico tra gli scienziati moderni, edito da Baldini&Castoldi nel 2014, 222 pagine in cui lo scienziato si mostra completamente a nudo e senza freni inibitori.

Amante delle onde e della tavola da surf, nonchè (im)perfetto latin lover Mullis racconta della sua vita, a partire dall’adolescenza caratterizzata da notti intere in un magazzino a cercare di creare roba sintetica da vendere alle industrie, fino al suo probabile incontro con gli alieni in una calda sera d’estate. E non nasconde neanche la sfacciataggine avuta di fronte alla principessa del Giappone, impertinenza che ha cambiato in meglio la vita della reale nipponica.

Per non parlare della sua personale avventura nel mondo delle droghe. Mullis sostiene di aver cominciato a fare uso di stupefacenti all’età di tre anni, grazie alla somministrazione mattutina da parte della madre: i barbiturici sono un ottimo rimedio per combattere il raffreddore e per calmare i bollenti spiriti di futuri premi Nobel. “Potevo sedermi di fronte alla mia insegnante di prima elementare e sniffare tranquillamente. Dava sollievo quando avevi il naso intasato, e ti tirava su se il raffreddore cercava di buttarti giù. Se oggi studenti di prima decidessero di fare una cosa del genere, non arriverebbero mai a vedere le glorie della seconda classe.E poi, in età avanzata, la fortuna di conoscere l’LSD: qualcuno sostiene, e il capitolo in cui l’autore ne parla corrobora questa teoria, che senza quell’acido non si sarebbe mai e poi mai avuta la PCR, la tecnica molecolare che consente, tramite un piccolo campione di acido nucleico, di amplificare una catena di DNA o di RNA. Nobel nel 1993 per la chimica proprio per la PCR, lo “scienziato dalla curiosità insaziabile si è spesso scontrato con le posizioni ‘ortodosse’ della scienza”, tirando duri attacchi agli scienziati che si occupano di riscaldamento globale e di HIV, e a quelli che lucrano sulle ricerche accademiche altrui. Ma non risparmia critiche neanche al sistema giudiziario americano quando narra le vicende del caso O. J. Simpson, l’ex giocatore di football accusato di aver ucciso la moglie, di cui Mullis è stato membro della giuria popolare.

Il testo è molto leggero, scivola che è una meraviglia, è ricco di ironia ma mai perde di rigore, si presenta con un linguaggio semplice ma efficace allo stesso tempo.

Questo è uno di quei libri destinato ad entrare a fatica nelle librerie degli altri, ma una volta entrato sarà dura farlo uscire; è un libro che si è fatto spazio con timida prepotenza tra i titoli più venduti del mese, forte del consiglio dell’amico; è un libro che una volta letto, meriterebbe di essere letto una seconda volta. E’ un libro consigliato (come è stato per il sottoscritto, e tra l’altro da due persone a me care) e da consigliare. E’ un libro da finire in due giorni e da assaporare con una buona tazza di caffè o di tè nelle sessioni di lettura pomeridiane.

Intervista ad un lettore incallito

Mi si chiede spesso perchè tanto amore verso i libri e verso la lettura, e qual è il motivo che mi spinge a leggere (mi si contesta anche e soprattutto il contrario, del tipo “ma chi te lo fa fare?!”). Con le seguenti 25 domande spero di dissolvere ogni dubbio al riguardo, e, chissà, magari spero di indirizzare qualche lettore del blog verso questo mondo.

1. Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?
Non c’è un modo predefinito con cui scelgo i libri da leggere. Posso essere incuriosito da un argomento, e quindi cerco del materiale attinente, o posso leggere qualcosa solo perchè mi va. La lista dei libri da leggere aumenta ogni giorno che passa, quindi magari una mattina mi sveglio con la voglia di leggere un libro segnato anni fa. Spesso mi capita anche di leggere i titoli che qualche collega o professore mi consiglia. Se me ne parlano bene e mi stimolano abbastanza (evento che capita nel 100% dei casi) corro in libreria. Sì perchè i libri servono anche a fare coesione sociale: se trovi IL libro, allora fremi dalla voglia di mandare mail ad amici e professori, nella speranza che anche loro siano della stessa opinione; o semplicemente se incontri qualcuno con i tuoi stessi gusti letterari, il libro appena finito di leggere può essere il pretesto per prendere un caffè.
Un occhio alle recensioni lo do sempre, ma spesso succede quando ho già oltrepassato metà libro per vedere se altri lettori hanno avuto le mie stesse sensazioni. Non mi piace essere influenzato dai pareri altrui.

2. Dove compri i libri? In libreria o online?
I libri mi piace comprarli in libreria. Nel momento stesso in cui metto un piede dentro al negozio si smuovono vortici di emozioni che un click non potrà mai eguagliare. Tuttavia, compro anche online ma solo per cause di forza maggiore, tipo un libro non presente in negozio o lo sconto del 15% per i libri che costano un occhio della testa.

3. Aspetti di finire la lettura di un libro per acquistarne un altro o ne hai di scorta?
Non sia mai restare senza qualcosa da leggere! La scorta c’è, ed è anche cospicua. In questo modo mi faccio guidare meglio dall’istinto e posso scegliere sul momento.

4. Di solito quando leggi?
Non c’è un momento preciso della giornata. Leggo quando posso farlo (la voglia c’è sempre). Di solito dedico gran parte della giornata alla lettura (e poco alla Tv).

5. Ti fai influenzare dal numero di pagine quando compri un libro?
Sì, lo ammetto, i mattoni non sono il mio forte. Oltre le 350 pagine non ho la pazienza. Motivo per cui ho fatto fatica a finire, per esempio, il primo libro de “Il signore degli anelli”.

6. Genere preferito?
Non ho un genere preferito, leggo di tutto e di più. Certo, sarà per deformazione professionale che la mia libreria è piena di saggi a carattere scientifico e antropologico, ma non mi tiro indietro di fronte ai romanzi. Accanto a Darwin è possibile trovare Hemingway, di fronte Martin la Nemirovsky, Asimov vicino alla Kristof; oltre alla distopia figlia di Bradbury, Orwell, Golding e robe del genere, ho divorato anche i saggi di Cavalli-sforza, quelli della Harendt, di Russell, di Odifreddi…

7. Hai un autore preferito?
No, anche se per me sono stati, sono e saranno delle garanzie diversi autori, come Bill Bryson, Diamond, Bradbury, Douglas Adams…

8. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
A parte qualche sporadica avventura potteriana durante le superiori, ho cominciato a leggere assiduamente all’università. Ricordo ancora, e rido quando lo faccio, come tutto ebbe inizio. Russell sosteneva di attribuire la sua felicità non alle discussioni filosofiche di cui spesso era protagonista, ma all’andare di colpo la mattina. In un momento molto simile di una delle mie mattinate universitarie ebbe inizio tutto. Il mio coinquilino lasciò in casa un libro, a sua volta lasciato in casa dalla sua ragazza (ora moglie). Il titolo era “Breve storia di quasi tutto” di Bill Bryson. Cominciai a sfogliarlo, già felice di mio, e cominciai a capire, leggendo, che in quelle pagine avrei potuto trovare qualcosa di mio interesse. Uscii da quell’idillio un’ora dopo, e andai subito a comprare il libro. Da quel momento, visto che in facoltà molti prof parlavano di libri, mi ero convinto a leggerli sti libri tanto nominati, soprattutto quelli riguardanti l’argomento “evoluzione” (“compro e leggo solo quest’altro e poi basta”. Mi dicevo infatti di non avere tempo per questo genere di cose, e la risposta “il tempo lo trovi” mi indisponeva.) Ma poi tutto si è amplificato: Bryson rimandava ai pilastri della scienza, che a loro volta rimandavano a Orwell, poi mi incuriosì Asimov, poi Odifreddi, nel frattempo Darwin; poi Diamond, poi…

9. Presti i libri?
Non mi faccio particolari problemi a prestare i libri, ma solo se posso tenerli sott’occhio. Ho avuto la sfortuna di prestare e non riavere qualche titolo.

10. Riesci a leggere un titolo alla volta o riesci a leggere più libri contemporaneamente?
Dipende. Se sono particolarmente occupato un libro mi basta. Altrimenti anche due in contemporanea: spesso la curiosità ti spinge ad iniziare un altro titolo, anche se non vuoi staccarti da quello che hai tra le mani. Questo perchè i libri sono bastardi e ti chiamano dal comodino, allora cedi alla loro tentazione.

11. I tuoi amici/famigliari leggono?
A parte la mia ragazza e qualche collega, non in maniera assidua. Di recente ho provato a stalkerare altri colleghi e mio zio, e la cosa sembra funzionare. Ma come dice il detto “a lungo andare si vede il buon cavallo”. Staremo a vedere.

12. Quanto ci metti mediamente a finire un libro?
Anche qui: dipende. La media è comunque tre al mese, o in termini di pagine più di 900 circa.

13. Quando vedi una persona che legge, ad esempio sui mezzi pubblici, ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?
Certo! La curiosità non è solo donna, in questo caso. Le statistiche dicono che si legge poco, e quando ti trovi in posti affollati come la fermata del bus o del tram, noti subito se qualcuno legge. E allora l’occhio cade per forza (non di sole tette vivrà l’uomo, ma anche di ogni singola parola che esce da un libro).

14. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne soltanto uno, quale sarebbe?
Ecco. Questa è una domanda a cui nessun lettore credo sarebbe in grado di rispondere, ma se proprio costretto risponderebbe di sicuro allo stesso modo. Che domandona! Dato il tema, sceglierei “Fahrenheit 451” di Bradbury (tiè!), come altri milioni di lettori. (Se hai letto il libro riderai e dirai “scontato e banale”, se non l’hai ancora letto allora ti si presentano davanti due pilloline, la blu e la rossa. La prima ti invita a leggerlo, la seconda anche)

15. Perchè ti piace leggere?
È banale dire che sono curioso, ma è il motivo più grande per cui leggo. Visto che ho cominciato relativamente tardi, nel tempo ho capito che leggere, oltre ad essere un piacere, deve essere anche un dovere. Come mi piace spesso dire, i libri salvano la vita. Ti permettono infatti di conoscere posti e persone nuove, di avere delle risposte, di essere in grado di leggere in anticipo delle situazioni apparentemente difficili. Ma si può anche leggere semplicemente per il gusto di farlo, e senza uno scopo ben preciso. Checchè se ne dica, i libri sono anche un momento di coesione sociale (vedi punto 1). Leggere può essere anche un bel biglietto da visita, e il fatto di aver letto uno stesso titolo di nicchia potrebbe aprirti porte nuove nell’iperspazio sociale.

16. Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) oppure leggi solo libri tuoi?
Leggere per me è quasi un rituale tribale: a partire dalla ricerca del titolo per finire nel momento in cui sistemo il libro nella libreria, tutto deve andare secondo un ordine più o meno disordinato del cosmo (non so neanche io cosa ho scritto ma l’ho scritto). Indi per cui leggo spesso libri che compro, quindi miei, anche perchè la lettura deve essere un mio momento e sapere di avere in mano responsabilità altrui mi infastidisce (insita nella mia persona c’è la propensione ad essere sbadato). Inoltre, segno dei passaggi che mi piacciono particolarmente, o appunto qualche spunto di riflessione che potrebbe servirmi in futuro… sarebbe scortese farlo sui libri degli altri. E poi, sono io che presto/convinco a leggere, quindi raramente mi capita di avere un libro in prestito.
Riguardo la biblioteca, la frequento raramente: vi è dietro un’enorme burocrazia che spesso ti fa passare la voglia di leggere.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?
Beh, ad essere sincero ce ne sono tre:
1. “Il nome della rosa” di Eco. Sì, sarò anche un pessimo lettore, ma a metà ho abbandonato. Prima o poi gli darò un’altra chance: Eco ha tutta la mia stima, e non merita tutto questo.
2. “Il libro di fisica” di Asimov. Sarà anche il dio della fantascienza, ma il suo romanzo sulla storia della fisica l’ho trovato di una noia mortale. Pazienza, tengo il libro per ricerche future e ricordo e stimo Asimov sempre e comunque per le leggi della robotica: ha cambiato radicalmente il mondo della fantascienza e della robotica. Anche lui, non merita tutto questo.
3. “Una rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein. Confesso che approcciarsi alla Klein con questo malloppo, io che non sono abituato ai mattoni, è stato un errore da principianti. Ad un centinaio di pagine dalla fine ho abbandonato, e non me ne pento! (Colleghi che hanno letto fino alla fine son rimasti delusi. Tempo guadagnato)

18. Hai mai comprato un libro solo perchè ti piaceva la copertina? E cosa ti attrae della copertina di un libro?
Non credo di aver mai scelto un libro per la copertina, anche se ne apprezzo tantissimo il lavoro che c’è dietro. Anche questa è per me arte. Posso però dire che adoro particolamente quelle di Einaudi e di Codice Edizioni. E la nuova collana dell’Oscar Mondadori sui classici è a dir poco MERAVIGLIOSA.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente?
Sì. Al momento la mia preferita rimane Codice Edizioni, una giovane casa editrice torinese che ha deciso di intraprendere un percorso da folli: dare spazio alla scienza. Capofila di tutto S. J. Gould. L’impresa sembra essere riuscita, e ne sono contento. Dopo poco più di dieci anni ha poi virato anche verso altre scelte editoriali, tipo i romanzi, e questo sembra essere stato motivo di crescita e di stima nei confronti di noi lettori affezionati. In secondo luogo, Einaudi. Beh, nulla da ridire: prendete un loro romanzo, o un loro saggio, e sarete soddisfatti in tutto e per tutto.

20. Porti i libri dappertutto (per esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni chiusi in casa?
Chiusi in casa?! No, non se ne parla. Un libro è per me l’estensione del mio braccio. Provate voi a lasciare la vostra mano destra a casa ed uscire! Scherzi a parte, porto i libri ovunque anche per una questione di praticità. Capita spesso di rimanere bloccati alle poste, di aspettare colleghi o professori, di uscire per un motivo e poi ritrovarti fermo a non far nulla per un altro… tutti buoni pretesti per guadagnare tempo e leggere qualche pagina. In alternativa, se proprio non mi è permesso di portare la versione cartacea, e se esiste la versione digitale, scarico il libro sullo smartphone e il gioco è fatto.

21. Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?
Di solito chi mi conosce sa che coi libri sono difficile. Quelle poche volte che non ho richiesto un titolo in particolare o un buono regalo, mi sono stati regalati libri che sì già avevo letto, ma di cui mi sono particolarmente innamorato. Scelte azzeccate, quindi. Due su tutti: ancora una volta Bill Bryson (se non l’avete fatto leggetelo ragazzi, non vi deluderà), e Dawkins. Mi è stato regalato anche un manuale sull’evoluzione umana: chi mi conosce sa che ho particolarmente gradito. E poi i due bestseller di Diamond,”Armi, acciaio e malattie” e “Collasso”. Benedico ancora quel giorno.

22. Come scegli un libro da regalare?
Di solito parto da quelli che ho già letto, e cerco di capire quali tra questi potrebbero piacere a chi sta per riceverlo. A quanto mi risulti, quelli che ho regalato o consigliato hanno fatto furore: sono stati apprezzati e sono stati regalati di conseguenza. Si è creato un vortice che sembra non fermarsi.

23. La tua libreria è organizzata secondo un critero o li tieni in ordine sparso?
Sono un maniaco dell’ordine, se si parla di libri. Ma c’è anche un motivo per ciò. Vivo a Palermo e in pratica tutti i miei libri sono in casa dei miei. Ciò non mi permette di avere tutto sott’occhio. Visto che spesso vado a riprendere qualche passaggio, magari per un dubbio, magari per una ricerca, magari per scrivere un post sul blog, mi serve un sistema per andare subito al sodo. Motivo per cui i libri sono sistemati per mensola, per genere, per autore. In questo modo mi risulta facile chiamare casa e indicare la posizione del libro, in modo tale da farmelo portare alla prima occasione.

24. Quando leggi un libro che ha le note le leggi o le salti?
Le leggo, specie se si tratta di saggi. Le note servono a giustificare un concetto, ad avere un riferimento bibliografico o narrano di un momento particolare a cui l’autore vuole dare peso. A tratti, risultano interessanti tanto quanto il libro stesso.

25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni o postfazioni del libro o le salti?
Sì, leggo anche quelli. Trovo interessanti altri punti di vista, anche se sono frutto della tastiera dello stesso autore. Le introduzioni fatte da terzi nei romanzi spesso però le leggo dopo aver finito il libro. E poi, se sono state inserite un motivo ci sarà, no?!

Le domande sono state prese in prestito dal video “Indiscrete domande letterarie”(https://youtu.be/sf3WhmEGbh4) del canale youtube Read vlog Repeat. Ringrazio l’autrice, Valeria, per avermi dato il consenso di servirmi delle domande.

Finchè morte non ci separi…

​Da sempre è il migliore amico dell’uomo, e da circa 12 mila anni ci accompagna ovunque (Diamond, 2003). Emblematica è la scena dell’Odissea in cui a riconoscere Ulisse è il solo Argo, e molto empatica è la storia di Hachiko: di tutto il regno animale forse i cani sono quanto di più vicino ai Sapiens. La storia dell’uomo è infatti piena di elementi culturali ad essi legati: Cerbero è un cane a tre teste, in Egitto Anubi ha sembianze cinomorfe e la mitologia nordica è piena di riferimenti a questo animale.

Oggi si tende (forse) troppo, a ragione, a sacralizzare la figura sociale del cane da vivo, ma in epoca preistorica veniva considerato nella stessa ottica soprattutto da morto. 

La deposizione dei cani in contesti prossimi a quelli dell’uomo comincia ad esser pratica diffusa (in Italia) a partire dal Neolitico. A tale rito si associano sia elementi culturali che religiosi. Come ben intuibile, la prima componente sociale richiama la sua indole di compagno o guardiano, che, dal momento della sua addomesticazione, ha contraddistinto tale essere dal resto del regno animale. Per tale motivo, la presenza di resti appartenenti a un cane adulto in un contesto funerario può avere ad esempio la funzione di guardiano del sepolcro o di traghettatore verso il mondo ultraterreno (De Grossi Mazzorin e Minniti, 2002; De Grossi Mazzorin, 2008; Wilkens, 1995; 2012). 
La necropoli eneolitica di Fontenoce presso Recanati, nelle Marche, per esempio, potrebbe essere un ottimo paradigma. Nelle due sepolture a grotticella in cui sono stati trovati resti faunistici, si è visto come un maschio adulto deposto sul fianco destro sarebbe sintomo di guardia (Wilkens, 1995; 2012). Lo scopo di accompagnare il morto nel viaggio verso l’aldilà invece sembrerebbe essere appurato per un’altra tomba, questa volta neolitica, sita in Toscana, a Belvedere di Cetona (Wilkens, 2012). 

Diagnostico è anche il caso della sepoltura bisoma in grotticella artificiale di Ponte S. Pietro in Lazio. La tomba, denominata “della Vedova”, era accompagnata all’esterno da uno scheletro di un cane: il reperto faunistico è stato interpretato appunto come sintomo di fedeltà verso la padrona anche dopo la morte (De Grossi Mazzorin, 2001). 

Diverso è il caso della deposizione dei cuccioli di questo animale: i cuccioli del cane sono spesso vittime di un sacrifico che vuole essere il momento per propiziarsi le divinità o per implorare il loro perdono. Tale momento religioso e culturale è diffuso in ambito etrusco e italico, e si riscontrano gli stessi usi anche nel contesto romano e nei culti indoeuropei (De Grossi Mazzorin e Minniti, 2002; De Grossi Mazzorin, 2008; Wilkens, 2004; 2012). Fonti storiche riportano i dettagli dei riti, dove una volta distribuita la carne dell’animale ne vengono seppelliti i suoi resti (Wilkens, 2004). È questa l’altra faccia della medaglia: se da un lato il cane viene usato per il suo ruolo da compagno fedele svolto anche nel mondo degli Inferi, dall’altro viene associato a contesti magico-rituali di cui a beneficiarne è solo il mondo dei vivi (De Grossi Mazzorin e Minniti, 2002; De Grossi Mazzorin, 2008). 

Il cane, soprattutto in età infantile, viene usato anche come fonte di purificazione, di buon auspicio, di scaramanzia, e come elemento apotropaico (De Grossi Mazzorin, 2008; Wilkens, 2004; 2012). Ma anche i rituali a scopo curativo prevedono la sua presenza: secondo la credenza, il migliore amico dell’uomo è anche il simbolo della buona salute, in quanto, di tutta la fauna domestica, è afflitto solo da rabbia, gotta e cimurro, malattie in scarso numero di manifestazione rispetto a quelle conosciute in tutto il mondo addomesticato del passato. Per questo motivo viene usato per “assorbire” alcuni malanni, e, una volta assolto tale compito, viene seppellito come da rito (De Grossi Mazzorin, 2008; Wilkens, 2004; 2012). 

A tal proposito, interessante è il caso della necropoli infantile del V secolo di Lugnano in Teverina, in Umbria. Il cimitero, composto da 47 tombe di bambini deposti in tempi brevissimi, era corollato da almeno 12 cuccioli di cane di età inferiore ai 6 mesi e di un subadulto di circa 1 anno. In questo sito, la chiave di volta sta nella modalità di preparazione dei cani: i pattern mostrati dall’analisi di laboratorio presentano delle particolarità nella deposizione. Di un cucciolo infatti era presente solo la testa, quattro mancavano di mandibola, altri quattro erano completi, tre cuccioli presentavano solo le mandibole senza cranio, mentre del subadulto erano presenti solo gli elementi post craniali. Uno dei cuccioli senza cranio era stato volontariamente diviso in due parti all’altezza del bacino, mentre le mandibole dello stesso erano state sepolte secondo immersioni contrarie (una con la metà inferiore sotterrata e l’altra viceversa). Tutti i resti faunistici erano seppelliti vicino ai bambini perinatali e non vicino a quelli più grandi. La deposizione rapida di un così elevato numero di morti premature ha fatto pensare ad una epidemia: il cane infatti potrebbe essere stato usato come fonte di allontanamento della pestilenza (usanza ben documentata dalle fonti storiche, greche e latine su tutte). L’ipotesi della funzione apotropaica sembra essere corroborata anche dal ritrovamento di altri resti (un artiglio di corvo, lo scheletro di un rospo, una bambola d’osso senza arti) tutti collegati alla stessa funzione (De Grossi Mazzorin, 2008). 

Se oggi quindi non possiamo fare a meno dei nostri migliori amici a quattro zampe in vita, in passato non si poteva non essere accompagnati in un modo o nell’altro anche dopo la morte. In entrambi i casi, è forse vera la teoria di qualcuno secondo cui l’uomo è diventato uomo grazie ai cani, mentre è ormai appurato l’assioma di altri secondo cui cani e uomini in più o meno 12 mila anni hanno subito un processo evolutivo sociale parallelo, che non ci permette più di separci dai nostri migliori amici.

BIBLIOGRAFIA

Diamond, 2003, Armi, acciaio e malattie, Einaudi

McHugh S., 2008, Storia sociale dei cani, Bollati Boringhieri

De Grossi Mazzorin e Minniti, 2002, DOG SACRIFICE IN THE ANCIENT WORLD: A RITUAL PASSAGE?, in Akins N. L. (a cura di), 9th ICAZ Conference, Durham 2002, Dogs and People in Social, Working, Economic or Symbolic Interaction, eds Lynn M. Snyder and Elizabeth A. Moore, pp. 62–66 (Abstract)

De Grossi Mazzorin J., 2008, L’USO DEI CANI NEL MONDO ANTICO NEI RITI DI FONDAZIONE, PURIFICAZIONE E PASSAGGIO, in D’Andria F., De Grossi Mazzorin L., Fiorentino G. (a cura di), 2008, Uomini, Piante e Animali Nella Dimensione Del Sacro , Edipuglia S.r.l., pp. 71-81

Wilkens B., 1995, ANIMALI DA CONTESTI RITUALI NELLA PREISTORIA DELL’ITALIA CENTRO-MERIDIONALE, in Atti del primo convegno nazionale di archeozoologia, Rovigo 5-7 marzo 1993, 1: 201-207
Wilkens B., 2004, RESTI FAUNISTICI DA UNA FOSSA RITUALE DI ORVIETO, in Saturnia Tellus, Atti del Convegno Internazionale, Roma 10-12 novembre 2004, pp. 589-597
Wilkens B., 2012,Wilkens B., 2012, ARCHEOZOOLOGIA: IL MEDITERRANEO, LA STORIA, LA SARDEGNA, Editrice Democratica Sarda