Elementary, Watson (e Dalì)!

I grandi geni della storia si riconoscono anche nella quotidianità. E nei modi di fare. Se Mullis, con la sua eccentricità, è arrivato a sostenere di aver avuto un incontro con un procione alieno, Darwin metteva per iscritto i pro e i contro di un probabile matrimonio con la cugina. E ancora: Cavendish non divulgava mai le sue idee, ma, o tramite appunti in fogli di carta o tramite bisbiglii, li faceva pervenire a chi ne doveva usufruire; Hardy, l’esteta della matematica, si prendeva gioco di tutti, e cercava di fare dispetti a Dio.

La genialità di una mente brillante però sta anche nel modo in cui vengono gestite le relazioni sociali, e nel cercare di averne di nuovi se incuriositi da qualcosa. Nasce da questo presupposto uno degli incontri del secolo scorso, e per la precisione da questo invito: “La seconda persona più intelligente del mondo desidera incontrare la prima”. Geniale. Potreste mai tiravi indietro con un invito di questo genere? Penso proprio che saremmo tutti lusingati e onorati. E lo saremmo ancora di più se sapessimo che a farlo è uno dei più famosi scienziati del nostro periodo. Non che voi siate di meno: la mattina infatti vi svegliate con la felicità di essere voi stessi. E ve lo ripetete anche.

Con la stimolante frase di cui sopra, James Watson, scopritore della struttura del DNA assieme a Francis Crick, convinse uno dei più grandi pittori contemporanei, Salvador Dalì, ad incontrarlo. Lo scopo era quello di ottenere il quadro che porta i nomi dei due scienziati  e che commemora una delle più grandi scoperte di tutti i tempi: Galacidalacidesoxyribonucleicacid, conosciuto anche con titolo di Omaggio a Watson e Crick. Scopritori del DNA. Watson il dipinto non lo ottenne, ma ricevette una bozza dell’opera con tanto di autografo a caratteri cubitali, che tiene gelosamente e in bella vista nel suo studio.

Il quadro di cui si parla è qui di seguito, ed è inutile dirvi quanto sia potente e maestoso. Ed è inutile sottolineare come possa fare gola a chiunque, men che meno a chi ne ha ispirato ogni singolo tratto.

Risultati immagini per Galacidalacidesoxyribonucleicacid. Omaggio a Watson e Crick dalì

Riferimenti: Piergiorgio Odifreddi, Il giro del mondo in 80 pensieri (Rizzoli, 2015, 409 pagine, prezzo 20€)

Armi animali

Il mondo animale sorprende per la vastità di forme e di colori che lo caratterizza. Se la selezione naturale ha portato a tanto, ha voluto un prezzo da pagare, abbastanza alto per certi versi. Basti pensare alla coda del pavone, o al canto degli uccelli, elementi fondamentali di una selezione sessuale che spesso porta ad una corsa forsennata agli armamenti (e non in senso metaforico). E proprio di armamentari parla il libro di Douglas J. Emlen, Armi animali. Come la natura ci ha insegnato a combattere, edito da Codice Edizioni in collaborazione con Le Scienze nel 2016 (18,90€).

Emlen, insegnante di biologia all’Università del Montana, descrive in modo lineare le “vicende” evoluzionistiche del mondo animale, e come esso affronti la famosa “corsa agli armamenti”, locuzione presa in prestito dalla Guerra Fredda e fatta propria dalla biologia evoluzionistica. Strategie, scelte di combattimento e armamentari correlati non sono solo prerogativa degli umani: daini, tigri dai denti a sciabola, elefanti, rinoceronti, pesci con la bocca più grande del corpo sono tutti esempi di eserciti ben equipaggiati. E ancora: se i cervi in primavera usano tutte le loro energie per la ricostruzione dei loro palchi un motivo c’è. Ed è lo stesso che regola da un lato le comunità di scarabei o dei granchi violinisti, dall’altro i siluri, le navi e le bombe atomiche: cercare di mantenere inalterate le sorti della propria specie.

Il libro, di 283 pagine, si presenta strutturato in quattro parti, di cui le prime tre dedicate ai principi evoluzionistici e a come gli animali gestiscono le loro armature, senza tralasciare riferimenti con la specie umana; l’ultima parte è interamente dedicata all’uomo e alla storia delle sue armi. Non a caso la quarta di copertina recita: “il racconto dell’evoluzione delle armi più curiose e letali del mondo animale, e di ciò che hanno insegnato all’uomo per sviluppare il suo arsenale nel corso della storia”. Il tutto è corroborato da splendidi disegni, che rendono omaggio alla bellezza delle forme degli animali citati nel testo e alla strumentazione militare. Armi animali è un lungo viaggio attraverso la tecnologia, la storia, la scienza e la natura; è preciso, conciso, tecnico al punto giusto, ironico, bello a sfogliarsi per vie delle immagini. Insomma, c’è tutto.

Un consiglio: sono da leggere anche le note. Emlen, biologo di professione, ha girato in lungo e in largo le migliori oasi naturalistiche della terra per scopi di ricerca. Data la sua passione, lo studio dell’evoluzione delle corna negli scarabei, spesso ha dovuto affrontare pericoli biologici non di poco conto, motivo per cui i richiami a fine testo riportano dei momenti tragi-comici delle sue missioni.

Una domanda posta all’interno di uno dei capitoli del libro potrebbe stimolare più delle mie parole: “vi siete mai chiesti perchè le assicurazioni automobilistiche costano di più per i maschi adolescenti che per le donne?”.

Intervista ad un lettore incallito

Mi si chiede spesso perchè tanto amore verso i libri e verso la lettura, e qual è il motivo che mi spinge a leggere (mi si contesta anche e soprattutto il contrario, del tipo “ma chi te lo fa fare?!”). Con le seguenti 25 domande spero di dissolvere ogni dubbio al riguardo, e, chissà, magari spero di indirizzare qualche lettore del blog verso questo mondo.

1. Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?
Non c’è un modo predefinito con cui scelgo i libri da leggere. Posso essere incuriosito da un argomento, e quindi cerco del materiale attinente, o posso leggere qualcosa solo perchè mi va. La lista dei libri da leggere aumenta ogni giorno che passa, quindi magari una mattina mi sveglio con la voglia di leggere un libro segnato anni fa. Spesso mi capita anche di leggere i titoli che qualche collega o professore mi consiglia. Se me ne parlano bene e mi stimolano abbastanza (evento che capita nel 100% dei casi) corro in libreria. Sì perchè i libri servono anche a fare coesione sociale: se trovi IL libro, allora fremi dalla voglia di mandare mail ad amici e professori, nella speranza che anche loro siano della stessa opinione; o semplicemente se incontri qualcuno con i tuoi stessi gusti letterari, il libro appena finito di leggere può essere il pretesto per prendere un caffè.
Un occhio alle recensioni lo do sempre, ma spesso succede quando ho già oltrepassato metà libro per vedere se altri lettori hanno avuto le mie stesse sensazioni. Non mi piace essere influenzato dai pareri altrui.

2. Dove compri i libri? In libreria o online?
I libri mi piace comprarli in libreria. Nel momento stesso in cui metto un piede dentro al negozio si smuovono vortici di emozioni che un click non potrà mai eguagliare. Tuttavia, compro anche online ma solo per cause di forza maggiore, tipo un libro non presente in negozio o lo sconto del 15% per i libri che costano un occhio della testa.

3. Aspetti di finire la lettura di un libro per acquistarne un altro o ne hai di scorta?
Non sia mai restare senza qualcosa da leggere! La scorta c’è, ed è anche cospicua. In questo modo mi faccio guidare meglio dall’istinto e posso scegliere sul momento.

4. Di solito quando leggi?
Non c’è un momento preciso della giornata. Leggo quando posso farlo (la voglia c’è sempre). Di solito dedico gran parte della giornata alla lettura (e poco alla Tv).

5. Ti fai influenzare dal numero di pagine quando compri un libro?
Sì, lo ammetto, i mattoni non sono il mio forte. Oltre le 350 pagine non ho la pazienza. Motivo per cui ho fatto fatica a finire, per esempio, il primo libro de “Il signore degli anelli”.

6. Genere preferito?
Non ho un genere preferito, leggo di tutto e di più. Certo, sarà per deformazione professionale che la mia libreria è piena di saggi a carattere scientifico e antropologico, ma non mi tiro indietro di fronte ai romanzi. Accanto a Darwin è possibile trovare Hemingway, di fronte Martin la Nemirovsky, Asimov vicino alla Kristof; oltre alla distopia figlia di Bradbury, Orwell, Golding e robe del genere, ho divorato anche i saggi di Cavalli-sforza, quelli della Harendt, di Russell, di Odifreddi…

7. Hai un autore preferito?
No, anche se per me sono stati, sono e saranno delle garanzie diversi autori, come Bill Bryson, Diamond, Bradbury, Douglas Adams…

8. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
A parte qualche sporadica avventura potteriana durante le superiori, ho cominciato a leggere assiduamente all’università. Ricordo ancora, e rido quando lo faccio, come tutto ebbe inizio. Russell sosteneva di attribuire la sua felicità non alle discussioni filosofiche di cui spesso era protagonista, ma all’andare di colpo la mattina. In un momento molto simile di una delle mie mattinate universitarie ebbe inizio tutto. Il mio coinquilino lasciò in casa un libro, a sua volta lasciato in casa dalla sua ragazza (ora moglie). Il titolo era “Breve storia di quasi tutto” di Bill Bryson. Cominciai a sfogliarlo, già felice di mio, e cominciai a capire, leggendo, che in quelle pagine avrei potuto trovare qualcosa di mio interesse. Uscii da quell’idillio un’ora dopo, e andai subito a comprare il libro. Da quel momento, visto che in facoltà molti prof parlavano di libri, mi ero convinto a leggerli sti libri tanto nominati, soprattutto quelli riguardanti l’argomento “evoluzione” (“compro e leggo solo quest’altro e poi basta”. Mi dicevo infatti di non avere tempo per questo genere di cose, e la risposta “il tempo lo trovi” mi indisponeva.) Ma poi tutto si è amplificato: Bryson rimandava ai pilastri della scienza, che a loro volta rimandavano a Orwell, poi mi incuriosì Asimov, poi Odifreddi, nel frattempo Darwin; poi Diamond, poi…

9. Presti i libri?
Non mi faccio particolari problemi a prestare i libri, ma solo se posso tenerli sott’occhio. Ho avuto la sfortuna di prestare e non riavere qualche titolo.

10. Riesci a leggere un titolo alla volta o riesci a leggere più libri contemporaneamente?
Dipende. Se sono particolarmente occupato un libro mi basta. Altrimenti anche due in contemporanea: spesso la curiosità ti spinge ad iniziare un altro titolo, anche se non vuoi staccarti da quello che hai tra le mani. Questo perchè i libri sono bastardi e ti chiamano dal comodino, allora cedi alla loro tentazione.

11. I tuoi amici/famigliari leggono?
A parte la mia ragazza e qualche collega, non in maniera assidua. Di recente ho provato a stalkerare altri colleghi e mio zio, e la cosa sembra funzionare. Ma come dice il detto “a lungo andare si vede il buon cavallo”. Staremo a vedere.

12. Quanto ci metti mediamente a finire un libro?
Anche qui: dipende. La media è comunque tre al mese, o in termini di pagine più di 900 circa.

13. Quando vedi una persona che legge, ad esempio sui mezzi pubblici, ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?
Certo! La curiosità non è solo donna, in questo caso. Le statistiche dicono che si legge poco, e quando ti trovi in posti affollati come la fermata del bus o del tram, noti subito se qualcuno legge. E allora l’occhio cade per forza (non di sole tette vivrà l’uomo, ma anche di ogni singola parola che esce da un libro).

14. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne soltanto uno, quale sarebbe?
Ecco. Questa è una domanda a cui nessun lettore credo sarebbe in grado di rispondere, ma se proprio costretto risponderebbe di sicuro allo stesso modo. Che domandona! Dato il tema, sceglierei “Fahrenheit 451” di Bradbury (tiè!), come altri milioni di lettori. (Se hai letto il libro riderai e dirai “scontato e banale”, se non l’hai ancora letto allora ti si presentano davanti due pilloline, la blu e la rossa. La prima ti invita a leggerlo, la seconda anche)

15. Perchè ti piace leggere?
È banale dire che sono curioso, ma è il motivo più grande per cui leggo. Visto che ho cominciato relativamente tardi, nel tempo ho capito che leggere, oltre ad essere un piacere, deve essere anche un dovere. Come mi piace spesso dire, i libri salvano la vita. Ti permettono infatti di conoscere posti e persone nuove, di avere delle risposte, di essere in grado di leggere in anticipo delle situazioni apparentemente difficili. Ma si può anche leggere semplicemente per il gusto di farlo, e senza uno scopo ben preciso. Checchè se ne dica, i libri sono anche un momento di coesione sociale (vedi punto 1). Leggere può essere anche un bel biglietto da visita, e il fatto di aver letto uno stesso titolo di nicchia potrebbe aprirti porte nuove nell’iperspazio sociale.

16. Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) oppure leggi solo libri tuoi?
Leggere per me è quasi un rituale tribale: a partire dalla ricerca del titolo per finire nel momento in cui sistemo il libro nella libreria, tutto deve andare secondo un ordine più o meno disordinato del cosmo (non so neanche io cosa ho scritto ma l’ho scritto). Indi per cui leggo spesso libri che compro, quindi miei, anche perchè la lettura deve essere un mio momento e sapere di avere in mano responsabilità altrui mi infastidisce (insita nella mia persona c’è la propensione ad essere sbadato). Inoltre, segno dei passaggi che mi piacciono particolarmente, o appunto qualche spunto di riflessione che potrebbe servirmi in futuro… sarebbe scortese farlo sui libri degli altri. E poi, sono io che presto/convinco a leggere, quindi raramente mi capita di avere un libro in prestito.
Riguardo la biblioteca, la frequento raramente: vi è dietro un’enorme burocrazia che spesso ti fa passare la voglia di leggere.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?
Beh, ad essere sincero ce ne sono tre:
1. “Il nome della rosa” di Eco. Sì, sarò anche un pessimo lettore, ma a metà ho abbandonato. Prima o poi gli darò un’altra chance: Eco ha tutta la mia stima, e non merita tutto questo.
2. “Il libro di fisica” di Asimov. Sarà anche il dio della fantascienza, ma il suo romanzo sulla storia della fisica l’ho trovato di una noia mortale. Pazienza, tengo il libro per ricerche future e ricordo e stimo Asimov sempre e comunque per le leggi della robotica: ha cambiato radicalmente il mondo della fantascienza e della robotica. Anche lui, non merita tutto questo.
3. “Una rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein. Confesso che approcciarsi alla Klein con questo malloppo, io che non sono abituato ai mattoni, è stato un errore da principianti. Ad un centinaio di pagine dalla fine ho abbandonato, e non me ne pento! (Colleghi che hanno letto fino alla fine son rimasti delusi. Tempo guadagnato)

18. Hai mai comprato un libro solo perchè ti piaceva la copertina? E cosa ti attrae della copertina di un libro?
Non credo di aver mai scelto un libro per la copertina, anche se ne apprezzo tantissimo il lavoro che c’è dietro. Anche questa è per me arte. Posso però dire che adoro particolamente quelle di Einaudi e di Codice Edizioni. E la nuova collana dell’Oscar Mondadori sui classici è a dir poco MERAVIGLIOSA.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente?
Sì. Al momento la mia preferita rimane Codice Edizioni, una giovane casa editrice torinese che ha deciso di intraprendere un percorso da folli: dare spazio alla scienza. Capofila di tutto S. J. Gould. L’impresa sembra essere riuscita, e ne sono contento. Dopo poco più di dieci anni ha poi virato anche verso altre scelte editoriali, tipo i romanzi, e questo sembra essere stato motivo di crescita e di stima nei confronti di noi lettori affezionati. In secondo luogo, Einaudi. Beh, nulla da ridire: prendete un loro romanzo, o un loro saggio, e sarete soddisfatti in tutto e per tutto.

20. Porti i libri dappertutto (per esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni chiusi in casa?
Chiusi in casa?! No, non se ne parla. Un libro è per me l’estensione del mio braccio. Provate voi a lasciare la vostra mano destra a casa ed uscire! Scherzi a parte, porto i libri ovunque anche per una questione di praticità. Capita spesso di rimanere bloccati alle poste, di aspettare colleghi o professori, di uscire per un motivo e poi ritrovarti fermo a non far nulla per un altro… tutti buoni pretesti per guadagnare tempo e leggere qualche pagina. In alternativa, se proprio non mi è permesso di portare la versione cartacea, e se esiste la versione digitale, scarico il libro sullo smartphone e il gioco è fatto.

21. Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?
Di solito chi mi conosce sa che coi libri sono difficile. Quelle poche volte che non ho richiesto un titolo in particolare o un buono regalo, mi sono stati regalati libri che sì già avevo letto, ma di cui mi sono particolarmente innamorato. Scelte azzeccate, quindi. Due su tutti: ancora una volta Bill Bryson (se non l’avete fatto leggetelo ragazzi, non vi deluderà), e Dawkins. Mi è stato regalato anche un manuale sull’evoluzione umana: chi mi conosce sa che ho particolarmente gradito. E poi i due bestseller di Diamond,”Armi, acciaio e malattie” e “Collasso”. Benedico ancora quel giorno.

22. Come scegli un libro da regalare?
Di solito parto da quelli che ho già letto, e cerco di capire quali tra questi potrebbero piacere a chi sta per riceverlo. A quanto mi risulti, quelli che ho regalato o consigliato hanno fatto furore: sono stati apprezzati e sono stati regalati di conseguenza. Si è creato un vortice che sembra non fermarsi.

23. La tua libreria è organizzata secondo un critero o li tieni in ordine sparso?
Sono un maniaco dell’ordine, se si parla di libri. Ma c’è anche un motivo per ciò. Vivo a Palermo e in pratica tutti i miei libri sono in casa dei miei. Ciò non mi permette di avere tutto sott’occhio. Visto che spesso vado a riprendere qualche passaggio, magari per un dubbio, magari per una ricerca, magari per scrivere un post sul blog, mi serve un sistema per andare subito al sodo. Motivo per cui i libri sono sistemati per mensola, per genere, per autore. In questo modo mi risulta facile chiamare casa e indicare la posizione del libro, in modo tale da farmelo portare alla prima occasione.

24. Quando leggi un libro che ha le note le leggi o le salti?
Le leggo, specie se si tratta di saggi. Le note servono a giustificare un concetto, ad avere un riferimento bibliografico o narrano di un momento particolare a cui l’autore vuole dare peso. A tratti, risultano interessanti tanto quanto il libro stesso.

25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni o postfazioni del libro o le salti?
Sì, leggo anche quelli. Trovo interessanti altri punti di vista, anche se sono frutto della tastiera dello stesso autore. Le introduzioni fatte da terzi nei romanzi spesso però le leggo dopo aver finito il libro. E poi, se sono state inserite un motivo ci sarà, no?!

Le domande sono state prese in prestito dal video “Indiscrete domande letterarie”(https://youtu.be/sf3WhmEGbh4) del canale youtube Read vlog Repeat. Ringrazio l’autrice, Valeria, per avermi dato il consenso di servirmi delle domande.

Breve storia del museo delle scienze naturali- Pt. III: Il museo delle scienze oggi

[Il museo delle scienze naturali è come]… Uno zoo fermo. Un piccolo visitatore del Museo di Storia Naturale di Milano (citato in Pinna 2006)

I science centresono luoghi nati per creare un humus favorevole allo sviluppo e alla diffusione della cultura scientifica. Drioli (2006)

Autentici discendenti di Prometeo, gli scrittori di scienza dovrebbero prendere il fuoco dall’Olimpo scientifico dai laboratori e dalle università, e portarlo giù, al popolo. William Laurence

Il concetto e la pratica di museo sono radicati nella storia dell’uomo, come dimostrano i recenti studi di paleoantropologia culturale, che indicano come sia nell’antropologia del sacro che dobbiamo oggi ricercare le motivazioni che hanno condotto alla formazione e alla conservazione di artefatti con la finalità di una comunicazione culturale (Vercelloni, in Lugli et al., 2005, pg. 165).

Il museo moderno è una produzione dell’umanesimo rinascimentale, dell’illuminismo del diciottesimo secolo e della democrazia del diciannovesimo secolo. J. Crook (citato in Alexander, Museums in motion, 2007, pg.5)

muse

Veduda esterna del Muse di Trento

(Puoi trovare la prima parte qui, e la seconda qui)

L’etimologia di ‘museo’ ha origini elleniche. Se ne ha notizia per la prima volta da Strabone nel III sec. d.C. “In età classica la parola ‘museo’ poteva designare sia un luogo consacrato al culto delle muse, sia un luogo destinato all’insegnamento delle lettere e della filosofia, sia, infine, un edificio dove si conservano reperti preziosi. […] Fu però il museo di Alessandria fondato nel 280 a.C., il prototipo del museo quale lo intendono i moderni, dal Rinascimento in poi: un edificio monumentale di istituzione laica” (Beretta, citato in Merzagora e Rodari, 2007, pg. 14).

Sebbene la definizione di museo abbia senza dubbio radici nel mondo greco, il fulcro del museo della scienza è rappresentato dalle collezioni di uomini più o meno affermati nel panorama civile e culturale, caratterizzanti un vasto periodo: dalla nascita delle prime civiltà fino al tardo Medioevo.

E’ per quasi tutto il Medioevo che si perde lo spirito aulico del collezionismo per dare spazio allo stupore, alla meraviglia, al ‘mostro’: le Wunderkammern nascono e si sviluppano a macchia d’olio in tutte le parti d’Europa per il solo fine di imporre il dominio dei potenti sulla gente comune e per un senso di rivalsa verso questa o quell’altra casata vicina.

Tra il XVI e il XVII sec. l’uomo colto decide di mettere a disposizione della comunità tutto il suo sapere, e comincia a prendere coscienza del museo e dei suoi potenziali ruoli. La chiave di volta sta nel collezionismo: “collezioni di cose rare e preziose si trovano infatti sotto forma di ‘tesori’, in tutte le culture, anche le più antiche, le più lontane, le più semplici” (Merzagora e Rodari, 2007, pg. 15).

Bisognerà aspettare Linneo per avere una visione chiara di come gerarchizzare il mondo naturale, soprattutto in un periodo in cui le colonie ancora una volta mandano in aria gli schemi della Grande catena dell’essere: i vari dodo, o i vari ornitorinchi, sono di difficile connotazione, e spesso a loro si accostano immagini mistiche, frutto della scoperta del nuovo e dell’indefinito. Inoltre, problemi epistemologici nascono di fronte alla paleontologia e ai Primati.

È l’Ottocento a dare una spiegazione più o meno completa del dinamismo naturale: anche in questo caso, però, con l’arrivo di Darwin, si mandano in aria secoli di dibattito e di studio. Ma questo è il secolo che vede la nascita dei più grandi complessi museali, sia europei che americani.

LA CRISI DEL NOVECENTO E I MUSEI SCIENTIFICI MODERNI- Se l’Ottocento è il secolo d’oro dei musei, l’inizio del Novecento è caratterizzato invece da una pungente critica da parte delle nuove Avanguardie verso l’arte e i musei. Inoltre, con i fermenti politici ed economici del secolo molte collezioni vengono perse a causa dei tafferugli e delle guerre, mentre nei regimi totalitari il museo diventa strumento di controllo di massa delle dittature. Riflesso di questo malessere generale sono le università, che perdono il loro valore di ricerca e di conseguenza di raccolta per lo studio. (Soltanto verso la fine degli anni settanta si ha la fioritura dei complessi accademici).

Con la fine della II Guerra mondiale, l’Europa è in ginocchio e l’attenzione delle nazioni non è più rivolta verso i musei, ma alla ricostruzione dei suoi paesi e all’introduzione dei sistemi democratici, soprattutto in Germania e in Italia. Con le scarse possibilità economiche e con sempre meno visitatori, i musei della prima metà del novecento cominciano a perdere il loro fascino. Tuttavia, la voglia di ripartire sfocia nell’ICOM (1946), l’International Council of Museums, l’organizzazione non governativa affiancata all’Unesco col compito di garantire e tutelare lo sviluppo della cultura, e quindi dei musei[1].

Contemporaneamente in America nascono molti dei principali complessi museali d’arte, quali per esempio il MoMa e il Guggenheim, mentre per la prima volta il giovane Museo di Grenoble si candida ad essere il primo museo di arte ‘vivente’ e contemporanea.

IL SCIENCE CENTRE- Con la fine della II Guerra Mondiale e con l’avvento delle nuove tecnologie nasce anche un’altra tipologia di museo scientifico: il science centre. Esso si fonda sul cosiddetto approccio hands-on, ‘alla mano’, che si instaura tra l’oggetto osservato e il pubblico osservatore. Con una piccola grande differenza: non esistono solo collezioni; non esiste solo il singolo reperto materiale. Esistono anche idee, rappresentazioni, immagini informatizzate, bottoni. In una sola parola: interattività.

Il science centre è “un museo senza collezioni, che rappresenta in sostanza concetti e non oggetti, idee e non forme. Come dice il nome, queste istituzioni si rivolgono essenzialmente alle scienze e alle tecniche, chimica, fisica, biologia, geologia, ingegneria, industria, medicina, viste non come la storia dei loro progressi, ma come l’attualità delle loro scoperte” (Cipriani, 2006, pg. 18). “I temi vanno dalla scienza moderna all’attualità scientifica: accanto alla fisica classica sono quindi esplorati campi come vita e intelligenza artificiale, cyborg, biotecnologie, genetica, nuove tecnologie, sostenibilità ambientale, ambiente, ecologia …” (Drioli, 2006, pg. 8).

Una ‘Città del Sole’ baconiana, in tutto e per tutto, in cui “[…] da cose incolori e trasparenti, possiamo rappresentare di fronte a voi tutti i diversi colori” (Bacon, cit. in Merzagora e Rodari, 2007, pg.23). Del resto, lo stesso Bacone, e poi Leibniz, anticiparono i tempi. Nella loro visione divulgativa della scienza vi era qualcosa al di fuori sia della meraviglia rinascimentale, sia del rigore positivista: “[daremo dimostrazione di] tutte le illusioni e degli inganni della vista, in forma, grandezza, movimento e colore […]” (Bacon, cit. in Merzagora e Rodari, 2007, pg.23); le rappresentazioni potrebbero essere “delle lanterne […]; dei voli delle macchine come a teatro, meteore contraffatte; ogni sorta di meraviglie ottiche; una rappresentazione del cielo e degli astri, come un globo celeste […]. L’utilità, sia pubblica che privata, dell’impresa sarebbe maggiore di quanto si possa immaginare […]” (Leibniz, cit. in Merzagora Rodari, 2007, pg.24).

E’ importante sottolineare l’impatto che idee del genere avrebbero potuto avere sui visitatori contemporanei di Bacone e di Leibniz, e che in analogia riverberano oggi in uno science centre:

Dal punto di vista del pubblico, aprirebbe gli occhi alla gente, esorterebbe alle invenzioni, diffonderebbe delle belle idee, renderebbe note infinite novità utili e ingegnose […]. Tutte le persone di mondo vorrebbero aver visto quelle curiosità per poterne parlare, persino le dame di rango vorrebbero esservi accompagnate, e più volte. […] Infine tutti ne sarebbero messi sul chi vive e come risvegliati, così come l’impresa potrebbe dare risultati belli e importanti quanto si possa immaginare e che forse, un giorno, saranno ammirati dai posteri (Leibniz, cit. in Merzagora e Rodari, 2007, pg.24).

Quel giorno ha una data ben precisa: 1969.

L’EXPLORATORIUM DI SAN FRANCISCO- Alla fine degli anni ’60 del Novecento, nasce dunque una nuova idea di museo: l’Exploratorium di San Francisco. Mentore dello stereotipo “science centre” e dell’innovativo modo di fare cultura scientifica è Frank Oppenheimer.

Frank Oppenheimer

Frank Oppenheimer

Oppenheimer (foto a lato) fa di necessità virtù. Fisico eccellente di formazione fiorentina, partecipa al progetto Manhattan durante la Seconda Guerra Mondiale, ma le sue ideologie comuniste lo costringono al confino in Colorado durante la Guerra Fredda e ad abbandonare la sua promettente carriera accademica. Tralasciato per causa di forza maggiore l’ambiente universitario, si dedica al lavoro manuale e all’educazione scolastica: due qualità apprese grazie all’impiego in un allevamento di bestiame e all’insegnamento nel liceo locale di Pagosa Spring.

Nel 1969, Oppenheimer è completamente reintegrato nel mondo accademico, é un fisico di fama mondiale, e ha sulle spalle anni di studio museologico con annesse visite ai più grandi musei di Londra e Parigi. Inoltre conserva “la passione per l’insegnamento, l’educazione e la manualità, l’idea fissa di costruire un ‘esploratorio’ condivisa con la moglie, e due occasioni da sfruttare […]” (Merzagora e Rodari, 2007, pg. 53): lo stato americano che decide di incentivare la cultura scientifica ancora scossa dalla bomba atomica e impaurita dall’allora contemporanea rivalità con l’unione sovietica; il restauro del San Francisco Palace of Fine Arts, privo di un’occupazione.

Il 1969 è proprio l’anno dell’Exploratorium: “la leggenda vuole (e i testimoni confermano) che l’inaugurazione […] sia avvenuta senza nastri, champagne e ministri, senza neppure un comunicato stampa” (Merzagora e Rodari, 2007, pg.53). “[…] All’ingresso solo un cartello, ‘qui sta nascendo l’Exploratorium, un museo della comunità dedicato alla consapevolezza” (Hein, cit. in Merzagora e Rodari, 2007, pg.53). Logica essenziale di Oppenheimer è dare in mano al pubblico le sorti del museo.

Exploratorium at Pier 15 - Main Entrance

Attuale ingresso dell’Exploratorium

Così come anticipato da Bacon e Leibniz, “Luce, colore, movimento, forma, richiamano il visitatore dapprima per il loro fascino e la loro bellezza, poi per il loro significato e contenuto scientifico” (Drioli, 2006, pg.4). Infatti tutti gli exhibit basano la loro valenza sulla percezione sensoriale: Oppenheimer stesso sostiene che “l’Exploratorium introduce il pubblico alla scienza esaminando come vede, ascolta, sente al tatto. Le percezioni sono alla base del nostro modo di scoprire e interpretare il mondo, sia direttamente con i nostri occhi, sia attraverso la costruzione di utili strumenti come i microscopi, gli acceleratori, l’arte, la poesia o la letteratura […]. Non vogliamo che le persone lascino l’Exploratorium pensando più o meno consapevolmente: ‘Ma come sono intelligenti gli altri’. I nostri exhibit sono semplici e onesti, perché nessuno pensi di dover stare in guardia dall’essere preso in giro o depistato” (cit. in Merzagora e Rodari, 2007, pg. 55). Inoltre è fermamente convinto del fatto che l’estetica degli exhibit, e quindi la loro arte, deve essere il mediatore tra la scienza e i visitatori.

L’essere ‘museo’ per l’Exploratorium ha un significato prettamente ellenico: da subito infatti esso si trasforma in agorà dell’era moderna, stimolando il pubblico e le sue qualità, sia intellettuali che manuali. Per esempio, in una intervista il suo fondatore racconta

[…]Di una signora che gli aveva scritto per ringraziarlo, perché dopo aver visitato l’Exploratorium era tornata a casa ed era stata capace di cambiare la presa dell’abat-jour rotta da tempo. La grande soddisfazione di Oppenheimer derivò dal fatto che nessun exhibit all’Exploratorium insegnava come sostituire una presa rotta. Ma la visita al museo aveva dato a quella signora fiducia nella propria capacità di interagire col mondo della tecnologia (Merzagora e Rodari, 2007, pg. 55, 56)

Fin dalla seconda metà del Novecento, l’effetto ‘Exploratorium’ si amplifica e vede la nascita dei più grandi musei interattivi mondiali. Bisogna sottolineare che ora come ora, quasi tutti musei si sono adattati all’interattività: grazie a internet e alle nuove tecnologie, accanto ad una collezione è possibile trovare un touch screen, o in alcuni casi, si può visitare direttamente il museo da casa stando comodamente seduti.

Tra i più grandi musei interattivi internazionali europei si ricordano la Cité des Sciences et de l’Industrie di Parigi, il Science Museum di Londra, o i recentissimi CosmoCaixa di Barcellona (2004) il Phaeno Science Centre a Wolfsburg (2005) o il Museo de las Ciencias Principe Felipe di Valencia.

IL PANORAMA ITALIANO: CITTÀ DELLA SCIENZA E IL MUSE DI TRENTO-Nel panorama italiano negli ultimi anni sono nati diversi science centre, molti di piccole dimensioni, pochi di livello mondiale, e tutti con l’enorme peso sulle spalle dei tagli istituzionali. Tra questi, Città della Scienza e il neonato Muse di Trento sono esempi di orgoglio nazionale e di divulgazione scientifica, di cui si parlerà brevemente di seguito. Entrambi sono stati oggetto di discussione nell’anno appena trascorso (2013): Città della Scienza per il tragico rogo che ha subito; il Muse di Trento per la sua inaugurazione.

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Città della Scienza prima dell’incendio

Città della Scienza nasce a Napoli, a Bagnoli (ex area industriale), su idea di un gruppo di fisici affermati. Il filo conduttore è un evento temporaneo intitolato Futuro Remoto, iniziato nel 1987 e attivo ancora oggi, che riscuote enorme successo in rapporto al territorio. Futuro Remoto “[…] ha rappresentato l’evento espositivo e spettacolare dove testare la comunicazione con il pubblico e le collaborazioni con altri enti” (Rodari, 2002, pg.3). Attività divulgative vengono quindi svolte ogni anno, con argomenti diversi e con metodi diversi, ma sempre con lo stesso tema: la scienza. Nel 1996, il complesso didattico-divulgativo mette piede a Bagnoli, cominciando una vera e propria azione sociale e coinvolgendo in primo luogo scuole, imprese, cittadini e istituzioni museali europee.

Lo stabilimento viene inaugurato nel novembre del 2001 e da subito si propone come nuovo modello di sviluppo nazionale e locale. Col tempo, quello che prima era un semplice centro divulgativo, diventa un vero e proprio science centre, in cui tutte le attività sono riconosciute a livello internazionale. Il motore di Città della Scienza sono i bambini: creato appositamente, lo spazio intitolato l’Officina dei piccoli è un ambiente “disegnato in modo da essere esso stesso una sorta di exhibit da scoprire (la cassa sull’albero, passaggi sopraelevati e quindi passaggi coperti), un luogo pensato con i bambini per sollecitarne la voglia di mettere in moto la fantasia” (Rodari, 2002, pg.3).

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Particolare di un exibit dopo l’incendio

Purtroppo per tutti, gran parte dello stabile di Città della Scienza- i capannoni in cui si svolgeva divulgazione- è andato perso in un rogo a marzo, a causa di un incendio dalle dinamiche ancora da capire. Napoli e Città della Scienza, nonostante il nefasto evento, si sono rimboccati le maniche fin da subito: tante le iniziative di raccolta fondi, e stacanovisti i suoi dipendenti, che continuano a lavorare nonostante le tante difficoltà incontrate nell’ultimo anno.

Il fascino del museo di Renzo Piano invade notte a Trento

Particolare del Muse

È invece recentissima l’apertura di un museo interattivo che si candida ad essere uno dei più importanti nel campo della divulgazione scientifica e della museologia del panorama mondiale: il Muse di Trento. Inaugurato a luglio del 2013, nasce come miglioria del già affermato Museo Tridentino di Scienze Naturali. L’input è arrivato agli inizi degli anni novanta, quando, l’allora neo direttore Michele Lanziger si rende conto delle potenzialità del museo e del suo approcciarsi verso il pubblico. Con una mostra sui dinosauri (1992), il museo fa letteralmente “sold out”: in due mesi accoglie più di 60.000 visitatori, in una città che ne conta circa 100.000. Il direttore confessa che “quel successo ha cambiato la percezione del museo, ed è li che ha inizio il percorso verso la dimensione scientifico-tecnologica sulla base delle suggestioni che avevo avuto visitando realtà come il Science Museum di Londra o La Villette a Parigi” (cit. in Spataro, 2013, pg.95).

Come per Città della Scienza, anche il Muse nasce in una ex area industriale e si avvale della tecnologia ecosostenibile e di sonde geotermiche per soddisfare i fabbisogni energetici. Progettato da Renzo Piano su ispirazione dei monti triestini, il Muse si compone di una museografia completamente moderna, basata sulla cosiddetta idea della zero gravity in cui tutto l’allestimento, dai tavoli ai monitor, passando per gli oggetti, sono sospesi grazie a sottili fili d’acciaio.

muse_trient_6Sia la struttura interna, che il progetto esterno (vedi foto inizio capitolo) richiamano l’ambiente in cui il Muse sorge: mentre il prospetto esterno emula le Alpi triestine, l’interno è sviluppato in funzione degli ecosistemi locali. “Si parte in cima, con i ghiacciai, per arrivare all’ultimo livello con il fondovalle, passando per la biodiversità e la millenaria presenza urbana. Il piano interrato racconta la scoperta della nascita della vita e ospita la più grande mostra di dinosauri dell’arco alpino” (Spataro, in Spataro, 2013, pg. 96).

Da sempre il museo conduce ricerche multidisciplinari locali e non, di rilevanza nazionale e internazionale. Presta particolare attenzione al tema della biodiversità e dell’ecologia degli ecosistemi montani. E, soprattutto, ha enorme valenza locale in quando riesce a fornire indicazioni utili alla gestione ambientale, anche in funzione del turismo.

IL RUOLO SOCIALE INTERATTIVO- Lo scopo principale di uno science centre è invitare il visitatore a condurre esperimenti in prima persona, il quale diventa protagonista attivo del e nel museo. In questo modo si produce sia istruzione sia divertimento. Il cambiamento rispetto al museo “standard” sta nelle modalità: mentre nella visione classica in un museo si può leggere accanto ad una collezione ‘non toccare’, la novità del science centre sta nel ‘push the bottom’, ossia si avvale dell’attiva partecipazione del pubblico (Drioli, 2006). La mediazione museografia tra pubblico e museo avviene tramite una “museography with objects that are real but able to express themselves in a triply interactive way: manually interactive (‘hands on’), mentally interactive (‘mind on’) and culturally interactive (‘heart on’)” (Wagensberg cit. in Drioli, 2006, pg.3).

I science centre assumono dunque un ruolo di interazione sociale tra il museo e il pubblico e costituiscono una vera e propria interfaccia tra il reale e il non reale. Per esempio, nella Città della Scienza di Napoli succedeva questo:

Significativo è il caso di Bit, un’installazione interattiva realizzata da Studio Azzurro in cui un personaggio sintetico dialoga in tempo reale con il pubblico. L’installazione consiste in una o più postazioni su cui compare il personaggio e una regia remota dalla quale un animatore, indossando un cyberglove, controlla i movimenti del personaggio sintetico, proprio come fosse una marionetta. La possibilità offerta dalla maschera “elettronica” è quella di far “recitare” anche gli spettatori: è una maschera doppia che trasforma anche il pubblico da passivo a attivo creando delle vere e proprie agorà in cui il pubblico non solo dialoga con Bit ma attiva processi di comunicazione interni al gruppo. La potenzialità di questa installazione è quella di poter dar vita a dialoghi e riflessioni su temi sempre diversi di attualità scientifica (Drioli, 2006, pg.6).

In uno science centre, arte, scienza e tecnologia si incontrano: “i temi al centro della sperimentazione artistica si intersecano con quelli della ricerca scientifica e delle applicazioni tecnologiche” (Drioli, 2006, pg.2), i quali sfociano nelle arti grafiche, gli exhibit. Mentre col paradosso dello stuzzicadenti si è visto come un museo, anche se ben fatto, per essere definito tale deve avere un’utilità sociale, i musei scientifici moderni escono dagli schemi rigidi del binomio museo-collezione e si concentrano principalmente sul loro ruolo sociale. Come sostiene Jorge Wagensberg, direttore del CosmoCaixa di Barcellona, la filosofia di uno science centre può essere sintetizzata in questo modo:

They are objects that tell stories, that talk to each other and to the visitor. They are objects with associated events, living objects, objects that change. It is one thing to exhibit a sedimentary rock on its own and another to associate an experiment that shows the process in real time of how the rock was formed (cit. in Drioli, 2006, pg.3).

 

[1]Bisogna sottolineare che l’ICOM è figlia diretta di un’altra istituzione di stampo americano, l’American Association of Museums (1906), nata con gli stessi obiettivi.

 

Riferimenti bibliografici

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Capanna e., l‟uomo e la scimmia, prefazione in le collezioni primatologiche italiane, istituto italiano di antropologia, 2006, pg. 3-12

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Giovanni Pinna, Animali impagliati e altre memorie, 2006

Giovanni Pinna, Fondamenti teorici per un museo di storia naturale, 1997

Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, 2003

Merzagora e Rodari, La scienza in mostra- Musei, science center e comunicazione, 2007

Pietro Greco, Il museo scientifico nella società della scienza, prefazione in Merzagora e Rodari, La scienza in mostra- Musei, science center e comunicazione, 2007

Lugli, Pinna, Vercelloni, tre idee di museo, jaca book 2005

Merzagora, Rodari, la scienza in mostra- musei, science center e comunicazione, mondadori, 2007

Basso Peressut, a cura di, stanze della meraviglia- i musei della natura tra storia e progetto, clueb, 1997

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Alessandra Drioli, file Forme estetiche contemporanee e museologia scientifica, in Jcom, Journal of Science Communication,http://jcom.sissa.it/, marzo 2006

Alessandra Drioli, fileNascita di uno science center. Fenomenologie italiane, in Jcom, Journal of Science Communication,http://jcom.sissa.it/,giugno 2006

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Marco Crespi, fileMusei e musei: l’immagine dei musei della scienza, inJcom, Journal of Science Communication, http://jcom.sissa.it/, giugno 2003

Pietro Greco, fileQuando la scienza fa notizia…, inJekyll.comm, http://jekyll.sissa.it/, settembre 2002

Latella, file Il ruolo dei Musei di Storia Naturale nello Studio, monitoraggio, conservazione e divulgazione della biodiversità. Alcuni esempi italiani.

Valentina Murelli, file La città che riparte, in Linx, aprile 2013, http://magazine.linxedizioni.it/2013/05/07/la-citta-che-riparte/

Giovanni Spataro, Il museo totale, in Le Scienze n. 539, luglio 2013

Matteo Merzagora, file La Città della scienza di Napoli e i suoi cittadini, in Jcom, Journal of Science Communication, http://jcom.sissa.it/, settembre 2002

Paola Rodari, file Un museo vivo: la Città della Scienza di Napoli, inJcom, Journal of Science Communication, http://jcom.sissa.it/, settembre 2002

Autori vari, file Muse, bilancio sociale 2012, 2013

Le foto sono state prese dalla rete

 

 

Che dio ci fulmini!

Lavorando coi bambini  puoi renderti conto di come pensa la gente, di come la pensano i grandi. Già, perché i bambini sono il siero della verità, sono lo specchio dell’anima, sono il riflesso degli ambienti che frequentano e che vivono. Loro sono gli emulatori dei grandi. Ti può capitare di sentire  ragazzini di scuola elementare parlare di politica, del rapporto dio-religione-fede, di attinenze sessuali gay o non gay… Ti può capitare di sentire di tutto. In frangenti come questi ti senti responsabile, ignorante da morire e ti viene da piangere, mentre speri che fra un paio di anni nessuno di loro si perda nel cammin della sua vita. Sono abbastanza vivaci e perspicaci, questi ragazzini: (magari) non lo fanno con cognizione di causa, ma in questo modo si spera di evitare futuri clichè e tabù inutili.

Alcuni di loro conoscono i pesci perché vanno a pesca, altri conoscono la nostra fauna aviaria perché vanno a caccia con i loro padri; naturalmente non si curano del lato negativo della cosa, sono ancora troppo piccoli per capire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato. In fondo, se lo fa papà deve per forza essere giusto!

Ricordo ancora un piccolo siparietto, davanti la vetrina dei rapaci notturni (strigiformi). Un bambino troppo vispo esclama: “ah si, conosco quest’uccello-indicando la vetrina accanto-! Mio papà gli ha sparato l’altro giorno!” Stupefatti, io e due colleghi ci guardiamo spaesati, e di proposito gli chiediamo perché lo fa. Per tutta risposta riceviamo delle informazioni che non ci piacciono: il padre- o i tanti ipotetici padri cacciatori- va a caccia solo per il gusto di farlo, solo per il gusto di regalare la preda agli amici, anche loro cacciatori; un circolo vizioso stupido, inutile e dannoso. Cerchiamo di mettere in crisi il bambino, spiegandogli che la caccia spietata fa male alla biodiversità nostrana, già messa in ginocchio tante volte -vedasi il lupo, il gufo reale o il grifone- durante il corso della storia, ma ci guarda come a dire “ma che cazzo siete cretini? È giusto, perché se lo fa mio papà deve essere giusto!” E più non dimandare. Interviene allora la maestra, con un’entrata abbastanza triste: “e tu cosa faresti se venissero gli alieni e decidessero di ucciderti solo perché ti chiami in un certo modo?” (Mi guardo con una mia collega, entrambi accaldati per aver sentito la parola alieno… mentre  le scimmie del mio cervello gridano “non ti curar di lei, ma guarda e passa! Evita per favore!”) “Prendo una carabina e mi difendo!” Peccato che lo stesso ragazzino, tre minuti prima si era intenerito sentendomi parlare delle specie aviarie in via d’estinzione e dei danni che provoca l’uomo quando non si cura della biodiversità: che gran bel paradosso, che gran bel casino, che gran confusione!

Purtroppo, non è stato l’unico quel giorno: un suo compagno ha confessato di sparare- probabilmente il padre e non lui- alle volpi e alle donnole perché gli “mangiano le galline!”. E poi, passando al gatto selvatico, raro da vedere a causa delle sue abitudini notturne: “questo mi è capitato di vederlo, sta sugli alberi, ma non gli ho ancora sparato: non si è scagliato contro le galline, quindi per ora lo lascio vivo!”

Come ogni esperienza che si rispetti, salta fuori il Mr Hyde della situazione, scalciando a forza il buon Dr Jekyll: la colpa è dei grandi, in qualità di insegnati o di genitori, o, in senso lato, di educatori. Per  esempio:

alla domanda conoscete i Primati, i ragazzi rispondono al 99%  in coro di no, e non colgono al volo, anzi, quasi rifiutano, che anche loro sono Primati. In più, ti ritrovi insegnanti che ti vogliono rifilare un tipo di “farmaco” splendido splendente consigliato dal loro medico omeopata, o genitori che in vita loro non hanno mai visto la faccia di Darwin, e curiosi si avvicinano alle sue foto. Ti può anche capitare di parlare con insegnanti che di tacciano di cretinismo… e sapete perché?, perché da un recente libro che stanno leggendo, di cui non conoscono autore e titolo, si sono fermamente convinti che la deriva dei continenti sia l’ennesima balla attuata dalle lobby scientifiche, e che, supportata da prove ben salde- dicono loro- l’Himalaya si è creata in meno di 5 minuti, e non in milioni di anni (giuro che non ho falsato per niente la realtà! Il dialogo si è svolto così come l’ho scritto).

-Bisogna aggiornare tutto, tutto, dalla geologia all’evoluzionismo, altra balla madornale! Anzi, Darwin si sbagliava: ammesso che ci sia stato un processo degno di essere chiamato tale, non si è svolto in miliardi di anni, ma in secondi, in brevi lassi di tempo!

-Mi sembra una versione comica e ridicola della teoria degli equilibri punteggiati, sa, quella di Gould ed Eldrege…!” panico negli occhi dell’insegnante che non mi ha più rivolto la parola, manco l’avessi offesa a morte.

Altra scena. Durante l’evento europeo “la notte dei musei” una mia collega, sconvolta, mi chiama per dirmi che da mezz’ora discute con un tipo che sostiene che l’origine della vita sulla terra sia stata opera di un dio alieno, venuto apposta per noi da galassie lontane e per renderci la vita migliore in seguito (per la cronaca, anche Watson, lo scopritore del Dna, sostiene una teoria simile, chiamata pangenesi guidata, ma a far da direttore d’orchestra non c’è un dio, ma un asteroide schiantatosi sulla terra, il quale conteneva vita).

Forse, il dialogo più triste capitatomi in questa mia breve esperienza, e forse in tutta la mia vita, è il seguente:

-Scusi signore? Dove sono le cicogne?

-Non mi chiamare signore. Sono Giuseppe, e potrei essere tuo fratello. Le cicogne sono…Ok, ti ci accompagno.

A posteriori me ne sono pentito. Arrivati davanti la vetrina, mi si pone una domanda abbastanza inquetante:

-Oh che belle… E i bambini dove sono?

– I bambini? In che senso?

-Come in che senso? Non lo sai? Non sai che sono le cicogne a portare i bambini?

-Su dai, non scherzare. I bambini non sono portati dalle cicogne. Quella è una favoletta che si racconta ai neonati.

-Mha…Mha… E chi li porta allora? O, come vengono?

-Non avete fatto la riproduzione animale a scuola?

-Beh, non saprei… Allora non li portano loro i neonati?

-No.

Ho provato con forza e con fatica a spiegarle a grandi linee “chi porta i bambini”. il risultato è stato una scarica di adrenalina che l’ha fatta scappare via. Traumatizzata. La ragazzina non mi ha più rivolto la parola. Peccato che a settembre frequenterà il secondo anno del liceo.

Autentici discendenti di Prometeo, gli scrittori di scienza dovrebbero prendere il fuoco dall’Olimpo scientifico dai laboratori e dalle università, e portarlo giù, al popolo (William Laurence). Il nostro paese ha bisogno di informazione, di cultura e di responsabilità. Perchè con la cultura si mangia, e si mangia anche bene. E perchè la conoscenza è potere (Bacone). Se si continua così, spero solo che dio ci fulmini (quello dello spazio di cui sopra, però)!

Maggiore di cinque!

Divulgare oramai è diventata quasi una necessità per il nostro paese. C’è sempre più disinformazione e bisogna correre subito ai ripari. Non sono necessarie delle ore per spiegare un argomento più o meno complesso, e non per forza c’è bisogno di lavagne, gessi o fogli di carta: basta un corpo e un piccolo strumento da tirare fuori al momento opportuno. (Anche io, da un pò di tempo, cerco di metterci il mio, ma vi assicuro che c’è gente molto più brava di me). E’ questo il regolamento del concorso per divulgatori scientifici made in UK, importato anche da noi e arrivato alla seconda edizione: FameLab (Italia) ha lo scopo di premiare chi con un limite temporale di tre minuti e con un oggetto in mano riesce a far capire al volo quello di cui si sta parlando. Si svolge come un vero è proprio concorso, con fasi regionali, nazionali e anche internazionali; chi vince la fase nazionale partecipa come rappresentante italiano alla gara che si svolge nel Regno Unito, sfidandosi con i vincitori delle altre nazioni, naturalmente in inglese, alla presenza del pubblico in sala e in diretta sul web. Il tutto sempre rispettando il limite di tempo di 180 secondi.

La vincitrice dell’edizione nazionale 2013 è Ilaria Zanardi, biofisica, in forze al CNR e con già esperienze da divulgatore nel podcast scientifico Scientificast, con un meraviglioso intervento sui sensi dal titolo “maggiore di cinque”, mentre al secondo posto si classifica Manuele Biazzo, biotecnologo, con un dottorato di ricerca in Biologia Molecolare presso l’Università di  Bologna, con un’esposizione sulla flora batterica presente nel nostro organismo. Ad aggiudicarsi il primo premio nella categoria popolare, invece, è stata Annalisa Mierla, dottoranda presso l’Università di Perugia, con tre minuti e una matrioska dedicati alla respirazione polmonare. Il concorso ha dato anche un premio alla fisica a Simone Kodermaz, neolaureato in fisica presso l’Università di Trieste, attribuito dall’Istituto Nazionale di Astrofisica e dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Verso questa gente provo infinita ammirazione, ed eterna stima: mi considererò bravo solo quando riuscirò a raggiungere almeno metà del loro livello, e mi accontento anche di perdere un pò più dei tre minuti! Nel frattempo… godetevi le perfomance:

– Ilaria Zanardi (vincitrice), “maggiore di 5”:

– Manuele Biazzo (secondo classificato):

– Annalisa Mierla (premio giuria popolare):

– Simone Kodermaz (premio alla fisica da parte dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare):

Che dio ce la mandi buona!

In questo periodo svolgo la “fine” (il virgolettato è d’obbligo, non ho proprio intenzione di finire!) del mio percorso universitario come tirocinante presso il museo zoologico di Palermo Doderlein. (Se per ora non do segni di vita, è perchè sono abbastanza impegnato, e di sicuro lavoro anche per il blog: il museo è principalmente ambito di divulgazione, e offre tanti spunti, argomenti e stimoli vari. Indi per cui… stay tune ai seguaci dei miei post!)

In musei divulgativi del genere, chi ci lavora passa gran parte del tempo a fare da cicerone ai bambini che vengono a visita con le scuole –non io, naturalmente, sono i miei colleghi, più bravi ed esperti di me a presentare il museo. Premetto che molto spesso mi sento ignorante di fronte alle loro esclamazioni, esatte e  perspicaci, e di fronte ai loro passi da scacchisti nel rispondere o nell’ anticipare le domande. E mi sento un atomo in confronto alla loro voglia di fare e di scoprire. E se pensi che a fare ciò sono solo dei bambini, spesso della scuola elementare, ecco che raggiungi la quadratura del cerchio.

Oggi stavo quasi per piangere davanti alla loro intelligenza e al loro spiccato senso critico. Come detto prima, non sono io a fare da guida al museo, ma capita che, dopo la breve lezione di presentazione, i bimbi vengono lasciati liberi di scorazzare per il museo (sono pur sempre dei bambini, e la loro soglia di attenzione scema abbastanza presto). Capita che qualche curioso ti ferma e ti fa una domanda, mentre tu preghi dio di saper rispondere, e soprattutto di convincerli: i nani ne sparano una più del diavolo; devi stare molto attento a quello che dici: non tutto è alla loro portata e non tutto li soddisfa. Se non li convinci, entri nell’iperuranio e bestemmi in tutte le lingue del mondo. Come minchia glielo spieghi cos’è un embrione, quando nessuno si è preoccupato di informarli su cosa sia una cellula? Comunque, oggi siamo stati abbastanza fortunati…

Il museo contiene, oltre ad una bellissima collezione di pesci, anfibi, rettili e mammiferi, nonchè vari invertebrati, anche uno scheletro di un Sapiens, presentato ai ragazzi sotto il nome di Gustavo. Dopo vari commenti  (ah, quindi io sono fatto così dentro?) e facce schifate (bleah… che piedi brutti che ho senza pelle), un ragazzino abbastanza vivace mi chiede se anche lui- lo scheletro- è Sapiens sapiens. Rispondo di si, che entrambi sono la stessa cosa, ma puntualizzo anche senza entrare nei dettagli che la dicitura “sapiens sapiens” non è corretta. “Si dice semplicemente Sapiens, senza la ripetizione!” Ribatte, ma non si convince neanche con l’aiuto di una collega con molto più tatto di me. Esausto e confuso, il nano malefico esclama: “ma non mi dite queste cose, che entro in crisi!”; si ferma a riflettere, si guarda intorno, borbotta: “ maledetto libro di scienze che mi insegna un sacco di cose sbagliate” e corre a guardare le vetrine dei rettili.

Giuro che oggi ho trattenuto il pianto per due ore. Ho rischiato di piangere sentendomi ignorante e stupido di fronte a loro. Ho rischiato di piangere vedendo quanta passione ci mettono, quanto sono preparati, quanto sono vogliosi di parlare degli argomenti “Darwin”, “Dna”, “evoluzione”- argomenti che non comprendono appieno ma conoscono a grandi linee e bene in rapporto alle loro possibilità e alla loro età. Ho rischiato di piangere nel vedere un ragazzino sordomuto integrato benissimo nella classe, e bravissimo nel divulgare: si, perché, per la prima volta in vita mia, ho visto divulgare senza le parole, scritte o vibranti nell’aria che siano; ho visto divulgare anatomia solamente a gesti. Ho sentito parlare di uccelli solo con il movimento di due braccia e un sorriso. Non avevo mai riflettuto sul fatto che le parole sono utili e inutili allo stesso tempo.

Complimenti agli educatori e complimenti a loro, ai nani malefici. Che dio ce la mandi buona, e che ci dia degli ottimi giovani scienziati!