Economia senza natura

Risultati immagini per economia senza natura. la grande truffa«L’uomo fa parte della natura, e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura». Soprattutto quando si parla di sviluppo e di crescita della popolazione. In questo caso, quando si parla di regole si parla di PIL, spread, industria. In una sola parola, di “economia”.
Pochi però ne considerano la sfumatura “naturale”: l’ “ecologia”. I due termini, apparentemente distanti, presentano la stessa radice: “eco”, dal greco “oikos”,
tradotto con “casa”, motivo per cui i due termini risultano essere due facce della stessa medaglia: mentre cresce una diminuisce l’altra, e viceversa.
Ad accomunare le due discipline, apparentemente distanti tra loro ad uno sguardo superficiale e poco critico, il seguente leitmotiv: l’adattamento a rispondere alle domande poste sia dalla natura che dal mercato. Alla base di questo concetto, un altro, ancora più semplice ma allo stesso tempo devastante: “non è possibile che una specie, qualunque sia il suo ruolo, possa crescere numericamente all’infinito.”, in quanto rischia di portare se stessa all’estinzione. E questo vale soprattuto per la nostra specie, una specie (quasi) infestante con un ruolo di consumatore onnivoro e onnipresente che ha già imbocchiato il punto di non ritorno.

Se siamo così intelligenti da poter dire questo, e lo facciamo da quando abbiamo coscienza sociale delal natura, perchè continuare con questa linea di crescita sbagliata e autodistruttiva? La risposta è data in Economia senza natura. La grande truffa di Ferdinando Boero (Codice Edizione, 2012), e può essere sintetizzata nel modo seguente: “Siamo irrimediabilmente scemi”.
Boero prende le mosse dall’etimologia delle parole “ecologia” ed “economia” per esaminare come la nostra società moderna, con le sue regole economiche, dovrebbe includere all’interno dei suoi rapporti di bilancio anche e soprattutto i costi derivati dallo sfruttamento ambientale. Che poi, a pensarci su quanto basta, in ambito scientifico “ecologia” è stato sininimo di “economia della natura” fino all’arrivo di Haeckel, un paio di secoli orsono. Motivo per cui, gli studiosi, soprattutto dei campi appartenenti ai discorsi economici, dovrebbero considerare la sfumatura naturale delle attività umane e riconsiderare quella vecchia accezione che tanto sembra calzare a pennello in questo periodo storico. Come il testo di copertina recita, “Il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia deve essere corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, presto o tardi, presenta sempre il conto”.

Ma con naturale qui non si intende solo il deturpare gli ambienti o portare all’estinzione una specie; si intendono anche e in prima linea tutte le piramidi economico-sociali su cui si fonda uno stato, riflesso delle reti trofiche ecologiche. In un contesto del genere si inseriscono nel testo argomenti come gli ambienti accademici e l'”esternalizzazione”, ossia la non inclusione dei costi ambientali su lungo tempo di ogni attività umana. Se nel primo caso una buona università, magari fatta con basi culturali più solide e con meno apparenze e burocrazie, permetterebbe di formare future classi dirigenti capaci, in linea teorica, di saper gestire una economia più “naturale”, dall’altro la stessa classe dirigente, ben istruita, potrebbe capire come piccoli cambiamenti ambientali possono portare a conseguenze devastanti. In poche parole, come nei rendiconti aziendali dovrebbero essere incluse tutte quelle azioni che potrebbero portare danni irreparabili in un futuro più o meno prossimo.

Boero, saggiamente, dedica anche un paio di capitoli alla natura in senso stretto: evoluzione, selezione naturale, competizione, cooperazione sono i capisaldi di tutto il testo, e permettono di avere un punto di vista prettamente ecologico dei discorsi economici. Discorsi economici che non prescindono dall’attualità: le linee di incontro tra le Encicliche dei Papi e la salvaguardia ambientale, le politiche di gestione finanziaria dell’Unione Europea, il sistema della peer review delle riviste scientifiche, la mancanza di tassonomi, la situazione dell’istruzione in Italia sono tutti corollari di quella “economia ecologica” di cui tanto abbiamo bisogno in questo periodo. Anche se non si direbbe.

E’ grazie a questi strumenti che, giunti alla fine del saggio, viene da porsi una domanda, tanto semplice quando agghiacciante: siamo ancora disposti ad essere irrimediabilmente scemi? Anche perchè, è bene ricordarlo, la natura prima o poi presenta sempre il conto.

Una breve nota biografica. Ferdinando Boero è un biologo marino e Professore di zoologia all’Università del Salento. La sua linea di ricerca, le meduse, gli hanno permesso di entrare timidamente anche nel campo della musica, oltre a quello della biologia: dopo aver dedicato una nuova specie di medusa a Frank Zappa, quest’ultimo gli ha dedicato un intero brano. Ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, è nel direttivo di un paio di associazioni sulla conservazione degli ecosistemi marini e ha alle spalle altri due volumi a sfondo “ecologico”: Ecologia della bellezza ed Ecologia ed evoluzione della religione.

Curiosità insaziabile

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Curiosità insaziabile. L’innovazione al servizio di un futuro fragile di Helga Nowotny è un inno ai processi mentali e fisici che avvengono durante un nuovo evento tecnico-scientifico. In poche parole, è un inno alla curiosità che tanto caratterizza, in un modo o nell’altro, la nostra società. Ma è anche una disamina di tutti quei fenomeni sociali che frenano tale processo creativo: la pressante egemonia del capitalismo culturale spesso blocca e a volte stronca il progresso di una mente, e, di riflesso, di una società.

Parola d’ordine è il “nuovo”, mentre il processo che lo porta viene definito “innovazione”. Nuovo che quasi sempre ha risvolti negativi in qualsiasi campo dello scibile umano. E’ il caso della rivoluzione industriale ottocentesta, che, oltre a portare una nuova forma di lavoro, ha portato anche una nuova forma di malattia: “gli psichiatri del tempo diagnosticarono nuovi quadri clinici, come la nevrastenia, che ricondussero al rifiuto dell’organismo umano e soprattutto del sistema nervoso a stare a passo con i cambiamenti”. O è il caso della moda, che gioca con il caso creando punti di riferimento alternativi quando l’individuo si discosta da essa. In momenti culturali del genere saltano infatti tutti gli schemi fino a quel punto saldi, e le conseguenze non sono da sottovalutare.

Non a caso il paragone con la riproduzione sessuale e la mutazione calza a pennello per sottolineare come dal nulla può venir fuori qualcosa, che solo i posteri possono stabilire se utile o meno: estinzione ed evoluzione (intesa come “innovazione”) in questo caso sono due parametri con cui tutti i processi sociali infatti si confrontano. Ma innovazione non va di pari passo con positivo: esiste un motivo per cui Darwin scelse di distinguere la selezione naturale da quella artificiale. Se la prima amplia, la seconda agisce con forza; se “naturale” è sinonimo di “forte cambiamento a fini adattativi migliorativi”, “artificale” è spesso sinonimo di “inadeguato alle condizioni attuali”.

Ad oggi, la maggiore innovazione in campo sociale è affidata agli istituti di ricerca, che spesso si ritrovano in un terreno per niente fertile. “Se la ricerca è infatti naturalmente portatrice di innovazione, la società tende spesso a identificare tale carica innovatrice con il più oscuro concetto di ignoto, denso di paure e fantasmi. Da qui la richiesta, a volte l’imposizione, di meccanismi di controllo che vincolino il cammino della scienza”. Motivo per cui, i ricercatori a causa della sempre più predominante presenza fisica di istituiti privati volti alla capitalizzazione del materiale intellettuale, “non vogliono più essere ‘lavoratori del sapere’, ma ‘proprietari del sapere'”. Triste ma vero: “questo non vuole forse dire snaturare l’idea stessa di innovazione e di futuro come possibilità dell’inatteso?”.

Curiosità insaziabile. L’innovazione in un futuro fragile, edito da Codice Edizioni (2006, 16€), si compone di tre semplici ma densi capitoli e di un epilogo (per un totale di 137 pagine), mentre stilisticamente si presenta con un linguaggio forbito. E’ dunque un’attenta riflessione sull’eterno scontro da progresso e conservazione di un’autrice di spesso calibro, Helga Nowotny, che ha tutte le credenziali per farlo: è professore emerito del Social Studies of Science di Zurigo ed è stata presidente e membro fondatore del Consiglio europeo delle Ricerche (ERC).