Spillover

Come per il rapporto tra preda e predatore, ne esiste uno quasi morboso tra i patogeni e le loro vittime che spesso sfocia nelle epidemie di massa. In questa dicotomia naturale, a cambiare sono i protagonisti e le motivazioni per cui eventi del genere si verificano. Di fondo, una spinta innata a modellare i ritmi della vita.

Prendiamo la specie H. sapiens: le grandi piaghe che lo hanno afflitto “sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria.” Il passaggio ecoetologico da cacciatore-raccoglitore a sedentario ha infatti comportato per l’uomo da un lato l’essere a stretto contatto con gli animali addomesticati, dall’altro una produzione sempre maggiore di rifiuti prodotti da un sempre maggiore consumo di risorse. Unico denominatore comune tra le due crisi sono appunto le epidemie.
Le alte densità popolazionistiche hanno poi amplificato un problema che, come un effetto domino, ha modificato radicalmente il rapporto tra l’uomo e i vari patogeni esistenti in natura, innescando una serie di conseguenze che la storia ci racconta e l’attualità ci ricorda.
Ma se alcune epidemie sono le conseguenze dirette di un radicale cambio nello stile di vita, altre invece richiamano alla nostra memoria che, avendole ereditate direttamente dai nostri parenti viventi più prossimi, siamo figli di una stessa madre, di madre natura. Altre ancora ci confessano invece come la nostra essenza non sia poi così lontana da quella prettamente animale.

Nell’occhio del ciclone epidemico si ritrovano spesso i virus. La struttura prettamente genetica permette loro non solo di adattarsi perfettamente al corredo ereditario dell’ospite, ma anche di evolvere abbastanza velocemente. Ecco perché il prossimo Big One, la prossima epidemia di massa, potrebbe essere dietro l’angolo, e potrebbe manifestarsi anche domani. A fare da intermediari, o in gergo tecnico da “ospiti serbatoio”, gli animali, siano essi domestici o selvatici:

Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi.

Ma c’è di più. Il momento in cui il virus muta nell’ospite serbatoio e decide di allargare i suoi orizzonti eziologici prende il nome di “spillover”, di cui una definizione romanzata potrebbe essere la seguente:

Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere in premio una vita nuova in spazi più larghi. Ha una minima probabilità di non finire in un vicolo cieco, di andare là dove non è mai andato e di essere ciò che non è mai stato. Talvolta ha un colpo di fortuna.

Lo spillover è in pratica il momento di tracimazione da parte dell’agente patogeno verso la conquista di una nuova nicchia ecologica. Il punto di non ritorno.

A parlarci dell'”evoluzione delle pandemie”, di zoonosi e di virus è David Quammen nel suo Spillover, edito in Italia da Adelphi nel 2014. Spillover, si sarà intuito come il titolo del testo non sia casuale, racconta il nascere, l’adattarsi e l’evolversi di alcune epidemie-spesso virali- che hanno colpito l’intero genere umano negli ultimi due secoli, quali Hendra, Nipah, Ebola, HIV, e Sars. Epidemie che però sono anche il pretesto per parlare del forte legame esistente tra uomo e natura.

Interessante l’approccio all’argomento: indagare sulla biogeografia virale, andare a toccare con mano i luoghi che hanno riguardato le epidemie, intervistare i protagonisti che hanno ad esempio lavorato alle analisi genetiche dei virus, fare una chiacchierata con qualche miracolato, cercare riscontri e riferimenti in letteratura e nella storia. Degno di nota.

A parlarne con questi toni, Spillover sembrerebbe un libro a sfondo apocalittico: Spillover è anche tutt’altro. Quammen, visitando in prima persona molte zone equatoriali a cui si attribuiscono tanti punti zero delle epidemie, è entrato in contatto con le culture locali, ancora prettamente radicate nell’indigeno. Di tale contatto il libro è pieno di rimandi e riferimenti, e sovente lo scrittore rende partecipi dei riti di iniziazione di alcune popolazioni, o della struttura gerarchica di altre, o del rapporto con la natura che tutte hanno radicate nell’animo. Momenti culturali che purtroppo sono stati spesso la causa del diffondersi di gran parte delle piaghe succitate.

Ma Spillover è anche uno di quei libri di difficile classificazione letteraria: un libro di viaggi? Forse: Quammen, al fine di indagare sulla natura dei disastri epidemici di cui parla, ha in effetti girato il mondo in lungo e in largo, disegnando molti dei tratti antropologici degli abitanti del luogo e delle loro zone geografiche. Un romanzo? Pensandoci bene, potrebbe essere classificato anche come un romanzo: lo scrittore riesce a rendere fluido un argomento a tratti delicato (si veda il manifestarsi dell’HIV e la sua propagazione), ma allo stesso tempo riesce ad impressionare con maestria lo stato d’animo di uno sfortunato paziente zero. La prosa, in aggiunta, non è per niente farraginosa, e spesso non mancano le battute in stile british. Un saggio a carattere medico-scientifico? Prima di acquistarlo era riposto nel reparto “medicina”, e leggendolo, mi sono accorto come le sue fotografie investigative hanno un corpus ben strutturato: bibliografia completa, argomentazioni forti, ipotesi ben supportate e illustrate, pareri degli esperti. Sì, anche questa categoria potrebbe contenerlo.

Classificazioni letterarie a parte, Quammen e Spillover ci ricordano quanto siamo sul filo del rasoio, e quanto la metafora della lotteria valga anche per noi. Anche perchè, è bene ricordarlo, “solo il diavolo sa quale sarà la prossima epidemia.” E, peggio ancora, quando si potrebbe verificare.


Risultati immagini

Breve nota biografica dell’autore: David Quammen è un giornalista americano. I suoi articoli hanno fatto da colonna al “National Geographic”, “Harpe’s” e “Rolling Stone”, nonchè al “The New York Times Book Review”. Ad oggi ha pubblicato più di quindici libri a diverso stampo: viaggi, natura e reportage scientifici sono i temi maggiormente trattati dallo scrittore. In Italia, oltre Spillover, sono stati pubblicati Alla ricerca del predatore alfa. Il mangiatore di uomini nelle giungle della storia e della mente (2005, Adelphi) e L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione (2008, Codice Edizioni).

Annunci

La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

Il libro del mare

La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è di circa tre volte maggiore rispetto a quella della terra emersa. Dato tale rapporto, il nostro pianeta dovrebbe avere quel nome, acqua, e non questo, terra. Purtroppo o per fortuna le cose sono andate come le conosciamo, e così ce le teniamo.
Riflessioni kafkiane a parte, l’acqua è da sempre stata interessante da più punti di vista: in campo letterario per la mole di opere che ha ispirato, per la filosofia per i molteplici spunti di riflessione che ha iniziato, in materia di chimico-fisica per le sue proprietà uniche, a livello biologico per avere acceso un fuoco che ancora oggi brucia: la vita, una combustione che dura da più di tre miliardi e mezzo di anni e che ha forgiato le infinite forme viventi appartenenti ai cinque grandi regni della natura.

Presa singolarmente ogni disciplina di cui sopra ha il suo fascino, ma è possibile associare tutte queste visioni differenti in un approccio vasto ed olistico? È possibile parlare di acqua sotto tutte le sue sfumature? È possibile, al contempo, leggere di coccolitofori, di acidificazione degli oceani, di Moby Dick e di terre leggendarie? Sì, tutto questo è possibile se si scrive un libro sul quel gran pentolone di acqua salata esistente in natura, il mare, e se si seguono le tracce del mostro marino nordico per eccellenza: lo squalo della Groenlandia.

A proposito di mostri marini. Lo squalo della Groenlandia, una specie (in senso tassonomico) di vertebrato cartilagineo, nonchè il più grosso carnivoro tra i viventi, si pone al limite tra la realtà e la mitologia per la sua ecologia troppo schiva e riservata nei confronti dell’uomo. Nonostante in passato sia stato infatti soggetto delle fantastiche scritture dei poeti nordici e dei miti da essi tramandati, oggi, accantonato l’alone di mistero di cui era impregnata la sua fama, si continua a conoscere ben poco della e sulla sua figura. Di certo, sapere che è il vertebrato più longevo in natura non permette di scrollarsi completamente di dosso tale nomea: “[…]oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole”.

Proprio intorno alla sua evanescente presenza ruota Il libro del mare di Morten Strøksnes (Iperborea, 2017), un racconto su […] come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare.
Morten Strøksnes, scrittore norvegese, e un suo amico di vecchia data, abbastanza determinato, taciturno e artista sui generis, decidono di andare a caccia dello squalo della Groenlandia armati di tanto coraggio e di tanta speranza: nei periodi favorevoli e con circa quattrocento metri di lenza si immergono nella bellezza dei mari del nord e constatano in prima persona di quanta pazienza e fermezza d’animo necessita chi vuole affrontare un’avventura del genere. Avventura non di prima mano, sia chiaro: molti (tra parenti, amici e mentori vari) prima di loro hanno già provato l’ebbrezza di una impresa simile, ma i nostri decidono comunque di affrontare il viaggio privi di ogni consiglio e consci del fatto che, scevri da ogni influenza, l’emozione di potersi trovare di fronte al leggendario mostro marino non potrà essere di certo subito dimenticata.

Così come il mare ha funto da faro per diversi grandi maestri della letteratura, allo stesso modo la permanenza in acqua ad intervalli regolari permette a Strøksnes di essere a sua volta illuminato, e, di conseguenza, di essere a sua volta un cicerone: indirizza infatti il lettore nell’universo marino, sviscerandone ogni suo più recondito meandro e regalandogli un’opera ai limiti del poema epico. Il risultato è “Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino […]”, che ha come linea guida uno dei mostri acquatici più temuti dai marinai dell’ultima Thule.
Ma il libro racconta anche di elementi culturali e sociali di grande spessore: miti e leggende legati, ovviamente, al mare e ai mostri marini, resoconti di scambi commerciali e culturali tra gli abitanti del nord e l’Italia, riflessioni evoluzionistiche e stratigrafie geologiche, introspezioni legate al culto dell’ignoto si rivelano essere il giusto corollario ad un giusto teorema. Il tutto cucito da una prosa degna di un poeta, di facile lettura e fluida come l’ambiente che ci descrive.
(Che poi, se nel testo ti ritrovi anche Thor, il supereroe Marvel, figlio di Odino, allora capisci quanto davvero potente possa essere questo pentolone pieno di acqua salata e quanto geniale possa essere stato l’autore.)

Il libro al momento si colloca al secondo posto tra i più venduti del mese nella categoria “casa editrice”, e, stando alle premesse, farà ancora molta strada: è stato un caso letterario alla Fiera di Francoforte del 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi. E’ infatti un libro fatto di grandi speranze, di grandi aspettative, e di grandi promesse: navigare tra le sue pagine significa remare tra curiosità, cultura e pathos, elementi con cui Strøksnes ha intriso ogni sua frase.

Breve nota biografica sull’autore: Morten Strøksnes è uno scrittore, storico, giornalista e fotografo norvegese. Riguardo la sua carriera da scrittore ha all’attivo diversi reportage e saggi, mentre in campo prettamente letterario scrive recensioni per i principali giornali e riviste letterarie norvegesi. Tra i suoi lavori si annoverano quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo.

L’arte di collezionare mosche

Iperborea è una casa editrice nata meno di vent’anni fa, diciannove per l’esattezza, che come pregio ha quello di aver portato in Italia i venti del nord, soffiati dalla sua letteratura; il suo unico, forse, “difetto” è quello di non poter competere con i grandi colossi dell’editoria in quanto ancora troppo giovane, nonostante il suo fatturato negli ultimi anni sia cresciuto in media del 20% ogni anno.
Il suo marchio di fabbrica sta nelle sue edizioni, oltre ai suoi scrittori inediti in Italia: un formato che richiama la forma e la dimensione dei mattoni di terracotta, quasi a ricordarci che i libri sono, indiscutibilmente, i mattoni della mente.

Risultati immagini per l'arte di collezionare mosche

Confesso di non conoscere appieno il suo catalatogo, ma, da quando è stato pubblicato, un suo libro ha attirato subito la mia attenzione. Per vari motivi. Primo: la copertina. Sarà per deformazione professionale, ma se in quest’ultima ci sono delle mosche messe in posa come per un cassetto di un museo ecco che divento vittima del marketing mediatico. Secondo: il titolo. L’arte di collezionare mosche. Accostare assieme i termini “arte”, “collezionare” e “mosche” fa accendere il secondo campanello di allarme. Terzo: la presentazione. Se l’autore viene presentato come “scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale”, mentre la quarta di copertina recita “tutti nell’intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti”, allora ecco che si chiude il cerchio. Attirata completamente la mia attenzione, leggo pure la trama, per fugare ogni dubbio. Posato il libro, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave della sinossi che apparentemente sono sconnesse tra loro: “insetti”, “sirfidi”, “collezionismo”, “irrequieti”, “Chatwin”, “Lawrence”, “Kundera”. Colpo di fulmine istantaneo, e motivo per cui sto quì a presentarvi appunto L’arte di collezionare mosche di F. Sjoberg, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice succitata.

Ma andiamo subito al sodo. Il libro di Sjöberg è di difficile categorizzazione: si presenta a tratti come un saggio, a tratti come un romanzo; il testo è una miscela di prosa e poesia, mentre il suo ritmo per alcuni versi sembra accelerare, a volte rallenta, altre volte ancora subisce una sincope che quasi sembra prenderti a sberle. E’ un pò come stare sul nastro di Möebius, dove sai da dove sei partito, ti ritrovi in un punto di arrivo opposto a quello di partenza ma non ti rendi conto come ci sei arrivato: letteratura, riflessione e divulgazione si fondono con umorismo e poesia.
Tecniche stilistiche a parte, andiamo alla trama. Il racconto si svolge su due livelli. Il primo, il filo di Arianna di tutto, è una soluzione omogenea composta da un solvente, incarnato nell’autobiografia dell’autore, e da un soluto, rappresentato dai sirfidi, dove per “sirfidi” si identifica quel gruppo di insetti che comunemente chiamiamo mosche. Proprio le mosche sono i protagonisti indiscussi del testo e primo amore naturalistico di Sjöberg.
L’altro livello narra delle vite di personaggi autorevoli in diversi campi, dall’entomologia alla storia, dal teatro alla letteratura alla filosofia, che in qualche modo si sono trovati davanti il cammino di Sjöberg. Tra questi, spicca la figura di Malaise, inventore della trappola per insetti che porta il suo nome, “illustre scienziato e teorico visionario dell’esistenza di Atlantide. L’uomo degli eccessi che diventa per Sjöberg il suo inafferrabile alter ego”. I due livelli si intrecciano a vicenda, a volte si allontano, altre volte ancora sembrano avere l’effetto di uno tsunami che sbatte sulla costa. Magnifico, direi.

Il testo, ed è questo il dato interessante, la ciliegina sulla torta, può essere letto anche tramite un’altra chiave di lettura: quella prettamente naturalistica. Per i naturalisti, le isole sono dei paradisi in tutto e per tutto. Sono spazi biologici ampi per la loro peculiare biodiversità, ma sono al contempo spazi geografici ristretti per lo studioso che presto o tardi impara a memoria ogni loro segreto. In fin dei conti, 15 km quadrati sono molto pochi per l’uomo, ma sono un’immensità per le mosche. Motivo per cui Sjöberg decide di trasferirsi proprio su una piccola isola spinto dal forte senso naturalistico con cui è cresciuto, e con il proposito di dedicare anima e corpo al collezionismo delle mosche “isolane”. Perchè proprio le mosche? “In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, (…) le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia”. Un pò di parte, bisogna ammetterlo, ma chi sono io per giudicare? Non si vedono tanto in giro scrittori che scrivono di natura, figuriamoci di mosche, e con lo stesso stile!

Spinto da una forte lentezza d’animo e da una spiccata passione nata in adolescenza, Sjöberg diventa allora un entomologo specialista in sirfidi, e ci descrive, quasi come se stesse scrivendo un diario, le emozioni che possono scaturire dalla conoscenza approfondita dei luoghi e degli animali che lo hanno reso tale. Al grido di “nessuna persona sensata si interessa alle mosche”.

Ma L’arte di collezionare mosche è anche altro. È un inno al collezionismo e alla bellezza delle forme della natura. È un bestiario sull’animo umano, un elogio alla lentezza e alla solitudine. E’ un saggio che tratta di insetti, ma è anche un romanzo che tratta di maestri in diversi campi dello scibile umano. È, in pratica, tanta roba intrisa di voli pindarici che non stancano e tengono sveglia la mente del lettore mentre si scorre ogni singola parola del testo: “(…) perchè la natura, o almeno il pensiero della natura, è una via fuga”. Da cosa, non è dato sapersi, ma si lascia a noi lettori la libera interpretazione.

Breve nota biografica dell’autore: Fredrik Sjöberg è un entomologo, scrittore teatrale, giornalista culturale e collezionista. Da quando si è trasferito in una delle piccole isole al largo della Svezia, di fronte Stoccolma, ha ampliato la sua collezione di mosche, diventandone il maggiore esperto nel territorio. Tale collezione è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009, riscuotendo discreto successo. Attualmente, sempre per Iperborea, ha pubblicato, oltre L’arte di collezionare mosche (2015), anche Il re dell’uvetta (2016) e Una via di fuga (2017), racconti che, in un modo o nell’altro, parlano sempre e solo di natura.

Il coccodrillo come fa

Risultati immagini per il coccodrillo come fa libro amazon

In natura, l’unico processo davvero significativo è l’atto riproduttivo, con tutte le conseguenze del caso. Durante il corso del tempo geologico, che ha scandito il plasmarsi delle moltitudini di specie animali attuali ed estinte, tale processo si è presentato con modalità differenti. Anche se è difficile immaginare i modelli passati, di base c’è e forse c’è stata, almeno per la riproduzione sessuata, l’esistenza di due e due soli sessi. Non di più. Il frutto di tale fenomeno può essere identificato con “biodiversità”, un vasto insieme che comprende al suo interno tante cose differenti, a livelli diversi e su piani diversi: morfologico, genetico o comportamentale. Ma ciò è vero anche per tutto quello che concerne la fitness delle specie (ossia la capacità di tramandare discendenti), a partire dagli organi riproduttivi fino ad arrivare alle cosiddette cure parentali (l’allevamento della prole), passando per i rituali di accoppiamento. Sorprende infatti sapere quanto diversi siano i meccanismi che permettono ad una specie di rimanere a galla nel vasto mare dell’evoluzione, e i processi riproduttivi in questo ne sono i protagonisti.

Motivo per cui leggere Il coccodrillo come fa. La vita sessuale degli animali permette di averne una panoramica generale. Il saggio, uscito nel 2014 per Codice Edizioni, si compone di una bella rassegna sulla “vita sessuale degli animali”, come recita il sottotitolo, dove per animali quì si intende un assaggio di tutti i grandi gruppi di vertebrati, dai pesci cartilaginei all’uomo. L’autrice, Lisa Signorile, riesce a rendere divertente, senza mai tralasciare il rigore scientifico, un argomento che, sotto molti aspetti, ancora oggi risulta essere per noi uomini un tabù. Come la masturbazione: molte sono infatti le specie che praticano l’autoerotismo, anche se, tra tutti, i mammiferi sembrano essere i più “autodidatti”. È stato osservato, racconta la Signorile, come cani, gatti, cavalli, cervi, delfini e soprattutto primati, riescano a “piacersi” e a “compiacersi” da soli o, in mancanza di una parte anatomica prensile, con l’aiuto di qualche oggetto, come una liana o una staccionata, o semplicemente con il dondolio del proprio corpo (Ah, sia ben chiaro: sia maschi che femmine!).

Per non parlare delle dimensioni. Nonostante noi Sapiens manteniamo il primato, in proporzione molti sono i taxa animali che pareggiano il conto e una, al momento, sembra avvalersi del titolo di “Rocco Siffredi dei vertebrati”: un uccello, un’anatide sudamericano conosciuto col nome comune di gobbo argentino (Oxyura vittata), possiede un pene tre volte più lungo del suo corpo per un totale di circa 42 cm, dotato (o a ‘sto punto sarebbe meglio dire “superdotato”) di uno scovolino all’estremità e di spine lungo tutta la sua lunghezza (sai che felicità per la signora “gobba”). Ma questo non è il solo caso interessante: il pene quadricefalo dell’echidna permette all’animale di avere un asso nella manica (o tra i pantaloni): all’occorrenza, prima un lato (due emipeni), poi l’altro (gli altri due), nel caso in cui qualcosa andasse storto. Di contro, anche se spesso le dimensioni non contano (non per noi!) quasi tutte le specie animali, soprattutto quelle a riproduzione interna, sono molto veloci “sotto le lenzuola”. Uomo compreso. (Alla faccia dei clichè!).

E l’omosessualità, allora? Argomento ancora più tabù. Considerata fino a qualche tempo fa un’aberrazione naturale, e di cui ancora ci portiamo dietro i retaggi culturali, Il coccodrillo come fa ci racconta come in natura non sia un comportamento poi così contro natura. Se a praticarla sono infatti almeno 1500 specie, tra vertebrati e non, dovrà pur avere qualche valenza evolutiva che evidentemente tanto aberrante non sarà (e credetemi, ce l’ha eccome una valenza!). Sapere poi che gli albatri instaurano spesso rapporti omosessuali che nei casi piu duraturi si aggirano intorno al ventennio dovrebbe farci riflettere a riguardo. (Ah, già, i bonobo, i primati più prossimi all’uomo: quelli sì che hanno capito tutto. E poi ci sono i delfini, magnifiche e spietate bestie…)

E i rituali di accoppiamento? Sono forse la massima espressione della biodiversità conosciuta: nell’atto della scelta del partner infatti i pretendenti “tirano fuori” tutte quelle caratteristiche che altrimenti servirebbero a ben poco. Colori sgargianti, abilità architettoniche degne dei più abili costruttori, truffe, vere e proprie offerte votive all’amante, ricompense sono solo alcuni esempi di come la selezione naturale plasma i processi di corteggiamento (e credetemi, macchine costose o bicipiti scolpiti sono poca roba a confronto). Di base, un solo mantra: mater semper certa est, per citare l’autrice, con la conseguenza di una sex ratio sbilanciata a favore dei maschi che devono inventarsi quindi qualsiasi diavoleria pur di fare conquiste. Anche “travestirsi” da femmina (!), come avviene nel serpente giarrettiera (Thamnophis sirtalis parietalis).

Per non parlare delle cure parentali: molto dispendiose nei mammiferi e negli uccelli (nei cuculi no, loro si servono di altri volatili). E il sesso del nascituro? Bhè, quello è un sistema tanto semplice quanto complicato, varia da specie a specie e si presenta con una genetica sui generis in funzione del gruppo animale. Basti però pensare che tra un pò di tempo (tranquilli, si parla di tempo geologico) con buone probabiltà non ci saranno più (ahimè) maschietti in giro.

Curiose le circostanze che hanno portato alla stesura del testo: la biologa, spinta dai refeer del suo blog (L’orologiaio miope), si accorge di quanto gli internauti siano incuriositi dall’argomento “sesso” in contesto animale e non (e te pareva!). Dopo tre anni di incubazione, e sotto la spinta dell’editore che ne aveva avuto sentore tempo prima, decide di mettere su carta gli interessi (o le fantasie) dei suoi lettori, regalandoci un saggio leggero, fresco e interessante, adatto ad una lettura sotto l’ombrellone. Il coccodrillo come fa (…”non c’è nessuno che lo sa… parapaparapà…”) ci regala una bella avventura nel mondo animale, uomo compreso, con lo scopo di farci conoscere più da vicino le meraviglie della natura, con uno stile frizzante, un’ironia acuta e un rigore accademico degno di nota. Il tutto correlato da magnifici disegni, che permettono di vedere ciò che è espresso nel testo. Perchè, evidentemente, la Signorile sa come fa il coccodrillo, e ce lo vuole far sapere anche in questo modo. E leggendo il libro, anche noi lo sapremo (e lo sapranno anche in Germania, visto che il saggio ha attraversato le Alpi di recente).

Breve nota biografica sull’autrice: Lisa Signorile è una biologa esperta in genetica di popolazioni, attualmente londinese di adozione. Al pubblico non è nuova: tiene oramai da un decennio una rubrica sul National Geografic intitolata L’orologiaio miope, omonima al suo primo successo editoriale pubblicato sempre da Codice nel 2012.

Economia senza natura

Risultati immagini per economia senza natura. la grande truffa«L’uomo fa parte della natura, e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura». Soprattutto quando si parla di sviluppo e di crescita della popolazione. In questo caso, quando si parla di regole si parla di PIL, spread, industria. In una sola parola, di “economia”.
Pochi però, in materia di mercato, ne considerano la sfumatura “naturale”: l’ “ecologia”. I due termini, “economia” ed “ecologia”, apparentemente distanti, presentano la stessa radice: “eco”, deriva dal greco “oikos”,
tradotto con “casa”. Già dall’etimologia possiamo dedurne come i due termini risultano essere due facce della stessa medaglia: mentre cresce una diminuisce l’altra, e viceversa.
Ad accomunare le due discipline, distanti tra loro ad uno sguardo superficiale e poco critico, il seguente leitmotiv: l’adattamento a rispondere alle domande poste sia dalla natura che dal mercato. Alla base di questo concetto, un altro, ancora più semplice ma allo stesso tempo devastante: “non è possibile che una specie, qualunque sia il suo ruolo, possa crescere numericamente all’infinito”, in quanto rischia di portare se stessa all’estinzione. E questo vale soprattuto per la nostra specie, una specie (quasi del tutto) infestante con un ruolo di consumatore onnivoro e onnipresente, che ha già imboccato il punto di non ritorno.

Se siamo così intelligenti da poter dire questo, e lo facciamo da quando abbiamo coscienza sociale della natura, e da poter analizzare le crescite economiche dei paesi, perchè continuare con questa linea di crescita sbagliata e autodistruttiva? La risposta è data in Economia senza natura. La grande truffa di Ferdinando Boero (Codice Edizione, 2012), e può essere sintetizzata nel modo seguente: “Siamo irrimediabilmente scemi”.
Boero, in questo saggio, prende le mosse dall’etimologia delle parole “ecologia” ed “economia” per esaminare come la nostra società moderna, con le sue regole economiche, dovrebbe includere all’interno dei suoi rapporti di bilancio anche e soprattutto i costi derivati dallo sfruttamento ambientale. Processo che ad oggi sembra essere ignorato dalla gran parte dei buracrati.

Che poi, a pensarci su quanto basta, in ambito scientifico il termine “ecologia” è stato sininimo di un concetto più ampio e pertinente: “economia della natura”. Motivo per cui, gli studiosi, soprattutto dei campi appartenenti ai discorsi economici, dovrebbero considerare la sfumatura naturale delle attività umane e riconsiderare quella vecchia accezione ottocentesca che tanto sembra calzare a pennello in questo periodo storico. Come il testo di copertina recita, infatti, “Il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia deve essere corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, presto o tardi, presenta sempre il conto”.

Ma con “natura”, “naturale” et similia quì non si intende solo il deturpare gli ambienti o portare all’estinzione una specie; si intendono anche e in prima linea tutte le piramidi economico-sociali su cui si fonda uno stato, riflesso delle reti trofiche ecologiche. In un contesto del genere si inseriscono dunque nel testo argomenti come gli ambienti accademici e l'”esternalizzazione”, ossia la non inclusione dei costi ambientali su lungo tempo di ogni attività umana. Se nel primo caso una buona università, magari fatta con basi culturali più solide e con meno apparenze e burocrazie, permetterebbe di formare future classi dirigenti capaci, in linea teorica, di saper gestire una economia più “naturale”, dall’altro la stessa classe dirigente, ben istruita, potrebbe capire come piccoli cambiamenti ambientali possono portare a conseguenze devastanti. In poche parole, come nei rendiconti aziendali dovrebbero essere incluse tutte quelle azioni che potrebbero portare danni irreparabili in un futuro più o meno prossimo. Nulla di nuovo insomma, ma che ancora ci ostiniamo a prendere in considerazione.

Boero, saggiamente, dedica anche un paio di capitoli alla natura in senso stretto: evoluzione, selezione naturale, competizione, cooperazione sono i capisaldi di tutto il testo, e permettono di avere un punto di vista prettamente ecologico dei fatti economici. Fatti economici che non prescindono dall’attualità: le linee di incontro tra le Encicliche dei Papi e la salvaguardia ambientale, le politiche di gestione finanziaria dell’Unione Europea, il sistema della peer review delle riviste scientifiche, la mancanza di tassonomi, la situazione dell’istruzione in Italia sono tutti corollari di quella “economia ecologica” di cui tanto abbiamo bisogno in questo periodo, e di cui tanto si sente parlare, ma di cui poco si attua.

E’ grazie a questi strumenti che, giunti alla fine del saggio, viene da porsi una domanda, tanto semplice quanto agghiacciante: siamo ancora disposti ad essere irrimediabilmente scemi? Anche perchè, è bene ricordarlo, la natura prima o poi presenta sempre il conto.

Una breve nota biografica. Ferdinando Boero è un biologo marino e Professore di zoologia all’Università del Salento. La sua linea di ricerca, le meduse, gli hanno permesso di entrare timidamente anche nel campo della musica, oltre a quello della biologia: dopo aver dedicato una nuova specie di medusa a Frank Zappa, quest’ultimo gli ha dedicato un intero brano. Ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, è nel direttivo di un paio di associazioni sulla conservazione degli ecosistemi marini e ha alle spalle altri due volumi a sfondo “ecologico”: Ecologia della bellezza ed Ecologia ed evoluzione della religione.

La “scimmia nuda”: un ballo che dura secoli

È inutile sottolineare quanto negli ultimi tempi sia tornato alla ribalta il concetto di Risultati immagini“scimmia nuda”. E dico tornato perchè in effetti non è, come ormai si sarà capito, un concetto nuovo, ma è un’espressione che gli antropologi conoscono bene e che si portano dietro da cinquanta anni precisi. Ossia, dalla pubblicazione de La scimmia nuda di Desmond Morris, il testo che ha ispirato il tormentone musicale del momento, Occidentali’s karma di Gabbani, vincitore dell’edizione 2017 di Sanremo.

Già nel momento della sua pubblicazione il libro ha suscitato scalpore, quantomeno in ambito letterario/scientifico e non commerciale: per la prima volta viene infatti descritta la nostra specie da un punto di vista diverso, e da questo momento non ha più solo una “semplice” etichetta scientifica. Il motivo  è prettamente accademico: una specie infatti per essere tale deve essere descritta da vari punti di vista, ovvero si deve conoscere in tutte le sue sfaccettature, siano esse anatomiche, paleontologiche ed etologiche (oggi a questa visione si è aggiunta anche quella genetica, ancora in embrione al tempo dell’uscita del libro). In effetti, da quando Darwin aveva messo il tarlo ne L’Origine delle specie (“luce si farà sull’origine dell’uomo”), nessuno ancora aveva trascritto le abitudini dell’uomo, motivo per cui la dicitura “H. sapiens“sembrava essere quasi campata in aria. Ci ha pensato dunque Morris, che oggi, almeno in Italia, sta vivendo una seconda gioventù letteraria, stando alle classifiche delle vendite.

Ma quali sono stati i passi del pensiero culturale occidentale che hanno portato al concetto di “scimmia nuda”?

Oggi più o meno tutti abbiamo, o dovremmo avere, cognizione del fatto che anche noi siamo degli animali, delle “scimmie nude” appunto, ma prima di arrivare a tale concezione acqua sotto i ponti ne è passata, e tanta anche.

Un primo accenno alla vera essenza dell’uomo si deve a Platone, che, oltre a considerarci privi di vello, ci considera al pari delle fiere, descrivendoci come animali privi di piume. Più simili agli uccelli dunque che ai primati. Ma se Platone è forse il primo a metterci sullo stesso piano degli animali, Aristotele non è dello stesso avviso. L’assioma che ci vorrebbe infatti degli esseri superiori e quindi in cima ad una piramide naturale si deve a quest’ultimo filosofo greco che ne esaltava le gesta rispetto al resto del mondo animale. Di conseguenza, accostare l’uomo ad un animale risulta essere, per l’uomo greco, qualcosa di barbarico. Figuriamoci ritenerlo nudo. Tale concezione è stata dura a morire durante il corso dei secoli, e, durante il Medioevo, il monopolio prima naturalistico e poi cristiano dell’ipse dixit (aristotelico per i laici, biblico per i cristiani) ha di fatto creato un tabù riguardo l’argomento “uomo e natura”.

Risultati immaginiQualcosa comincia a snaturarsi con la filosofia cartesiana, e qualcosa effettivamente comincia a mutare con il sistema di classificazione linneiano: nel grande Systema naturae pubblicato nel 1735 che tende ad identificare e a classificare tutte le specie viventi rientra per la prima volta anche l’uomo. Da questo momento anche noi quindi abbiamo una nostra carta di identità scientifica, con tanto di nome e cognome: “Homo sapiens“. Non solo: da questo momento anche l’uomo è parte integrante della natura. La descrizione accanto porta però altre tre parole, rigorosamente in latino: nosce te ipsum, conosci te stesso, un leggero atto di presunzione figlio della visione prettamente creazionista di Linneo. Ma ci sta tutto, anche se ancora siamo lontani dall’essere scimmie. Ad onor del vero, qualcuno comincia a tenere dei primati in casa, ma eleva le scimmie a uomini trogloditi, e non viceversa.

A Darwin si deve la prima vera teoria che spiegherebbe come il mondo vivente si adatta Risultati immaginicambiando, e a questa teoria non sfugge neanche l’uomo, di cui ora si tracciano anche i rapporti di parentela rispetto agli altri componenti della natura. Si scardina in questo modo un concetto durato quasi duemila anni. Ne L’Origine delle specie, datato 1859, un poco disinvolto accenno all’argomento, considerata la prudenza che necessita il contesto vittoriano. Poco più di un decennio dopo, l’uscita del testo che ha sancito le idiosincrasie della nostra specie: ne L’Origine dell’uomo (1871) si delineano le genealogie dei primati in generale e dell’uomo in particolare (“non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l’uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge [della selezione naturale”]). Non a caso, il titolo originale di questo testo è The Discendent of man. In tale modo Darwin si spinge anche oltre, azzardando dunque che la nostra specie avrebbe un antenato africano in Risultati immagini per l'origine dell'uomo e la selezione sessualecomune con le scimmie. A tutto ciò segue un acceso dibattito, di cui la frode dell’uomo di Piltdown e lo scontro tra Huxley e Wilberforce ne sono l’emblema. Ma con Darwin siamo scimmie per la prima volta. E con Shopenhauer siamo pure delle scimmie che si annoiano (“se le scimmie sapessero annoiarsi diventerebbero uomini”).

A partire dalla seconda metà del ‘900, mentre si delineano e si rimarcano le sempre più presenti diatribe tra creazionisti ed evoluzionisti, in campo antropologico si è ormai delineata la linea di discendenza del genere Homo, tramite fossili, studi primatologici e genetici. Ora siamo scimmie a tutti gli effetti, anche se siamo delle scimmie particolari.

In questo contesto si inserisce La scimmia nuda (1967- titolo originale: The naked ape): con la pubblicazione di questo testo, la specie Homo sapiens viene descritta anche dal punto di vista etologico (lo spettro anatomico è già stato da tempo sviscerato dagli antropologi, mentre la sfera paleoantropologica è ormai una scienza affermata e ha di fatto tracciato a grandi linee le discendenze della nostra specie). La tesi del libro, presentata in modo sintetico dal titolo, vorrebbe la perdita dei peli nell’uomo in quanto elemento distintivo della nostra socialità. In altre parole siamo uomini, e quindi diversi dagli altri primati, perchè abbiamo perso il pelo, e abbiamo perso il pelo perchè in questo modo, tramite la pelle, i rapporti individuali si intensificano. Soprattutto durante l’allevamento della prole. Per dirla con una battuta, abbiamo perso il pelo perchè le Australopitecine avrebbero preferito un’abbronzatura ottimale. Dal 1967 siamo delle scimmie, siamo delle scimmie particolari, e siamo delle scimmie che hanno perso il pelo, quindi nude.

Il testo si è tirato dietro diverse critiche, risulta essere ormai superato per quanto riguarda il suo assunto principale (vedasi ad esempio Marvis Harris, La nostra specie), ma rimane lo stesso un bello scorcio di letteratura scientifica che ha fatto storia. E ne farà ancora, data la rinascita che sta avendo e dato il successo di Gabbani.