Intervista a Gianluca Serra: quando dai libri si passa all’azione

Gianluca Serra, di cui vi ho raccontato il libro in un precedente post, è stato ospite del Museo Doderlein di Palermo per raccontare di Salam, di conservazione, di estinzioni di massa. Il tema della conferenza è stato infatti La sesta estinzione di massa: il caso recente dell’estinzione dell’Ibis eremita dal Medio Oriente e la battaglia in corso per impedire l’estinzione del Manumea, specie endemica delle Samoa. Purtroppo, non ho avuto modo di incontrarlo di persona, ma, prevedendo, son riuscito lo stesso a raggiungerlo via mail, e a fare una bella “chiacchierata” con lui. Di seguito, quindi, l’intervista che mi ha gentilmente concesso.


1.Chi è Gianluca Serra?

Sono un ecologo e conservazionista, formatomi presso l’Università di Firenze. Ho trascorso gli ultimi 23 anni lavorando nel campo della conservazione della natura a giro per il mondo, in quattro continenti.

2.Cosa ha portato un giovane studente ad avvicinarsi alla biologia prima e alla conservazione della natura poi?

Nonostante nato e cresciuto in città’, fin da piccolo ho provato una grande attrazione e senso di connessione con la natura e gli animali. Iscrivermi a Biologia era la cosa più’ naturale. Ho cominciato con la ricerca ma poi arrivato alla fine del dottorato ho capito che con la ricerca e basta non si riesce a fare conservazione. Ho quindi avvertito una specie di “chiamata” per sporcarmi le mani e divenire un conservazionista da “prima linea”, cioè’ impegnato laddove la natura sta per scomparire.

3.Salam è tornata è il suo libro di recente pubblicazione. Ce lo presenta?

E’ un racconto molto personale di un’avventura conservazionistica e umana irripetibile. Una storia che ho sentito il bisogno di condividere. E’ un libro di genere ibrido: diario, reportage letterario, libro di viaggio, saggio. C’e’ un po’ di tutto dentro. Il mio intento era quello di coinvolgere il maggior numero di persone possibile, non solo chi ama la natura e la Siria/Medio Oriente.

4.A proposito, chi è Salam?

Salam e’ il nomignolo che affibbiammo ad uno degli ibis eremiti di Palmira che cercavamo di proteggere, una femmina. In Arabo significa “pace”. Ha continuato a tornare a Palmira a primavera anche durante i primi anni del conflitto, sorvolando sulla tragedia umana che si svolgeva a terra…

5.Cosa l’ha spinta ad accettare di lavorare in Siria?

Vinsi un concorso alle Nazioni Unite nel 1998 e fui assegnato a questo progetto della FAO, finanziato dalla Cooperazione Italiana, con base a Palmira. Obbiettivo del progetto era di assistere il governo a iniziare da zero la conservazione degli ecosistemi e della natura nel paese.

6.A lei si deve la riscoperta di una delle ormai poche popolazioni di ibis eremita, creduto estinto in territorio mediorientale da quasi cento anni. Attualmente, qual è lo stato di conservazione di questa specie?

La popolazione relitta (7 individui adulti) che abbiamo scoperto nel 2002 e tentato disperatamente di salvare fino al 2011 sta probabilmente estinguendosi. La loro riproduzione nel sito di nidificazione di Palmira si è interrotta nel 2015, lo stesso anno in cui le millenarie rovine di Palmira sono state fatte saltare dall’ISIS.

7.Qual è il ruolo ecologico di quest’uccello?

In passato le colonie di ibis eremita dovevano svolgere un ruolo ecologico chiave per l’ecosistema della steppa arida mediorientale, tra cui sicuramente controllare le popolazioni di insetti e invertebrati che a loro volta insistevano sulla scarna vegetazione nana della steppa.

8.Quali sono state le cause della probabile estinzione dell’ibis eremita e quali potrebbero essere le azioni che i governi dovrebbero intraprendere per arginare l’estinzione dell’animale, un tempo sacro per gli egizi?

In ordine di importanza le cause della estinzione della popolazione orientale sono le seguenti: caccia senza controllo, prelievo pulli dai nidi, degrado dei loro habitat naturali riproduttivi, disturbo ai nidi. Per salvare la popolazione del Medio Oriente si sarebbe dovuto muoversi su vari fronti: proteggendo il sito/i riproduttivo/i in Siria e Turchia e arginando la caccia senza controllo lungo la rotta migratoria che corre lungo l’Arabia Saudita occidentale.

9.Per strumentalizzare l’Isis, si è arrivati ad attribuire l’estinzione dell’ibis allo stato islamico. Ci spiega cosa è successo a riguardo?

C’e’ un articolo scritto molto bene che fu pubblicato su Wired proprio quando la questione venne a galla nel 2015 che spiega tutto.

10.La sua specializzazione riguarda il tracciare i profili delle specie di suo interesse conservazionistico tramite indagini “antropologiche” e intervistando gli abitanti del luogo. In che cosa consiste tale approccio?

Ho derivato questa metodologia dall’etnobotanica [scienza olistica di stampo antropologico che indaga dell’uso della botanica all’interno di una o più società umane, nda]. La sfida è sia quella di usare un metodo il piu’ rigoroso possibile, in modo da ottenere informazioni che abbiano un valore scientifico invece che aneddotico; e allo stesso tempo di avvicinarsi alle persone in maniera rispettosa e umile, passandoci tempo senza fretta e guadagnandosi la loro fiducia e rispetto.

11.Cosa si prova a fare attivismo conservazionistico?

Di certo a fare conservazione “in prima linea” si rimane spesso soli. Tra governi corrotti, organizzazioni di conservazione che hanno perso i loro ideali e obbiettivi originari (troppo distratti dalla ricerca di fondi, dalle questioni politiche e dalle carriere individuali, dai personalismi); amici e parenti che cominciano a pensare che tu sia diventato matto o che comunque tu stia sacrificando (e rischiando) troppo della tua vita. Il caso Regeni insegna che fare attivismo in regimi militari (o stati molto corrotti) può essere molto rischioso. Ed anche io ho rischiato del mio in più di una occasione.

12.Oggi si parla molto di ambiente e della sua protezione, ma ogni giorno vengono pubblicati dati allarmanti riguardo le estinzioni. Secondo lei, quanto siamo lontani dall’arginare la sesta estinzione di massa? Ci riusciremo mai?

Siamo molto lontani, anzi e’ in pieno svolgimento nella indifferenza quasi totale di governi e opinione pubblica. L’interesse di queste due categorie e la conoscenza al riguardo e’ molto tenue e raramente passa dalle parole ai fatti. Sia la perdita di biodiversità che il cambiamento climatico potranno essere arginati solo quando ci metteremo in testa di riformare un sistema economico demenziale basato su principi di pura fantasia e controllare seriamente lo stato demografico umano.

13.A parte di ibis, di cosa si è occupato?

Mi sono soprattutto occupato di creare aree protette coinvolgendo le comunità locali con una particolare attenzione alla gestione di specie minacciate di estinzione e usando quando possibile la conoscenza ecologica tradizionale. Prima di buttarmi nel campo della conservazione in prima linea ho fatto ricerca di ecologia marina nell’arcipelago Toscano ed in Cile; e monitoraggio di predatori terrestri in California.

14.E attualmente di cosa si occupa?

Negli ultimi 6 anni ho lavorato in Oceania, coinvolto in progetti regionali di conservazione distribuiti in molte isole-stato. Allo stesso tempo mi sono occupato della conservazione del piccione endemico dell’arcipelago delle Samoa, dove ho vissuto, noto col nome nativo di Manumea, unico discendente vivente del Dodo (quest’ultimo, carismatico simbolo delle estinzioni oceaniche).

15.Progetti per il futuro?

Per il momento sono concentrato nell’allevamento dei miei due pulli [leggasi “pulcini”, nda] di Homo sapiens. Nel tempo che mi avanza cerco di portare avanti una ricerca sull’analisi sonografica del richiamo del Manumea e di sensibilizzare alla questione della crisi ecologica globale e la sesta estinzione di massa dove e quando posso.

16.Nelle pagine di Salam è tornata, si intravede tanta letteratura. Ha per caso un suo libro preferito che consiglierebbe ai lettori del mio blog?

Sul tema della conservazione consiglio La Creazione (2006), un saggio del biologo di Harvard E.O. Wilson e anche un “case study” del 2008 su un uccello estintosi alle Hawaii in tempi recenti di Alvin Powell dal titolo The Race to Save the World’s Rarest Bird: The Discovery and Death of the Po’ouli (ma penso che quest’ultimo non esista in italiano). Inoltre, a suo tempo, mi appassionai molto a quest’altro libro, Lo strano caso del Lago Vittoria di Tijs Goldschmidt, al cui genere, ibrido tra scienza divulgativa e avventure, mi sono ispirato quando ho scritto il mio.


Sono particolarmente grato a Gianluca Serra, che ha trovato il tempo tra un impegno e l’altro per rispondere alle mie domande, e alla direttrice del Museo, che mi ha messo in contatto con Serra.
Purtroppo, non ho, a malincuore, una foto ricordo come si deve, ma ho lo stesso un ricordo, anzi due, nel suo libro: due dediche, una dell’autore e una di chi mi ha regalato Salam è tornata.

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Salam è tornata

Nell’ormai lontano 2000 un giovane biologo decide di accettare un incarico dell’Onu con lo scopo di censire fauna e flora del deserto siriano al fine di istituire delle riserve nei pressi di Palmira, in un momento storico in cui la Siria è ancora “un sonnacchioso paese dittatoriale travestito da repubblica” (la primavera araba arriverà dopo, con conseguenze di non poco conto). Essere responsabile di un progetto del genere è già di suo un grosso onere: hai in mano il destino di un’intera area geografica, di piante e animali; hai soprattutto in mano il destino degli abitanti (umani) del luogo, che sai a priori che faranno fatica a capire e a gestire le tue intenzioni. Sovente capita di assistere, durante lo sviluppo di progetti di tale portata, a scontri generazionali e culturali innescati dal senso di appartenenza che spinge entrambe le fazioni: lo straniero venuto a proteggere, e gli autoctoni pronti a proteggere.

Ma il bello della natura è che non sai mai che sorprese ti riserva. Entri in gioco per un compito importante, e ti trovi di fronte un compito molto più grande dell’incarico affidatoti. In questo caso la sorpresa riguarda la riscoperta quasi casuale di una specie che un tempo solcava i cieli durante le sue rotte migratorie del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Europa meridionale, e creduta estinta dagli inizi del ’900: l’ibis eremita.

Dalle caratteristiche morfologiche uniche, come il lungo becco ricurvo e un ciuffo ribelle nucale, l’ibis eremita era diffusissimo nelle pareti rocciose (su cui nidifica) soprattutto mediorientali. Un pò come potrebbe essere il gabbiano reale oggi nei territori europei. Conosciuto fin dall’antico Egitto e considerato un animale sacro, e quindi venerato e rispettato in quanto “scriba degli dei”, Geronticus eremita, questo il nome scientifico, attualmente è purtroppo rappresentato solo da poche e sparute coppie nidificanti in Medio Oriente. L’IUCN (l’unione mondiale della conservazione della natura), che si occupa di stimare il benessere di una specie e di etichettarne lo stato di salute a fini conservazionistici, stabilisce un “pericolo critico” per questa specie. Tanto per capirci: un gradino precedente all’estinzione in natura e a quella totale. Cause di estinzioni principali: caccia incontrollata da parte dell’uomo, e morte sui tralicci della corrente elettrica durante le tratte migratorie.

Il giovane che ha avuto il fardello di riscoprire prima e di proteggere con le unghie e con i denti poi questo uccello sacro in terra araba è Gianluca Serra, biologo della conservazione e definito da qualcuno, non a caso, “il padre dell’ibis”. Due anni dopo il trasferimento di Serra in Siria per il progetto di cui ho accennato nelle precedenti righe viene avvistato nei pressi di Palmira un esemplare di ibis eremita da un abitante del luogo (si scoprirà in seguito la colonia palmirena composta da sette individui). In questi casi, un avvistamento è sì una speranza, ma può anche essere una delusione: in quelle regioni non si parla più di ibis da tanto tempo, ed è probabile un abbaglio. Dopo un primo momento di indecisione e incredulità, Serra decide di effettuare le dovute indagini “antropologiche” con delle vere e proprie interviste ai siriani. Tra questi, una signora anziana che ancora aveva memoria dell’uccello e da cui è venuta la rivelazione: “Non si trattava infatti solo del ritrovamento di uno degli uccelli più rari al mondo[…]” dice nel libro dedicato all’esperienza siriana dal titolo Salam è tornata. La Parabola ecologica di un uccello sacro nella Siria di oggi (Exorma) e oggetto di questa breve recensione, ma

D’un tratto mi ritrovai con la responsabilità di dover proteggere il volatile più raro e minacciato dell’Arabia.

A contorno della vicenda dell’ibis, il mondo arabo di Palmira e della Siria di vent’anni fa su uno sfondo quasi magico:

La Siria dall’alto appare come una specie di superficie lunare: solo una limitata porzione di territorio montagnoso si affaccia sulla costa colorandosi di verde. Per il resto è il regno del deserto o della steppa desertica: al-Badia, come la chiamano loro, i siriani. Al-Badia deriva dalla radice bdeia, “inizio”: l’inizio di tutto. E qui in effetti un sacco di cose sono cominciate. Territori senza età, testimoni dei primi passi dell’evoluzione delle società umane. Grandioso palcoscenico dell’avvicendarsi inesorabile di imperi e civiltà, ritmati da guerre e invasioni epiche.

Ma in Salam è tornata c’è anche il travaglio delle primavere arabe e delle dittature mediorientali, la corruzione, le difficoltà burocratiche. Un contesto sociale, quello in cui Serra si trova ad operare, che non facilita certo il precario stato di conservazione dell’ibis eremita. Alla responsabilità naturalistica aggiungeteci quindi anche tutta la cornice politica e burocratica della Siria del tempo: abbandono in corso d’opera delle Ong internazionali, intoppi volontari creati dai dirigenti, ritardi voluti e causati dalle autorità locali, controlli serrati, paura di arresti e monitoraggi continui con metodi non convenzionali hanno costituito le sette fatiche del giovane biologo, e sono magistralmente raccontate con dovizia di particolari.

Per fortuna la voglia di fare e l’amore verso la natura trovano spazio anche in questi frangenti drammatici, e ti permettono di riflettere su determinati comportamenti radicati nell’uomo, che sono in pratica il filo di Arianna del libro: fra tutti, l’innato istinto della caccia, che può essere trasformato in abilità nel birdwatching, e le millenarie tradizioni orali, con gli usi e i costumi degli abitanti del deserto, un caleidoscopio di culture che hanno l’effetto di uno tsunami per chi arriva da molto lontano.

Salam è tornata è davvero “la parabola ecologica” di quello che effettivamente sta succedendo a noi e al nostro pianeta. Perché in fondo,

I beduini migrano, si muovono, oscillano tra i pascoli invernali-primaverili e quelli estivo-autunnali. Come gli uccelli migratori.


Nota biografica sull’autore: Gianluca Serra è un biologo della conservazione, ecologo e naturalista, nonché scrittore e divulgatore. Fin da subito si è occupato di ecologia in Italia, in Cile e a Berkeley. Collaboratore dell’ONU, nel 2000 e per dieci anni si trasferisce in Siria, dove si occupa del patrimonio faunistico e floristico dei dintorni di Palmira. È 220testimone diretto della “riscoperta” dell’Ibis eremita, creduto estinto nei primi anni del secolo scorso. Dopo l’incarico in Siria, ottiene un mandato simile in Polinesia. È autore del libro Salam è tornata. La parabola ecologica di un uccello sacro nella Siria di oggi (Exorma edizione).

P.S.: Per chi si trovasse nei paraggi, Gianluca Serra sarà ospite del Museo di Zoologia “Doderlein” di Palermo (venerdì 9 febbraio) dove terrà un seminario dal titolo “La sesta estinzione di massa: il caso recente dell’estinzione dell’ibis eremita dal Medio Oriente e la battaglia in corso per impedire l’estinzione del manumea, specie endemica delle Samoa”. Un’occasione per conoscerlo da vicino e per poter parlare di natura e di libri.

Intervista a Luigi Boitani: quando lupi e libri sanno di magico

Sono sempre stato affascinato da due cose: i lupi e i libri. Anche se ancora non ho avuto il piacere di incontrare un “principe delle foreste”, e di lavorarci, i libri mi hanno permesso di conoscerlo, di capirlo, e, soprattutto, di continuare ad amarlo. Hanno contribuito ad alimentare nei miei confronti la sfera mistica e regale che lo circonda. Un testo in particolare ha svolto magnificamente questi ruoli: Dalla parte del lupo di Luigi Boitani, di cui ne ho fatto una recensione tempo fa quì. Il libro in sé è potente non solo per il tema trattato, ma anche perché una delle poche copie esistenti in circolazione è finita nelle mie mani per caso. Oggi (31 ottobre 2017) ho avuto la prova di quanto lupi e libri abbiano influito sulla mia persona e sulla mia formazione: mi hanno permesso di incontrare e intervistare proprio Luigi Boitani, uno che di lupi ne ha conosciuti parecchi, e figura di congiunzione tra queste mie due passioni. L’occasione si è manifestata durante la sua visita al Museo di Zoologia P. Doderlein per M’ammalia, la settimana dei Mammiferi.

È inutile confessare quanto io sia stato agitato in questi giorni, e penso sia inutile spiegarvi le mie motivazioni a riguardo. Vi lascio quindi all’intervista. Godetevela, come ho fatto io.


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Cominciamo dalla domanda più difficile (ride). Chi è Luigi Boitani? E di cosa si occupa?

Mha… sono un pensionato (ride di nuovo, ma con gusto), anche se in realtà non è cambiato nulla rispetto a prima. Continuo a fare quello che facevo: continuo cioè ad essere professore di Zoologia a Roma, a La Sapienza, e tengo ancora un corso. Tutte le attività accademiche [che faccio, nda] però sono migliorate, nel senso che non sono più obbligato ad occuparmi di cose che mi annoiano e mi annoiavano, come burocrazia e amministrazione. Mi hanno anche fatto emerito all’Università e mi occupo ancora di conservazione della natura a tempo pieno. Faccio parte infatti dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), e questo mi porta via letteralmente un sacco di tempo. Da tre anni faccio pure il direttore di una fondazione a Ginevra che finanzia progetti di conservazione.

Ecco, questo introduce la prossima domanda: perché proprio la conservazione della natura? È stata una scelta casuale, o c’è una motivazione precisa?

Io in realtà sono prima di tutto un conservazionista e poi un ricercatore universitario. Credo moltissimo alla e nella conservazione, e sono fermamente convinto che questa abbia bisogno di una maggiore impostazione scientifica rispetto a quanto non ne abbia avuta fino ad esso.

Lei si occupa di grandi mammiferi (soprattutto, tiene ad aggiungere). Da dove è nata la passione per questo gruppo di animali?

Verso i grandi mammiferi ho da sempre avuto una particolare passione. Lavorarci invece è stato DSCN5415come trovarsi al posto giusto al momento giusto. Io sono nato infatti come zoologo in un istituto di zoologia che al tempo in cui ero studente era forte in Italia. Tanto forte che altri zoologi italiani, ad esempio di Palermo o di Milano, venivano a Roma ogni tanto dicendo con carineria di “venire a respirare”. “Respirare” in quanto quello era un ambiente impregnato di fervore accademico, ricco di gente e di personalità, con un gran numero di persone di e con una decina d’anni di esperienza in più di me. Ognuno con le idee chiare e con una carriera quasi avviata; ognuno specialista in un campo diverso. In massima parte si trattava soprattutto di entomologi ed esperti di invertebrati.

Quando sono entrato da studente, mi hanno posto la domanda: “e tu di cosa ti vuoi occupare?” (Allarga le braccia con fare interrogatorio ed esclama: Bho?!) Non avevo un’idea precisa su cosa voler fare; gli insetti mi stavano e mi stanno simpatici, ma le mie passioni erano altre. Tuttavia, dovevo per forza diventare uno specialista se volevo continuare. Mi sono guardato quindi un po’ intorno cercando un ruolo ancora libero tra gli entomologi o che mi potesse piacere maggiormente: odonati (esclama, con a seguito un respiro misto a sollievo e stupore)! Bellissimo, non lo faceva nessuno… benissimo! “Sarai un esperto di libellule!” E quindi ho fatto una tesi sulle libellule, non per loro amore ma perché per studiarle bisogna stare sul campo, e a me andava di stare per campi. Di conseguenza, ho fatto una tesi sulle libellule in campo. Ovviamente la mia vera passione non era quella, erano uccelli e mammiferi, soprattutto mammiferi, per cui ho mollato le libellule appena ho potuto, ossia quando mi si è presentata l’occasione: coprire un buco di due mesi con un progetto sui lupi. Due mesi che sono diventati quarant’anni. Però le libellule mi sono rimaste molto simpatiche, ho imparato un sacco di cose curiose a riguardo.

A proposito di grandi mammiferi. Se non ricordo male, nel suo libro, lei parla di lunghe giornate nei campi, in attesa del lupo. Cosa si prova?

Ho lavorato molto sul campo, e continuo ancora adesso. A me piace andare fuori e sentire gli animali nel bosco, carpire tutto ciò che è vivo nell’ambiente naturale. Ed è una fonte di pace.

A proposito di mammiferi. L’uscita del suo libro più divulgativo, Dalla parte del lupo, è del 1986 e non esistono più copie in giro. È per caso in programma una ristampa?

No, al momento non ci sono ristampe in programma. C’è però l’idea di scrivere un altro libro. Non so ancora che ci scrivo… ma me lo hanno chiesto in tantissimi. Naturalmente sarà un libro diverso, perché, a distanza di trent’anni dall’uscita de Dalla parte del lupo, quello che era il lupo italiano allora [fine anni settanta inizio anni ottanta, nda] oggi non esiste più, è tutta un’altra vicenda nel nostro territorio.

Il libro è strutturato in due parti, una che riguarda il lupo reale, l’altra il lupo fantastico. Quale delle due parti le piace di più?

Il lupo reale è infinitamente più bello di quello fantastico. Quello fantastico è una lagna micidiale: è fatto di storie, di Cappuccetto Rosso e robe del genere. Io poi non sono un umanista, o un antropologo, per cui preferisco di gran lunga quello reale.

E questo mi permette di introdurre la seguente domanda: ancora oggi si raccontano tante storie sui lupi. Come reagisce quando ne sente parlare?

Hai iniziato la domanda mettendo “storie” al suo interno. (Silenzio quasi ammonitore) A tal proposito, mi sento di fare delle raccomandazioni soprattutto ai giovani studenti e ricercatori: le storie lasciatele da parte, l’ambiente accademico scientifico è fatto di scienza, non di storie. Ci sono altri luoghi in cui poter sentire storie. La scienza è un’altra cosa.

In materia di conservazione del lupo, per forza di cosa bisogna incappare nel bracconaggio. Come viene vissuto tale fenomeno dagli altri paesi rispetto all’Italia?

L’Italia è un faro di buona gestione del lupo in Europa. Figurati quindi gli altri paesi. Unica eccezione è data dalla Germania, dove non ci sono tanti animali domestici in giro e i lupi preferiscono rimanere nelle foreste del nord. Si è creata quindi la giusta armonia tra uomo e natura che non crea danni a nessuno.

Cosa pensa della recente razza di cane nata nei Balcani, il lupo cecoslovacco?

Il lupo cecoslovacco è figlio di un incrocio tra un lupo maschio e un pastore tedesco femmina. Trovo questa trovata demenziale. La creazione del cane è avvenuta undicimila anni fa, e da quel momento sono venute fuori tantissime razze di cane diverse, che bastano ed avanzano. I lupi cecoslovacchi sono degli ibridi, che, come tutti gli ibridi [tra animali addomesticati e selvatici, nda], possono essere sì belli, anche se “bello” è un concetto relativo (“ogne scarrafone è bell’a mamma soja”), ma sono animali pur sempre imprevedibili anche se cresciuti in ambienti domestici. Possono essere splendidi animali tranquilli e innocui, che fanno compagnia davanti ad un caminetto acceso, o possono svegliarsi una mattina dopo otto anni con l’istinto e l’intento di aggredirti. Il motivo di andarsi a ficcare in situazioni del genere per l’ennesima volta non si sa e non lo capisco. Forse la spiegazione sta nel fatto che alcune persone non riescono a resistere all’idea di avere in casa un lupo (pronunciato con voce grossa e mimando con le braccia un lupo mannaro).

Torniamo per un attimo all’argomento “conservazione”. La conservazione della natura può giocare anche a nostro favore. Come?

Uno dei valori della conservazione che ci torna molto utile è quello economico. Quante persone vanno al parco nazionale di Abruzzo perché sanno di trovarci il lupo, e sperano di vederlo? Di sicuro il turismo a vocazione naturalistica risulta essere una forte risorsa economica. Se poi vogliamo entrare in argomentazioni più sottili e prettamente ecologiche possiamo prendere in considerazione il sistema preda-predatore. Il lupo, ad esempio, ma in generale i grandi carnivori, cacciando la selvaggina contribuisce a ridurre l’impatto negativo causato dalla fauna erbivora che provoca la distruzione incontrollata degli ecosistemi vegetali. Senza un predatore infatti cervi, caprioli e daini producono con il loro pascolo una riduzione dei tassi di ricrescita in alcune specie vegetali; il che comporta la sofferenza di tutto l’ecosistema. Motivo per cui i grandi carnivori ci aiutano a mantenere quell’equilibrio dinamico di cui si compone la natura.

Secondo lei, quanto influisce la conservazione della natura in Italia?

Per questa domanda posso darti due livelli di risposta. Uno è quello più semplice, e che dice che la conservazione della natura è una cenerentola nel mondo delle attività politiche. A livello istituzionale, la conservazione risulta essere un livello di occupazione e di preoccupazione che viene dopo altri campi, come quello del lavoro, della sanità, dell’economia. L’altro livello di risposta riguarda il fatto che gli scienziati non impongono niente. A ciò si aggiunge il fatto che in materia di conservazione animale si parla di valori, dove in particolare viene esacerbato quello relativo alla vita stessa dell’animale. In generale, il mondo occidentale, Italia compresa, sta infatti a grandi passi diventando sempre più animalista, e quindi sempre più staccato dalla natura. Chi come me fa parte di un’altra generazione, ossia di quella generazione che viveva ogni giorno l’esperienza della vita contadina, sente ancora il riverbero della natura nelle orecchie. I ragazzi di oggi, invece, vivono questo rapporto abbastanza in maniera differente, oserei dire distaccato. Quando porto i miei studenti in escursione, ad esempio, sono sì entusiasti dell’iniziativa, ma si meravigliano al contempo per una cacca di cinghiale. Si meravigliano perché non l’hanno mai vista, e quella gita fuori porta rappresenta per loro un momento estatico di esegesi. Da esperienze del genere, ti sorge spontanea la domanda: se ti meravigli per una cacca perché non l’hai mai vista prima, da dove ti arriva allora l’amore per gli animali e la natura? La risposta che spesso mi si dà è che l’animale è semplicemente carino. Da quì nasce l’animalismo, che deriva da una non comprensione dell’animale nel suo contesto naturale e da una conseguente sua sradicazione per farne un oggetto con un valore etico o estetico che è sì fondamentale, ma solo se sostenuto da solidi basi scientifiche.

Cambiamo ancora una volta argomento. Come è cambiata l’Università italiana da quando era studente?

L’Università italiana è cambiata tantissimo. Quando io ero studente era molto più vicina a quello che dovrebbe essere una “Universitas”, nel senso vero della parola. Cioè un posto dove la gente si ritrova e parla, cerca, pensa liberamente. Oggi è tutto molto più irreggimentato, soprattutto dalla burocrazia. Di conseguenza è diventato complicato fare tutto, c’è molta meno libertà per i docenti di inventarsi forme di didattica innovativa e così via. Sì, in poche parole c’è una rigidità di sistema che è contraria all’idea stessa di università, e che invece dovrebbe essere iper-flessibile.

In questo periodo storico, cosa consiglia a noi giovani che vogliamo fare ricerca?

Consiglio di fare quello che vi pare, di fare quello che vi piace. Questa è una domanda che mi pongono spesso un sacco di studenti, e io rispondo sempre in questo modo, cioè rispondo di assecondare le vostre passioni…

…Ma il lavoro?

Ma che te frega del lavoro… (mani in congiunzione, con un tono misto a esortazione e rimprovero a fin di bene) Se fai una cosa con passione, il lavoro viene fuori. Se non lo fai con passione, non viene fuori niente.

Siamo quasi alla fine. Piccola curiosità: ha un libro preferito?

Tantissimi. È questa la vera domanda difficile. Il primo per cui ho avuto passione è stato il De rerum natura di Lucrezio. Quello però è solo l’inizio, riguarda tanto tempo fa (ride di gusto). Adesso ce ne sono tanti altri.

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Ultima domanda: mi lascia, per favore, il suo autografo nella mia copia di Dalla parte del lupo?

Assolutamente sì, senza alcun problema.

(Gli passo il libro e mentre lo autografa ride.)

Dopo i dovuti ringraziamenti, e le foto di rito, ha avuto inizio la conferenza, dal titolo Lupi, orsi e linci: la sfida della coesistenza con i grandi mammiferi, di cui potete leggere quì.

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(Un enorme grazie al museo e a tutto il suo staff per avermi dato questa opportunità.)

 

Il LIFE “CONRASI”: il caso dei grandi rapaci siciliani

life conrasi

I progetti LIFE

I progetti LIFE sono strumenti tecno-pratici finanziati dall’unione europea per la conservazione della natura e dell’ambiente. Istituiti nel 1992, si dividono in due macro aree di intervento: il clima e l’ambiente. Quest’ultimo tema ha in sé tre obiettivi principali, ognuno con una sua area progettuale: ambiente e uso efficiente delle risorse; natura e biodiversità; governance e informazione in materia ambientale. Tralasciando al momento le altre tematiche, i progetti che riguardano la natura e la biodiversità si sono rivelati dei veri e propri toccasana per tutte quelle specie sia animali che vegetali che in un modo o nell’altro hanno subìto e/o subiscono importanti minacce per la loro sopravvivenza.

Il LIFE CONRASI

In materia di LIFE e di conservazione della natura il territorio siciliano risulta essere abbastanza attivo. Attualmente, uno dei progetti di maggiore portata in corso d’opera riguarda tre grandi rapaci che solcano il cielo siciliano, e mira sia al miglioramento del loro successo riproduttivo che ad un ritorno degli stessi nei siti storici siciliani di nidificazione. Il progetto porta il nome di CONRASI (acronimo di CONservazione RApaci in SIcilia), e vede una sinergia tra le istituzioni italiane e quelle spagnole. Nello specifico tratta della salvaguardia dell’aquila del Bonelli (Aquila fasciata), del falco lanario (Falco biarmicus), e del capovaccaio (Neophron percnopterus). I tre pennuti fanno parte della famiglia degli accipitridi e in gergo vengo detti “rapaci- in senso stretto- diurni” i primi appena elencati e “avvoltoio” l’ultimo in ordine. Ad accomunare le tre specie vi sono tre fattori correlati tra loro: il loro calo demografico repentino degli ultimi decenni, la loro rarefazione in termini numerici nel territorio italiano e il sempre più alto rischio di estinzione almeno nel territorio siciliano. Non a caso la lista IUCN, la lista che riporta lo stato di salute conservazionistico delle specie, classifica i tre grandi volatori di cui sopra nel seguente modo: aquila del Bonelli (A. fasciata): in pericolo critico; falco lanario (F. biarmicus): vulnerabile; Capovaccaio (N. percnopterus): in pericolo critico.

i rgandi predatori volatori siciliani

Le motivazioni del LIFE CONRASI

La Sicilia rappresenta per i tre uccelli il nucleo fondamentale di riproduzione, un vero e proprio baluardo senza il quale verrebbero a mancare le basi per la conservazione degli stessi e per la loro propagazione in termini popolazionistici. Tanto per avere un’idea più chiara, gli ultimi censimenti demografici riportano i seguenti dati: dell’aquila del Bonelli quello siciliano risulta essere l’unico luogo di nidificazione in Italia con circa 44 siti ospitati; circa tre quarti delle coppie del capovaccaio (per un totale di 7 su 11) formano i loro nidi in territorio isolano, mentre, di tutta la penisola, il nucleo riproduttivo trinacrio del lanario risulta essere quello più importante composto da 60-70 coppie (4/5 di tutta la popolazione italiana).
Le tre specie, oltre ad arricchire il patrimonio faunistico del territorio siciliano e italiano, sono importanti in quanto fungono da specie ombrello, dove per specie ombrello vengono identificate tutte quelle specie che necessitano di grandi areali e che di riflesso condizionano sia l’ambiente che le specie animali presenti in esso. Di conseguenza, proteggere la specie ombrello significa proteggere tutto ciò che gli sta attorno. Compreso le strutture ambientali. In questo specifico caso, proteggere i rapaci significa anche proteggere il loro habitat e il nostro paesaggio, fatto da costoni rocciosi in massima parte carbonatici (luoghi d’amore preferiti dagli stessi) e da quel poco che rimane della macchia mediterranea.
Alle motivazioni di tipo prettamente conservazionistico, si aggiungono quelle relative al rapporto uomo-natura, non sempre catastrofico o problematico. La mancanza ad esempio dei due rapaci diurni potrebbe comportare il mancato controllo delle popolazioni di mammiferi, soprattutto di piccoli roditori e lagomorfi, spesso causa di disastri economici per le aziende agricole presenti nel territorio, mentre l’assenza dell’avvoltoio, per definizione uno spazzino della natura, potrebbe incidere su una maggiore probabilità di insorgenza di epidemie di bestiame dovute ad una cattiva gestione delle carcasse naturalmente presenti nei territori non antropizzati.

Le problematiche relative al progetto

I progetti LIFE vanno ad interagire con quelle problematiche che costituiscono una minaccia alle specie, ossia uno studio a priori senza il quale viene a mancare il progetto stesso. In sostanza, si vanno a cercare i motivi per il quale una specie rischia l’estinzione, e di conseguenza si cerca di combatterli, con l’auspicio di abbatterli. Nel caso degli accipitridi del progetto CONRASI, sono state riscontrate quattro grandi minacce comuni:
1. Il commercio illegale. Monitorando le popolazioni dell’aquila del Bonelli ci si è resi conto del basso tasso di involo dei piccoli. Escluse le più svariate ipotesi per insufficienza di prove, dalle infezioni infantili alla mancanza di prede, è venuto fuori un dato allarmante, quello appunto legato al commercio illegale spesso sposato alla falconeria. Appurato ciò, lo studio si è ampliato alle altre due specie di simile problematica, scoprendo anche in questo caso una correlazione diretta tra soldi sporchi e mancanza di piccoli: i pulli o le uova infatti andavano a rimpinguare le tasche di un commercio che risulta essere il più redditizio dopo quello delle armi. A ciò si aggiunge anche la caccia barbara effettuata a scopo dilettantistico.
2. Riduzione dell’habitat. Le specie oggetto del LIFE hanno anche un’altra motivazione che li accomuna: l’habitat. È la pseudosteppa (misto tra artificiale-seminativi- e bosco mediterraneo) l’habitat preferito da questi grandi rapaci; mancando questa, a causa ad esempio di una sua riduzione, mancano i presupposti per la sopravvivenza della specie. A ciò si aggiunge qualsiasi altra minaccia che ricade nella definizione di disturbo antropico.
3. Avvelenamento della specie. Data la loro natura di super predatori, i rapaci oggetto del LIFE sono anche colpiti da un altro fenomeno: l’avvelenamento. Tale fenomeno non è a loro direttamente indirizzato, ma ne sono spesso vittime occasionali. Avvelenando le prede, infatti, solitamente i carnivori, si avvelenano anche i loro predatori. Ciò che ne consegue è l’accumulo di metalli pesanti come il piombo, il quale causa importanti problemi di salute non solo alla vittima, ma anche quindi ai suoi predatori. Predatori che in questo caso sono rappresentati anche dagli organismi necrofagi, ossia mangiatori di carcasse. A scala globale si verifica un fenomeno detto “biomagnificazione”, ossia un accumulo di metalli pesanti in tutta la rete trofica. Bloccando il fenomeno, si potrebbero evitare catastrofi ecologiche di enorme portata.
4. Le linee elettriche. Checché se ne dica, le linee elettriche sospese costituiscono un enorme fastidio agli uccelli in generale e a quelli di grossa taglia in particolare. Sovente capita infatti di trovare qualche carcassa di cicogna ancora attaccata ai cavi elettrici o di trovare una Bonelli fulminata in pieno ma per fortuna ancora viva. Attuando piani di intervento ad hoc, si potrebbero evitare continue morti e continui incidenti, che, seppur quantitativamente in minima misura, contribuiscono ad amplificare il problema della possibile estinzione di una specie.

Le azioni legate alla risoluzione delle criticità

Al fine di abbattere le criticità appena elencate, ogni progetto LIFE prevede alcune azioni Birdwatcher in azione durante il progetto CONRASIconcrete che mirano all’abbattimento di queste ultime. Nel caso quì descritto si tratta di azioni incentrate innanzitutto sul monitoraggio delle specie e sul loro stato demografico. Un continuo e costante monitoraggio tramite postazioni per birdwatcher e sistemi telematici di sorveglianza permette infatti non solo di acquisire informazioni più recenti sulle specie, ma anche di monitorare a tempo pieno soprattutto i nidi, oggetto costante di predazione da parte di bracconieri e trafficanti di animali.

A ciò si aggiunge la creazione di carnai appositi come reservoir di risorse alimentari soprattutto per il capovaccaio, in modo tale da cercare di ripristinare il normale stato di salute ecologico dell’intera specie e al fine di contrastare la sempre meno presenza di carcasse prodotte dagli allevamenti di tipo tradizionale. Questa azione deriva da un’approfondita analisi (durata quasi venti anni) dei resti di pasto dell’avvoltoio. Si è visto infatti come la dieta di questo uccello si sia spostata da prede di grossa taglia costituite dal bestiame in massima parte ovicaprino, a prede rappresentate da mammiferi e altri uccelli. Ciò comporta a lungo andare uno spostamento degli equilibri ecologici verso nuove nicchie, che potrebbe causare danni all’intero ecosistema di cui il capovaccaio risulta esserne all’apice.

Una marcatura degli esemplari e una loro mappatura genetica permettono invece di avere un database più o meno completo anche a livello popolazionistico nel territorio siciliano, mentre la realizzazione di uno studio demografico dettagliato ne sancisce e ne monitorizza lo stato di salute.

Infine, ruolo fondamentale costituiscono la divulgazione e la sensibilizzazione: conoscere al fine di protegge è il motto di ogni LIFE. È infatti la conoscenza di un fenomeno che caratterizza la vicinanza dei cittadini verso le cose di natura. Ad esempio, in questo caso grazie ad un giusto target divulgativo potrebbe essere arginato il problema dell’avvelenamento delle prede o del bracconaggio. Le nuove generazioni infatti potrebbero crescere con l’idea che sparare ad un’aquila del Bonelli o ad un lanario non sia sintomo di potere ma di stupidità, mentre gestire al meglio i rifiuti speciali di una azienda agricola rientrerebbe a pieno titolo nel do ut des del rapporto tra uomo-capovaccaio.

Gli enti organizzatori

Il progetto, iniziato del 2015, della durata di un triennio ma prorogato fino al 2019, è coordinato dal WWF ITALIA, con la supervisione scientifica del Dott. M. Di Vittorio e del Prof. M. Lo Valvo, ed è realizzato con la partecipazione di diversi enti: GREFA, un’organizzazione spagnola a cui si deve il più grande centro di recupero per la fauna europea, Regione Siciliana, nella figura dell’Assessorato Territorio e Ambiente e dell’Assessorato all’Agricoltura.

Per saperne di più: sito internet del progetto.

P.s.: Un enorme grazie al Prof. Lo Valvo, a Rita Scardino, Domenico Pieri, Vanessa Milioto, e Elena Lombardo.

Spillover

Come per il rapporto tra preda e predatore, ne esiste uno quasi morboso tra i patogeni e le loro vittime che spesso sfocia nelle epidemie di massa. In questa dicotomia naturale, a cambiare sono i protagonisti e le motivazioni per cui eventi del genere si verificano. Di fondo, una spinta innata a modellare i ritmi della vita.

Prendiamo la specie H. sapiens: le grandi piaghe che lo hanno afflitto “sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria.” Il passaggio ecoetologico da cacciatore-raccoglitore a sedentario ha infatti comportato per l’uomo da un lato l’essere a stretto contatto con gli animali addomesticati, dall’altro una produzione sempre maggiore di rifiuti prodotti da un sempre maggiore consumo di risorse. Unico denominatore comune tra le due crisi sono appunto le epidemie.
Le alte densità popolazionistiche hanno poi amplificato un problema che, come un effetto domino, ha modificato radicalmente il rapporto tra l’uomo e i vari patogeni esistenti in natura, innescando una serie di conseguenze che la storia ci racconta e l’attualità ci ricorda.
Ma se alcune epidemie sono le conseguenze dirette di un radicale cambio nello stile di vita, altre invece richiamano alla nostra memoria che, avendole ereditate direttamente dai nostri parenti viventi più prossimi, siamo figli di una stessa madre, di madre natura. Altre ancora ci confessano invece come la nostra essenza non sia poi così lontana da quella prettamente animale.

Nell’occhio del ciclone epidemico si ritrovano spesso i virus. La struttura prettamente genetica permette loro non solo di adattarsi perfettamente al corredo ereditario dell’ospite, ma anche di evolvere abbastanza velocemente. Ecco perché il prossimo Big One, la prossima epidemia di massa, potrebbe essere dietro l’angolo, e potrebbe manifestarsi anche domani. A fare da intermediari, o in gergo tecnico da “ospiti serbatoio”, gli animali, siano essi domestici o selvatici:

Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi.

Ma c’è di più. Il momento in cui il virus muta nell’ospite serbatoio e decide di allargare i suoi orizzonti eziologici prende il nome di “spillover”, di cui una definizione romanzata potrebbe essere la seguente:

Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere in premio una vita nuova in spazi più larghi. Ha una minima probabilità di non finire in un vicolo cieco, di andare là dove non è mai andato e di essere ciò che non è mai stato. Talvolta ha un colpo di fortuna.

Lo spillover è in pratica il momento di tracimazione da parte dell’agente patogeno verso la conquista di una nuova nicchia ecologica. Il punto di non ritorno.

A parlarci dell'”evoluzione delle pandemie”, di zoonosi e di virus è David Quammen nel suo Spillover, edito in Italia da Adelphi nel 2014. Spillover, si sarà intuito come il titolo del testo non sia casuale, racconta il nascere, l’adattarsi e l’evolversi di alcune epidemie-spesso virali- che hanno colpito l’intero genere umano negli ultimi due secoli, quali Hendra, Nipah, Ebola, HIV, e Sars. Epidemie che però sono anche il pretesto per parlare del forte legame esistente tra uomo e natura.

Interessante l’approccio all’argomento: indagare sulla biogeografia virale, andare a toccare con mano i luoghi che hanno riguardato le epidemie, intervistare i protagonisti che hanno ad esempio lavorato alle analisi genetiche dei virus, fare una chiacchierata con qualche miracolato, cercare riscontri e riferimenti in letteratura e nella storia. Degno di nota.

A parlarne con questi toni, Spillover sembrerebbe un libro a sfondo apocalittico: Spillover è anche tutt’altro. Quammen, visitando in prima persona molte zone equatoriali a cui si attribuiscono tanti punti zero delle epidemie, è entrato in contatto con le culture locali, ancora prettamente radicate nell’indigeno. Di tale contatto il libro è pieno di rimandi e riferimenti, e sovente lo scrittore rende partecipi dei riti di iniziazione di alcune popolazioni, o della struttura gerarchica di altre, o del rapporto con la natura che tutte hanno radicate nell’animo. Momenti culturali che purtroppo sono stati spesso la causa del diffondersi di gran parte delle piaghe succitate.

Ma Spillover è anche uno di quei libri di difficile classificazione letteraria: un libro di viaggi? Forse: Quammen, al fine di indagare sulla natura dei disastri epidemici di cui parla, ha in effetti girato il mondo in lungo e in largo, disegnando molti dei tratti antropologici degli abitanti del luogo e delle loro zone geografiche. Un romanzo? Pensandoci bene, potrebbe essere classificato anche come un romanzo: lo scrittore riesce a rendere fluido un argomento a tratti delicato (si veda il manifestarsi dell’HIV e la sua propagazione), ma allo stesso tempo riesce ad impressionare con maestria lo stato d’animo di uno sfortunato paziente zero. La prosa, in aggiunta, non è per niente farraginosa, e spesso non mancano le battute in stile british. Un saggio a carattere medico-scientifico? Prima di acquistarlo era riposto nel reparto “medicina”, e leggendolo, mi sono accorto come le sue fotografie investigative hanno un corpus ben strutturato: bibliografia completa, argomentazioni forti, ipotesi ben supportate e illustrate, pareri degli esperti. Sì, anche questa categoria potrebbe contenerlo.

Classificazioni letterarie a parte, Quammen e Spillover ci ricordano quanto siamo sul filo del rasoio, e quanto la metafora della lotteria valga anche per noi. Anche perchè, è bene ricordarlo, “solo il diavolo sa quale sarà la prossima epidemia.” E, peggio ancora, quando si potrebbe verificare.


Risultati immagini

Breve nota biografica dell’autore: David Quammen è un giornalista americano. I suoi articoli hanno fatto da colonna al “National Geographic”, “Harpe’s” e “Rolling Stone”, nonchè al “The New York Times Book Review”. Ad oggi ha pubblicato più di quindici libri a diverso stampo: viaggi, natura e reportage scientifici sono i temi maggiormente trattati dallo scrittore. In Italia, oltre Spillover, sono stati pubblicati Alla ricerca del predatore alfa. Il mangiatore di uomini nelle giungle della storia e della mente (2005, Adelphi) e L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione (2008, Codice Edizioni).

La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

Il libro del mare

La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è di circa tre volte maggiore rispetto a quella della terra emersa. Dato tale rapporto, il nostro pianeta dovrebbe avere quel nome, acqua, e non questo, terra. Purtroppo o per fortuna le cose sono andate come le conosciamo, e così ce le teniamo.
Riflessioni kafkiane a parte, l’acqua è da sempre stata interessante da più punti di vista: in campo letterario per la mole di opere che ha ispirato, per la filosofia per i molteplici spunti di riflessione che ha iniziato, in materia di chimico-fisica per le sue proprietà uniche, a livello biologico per avere acceso un fuoco che ancora oggi brucia: la vita, una combustione che dura da più di tre miliardi e mezzo di anni e che ha forgiato le infinite forme viventi appartenenti ai cinque grandi regni della natura.

Presa singolarmente ogni disciplina di cui sopra ha il suo fascino, ma è possibile associare tutte queste visioni differenti in un approccio vasto ed olistico? È possibile parlare di acqua sotto tutte le sue sfumature? È possibile, al contempo, leggere di coccolitofori, di acidificazione degli oceani, di Moby Dick e di terre leggendarie? Sì, tutto questo è possibile se si scrive un libro sul quel gran pentolone di acqua salata esistente in natura, il mare, e se si seguono le tracce del mostro marino nordico per eccellenza: lo squalo della Groenlandia.

A proposito di mostri marini. Lo squalo della Groenlandia, una specie (in senso tassonomico) di vertebrato cartilagineo, nonchè il più grosso carnivoro tra i viventi, si pone al limite tra la realtà e la mitologia per la sua ecologia troppo schiva e riservata nei confronti dell’uomo. Nonostante in passato sia stato infatti soggetto delle fantastiche scritture dei poeti nordici e dei miti da essi tramandati, oggi, accantonato l’alone di mistero di cui era impregnata la sua fama, si continua a conoscere ben poco della e sulla sua figura. Di certo, sapere che è il vertebrato più longevo in natura non permette di scrollarsi completamente di dosso tale nomea: “[…]oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole”.

Proprio intorno alla sua evanescente presenza ruota Il libro del mare di Morten Strøksnes (Iperborea, 2017), un racconto su […] come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare.
Morten Strøksnes, scrittore norvegese, e un suo amico di vecchia data, abbastanza determinato, taciturno e artista sui generis, decidono di andare a caccia dello squalo della Groenlandia armati di tanto coraggio e di tanta speranza: nei periodi favorevoli e con circa quattrocento metri di lenza si immergono nella bellezza dei mari del nord e constatano in prima persona di quanta pazienza e fermezza d’animo necessita chi vuole affrontare un’avventura del genere. Avventura non di prima mano, sia chiaro: molti (tra parenti, amici e mentori vari) prima di loro hanno già provato l’ebbrezza di una impresa simile, ma i nostri decidono comunque di affrontare il viaggio privi di ogni consiglio e consci del fatto che, scevri da ogni influenza, l’emozione di potersi trovare di fronte al leggendario mostro marino non potrà essere di certo subito dimenticata.

Così come il mare ha funto da faro per diversi grandi maestri della letteratura, allo stesso modo la permanenza in acqua ad intervalli regolari permette a Strøksnes di essere a sua volta illuminato, e, di conseguenza, di essere a sua volta un cicerone: indirizza infatti il lettore nell’universo marino, sviscerandone ogni suo più recondito meandro e regalandogli un’opera ai limiti del poema epico. Il risultato è “Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino […]”, che ha come linea guida uno dei mostri acquatici più temuti dai marinai dell’ultima Thule.
Ma il libro racconta anche di elementi culturali e sociali di grande spessore: miti e leggende legati, ovviamente, al mare e ai mostri marini, resoconti di scambi commerciali e culturali tra gli abitanti del nord e l’Italia, riflessioni evoluzionistiche e stratigrafie geologiche, introspezioni legate al culto dell’ignoto si rivelano essere il giusto corollario ad un giusto teorema. Il tutto cucito da una prosa degna di un poeta, di facile lettura e fluida come l’ambiente che ci descrive.
(Che poi, se nel testo ti ritrovi anche Thor, il supereroe Marvel, figlio di Odino, allora capisci quanto davvero potente possa essere questo pentolone pieno di acqua salata e quanto geniale possa essere stato l’autore.)

Il libro al momento si colloca al secondo posto tra i più venduti del mese nella categoria “casa editrice”, e, stando alle premesse, farà ancora molta strada: è stato un caso letterario alla Fiera di Francoforte del 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi. E’ infatti un libro fatto di grandi speranze, di grandi aspettative, e di grandi promesse: navigare tra le sue pagine significa remare tra curiosità, cultura e pathos, elementi con cui Strøksnes ha intriso ogni sua frase.

Breve nota biografica sull’autore: Morten Strøksnes è uno scrittore, storico, giornalista e fotografo norvegese. Riguardo la sua carriera da scrittore ha all’attivo diversi reportage e saggi, mentre in campo prettamente letterario scrive recensioni per i principali giornali e riviste letterarie norvegesi. Tra i suoi lavori si annoverano quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo.