La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

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Vivat Beringerius: quando uno scherzo diventa una catastrofe

I fossili hanno da sempre appassionato l’uomo. Grandi nomi si sono dilettati a capirne soprattutto l’origine. Tutti, però, fino alla seconda metà del Settecento, erano legati, chi più chi meno, a dei paradigmi pesanti, spesso corollario di eventi biblici o mistici: per Agricola i fossili erano effetti collaterali della natura, la quale non aveva donato a quelle forme pietrificate lo spirito vitale; per tutto il Medioevo regnava sovrana l’idea secondo cui i resti fossili erano retaggio delle forme vittime del diluvio universale: un geologo svizzero, Scheuchzer, per esempio, attribuì lo scheletro di una salamandra ad un uomo rimasto vittima di tale evento biblico. Per Voltaire i fossili alpini erano i pasti relitti dei crociati o “pesci scartati dai romani perché non freschi”. (Si deve a Cuvier l’istituzione della paleontologia dei vertebrati, con tanto di supporto dall’anatomia comparata fondata dallo stesso francese.)

La corrente filosofica che prevedeva un’origine dei fossili inorganica si arresta nei primi anni del XVIIsec. L’ultimo barlume di tale idea è un certo professore di medicina e filosofia, accademico nell’ateneo di Wurzburg (città della Baviera). Durante il corso di scienze naturali si discuteva, e molto anche, sull’origine dei fossili. A tenere banco è il professor Beringer. Conosciuto ai più per le sue teorie stravaganti, e per tale motivo fonte scientifica non molto attendibile agli occhi dei suoi studenti e colleghi, passa alla storia della paleontologia per essere stato vittima di un simpatico siparietto (e non per le sue idee).

In un periodo in cui ancora non si era fatta luce sulla vera natura dei fossili, Beringer è uno beringerdegli ultimi naturalisti che porta avanti il carattere di lusus naturae (letteralmente “scherzo della natura”, locuzione da lui stesso coniata) dei fossili, espressione usata per spiegare i fenomeni che sembravano non seguire uno schema naturale e di dubbia origine, come appunto i fossili, i minerali, o particolari animali e piante. Nello specifico, Beringer affina le idee di Avicenna, secondo cui i fossili erano delle opere scolpite nella pietra da una forza cosmica.

Data la sua grande passione per quelle pietre particolari, due dei suoi colleghi, stimolati dalle escursioni abituali del professore in un monte vicino l’ateneo, prepararono per un lungo periodo di tempo delle tavolette rocciose sulle quali avevano scolpito figure di strani animali, astri e simboli incomprensibili. Scopo del lavoro era tirargli un tiro mancino, figlio del lusus da Beringer stesso lodato. Una volta seppellite, i due colleghi “guidavano” il professore, che sempre più stupito trovava le tavolette. Beringer, ad ogni scoperta, aumentava la sua autostima e nutriva le sue teorie. Vista l’enorme quantità di reperti a sostegno delle sue idee, si convince a pubblicare un volume dal titolo Lithographiæ Wirceburgensis, un trattato che avrebbe dovuto spiegare l’origine dei suoi ritrovamenti, da lui stesso denominati lapides figuratae. L’opera, come quasi ogni pubblicazione scientifica, si tirò dietro lodi ma soprattutto critiche: a Beringer si contestò infatti la “geometria” dei reperti, i quali non solo sembravano essere disposti all’interno della roccia, ma rispettavano in modo lampante la forma della lastra che li conteneva. Lo stesso professore smontò tale critica: le lapides erano per lui un’altra conferma dell’origine “divina” di quei ritrovamenti.

I due colleghi, nel frattempo, resisi conto dell’enorme bufala che avevano creato, cercarono invano di convincere il professore ad abbandonare le sue teorie e i suoi fossili. Lo scherzo finì quando egli stesso trovò una lapide con su incisa la frase “vivat Beringerius!”.

I “fossili” di Berger

I fautori dello scherzo, citati in giudizio, furono costretti a lasciare il lavoro, e uno dei due pure il paese. Si giustificarono dicendo che Beringer era arrogante e che disprezzava tutti.

Con somma depressione, e con infinita frenesia, Beringer passò il resto della sua vita alla ricerca affannosa delle sue copie vendute, al fine di ritirarle dalla circolazione. Purtroppo per lui non ci riuscì: alcune sono tenute al museo di Oxford.

“Exaptations”: come le strutture nascono per uno scopo e assumono funzioni diverse

Il sottile filo che lega Archaeopteryx alle (prime) tecnologie innovative

 L’evoluzione è un gioco combinatorio ed exattativo in cui si insegnano sempre nuovi trucchi a vecchi geni-Francois Jacob

L’Archaeopteryx starebbe ad un’aquila moderna come il biplano dei fratelli Wright a un Concorde- Stephen Jay Gould

Perché quasi mai un oggetto si inventa pensando di soddisfare specifici bisogni- Jared Diamond

Quando capisci perché la gente classifica in un certo modo capisci anche come pensa- Stephen Jay Gould

La creatività è 1% ispirazione e 100% applicazione- Thomas Edison

piuma-Archaeopteryx

(Premessa:

Ultimamente mi giravano in testa due concetti meravigliosi, per il loro significato in natura e per la loro magnifica semplicità. Cercavo in tutti i modi di capirne la connessione. In più, qualsiasi cosa leggevo, qualsiasi evento seguivo, gli argomenti si facevano spazio a forza ed erano sempre più presenti. Finalmente, dopo una lunga giornata di discussione e di confronto con dei miei colleghi, saltano fuori per l’ennesima volta il nome di Jared Diamond e di Stephen J. Gould, magnifici  divulgatori e “plagiatori” di avide menti come le nostre. Rielaborando il tutto, e facendo le debite riflessioni, eccovi il frutto di una settimana di rimuginamenti e di connessioni che apparentemente sembrano forzati.)

archaeopteryxPolingPrendete un Archaeopteryx (ricostruzione a lato): consideratelo un dinosauro dalle dimensioni di un pollo (era lungo circa 60 cm) e mettetegli un piumaggio, e soprattutto delle protopenne negli arti superiori e nella coda. Già, le (proto)penne: sostanzialmente un ammasso di cheratina modificata in relazione al fluido su cui devono “nuotare”. Fermiamoci su queste. Se vi chiedessi a cosa potrebbero servigli, rispondereste subito per volare (la logica sarebbe: se ha le penne, vola). Ma ci sarebbero dubbi e domande appena vedreste la mia faccia ancora non soddisfatta. Se aggiungessi l’informazione chiave, ossia che Archaeopteryx viene considerato come una forma abbastanza vicina al progenitore degli uccelli (una recente scoperta cinese lo declassa a semplice dinosauro piumato, allargando la già vasta categoria dei dinosauri classificati come Deinonychosauria, i dinosauri piumati carnivori), la risposta risulterebbe spontanea e univoca. E magari mi tirerei dietro le vostre antipatie per avervi fatto perdere del tempo. Ma ancora non ho dato il mio punto di vista, e quindi vi tocca aspettare, spazientiti e stufati: l’argomento può infatti risultare interessante soprattutto per i risvolti che assume nell’era tecnologia contemporanea.

(Dopo questa mia affermazione, e dopo il titolo che questo post porta, sono sicuro che mi prenderete per pazzo e mi manderete a quel paese per l’ennesima volta: che connessione può avere una specie di “proto-uccello”  con un registratore vocale?)

Nessuno contesterebbe l’attuale funzionalità delle penne in quel meraviglioso mondo fatto di becchi dalle varie forme e dimensioni (mentre scrivo mi vengono in mente un pellicano, un gufo e un passero), strategie riproduttive a volte non morali (i piccoli mangiano spesso i loro fratelli o li buttano fuori dal nido, vedasi sule e barbagianni) e di meravigliosi colori quale è il “regno” degli uccelli (pensate al pavone, ai tucani o al fenicottero).

In paleontologia l’origine delle penne viene spiegata con un principio tanto bello, quanto semplice, detto exaptation: una struttura nasce per una funzione, ma cambia subito ruolo, magari svolgendo più compiti contemporaneamente. Date le strutture a mosaico, che molto spesso sono presenti in forme di “transizione” (transizione non è il termine adatto, fa pensare ad un’evoluzione lineare, cosa non vera, o vera in parte), il principio dell’exaptation viene detto anche “mutamento della funzione nella continuità della struttura”, ed è tipico di quasi tutti i passaggi evolutivi dei grandi gruppi di vertebrati esistenti. Archaeopteryx, per esempio, spiega benissimo quello che si vuole puntualizzare: è il paradigma dell’evoluzione a mosaico dei caratteri, non solo morfologici, ma anche cellulari e comportamentali, che spesso vanno a creare un nuovo gruppo tassonomico. Nel nostro caso, infatti, Archaeopteryx è un mosaico di caratteristiche comuni sia ai rettili (presenta ancora i denti), che ai futuri dominatori dell’aria (ossa leggere, cranio composto da poca ossa, orbite larghe, nonché presenza di piumaggio).

Ebbene: si pensa che il piumaggio in generale sia nato inizialmente per assolvere il ruolo di coperta biologica, ossia per mantenere una temperatura costante in organismi detti appunto omeotermi- mammiferi, e nel nostro caso specifico gli uccelli- anche se in un secondo momento evidentemente si sono rese utili per il volo. (A tutto questo, aggiungete anche un terzo tassello: il piumaggio degli uccelli, variegato per i colori, serve in molte specie anche come carattere di richiamo sessuale!) Per dirla come Goethe, “la natura per spendere da una parte, deve per forza economizzare sull’altra”.

Ma se le strutture tipiche per il volo (squame rettiliane modificate) non sono nate per assolvere questo ruolo, com’è che in un secondo momento si sono sviluppate da questa forma-mosaico organismi capaci di girare mezzo mondo navigando tra le nuvole? In contesti come questi, il mosaico si allarga anche ad altri concetti meno morfologici come il comportamento individuale: sono gli individui stessi che operano delle scelte, in funzione delle varie opportunità che l’ambiente offre- tecnicamente stiamo parlando delle nicchie ecologiche. Data la longevità di Archaeopteryx (datato circa 150 milioni di anni fa), possiamo solo immaginare il suo comportamento e le sue codifiche degli stimoli derivati dall’ambiente: si pensa infatti che le penne siano servite per spiccare salti molto lunghi in grado di farlo rimanere sospeso in aria più a lungo dei suoi parenti non piumati (a dire il vero, ipotesi meno avvalorate sono date dalle penne usate a mo’ di piglia mosche). Di conseguenza, quando il carattere si afferma a causa della trasmissione delle informazioni dal genitore alla prole, si può innescare un effetto domino fra il nuovo comportamento e la selezione per le strutture più idonee a tale innovazione. Tutto ciò sfocia nell’invenzione di una nuova nicchia adattativa, data appunto dagli uccelli.

Quando nascono teorie nuove, o quando vengono scoperti nuovi fenomeni, spesso si ricorre a termini ben precisi in modo da dare una visione d’insieme dell’argomento; se esistono e rendono l’idea, vengono rafforzati del loro significato, altrimenti bisogna correre ai ripari in modo tale da evitare travisamenti e confusione tra gli addetti ai lavori e al fine di mantenere lo status quo rigido e preciso qual è quello della scienza. Per “evoluzione” furono i lettori di Darwin (primo fra tutti Spencer, nella sua opera Principi di Biologia pubblicata cinque anni dopo l’Origine delle Specie e tra l’altro “inventore” del meme- leggasi informazione- “sopravvivenza del più adatto”) a prendersi il pensiero (Darwin preferiva parlare di “discendenza con modificazione”); studiando Archaeopteryx, fu l’onnipresente Gould, paleontologo e zoologo americano, a coniare il termine e, in linea abbastanza chiara, a dare la definizione di exaptation (tradotto poi in italiano come “esattamento” o, in modo forse più infelice per il suo significato non capito, “preadattamento”). In un suo celebre articolo, scritto a quattro mani con Elisabeth Vrba, Gould per primo si pone il problema di dare un “posto in uno schema logico” a un “meccanismo” creante delle strutture che sono OGGETTO dell’evoluzione e al tempo stesso non sono SOGGETTI alla selezione naturale. Dell’exaptation i due studiosi scrivono, nel celebre articolo Exaptation: un termine che mancava nella scienza della forma (un titolo che è tutto un programma), datato 1982, che

manca un nome per definire i caratteri che oggi aumentano le capacità di sopravvivenza, ma che non sono stati modellati dalla selezione naturale per il loro ruolo attuale.

In questo modo viene proposto di chiamare “exaptations” (exattamenti) queste strutture, e di lasciare “che il termine «adattamento» sia riservato, come Darwin peraltro suggerì, alle caratteristiche modellate dalla selezione naturale per il loro utilizzo corrente”. Nell’articolo viene infatti proposto il ragionamento che bisogna fare quando si pensano a determinati caratteri e alla loro funzione, e, successivamente, al termine che bisogna dare al processo stesso. Infatti:

Noi suggeriamo che tali caratteri [il piumaggio in Archaeopteryx, per esempio, NdA], evolutisi per altri usi (o per nessuna funzione del tutto) e in seguito «cooptati» per il loro ingaggio attuale, siano chiamati ex-aptations. Essi sono utili per il loro ruolo attuale, quindi «atti» (aptus), ma non sono stati progettati dall’evoluzione per quello e quindi non sono «ad-atti» (ad-aptus). Essi devono il loro contributo alla sopravvivenza a caratteristiche presenti per altre ragioni e sono quindi utili (aptus) in virtù della (ex) loro forma, ovvero exaptus. Le suture nei mammiferi sono un exaptation per il parto. In termini di funzionamento, gli adattamenti hanno funzioni, mentre gli exaptations hanno effetti. Il fenomeno generale e statico dell’essere utile per la sopravvivenza (fit, fitness) dovrebbe essere chiamato aptation, non adattamento. In conclusione, l’insieme generale degli aptations esistenti in ogni momento è costituito da due sottoinsiemi parzialmente sovrapposti: il sottoinsieme degli adaptations e il sottoinsieme degli exaptations (ciò si applica anche all’insieme più inclusivo degli aptations esistiti nel tempo).

Di conseguenza, dicono Gould e Vrba, “le piume, nel loro progetto di base, sono exaptations per il volo, ma una volta che questo nuovo effetto si è aggiunto alla funzione di termoregolazione interna come importante fattore di fitness, le piume sono sottoposte a una serie di adattamenti secondari (alcune volte chiamati post-adattamenti) per aumentare la loro utilità nel volo”.

Di exaptation in senso lato ne aveva parlato già Darwin, agli albori della fama dell’Origine delle Specie, dedicandogli un capitolo intero dal titolo Le leggi della variazione e sostenendo appunto un “cambiamento di funzione nella continuità della struttura”. Una delle critiche alla sua teoria riguardava proprio le ali e il volo. La domanda che gli si poneva spesso era infatti: a cosa può servire mezza ala (riferita soprattutto agli insetti)? Proprio perché l’evoluzione veniva spesso associata a qualcosa di lineare (pensate che era una teoria appena nata e di cui mancavano i pezzi basali dati dal DNA e dalla genetica in generale, e pensate alla forte influenza delle teorie creazionistiche), chi contestava la teoria di Darwin criticava proprio il fatto che in natura “mezza ala” (riferendosi ai graduali accumuli di caratteri “lineari”) non avrebbe potuto dare un’ala intera perché sarebbe potuta essere una struttura “ingombrante” ed inutile, e quindi non tramandabile. Manco a farlo apposta, a dare una risposta Archaeopteryx litographicadiretta fu proprio il ritrovamento di Archaeopteryx litographica  (1861) in Germania (fino ad oggi se ne contano 11 appartenenti allo stesso genere), scoperto infatti due anni dopo la pubblicazione della succitata bibbia della biologia (1859). Fu Gould stesso, più di un secolo dopo, a dare identità e forma completa al fenomeno, alla luce delle nuove scoperte evoluzionistiche fatte anche in campo embriologico e cellulare. Gould infatti a supporto del suo ragionamento prende in considerazione vasti campi della biologia evoluzionistica che studiano sia gli eventi cellulari (parla di exaptations nelle funzioni degli enzimi del lattosio, nate come protezione dai batteri, visto che deteriorano la loro parete, e poi evolutisi come “distruttori” del lattosio stesso), sia quelli a grande scala, ossia quelli morfologici (Archaeopteryx appunto).

Tuttavia, come dice Gould, il termine “exaptation” è passato alla scienza col nome di “preadattamento” (io per primo l’ho conosciuto sotto questa veste), il quale “ha reso ancora più ardua la comprensione di un termine già difficile di per se”. Per inciso: il principio può essere chiamato “del preadattamento” in senso lato, ma le strutture sono degli exaptations, e non preadattamenti. Il vocabolo “preadattamento” da l’idea di qualcosa che nasce a caso e si adatta in seguito; abbiamo visto invece che le piume nascono per una data funzione e poi ne assumono un’altra, pur mantenendo quella originaria, la quale, nel frattempo, è diventata quasi secondaria.

Dalla scarna cultura che ho acquisito leggendo vari saggi e di vario genere, mi sono reso conto di come anche noi Sapiens siamo soggetti, in un modo o nell’altro, al principio dell’exaptation: non solo a livello morfologico (vedi passo evidenziato dell’articolo di Gould), ma anche rispetto alla tecnologia. Se per il primo bisogna attendere un cambiamento, seppur leggero, del fenotipo (insieme delle caratteristiche morfologiche e comportamentali) degli individui, per renderci più facile la vita basta semplicemente partire da un antico detto che Jared Diamond, antropologo e magnifico divulgatore al pari di Gould, esprime come “la necessità è la madre dell’invenzione”. Se a questo aggiungete anche il principio di cui sopra, quello con protagonista Archaeopteryx, ecco che raggiungiamo la quadratura del cerchio. Naturalmente, se accettiamo il Sapiens come frutto della natura, e quindi di processi evolutivi fatti da repentini colli di bottiglia e selezione tramandata in seguito, dobbiamo considerare processi naturali anche i frutti del suo intelletto, sfociati nell’era moderna in un insieme di metodi ed artefatti che prendono il nome di scienze applicate, o tecnologia. Se siamo riusciti a fare tanto riguardo la tecnologia, è o perché alcuni di noi hanno sentito fortemente il bisogno di essere i primi in un dato campo e per un dato scopo (ecco che ritorna il comportamento individuale accennato prima), o semplicemente perché, viceversa, “l’invenzione è la madre della necessità” (Diamond): spinti dai bisogni della collettività,  alcuni hanno aguzzato l’ingegno creando delle macchine di cui ora non possiamo farne a meno (ecco che ci si ricollega alla nicchia di Archaeopteryx). (Ci sarebbe anche una terza ipotesi: la serendipità-la botta di culo. Una mattina uno si sveglia, non ha praticamente niente da fare, e per ammazzare il tempo inventa qualcosa.)

Un’applicazione pratica del principio dell’exaptation, trova ampio spazio nel passo seguente, tratto dal libro di Diamond Armi, acciaio e malattie:

Una storia istruttiva […] è quella di Edison e del fonografo, che fu l’idea più originale del più grande inventore dei nostri tempi. Dopo aver costruito il prototipo nel 1877, egli scrisse un articolo in cui proponeva dieci possibili usi per il nuovo oggetto: fissare per sempre le ultime parole dei moribondi, registrare libri da far ascoltare ai ciechi, annunciare l’ora esatta, insegnare a scrivere sotto dettato e altri ancora. La riproduzione della musica sembrava non interes476px-Edison_and_phonograph_edit3sarlo particolarmente. Dopo qualche anno  Edison disse al suo assistente che il fonografo non aveva alcun valore commerciale. Ma dopo un po’ ci ripensò, e si mise a venderli… come dittafoni per ufficio. Quando altri imprenditori lanciarono sul mercato il juke-box, che permetteva di ascoltare le canzonette al prezzo di una moneta, Edison criticò questo svilimento della sua invenzione. Solo dopo una ventina d’anni ammise, riluttante, che il suo fonografo serviva soprattutto a registrare ed ascoltare musica.

Come abbiamo sottolineato per Archaeopteryx, anche per il passo appena citato si nota come l’individuo singolo possa cambiare le sorti di una comunità intera, e tramandare la tradizione per lungo tempo (migliorando e perfezionando la struttura originaria). L’exaptation “tecnologico” ci offre diversi esempi di come una “struttura” nasce per caso e poi si evolve per altri ruoli, magari con le dovute correzioni e pur mantenendo la funzione originaria. Strutture del genere “progrediscono accumulando le esperienze di molti” (Diamond), che in termini biologici possono essere delle mutazioni accumulati nel tempo, o dei comportamenti tramandati.

E ancora: il protocollo internet, i computer, l’applicazione dei raggi x… e di sicuro tante altre invenzioni che non conosco o che non mi vengono in mente, sono stati oggetti e soggetti del principio dell’exaptation, e siamo poi noi consumatori a svolgere il ruolo di selezione “naturale” una volta entrati nel mercato.

E così,  come per le strutture corporee di determinati gruppi di organismi nate per un motivo e sfociate poi in veri e propri strumenti per un determinato stile di vita (vedasi appunto le ali negli uccelli, o le ossa interne dell’orecchio mammaliano), anche gli aggeggi che ci rendono facile l’esistenza sono stati molte volte soggetti all’exaptation… “Perché”, al pari del piumaggio degli uccelli, “quasi mai un oggetto si ‘inventa’ pensando di soddisfare specifici bisogni”(Diamond)!

Fonti:

Wikipedia

Quando i cavalli avevano le dita, Bravo Brontosauro, Exaptation: un termine che mancava nella scienza della forma (in collaborazione con Vrba) – S. J. Gould;

Armi, acciaio e malattie– Jared Diamond;

appunti del corso di paleontologia tenuto dal prof. Masini;

Le immagini sono state prese dalla rete