Quattro chiacchiere con Pietro Li Causi

Pietro Li Causi: un’anima rock in un corpo da letterato

Dopo la presentazione al Museo “Doderlein” di Palermo del libro Gli animali nel mondo antico, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere, seppur virtuali, con Pietro Li Causi, l’autore.

Pietro (mi permetto di dargli del “tu” perché è stato lui a chiedermelo) è un classicista, ma è anche, citando una presentazione dei suoi studenti da lui immaginata, “un docente di Lettere con una spiccata predilezione per il Latino e con un’insana passione per l’A. S. Roma, il rock e le chitarre elettriche”, con alle spalle diversi anni di precariato universitario e tanta fatica nell'”essere ricercatori indipendenti insegnando nella scuola post-renziana”. Nel suo curriculum si legge anche che Pietro è “responsabile dell’unità di ricerca di Palermo ‘GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquitè-Moyen Age)’”, che, spiega, “è un network internazionale di ricerca che fino al 2017 è stato finanziato dal CNRS francese e che – come tutti ci auguriamo – si appresta ad essere ri-finanziato”. In parole povere, è un ente che vuole promuovere l’interdisciplinarità in materia di sapere zoologico, da Aristotele fino al Medio Evo, e con lo scopo “di creare, nel tempo, un data base websemantico di immagini, bioresti e testi zoologici in lingua greca, latina e araba per il periodo che va dall’antichità classica fino al XIV-XV secolo d. C”. Mi spiega anche che per fare ciò occorrono molte figure professionali – l’interdisciplinarità non si crea dal nulla -, “da antichisti come me, a biologi puri, genetisti, iconografi, storici, archeozoologi, zooantropologi, informatici ed esperti di digital humanities“.

Ma non è tutto: per mettere su un progetto del genere bisogna istruire i neofiti; in fondo, come in ecologia, anche la piramide del sapere deve fondarsi sulle nuove generazioni. Ecco perché, mi confessa orgoglioso, “in questi ultimi due anni, ho di fatto creato un’unità di lavoro con i miei studenti delle classi quinte del Liceo Stanislao Cannizzaro di Palermo, che hanno dato il loro contributo alla costruzione del data base con la marcatura websemantica di due epistole senecane (vedi qui e qui) che trattano di temi zoopsicologici” (un resoconto del lavoro è stato pubblicato anche sulla rivista ClassicoContemporaneo).

Il diavolo è nei dettagli, direbbe qualcuno…

Finite le presentazioni, gli chiedo cosa lo ha avvicinato al pensiero classico; mi risponde che “Più che ‘cosa’, forse direi ‘chi’”. Dimentico che, come recitava uno slogan pubblicitario, ci sono “persone oltre le cose”. Piccolo passo falso che credo mi abbia perdonato. Mi accenna al suo “primo maestro, il compianto Domenico Romano”, il suo relatore di tesi. “Il suo entusiasmo – continua -, l’energia con cui spiegava i classici latini mi hanno conquistato sin dalla prima lezione. Mi sono innamorato del mondo antico grazie a lui”. Del resto, tutti abbiamo un nostro Virgilio.

Circostanze più particolari lo hanno invece avvicinato agli “animali nel mondo antico”: “Era il 1998 e avevo appena vinto la borsa di dottorato di ricerca. Il mio progetto originario era quello di lavorare sul concetto di fictio nella letteratura romana, ma i miei piani sono cambiati all’improvviso in una calda giornata di luglio, quando, entrando nella Libreria Pellegrino di Marsala (la città di cui sono originario), vidi esposti uno accanto all’altro sugli scaffali l’edizione BUR del De natura animalium di Eliano e il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges. Li acquistai entrambi, per poi passare alla Historia animalium di Aristotele, alla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, e così via. Non mi sono più fermato”. Già, perché il diavolo, direbbe qualcuno, è nei dettagli, o in un sguardo, o in un libro. Sempre e comunque.

Le fatiche letterarie dell’Ercole siciliano

Riguardo il dottorato Pietro l’ha conseguito con una tesi sulla manticora (“il mangiatore di uomini”), un animale mitologico dall’areale imprecisato (“ora in India, ora in Etiopia”) che secondo Ctesia di Cnido, il primo a parlarne, aveva un corpo da leone, la coda da scorpione, e il volto da uomo con tre fila di denti in bocca. In Sulle tracce del manticora (Palumbo, 2003) – la pubblicazione della tesi – Pietro aveva cercato di capirne l’epidemiologia della credenza, “spiegando cioè come i sistemi di pensiero dei vari autori si organizzavano per accoglierla nella propria enciclopedia, commentarla (o in alcuni casi smascherarne la natura fittizia). Più che di un’indagine su un mostro si trattava di un’indagine sui contesti intellettuali e sulle idee di fondo che lo – diciamo così – ospitavano”.

Un’indagine che poi è stata portata avanti in modo molto simile anche nell’ultima fatica di Li Causi, Gli animali nel mondo antico (pubblicato da Il Mulino nel 2018), “un testo che mira a introdurre il lettore ad un mondo per molti versi perduto; un mondo che in parte è vicino al nostro – almeno se lo si considera nell’ottica dei tempi lunghi dell’evoluzione –, ma che, a voler tenere conto delle cornici culturali di riferimento a partire dalle quali i Greci e i Romani guardavano la realtà, riserva non poche sorprese”. È un’indagine a due facce: in una viene dato uno sguardo a tutto ciò che concerne il pensare gli animali e ai processi che hanno portato ai loro cambiamenti; nell’altra vengono presentate scene di vita quotidiana che hanno gli animali come protagonisti.

Corsi e ricorsi storici

“Non credo che gli antichi possano essere usati come punti di riferimento e di ispirazione per il presente”. Gli avevo chiesto se fosse particolarmente legato a qualcuno di essi. La risposta di Pietro ha una logica disarmante: ci sono troppe differenze sociali e culturali tra noi e loro, troppi anni di distanza, e le loro sono pur “sempre risposte a problemi lontani da noi, e vengono date sulla base di assunti che non sempre possono essere applicati ai nostri tempi”. Tuttavia, se è vero che la storia è maestra di vita, “proprio in quanto diversi da noi, possono aiutare a riflettere sulle loro e sulle nostre cornici di riferimento”. Vedasi, ad esempio, sull’impatto ambientale di cui oggi tanto si parla: “I Greci e i Romani, infatti, da un lato avevano sviluppato un atteggiamento prometeico che promuoveva un dominio incontrastato dell’uomo sugli altri enti della natura, dall’altro lato avevano invece immaginato la Natura (il corsivo è suo) stessa – con la ‘N’ maiuscola – come un macro-organismo divino in cui ogni vivente è una parte del tutto e gioca il suo ruolo, e ha il suo impatto”. Da notare l’aggettivo “prometeico”, qui non a caso: Prometeo è colui che ruba il fuoco agli dei, simbolo di potenza, per darlo agli umani. Ma se da un lato tale atto risulta essere un affronto verso le divinità, e quindi verso la natura di cui loro sono i rappresentanti, dall’altro lato “al livello delle pratiche quotidiane, erano di fatto messe in atto forme di sfruttamento delle risorse naturali e dei viventi che avrebbero fatto impallidire gli ecologisti contemporanei”: è infatti ormai un dato di fatto che si è avuto il picco massimo di impatto ambientale proprio in età imperiale romana.

A ciò aggiungete anche che sono radicalmente cambiati i modi di parlare della natura e alla natura: da Galileo in poi, infatti, la scienza non è più stata un braccio della filosofia, ma ha goduto di vita propria grazie ai nuovi linguaggi epistemologici. Con Darwin poi…

(Ad onor di cronaca, chiedendogli di una o più preferenze riguardo gli autori classici, mi confessa di aver particolarmente apprezzato Aristotele e Plutarco nel momento in cui ha dovuto tradurli per L’anima degli animali edito da Einaudi nel 2015, curato assieme a Roberto Pomelli)

L’essenza delle cose

Ancora oggi, nonostante i duemila anni trascorsi, un nome riverbera spesso nelle questioni di natura. Quel nome corrisponde ad un grande pensatore: Aristotele. A lui si devono tanti meriti, tra cui quello di un primo sistema metodico di classificazione dei viventi. “Quando parliamo di classificazione, nel mondo antico, parliamo sempre di uno strumento logico che serviva non tanto a costruire gerarchie tassonomiche fisse o, ad esempio, a fondare una sistematica scientifica”, mi spiega Pietro, “ma a penetrare dentro l’essenza ultima (la ousia) di un dato ente (fosse esso un animale, un’idea astratta o anche un manufatto). In quest’ottica, il lavoro svolto da Aristotele è comunque impressionante, perché costruisce un numero spropositato di raggruppamenti e classemi basati su assi di divisione molteplici (conformazione dei denti, metodi di riproduzione, conformazione degli arti, modi di vita, etc.) che permettono di pensare il mondo della natura come un sistema di analogie e di differenze sulla base delle quali si possono definire le cause della vita e le identità specifiche degli esseri studiati”. Il motivo per il quale ancora – e nonostante Linneo – Aristotele riverbera in materia di classificazione sta nell’aver considerato tutti i parametri fino ad allora conosciuti (l’insieme delle funzioni vitali e delle relazioni interspecifiche e intraspecifiche) dei suoi oggetti di studi, le “essenze” appunto. Non che prima nessuno c’avesse provato; anzi, erano stati in troppi. E nessuno di loro si è fatto avanti nella folla delle teorie classificatorie, in quanto i loro sistemi metodici sono risultati essere troppo settoriali e non “basati su assi di divisione molteplici”.

In un mondo di vedenti, la miopia regna sovrana

Non mi capita spesso di avere vicino un classicista, motivo per cui ne ho approfittato, cercando di avere un “parere dell’esperto” su alcune tematiche attuali di carattere culturale: l’abolizione delle lingue antiche dalle scuole, e la concezione che in molti hanno della cultura in generale, intesa come frutto del sapere umano.

“Sulla base di tutto quello che ci siamo detti, credo che sarebbe un atto di miopia abolire lo studio delle lingue morte nei licei. E non solo per una questione di cultura generale”. Tutta la scienza della vita ad esempio si basa oggi sul latino e sui latinismi, per non parlare del fatto che per più di 1500 anni il latino è stato ciò che per noi oggi è l’inglese, mentre in greco sono state tradotte molte delle opere a noi tramandate. Abolirle, mi confessa Pietro, sarebbe come togliere profondità storica a tutto il nostro passato. E su questo Pietro mi trova d’accordo.

Riguardo la seconda tematica, permettetemi una breve digressione. Nel 1963, Charles Percy Snow, scienziato e scrittore inglese, pubblica il suo famoso testo – ormai fuori produzione da tempo – dal titolo Le Due Culture e la rivoluzione scientifica. In questo saggio Snow conia il concetto delle “due culture” denotando che la mancata comunicazione tra due macroaree del sapere (umanistico e scientifico) sarebbe la causa della mancata soluzione dei mali del mondo. Tale pensiero è stato fin da subito travisato da molti, che ancora oggi danno alito ad un Rubicone che non ha motivo di esistere: si fa fatica a dialogare, e si etichetta il “colto” e il “non colto” in funzione del suo percorso di studi. In un’ottica orwelliana, questo sarebbe in pratica un mondo di vedenti in cui la miopia regna sovrana.

Chiedo un parere a Pietro: “Mi piacerebbe rispondere che ‘la cultura è una’. Nel mondo antico, un personaggio come Aristotele passava con estrema disinvoltura dalla critica letteraria della Poetica alla meteorologia. L’idea di abbattere in toto le barriere e gli steccati, per quanto affascinante, mi pare tuttavia poco praticabile in un mondo in cui prevalgono forme sempre più radicali di specializzazione. Ciò non toglie, però, che forme di dialogo interdisciplinare fra più settori siano auspicabili e – dirò di più – dovute. Nel mio piccolo, è quello che tento di fare io con biologia e antichistica. La mia fortuna è che in questi anni sono riuscito a farlo all’interno di una rete che questo dialogo lo pratica su scala internazionale”. E anche su questo sono d’accordo.

Per non parlare di un’altra classificazione, quella che vede una cultura “alta” e una “bassa”. “Sulla base delle mie letture antropologiche, direi che tendo a non distinguere troppo i due ambiti e ad approcciarmi alle cosiddette ‘opere letterarie’ degli scrittori antichi come a prodotti di un tessuto culturale più ampio e diffuso. Per il resto, nella mia vita quotidiana confesso di praticare poco questa distinzione fra alto e basso. Anzi, spesso – per fare un esempio banale – mi capita di leggere Plinio il Vecchio e Cicerone (o Darwin) mentre ho nelle cuffie i Soundgarden o i Queens of the Stone Age“.

Progetti per il futuro

“Vorrei portare avanti un lavoro già avviato sulla metamorfosi fra scienza, letteratura e credenze popolari nel mondo antico. Ma, in fondo, ancora è troppo presto per parlarne. Sicuramente il lavoro di più imminente pubblicazione che posso citare sarà il commento all’Epistula ad Lucilium 124 di Seneca, che sto curando assieme ai miei studenti del Cannizzaro e che probabilmente verrà messo in circolazione, oltre che sul loro sito, anche in un numero speciale della rivista ClassicoContemporaneo“.

Il lupo perde il pelo… ma non il libro

Come di consueto, non posso non chiudere una chiacchierata con la domanda: libro preferito? Pietro, in maniera diretta o indiretta, di libri ce ne ha consigliati tanti, che passano in rassegna tanti anni di letteratura. Ci consiglia Il velo di Iside di Pierre Hadot (Einaudi, 2006), citato quando gli ho chiesto di come è cambiato il nostro modo di vedere la natura, che mostra come la dicotomia ‘visione utilitaristica della natura’ e ‘visione ecologistica’ della stessa “aveva già attraversato il mondo antico”. Va anche sul classico, che non ci sta mai male: di Aristotele cita l’Historia animalium e il De generatione animalium (“ho amato la capacità di costruire le sue opere biologiche come una sorta di panottico che rende conto della molteplicità, della bellezza e della complessità del mondo degli animali[…]”); a lui affianca Plutarco, di cui dice di apprezzare “il fervore animalista che lo spinge a rendere conto dell’attitudine al dolore che accomuna gli altri animali a noi uomini”. A bruciapelo, mi risponde però che di libri preferiti ne ha centinaia. “In momenti diversi darei forse risposte diverse. Al momento mi viene da pensare a Palomar di Italo Calvino”. Perché Calvino, mi viene da pensare, sta su tutto.

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Intervista a Gianluca Serra: quando dai libri si passa all’azione

Gianluca Serra, di cui vi ho raccontato il libro in un precedente post, è stato ospite del Museo Doderlein di Palermo per raccontare di Salam, di conservazione, di estinzioni di massa. Il tema della conferenza è stato infatti La sesta estinzione di massa: il caso recente dell’estinzione dell’Ibis eremita dal Medio Oriente e la battaglia in corso per impedire l’estinzione del Manumea, specie endemica delle Samoa. Purtroppo, non ho avuto modo di incontrarlo di persona, ma, prevedendo, son riuscito lo stesso a raggiungerlo via mail, e a fare una bella “chiacchierata” con lui. Di seguito, quindi, l’intervista che mi ha gentilmente concesso.


1.Chi è Gianluca Serra?

Sono un ecologo e conservazionista, formatomi presso l’Università di Firenze. Ho trascorso gli ultimi 23 anni lavorando nel campo della conservazione della natura a giro per il mondo, in quattro continenti.

2.Cosa ha portato un giovane studente ad avvicinarsi alla biologia prima e alla conservazione della natura poi?

Nonostante nato e cresciuto in città’, fin da piccolo ho provato una grande attrazione e senso di connessione con la natura e gli animali. Iscrivermi a Biologia era la cosa più’ naturale. Ho cominciato con la ricerca ma poi arrivato alla fine del dottorato ho capito che con la ricerca e basta non si riesce a fare conservazione. Ho quindi avvertito una specie di “chiamata” per sporcarmi le mani e divenire un conservazionista da “prima linea”, cioè’ impegnato laddove la natura sta per scomparire.

3.Salam è tornata è il suo libro di recente pubblicazione. Ce lo presenta?

E’ un racconto molto personale di un’avventura conservazionistica e umana irripetibile. Una storia che ho sentito il bisogno di condividere. E’ un libro di genere ibrido: diario, reportage letterario, libro di viaggio, saggio. C’e’ un po’ di tutto dentro. Il mio intento era quello di coinvolgere il maggior numero di persone possibile, non solo chi ama la natura e la Siria/Medio Oriente.

4.A proposito, chi è Salam?

Salam e’ il nomignolo che affibbiammo ad uno degli ibis eremiti di Palmira che cercavamo di proteggere, una femmina. In Arabo significa “pace”. Ha continuato a tornare a Palmira a primavera anche durante i primi anni del conflitto, sorvolando sulla tragedia umana che si svolgeva a terra…

5.Cosa l’ha spinta ad accettare di lavorare in Siria?

Vinsi un concorso alle Nazioni Unite nel 1998 e fui assegnato a questo progetto della FAO, finanziato dalla Cooperazione Italiana, con base a Palmira. Obbiettivo del progetto era di assistere il governo a iniziare da zero la conservazione degli ecosistemi e della natura nel paese.

6.A lei si deve la riscoperta di una delle ormai poche popolazioni di ibis eremita, creduto estinto in territorio mediorientale da quasi cento anni. Attualmente, qual è lo stato di conservazione di questa specie?

La popolazione relitta (7 individui adulti) che abbiamo scoperto nel 2002 e tentato disperatamente di salvare fino al 2011 sta probabilmente estinguendosi. La loro riproduzione nel sito di nidificazione di Palmira si è interrotta nel 2015, lo stesso anno in cui le millenarie rovine di Palmira sono state fatte saltare dall’ISIS.

7.Qual è il ruolo ecologico di quest’uccello?

In passato le colonie di ibis eremita dovevano svolgere un ruolo ecologico chiave per l’ecosistema della steppa arida mediorientale, tra cui sicuramente controllare le popolazioni di insetti e invertebrati che a loro volta insistevano sulla scarna vegetazione nana della steppa.

8.Quali sono state le cause della probabile estinzione dell’ibis eremita e quali potrebbero essere le azioni che i governi dovrebbero intraprendere per arginare l’estinzione dell’animale, un tempo sacro per gli egizi?

In ordine di importanza le cause della estinzione della popolazione orientale sono le seguenti: caccia senza controllo, prelievo pulli dai nidi, degrado dei loro habitat naturali riproduttivi, disturbo ai nidi. Per salvare la popolazione del Medio Oriente si sarebbe dovuto muoversi su vari fronti: proteggendo il sito/i riproduttivo/i in Siria e Turchia e arginando la caccia senza controllo lungo la rotta migratoria che corre lungo l’Arabia Saudita occidentale.

9.Per strumentalizzare l’Isis, si è arrivati ad attribuire l’estinzione dell’ibis allo stato islamico. Ci spiega cosa è successo a riguardo?

C’e’ un articolo scritto molto bene che fu pubblicato su Wired proprio quando la questione venne a galla nel 2015 che spiega tutto.

10.La sua specializzazione riguarda il tracciare i profili delle specie di suo interesse conservazionistico tramite indagini “antropologiche” e intervistando gli abitanti del luogo. In che cosa consiste tale approccio?

Ho derivato questa metodologia dall’etnobotanica [scienza olistica di stampo antropologico che indaga dell’uso della botanica all’interno di una o più società umane, nda]. La sfida è sia quella di usare un metodo il piu’ rigoroso possibile, in modo da ottenere informazioni che abbiano un valore scientifico invece che aneddotico; e allo stesso tempo di avvicinarsi alle persone in maniera rispettosa e umile, passandoci tempo senza fretta e guadagnandosi la loro fiducia e rispetto.

11.Cosa si prova a fare attivismo conservazionistico?

Di certo a fare conservazione “in prima linea” si rimane spesso soli. Tra governi corrotti, organizzazioni di conservazione che hanno perso i loro ideali e obbiettivi originari (troppo distratti dalla ricerca di fondi, dalle questioni politiche e dalle carriere individuali, dai personalismi); amici e parenti che cominciano a pensare che tu sia diventato matto o che comunque tu stia sacrificando (e rischiando) troppo della tua vita. Il caso Regeni insegna che fare attivismo in regimi militari (o stati molto corrotti) può essere molto rischioso. Ed anche io ho rischiato del mio in più di una occasione.

12.Oggi si parla molto di ambiente e della sua protezione, ma ogni giorno vengono pubblicati dati allarmanti riguardo le estinzioni. Secondo lei, quanto siamo lontani dall’arginare la sesta estinzione di massa? Ci riusciremo mai?

Siamo molto lontani, anzi e’ in pieno svolgimento nella indifferenza quasi totale di governi e opinione pubblica. L’interesse di queste due categorie e la conoscenza al riguardo e’ molto tenue e raramente passa dalle parole ai fatti. Sia la perdita di biodiversità che il cambiamento climatico potranno essere arginati solo quando ci metteremo in testa di riformare un sistema economico demenziale basato su principi di pura fantasia e controllare seriamente lo stato demografico umano.

13.A parte di ibis, di cosa si è occupato?

Mi sono soprattutto occupato di creare aree protette coinvolgendo le comunità locali con una particolare attenzione alla gestione di specie minacciate di estinzione e usando quando possibile la conoscenza ecologica tradizionale. Prima di buttarmi nel campo della conservazione in prima linea ho fatto ricerca di ecologia marina nell’arcipelago Toscano ed in Cile; e monitoraggio di predatori terrestri in California.

14.E attualmente di cosa si occupa?

Negli ultimi 6 anni ho lavorato in Oceania, coinvolto in progetti regionali di conservazione distribuiti in molte isole-stato. Allo stesso tempo mi sono occupato della conservazione del piccione endemico dell’arcipelago delle Samoa, dove ho vissuto, noto col nome nativo di Manumea, unico discendente vivente del Dodo (quest’ultimo, carismatico simbolo delle estinzioni oceaniche).

15.Progetti per il futuro?

Per il momento sono concentrato nell’allevamento dei miei due pulli [leggasi “pulcini”, nda] di Homo sapiens. Nel tempo che mi avanza cerco di portare avanti una ricerca sull’analisi sonografica del richiamo del Manumea e di sensibilizzare alla questione della crisi ecologica globale e la sesta estinzione di massa dove e quando posso.

16.Nelle pagine di Salam è tornata, si intravede tanta letteratura. Ha per caso un suo libro preferito che consiglierebbe ai lettori del mio blog?

Sul tema della conservazione consiglio La Creazione (2006), un saggio del biologo di Harvard E.O. Wilson e anche un “case study” del 2008 su un uccello estintosi alle Hawaii in tempi recenti di Alvin Powell dal titolo The Race to Save the World’s Rarest Bird: The Discovery and Death of the Po’ouli (ma penso che quest’ultimo non esista in italiano). Inoltre, a suo tempo, mi appassionai molto a quest’altro libro, Lo strano caso del Lago Vittoria di Tijs Goldschmidt, al cui genere, ibrido tra scienza divulgativa e avventure, mi sono ispirato quando ho scritto il mio.


Sono particolarmente grato a Gianluca Serra, che ha trovato il tempo tra un impegno e l’altro per rispondere alle mie domande, e alla direttrice del Museo, che mi ha messo in contatto con Serra.
Purtroppo, non ho, a malincuore, una foto ricordo come si deve, ma ho lo stesso un ricordo, anzi due, nel suo libro: due dediche, una dell’autore e una di chi mi ha regalato Salam è tornata.

Intervista a Luigi Boitani: quando lupi e libri sanno di magico

Sono sempre stato affascinato da due cose: i lupi e i libri. Anche se ancora non ho avuto il piacere di incontrare un “principe delle foreste”, e di lavorarci, i libri mi hanno permesso di conoscerlo, di capirlo, e, soprattutto, di continuare ad amarlo. Hanno contribuito ad alimentare nei miei confronti la sfera mistica e regale che lo circonda. Un testo in particolare ha svolto magnificamente questi ruoli: Dalla parte del lupo di Luigi Boitani, di cui ne ho fatto una recensione tempo fa quì. Il libro in sé è potente non solo per il tema trattato, ma anche perché una delle poche copie esistenti in circolazione è finita nelle mie mani per caso. Oggi (31 ottobre 2017) ho avuto la prova di quanto lupi e libri abbiano influito sulla mia persona e sulla mia formazione: mi hanno permesso di incontrare e intervistare proprio Luigi Boitani, uno che di lupi ne ha conosciuti parecchi, e figura di congiunzione tra queste mie due passioni. L’occasione si è manifestata durante la sua visita al Museo di Zoologia P. Doderlein per M’ammalia, la settimana dei Mammiferi.

È inutile confessare quanto io sia stato agitato in questi giorni, e penso sia inutile spiegarvi le mie motivazioni a riguardo. Vi lascio quindi all’intervista. Godetevela, come ho fatto io.


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Cominciamo dalla domanda più difficile (ride). Chi è Luigi Boitani? E di cosa si occupa?

Mha… sono un pensionato (ride di nuovo, ma con gusto), anche se in realtà non è cambiato nulla rispetto a prima. Continuo a fare quello che facevo: continuo cioè ad essere professore di Zoologia a Roma, a La Sapienza, e tengo ancora un corso. Tutte le attività accademiche [che faccio, nda] però sono migliorate, nel senso che non sono più obbligato ad occuparmi di cose che mi annoiano e mi annoiavano, come burocrazia e amministrazione. Mi hanno anche fatto emerito all’Università e mi occupo ancora di conservazione della natura a tempo pieno. Faccio parte infatti dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), e questo mi porta via letteralmente un sacco di tempo. Da tre anni faccio pure il direttore di una fondazione a Ginevra che finanzia progetti di conservazione.

Ecco, questo introduce la prossima domanda: perché proprio la conservazione della natura? È stata una scelta casuale, o c’è una motivazione precisa?

Io in realtà sono prima di tutto un conservazionista e poi un ricercatore universitario. Credo moltissimo alla e nella conservazione, e sono fermamente convinto che questa abbia bisogno di una maggiore impostazione scientifica rispetto a quanto non ne abbia avuta fino ad esso.

Lei si occupa di grandi mammiferi (soprattutto, tiene ad aggiungere). Da dove è nata la passione per questo gruppo di animali?

Verso i grandi mammiferi ho da sempre avuto una particolare passione. Lavorarci invece è stato DSCN5415come trovarsi al posto giusto al momento giusto. Io sono nato infatti come zoologo in un istituto di zoologia che al tempo in cui ero studente era forte in Italia. Tanto forte che altri zoologi italiani, ad esempio di Palermo o di Milano, venivano a Roma ogni tanto dicendo con carineria di “venire a respirare”. “Respirare” in quanto quello era un ambiente impregnato di fervore accademico, ricco di gente e di personalità, con un gran numero di persone di e con una decina d’anni di esperienza in più di me. Ognuno con le idee chiare e con una carriera quasi avviata; ognuno specialista in un campo diverso. In massima parte si trattava soprattutto di entomologi ed esperti di invertebrati.

Quando sono entrato da studente, mi hanno posto la domanda: “e tu di cosa ti vuoi occupare?” (Allarga le braccia con fare interrogatorio ed esclama: Bho?!) Non avevo un’idea precisa su cosa voler fare; gli insetti mi stavano e mi stanno simpatici, ma le mie passioni erano altre. Tuttavia, dovevo per forza diventare uno specialista se volevo continuare. Mi sono guardato quindi un po’ intorno cercando un ruolo ancora libero tra gli entomologi o che mi potesse piacere maggiormente: odonati (esclama, con a seguito un respiro misto a sollievo e stupore)! Bellissimo, non lo faceva nessuno… benissimo! “Sarai un esperto di libellule!” E quindi ho fatto una tesi sulle libellule, non per loro amore ma perché per studiarle bisogna stare sul campo, e a me andava di stare per campi. Di conseguenza, ho fatto una tesi sulle libellule in campo. Ovviamente la mia vera passione non era quella, erano uccelli e mammiferi, soprattutto mammiferi, per cui ho mollato le libellule appena ho potuto, ossia quando mi si è presentata l’occasione: coprire un buco di due mesi con un progetto sui lupi. Due mesi che sono diventati quarant’anni. Però le libellule mi sono rimaste molto simpatiche, ho imparato un sacco di cose curiose a riguardo.

A proposito di grandi mammiferi. Se non ricordo male, nel suo libro, lei parla di lunghe giornate nei campi, in attesa del lupo. Cosa si prova?

Ho lavorato molto sul campo, e continuo ancora adesso. A me piace andare fuori e sentire gli animali nel bosco, carpire tutto ciò che è vivo nell’ambiente naturale. Ed è una fonte di pace.

A proposito di mammiferi. L’uscita del suo libro più divulgativo, Dalla parte del lupo, è del 1986 e non esistono più copie in giro. È per caso in programma una ristampa?

No, al momento non ci sono ristampe in programma. C’è però l’idea di scrivere un altro libro. Non so ancora che ci scrivo… ma me lo hanno chiesto in tantissimi. Naturalmente sarà un libro diverso, perché, a distanza di trent’anni dall’uscita de Dalla parte del lupo, quello che era il lupo italiano allora [fine anni settanta inizio anni ottanta, nda] oggi non esiste più, è tutta un’altra vicenda nel nostro territorio.

Il libro è strutturato in due parti, una che riguarda il lupo reale, l’altra il lupo fantastico. Quale delle due parti le piace di più?

Il lupo reale è infinitamente più bello di quello fantastico. Quello fantastico è una lagna micidiale: è fatto di storie, di Cappuccetto Rosso e robe del genere. Io poi non sono un umanista, o un antropologo, per cui preferisco di gran lunga quello reale.

E questo mi permette di introdurre la seguente domanda: ancora oggi si raccontano tante storie sui lupi. Come reagisce quando ne sente parlare?

Hai iniziato la domanda mettendo “storie” al suo interno. (Silenzio quasi ammonitore) A tal proposito, mi sento di fare delle raccomandazioni soprattutto ai giovani studenti e ricercatori: le storie lasciatele da parte, l’ambiente accademico scientifico è fatto di scienza, non di storie. Ci sono altri luoghi in cui poter sentire storie. La scienza è un’altra cosa.

In materia di conservazione del lupo, per forza di cosa bisogna incappare nel bracconaggio. Come viene vissuto tale fenomeno dagli altri paesi rispetto all’Italia?

L’Italia è un faro di buona gestione del lupo in Europa. Figurati quindi gli altri paesi. Unica eccezione è data dalla Germania, dove non ci sono tanti animali domestici in giro e i lupi preferiscono rimanere nelle foreste del nord. Si è creata quindi la giusta armonia tra uomo e natura che non crea danni a nessuno.

Cosa pensa della recente razza di cane nata nei Balcani, il lupo cecoslovacco?

Il lupo cecoslovacco è figlio di un incrocio tra un lupo maschio e un pastore tedesco femmina. Trovo questa trovata demenziale. La creazione del cane è avvenuta undicimila anni fa, e da quel momento sono venute fuori tantissime razze di cane diverse, che bastano ed avanzano. I lupi cecoslovacchi sono degli ibridi, che, come tutti gli ibridi [tra animali addomesticati e selvatici, nda], possono essere sì belli, anche se “bello” è un concetto relativo (“ogne scarrafone è bell’a mamma soja”), ma sono animali pur sempre imprevedibili anche se cresciuti in ambienti domestici. Possono essere splendidi animali tranquilli e innocui, che fanno compagnia davanti ad un caminetto acceso, o possono svegliarsi una mattina dopo otto anni con l’istinto e l’intento di aggredirti. Il motivo di andarsi a ficcare in situazioni del genere per l’ennesima volta non si sa e non lo capisco. Forse la spiegazione sta nel fatto che alcune persone non riescono a resistere all’idea di avere in casa un lupo (pronunciato con voce grossa e mimando con le braccia un lupo mannaro).

Torniamo per un attimo all’argomento “conservazione”. La conservazione della natura può giocare anche a nostro favore. Come?

Uno dei valori della conservazione che ci torna molto utile è quello economico. Quante persone vanno al parco nazionale di Abruzzo perché sanno di trovarci il lupo, e sperano di vederlo? Di sicuro il turismo a vocazione naturalistica risulta essere una forte risorsa economica. Se poi vogliamo entrare in argomentazioni più sottili e prettamente ecologiche possiamo prendere in considerazione il sistema preda-predatore. Il lupo, ad esempio, ma in generale i grandi carnivori, cacciando la selvaggina contribuisce a ridurre l’impatto negativo causato dalla fauna erbivora che provoca la distruzione incontrollata degli ecosistemi vegetali. Senza un predatore infatti cervi, caprioli e daini producono con il loro pascolo una riduzione dei tassi di ricrescita in alcune specie vegetali; il che comporta la sofferenza di tutto l’ecosistema. Motivo per cui i grandi carnivori ci aiutano a mantenere quell’equilibrio dinamico di cui si compone la natura.

Secondo lei, quanto influisce la conservazione della natura in Italia?

Per questa domanda posso darti due livelli di risposta. Uno è quello più semplice, e che dice che la conservazione della natura è una cenerentola nel mondo delle attività politiche. A livello istituzionale, la conservazione risulta essere un livello di occupazione e di preoccupazione che viene dopo altri campi, come quello del lavoro, della sanità, dell’economia. L’altro livello di risposta riguarda il fatto che gli scienziati non impongono niente. A ciò si aggiunge il fatto che in materia di conservazione animale si parla di valori, dove in particolare viene esacerbato quello relativo alla vita stessa dell’animale. In generale, il mondo occidentale, Italia compresa, sta infatti a grandi passi diventando sempre più animalista, e quindi sempre più staccato dalla natura. Chi come me fa parte di un’altra generazione, ossia di quella generazione che viveva ogni giorno l’esperienza della vita contadina, sente ancora il riverbero della natura nelle orecchie. I ragazzi di oggi, invece, vivono questo rapporto abbastanza in maniera differente, oserei dire distaccato. Quando porto i miei studenti in escursione, ad esempio, sono sì entusiasti dell’iniziativa, ma si meravigliano al contempo per una cacca di cinghiale. Si meravigliano perché non l’hanno mai vista, e quella gita fuori porta rappresenta per loro un momento estatico di esegesi. Da esperienze del genere, ti sorge spontanea la domanda: se ti meravigli per una cacca perché non l’hai mai vista prima, da dove ti arriva allora l’amore per gli animali e la natura? La risposta che spesso mi si dà è che l’animale è semplicemente carino. Da quì nasce l’animalismo, che deriva da una non comprensione dell’animale nel suo contesto naturale e da una conseguente sua sradicazione per farne un oggetto con un valore etico o estetico che è sì fondamentale, ma solo se sostenuto da solidi basi scientifiche.

Cambiamo ancora una volta argomento. Come è cambiata l’Università italiana da quando era studente?

L’Università italiana è cambiata tantissimo. Quando io ero studente era molto più vicina a quello che dovrebbe essere una “Universitas”, nel senso vero della parola. Cioè un posto dove la gente si ritrova e parla, cerca, pensa liberamente. Oggi è tutto molto più irreggimentato, soprattutto dalla burocrazia. Di conseguenza è diventato complicato fare tutto, c’è molta meno libertà per i docenti di inventarsi forme di didattica innovativa e così via. Sì, in poche parole c’è una rigidità di sistema che è contraria all’idea stessa di università, e che invece dovrebbe essere iper-flessibile.

In questo periodo storico, cosa consiglia a noi giovani che vogliamo fare ricerca?

Consiglio di fare quello che vi pare, di fare quello che vi piace. Questa è una domanda che mi pongono spesso un sacco di studenti, e io rispondo sempre in questo modo, cioè rispondo di assecondare le vostre passioni…

…Ma il lavoro?

Ma che te frega del lavoro… (mani in congiunzione, con un tono misto a esortazione e rimprovero a fin di bene) Se fai una cosa con passione, il lavoro viene fuori. Se non lo fai con passione, non viene fuori niente.

Siamo quasi alla fine. Piccola curiosità: ha un libro preferito?

Tantissimi. È questa la vera domanda difficile. Il primo per cui ho avuto passione è stato il De rerum natura di Lucrezio. Quello però è solo l’inizio, riguarda tanto tempo fa (ride di gusto). Adesso ce ne sono tanti altri.

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Ultima domanda: mi lascia, per favore, il suo autografo nella mia copia di Dalla parte del lupo?

Assolutamente sì, senza alcun problema.

(Gli passo il libro e mentre lo autografa ride.)

Dopo i dovuti ringraziamenti, e le foto di rito, ha avuto inizio la conferenza, dal titolo Lupi, orsi e linci: la sfida della coesistenza con i grandi mammiferi, di cui potete leggere quì.

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(Un enorme grazie al museo e a tutto il suo staff per avermi dato questa opportunità.)