A cena con Darwin – Cibo, bevande ed evoluzione

E se l’atto del mangiare e delle relative scelte alimentari fosse anche legato a qualcosa di più “profondo”? E se alla base ci fossero anche delle vere e proprie scelte evolutive, che ci accompagnano da prima che Homo sapiens nascesse? In fondo, se l’evoluzione non avesse favorito la nascita dell’uovo oggi molte delle nostre pietanze non esisterebbero. O se non avessimo addomesticato il grano non avremmo potuto inventare il pane. Con tutte le variazioni sul tema ad essi collegati.
Ad esempio. Per fare i pancake – alimento tipico della cultura americana – occorrono uova, farina e latte. Questi, oltre ad essere ingredienti di una ricetta, sono soprattutto “il prodotto di milioni di anni di evoluzione e rappresentano … una soluzione geniale al problema della riproduzione fuori dall’acqua”(!). Il loro alto contenuto nutritivo, inoltre, risulta essere un valore aggiunto: sono stati favoriti dall’evoluzione per assicurare la progenie, e quindi per nutrire. “Rifletteteci bene e vi accorgerete che dietro un’idea simile può nascondersi una storia intera”, lunga anche milioni di anni.
Questo punto di vista, forse non troppo convenzionale in materia di cibo, è presentato da Jonathan Silvertown nel suo ultimo libro targato Bollati Boringhieri: A cena con Darwin. Cibo, bevande ed evoluzione (giugno 2018).
Silvertown porta avanti l’ipotesi secondo cui in tutto quello che mangiamo, prima di esserci una ragione culturale, c’è una lunga storia fatta di mutazioni e selezioni; e “in tutte le liste della spesa, le ricette, i menù e gli ingredienti c’è un silenzioso invito a cena con il padre dell’evoluzione, Charles Darwin”.
L’ecologo – perché prima di essere uno scrittore Silvertown è un docente universitario -, fin da subito usa un simpatico espediente narrativo per presentarci le sue tesi: un immaginario banchetto con i vari progenitori di Homo sapiens è il pretesto per parlare, ad esempio, delle abitudini alimentari di Lucy, l’Australopithecus afarensis, o di quando Homo erectus ha introdotto il fuoco nella cucina del genere Homo, retaggi culturali che fanno da sfondo a quello che noi oggi mangiamo, a quello che noi oggi siamo.
In una splendida recensione, Guido Barbujani paragona il saggio di Silvertown ad “un romanzo picaresco: uno di quei romanzi in cui il protagonista cade in disgrazia, e se arriva a cavarsela è solo attraverso tante peripezie e compromessi in un mondo spietato, ogni giorno sudando sette camicie per mettere insieme il pranzo con la cena. Se è così bisogna dire che l’idea è davvero buona e la scelta del protagonista perfetta: perché il protagonista, perennemente alla ricerca di cibo, siamo tutti noi.”
Per ogni capitolo Silvertown usa un ricettario formidabile per prepararci un pasto luculliano: un pizzico di genetica, biochimica quanto basta, una corposa glassa di biologia evoluzionistica, diversi grammi di preistoria e antropologia culturale, e, ciliegina sulla torta, alcuni riferimenti a Dickens, a Shakesperareare, o alle grandi opere del passato. E poi, un ultimo ingrediente ad insaporire il tutto: l’ironia, che caratterizza tutto l’arco narrativo. A tal proposito, vi porto un piccolo assaggio, dal capitolo dedicato ai formaggi:

Quando la muffa “Scopularopsis brevicalis” – un nome bizzarro, non c’è che dire – non è di turno nel caseificio, la possiamo trovare sulla pelle, nella terra, nella paglia e nei semi che i ratti canguro conservano nelle guance capienti. La sua parente “Scopulariopsis candida”, invece, sembra più affezionata ai formaggi, anche se ne sono state trovate tracce nelle pagine di un libro. Le cronache scientifiche non dicono se “S. candida” preferisca la narrativa o la saggistica.

Dalla cottura dei cibi alle zuppe, per passare alla carne e al pesce, per non dimenticare le bevande per antonomasia – birra e vino-, fino ad arrivare ad un capitolo sul cibo del futuro e a un altro dedicato alle “buone maniere a tavola”, A cena con Darwin non è il solito libro sull’evoluzione e non è il solito libro di cucina. È molto di più: è un libro sull’evoluzione della cucina. O come suggerisce il suo autore, è un libro sulla “gastroevoluzione”.

Breve nota biografica sull’autore:Jonathan Silvertown è docente di ecologia evoluzionistica a Edimburgo dal 2014, con una linea di ricerca vasta ma oculata: evoluzione e biologia delle popolazioni delle piante. Nel 2011 è stato premiato dalla British Ecological Society, ed è membro fondatore dell’ Ecological Continuity Trust, un progetto incentrato sulla salvaguardia dell’ambiente. Al grande pubblico è noto per aver già scritto due saggi a carattere biologico: La vita segreta dei semi (2010), che descrive i processi che concorrono alla selezione e dispersione dei semi in natura, e I segreti della durata della vita (2015), un saggio sui meccanismi biologici che allungano la vita, in Italia entrambi editi da Bollati Boringhieri.

Annunci

Intervista a Marco Masseti

“Chi sono? Questa è davvero una domanda difficilissima, perché è davvero difficile che un autore riesca a parlare di sé, a meno di una persona con seri problemi di ordine psicologico.
“Che posso dire… Sono uno molto appassionato delle cose che fa, per mia fortuna: mi piace molto il tipo di ricerca che conduco, e mi dà sempre motivi di crescita e sviluppo. Credo sia questa l’unica cosa che posso dirti di me.”
Inizia con questa risposta la bella chiacchierata con Marco Masseti, autore di Zoologia della Sicilia araba e normanna.
Marco Masseti è “uno specialista di popolazioni animali insulari”, con linea di ricerca incentrata sul rapporto esistente tra l’uomo e gli animali – con un occhio di riguardo più sulle popolazioni selvatiche che su quelle domestiche. Nel suo curriculum conta anche la nomina a Fellow della Linnean Society di Londra, che mi spiega essere “un riconoscimento prestigioso che ti viene conferito sulla base delle attività che hai svolto”.
Se è vero l’adagio secondo cui non è tanto chi sei ma quello che fai a qualificarti, allora siamo davanti ad un pezzo da novanta: membro dell’IUCN, si occupa da più di un ventennio della protezione e della salvaguardia della popolazione relitta di daini (Dama dama) dell’isola di Rodi. Ed è nelle sue mani il destino di alcuni taxa animali: è membro infatti di una delle commissioni che si occupano di aggiornare le schede sullo stato di conservazione della fauna; nel suo caso, degli ungulati e dei carnivori.
L’autore fiorentino è anche uno che non le manda di certo a dire, come avremo modo di leggere a breve e come si sarà intuito dall’incipit di questo post.

L’amor che move il sole e l’altre stelle
Rotto il ghiaccio, sono curioso di sapere quale strada ha percorso per diventare un professionista di tale calibro. Mi confessa di una “serie di coincidenze favorevoli” sostenute dalla profusione al massimo impegno e della possibilità di girare per il Mediterraneo, il frutto della fiducia concessagli in primis dall’Università fiorentina, e in secundis dalla Comunità Europea: i due enti infatti gli hanno permesso rispettivamente di potersi dedicare alla fauna insulare e a quella greca.
In questo contesto si inserisce Zoologia della Sicilia araba e normanna, suo ultimo libro. Il saggio, che racconta di fauna e arte senza soluzione di continuità, “è la storia di un grande fascino esercitato sul suo autore; che la Sicilia e soprattutto l’area normanna della Sicilia – quella occidentale – esercitano in sostanza su di me. Nulla togliendo alla bellezza di quella orientale”, mi spiega che la parte occidentale dell’isola contiene molti più resti, più vestigia, più ricordi, più monumenti del passato sia arabo che normanno. I quali rappresentano, come tiene a puntualizzare, “un unicum nella storia delle civiltà umane: mentre nella maggior parte delle vestigia del mondo islamico che noi oggi conosciamo ci arrivano attraverso le elaborazioni successive di epoche piuttosto tarde – vedasi la Alhambra di Granada –, a Palermo e dintorni i monumenti arabi e normanni sono cristallizzati al XII – XIII secolo”. Ed è proprio questo che lo affascina.

Fatti non foste a viver come bruti
Zoologia della Sicilia araba e normanna è soprattutto un confronto multidisciplinare di informazioni multidisciplinari, deducibili sia dall’architettura e dalla letteratura che dalla moderna ricerca archeozoologica. La quale, “molte volte ha suffragato la ricerca di tipo iconografico che stavo conducendo”, mi rivela Marco, “altre volte l’ha praticamente sconfessata, dicendomi, ad esempio, che certe specie che erano raffigurate in documenti iconografici islamici o normanni non avevano il corrispettivo archeologico nello scavo – o viceversa”.
Due esempi tra tutti: l’istrice e il parrocchetto dal collare. A proposito del roditore (Hystrix cristata) Masseti mi conferma che “non son venute fuori immagini di istrice in Sicilia”, a differenza di una documentazione osteologica non antica che supporta la tesi secondo cui non esistono animali di tale specie nel periodo arabo-normanno. “E questo è un dato di fatto”, conclude in proposito.
Riguardo il parrocchetto dal collare (Psittacula krameri) prosegue: “ha in sé un’altra storia, anche questa molto affascinante”. Mi racconta di come questo uccello sia una costante iconografica – “in tutto il mondo ellenistico, romano, tardo-antico e medievale” – forse proprio a causa del fatto che si tratta di un animale “parlante” e dalla particolare livrea, e di come buone probabilità lo vogliano già presente ad Alessandria di Egitto proprio a partire dall’età classica. “A tal proposito, credo che la sua presenza in Europa sia il prodotto di animali scappati alla cattività e poi riprodottisi in natura fino a comporre delle popolazioni vitali”, chiosa Marco, “anche se non mi sento di escludere a priori che possano essere in parte il risultato di spostamenti erratici di popolazioni esistenti da età storica nel Vicino Oriente, probabilmente di origine artificiale.”

L’assenza di evidenza non è l’evidenza dell’assenza
“Se ci rifletti, non si tratta solo di credenza (sic), ma per molti autori si tratta di dati assoluti!”.
Leggendo il suo libro, si viene a conoscenza del fatto che fino alla prima metà del Novecento in Sicilia era molto diffusa la “credenza” relativa alla diffusione del coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus) nell’isola, alimentata da eminenti naturalisti – Doderlein, Minà Palumbo, Rafinesque – e tramandata nei loro scritti.
“In tutta questa storia”, puntualizza Marco, “la vera meraviglia è che non si può escludere a priori la presenza del rettile, anche se attualmente la mia supposizione non è corroborata da alcuna verifica oggettiva – ossia non esiste nessuna prova osteologica a conferma. Ma anche se si fosse trovata, nulla vieta di pensare ad un caso isolato, figlio di una importazione occasionale o volontaria”. Proprio nel suo ultimo libro Marco ci dice quanto siano risaputi infatti i vari tentavi storici di impiantare popolazioni di coccodrilli in alcune zone della Sicilia, i quali possono effettivamente averci vissuto per brevi periodi di tempo, senza però aver lasciato traccia. Alla stessa stregua dei diversi tentativi di introduzione del camaleonte (Chamaeleo africanus) negli stessi territori, mai andati a buon fine (a differenza di Malta dove ne vive ancora una popolazione autoriproducentesi). “Del resto”, mi spiega, “la stessa presenza e diffusione del papiro (Cyperus papyrus) – in Sicilia una specie introdotta in età storica e divenuto elemento della flora locale – ci dice che potenzialmente esistono le condizioni per la sopravvivenza di elementi esotici in areale siciliano”. In sostanza, un qui pro quo generato da un ragionamento induttivo mal compreso.

L’estrema specializzazione che porta all’estinzione
Nel 1970 Jacques Monod, Nobel per la medicina, scriveva, nel suo saggio ormai diventato una pietra miliare della letteratura scientifica, Il caso e la necessità, “di pensare la propria disciplina nel quadro generale della cultura moderna, per arricchirlo non solo di nozioni importanti dal punto di vista tecnico, ma anche di quelle idee […] significative dal punto di vista umano.” Era cioè un modo per invogliare le moderne scienze ad approcciarsi alle cose di natura con fare aperto.
Le cose non sono andate come Monod sperava, e Marco, purtroppo, me lo conferma: oltre nell’odierno sistema scolastico, “percepisco questa tendenza da una ventina d’anni anche nel mondo scientifico in generale, ossia la tendenza di cercare di trovare un’estrema specializzazione che, se vuoi, può essere anche frutto della moda del momento.” In parole povere, tale estrema specializzazione nelle scienze naturali consiste nel dare oggi molta importanza all’indagine genetica, ad esempio, e a tutto ciò che ne concerne: dalla bontà dei protocolli di cui si serve, alla correttezza dell’esecuzione nei laboratori degli stessi. Tale importanza spesso comporta però una perdita di informazioni, o per meglio dire, porta ad un distaccamento dalla reale spiegazione di un fenomeno naturale. Per dirla con le parole di Marco, “e diciamo che è un po’ una critica che muovo verso il mondo scientifico attuale, il tutto resta un po’ limitato e ristretto dentro i laboratori”, restituendo, nella migliore delle ipotesi, un’informazione parziale e distaccata dalla realtà che non si attaglia con la veridicità della soluzione al problema in esame. Secondo Marco, con cui concordo, alla base ci sarebbe un mancato insegnamento verso i cosiddetti approcci olistici, una mancata educazione verso una visione stereoscopica della natura che si è riversata, e continua, verso le nuove generazioni. “Personalmente sostengo da un lato che sia giusto attribuire questa importanza alla genetica – molte volte è fondamentale per dirimere una matassa un po’ complicata, dall’altro che bisogna avere un approccio generale ai problemi, perché altrimenti potremmo restare limitati alle conseguenze di questo atteggiamento. Magari non capiremo neanche che ne stiamo pagando lo scotto, che è ancora peggio (sic)”.
A sostegno di quanto dice, mi porta ad esempio un recente studio (“piuttosto bello e approfondito”) relativo alla genetica dei cervi della Mesola, un bosco sul delta del Po. Dallo studio viene fuori una genetica unica di questa popolazione, pensata come un antico retaggio della popolazione di cervo italico (Cervus elaphus), tanto da portare i ricercatori (“più che validi”) a gridare ad una nuova sottospecie (Cervus elaphus italicus). Ora. La presenza di una genetica unica, rappresentata dagli aplotipi, può essere frutto o di un isolamento riproduttivo abbastanza lungo, o di un isolamento sì breve, ma indotto artificialmente. E visto che il bosco della Mesola si forma solo in tempi geologicamente molto recenti (XIV secolo d. C.), è scorso un tempo troppo breve per una caratterizzazione genetica tale da permettere l’identificazione dell’attuale cervo della Mesola nel relitto dell’ultima popolazione autoctona d’Italia. Marco osserva invece che storicamente il bosco della Mesola ha rappresentato una delizia di caccia della famiglia Estense dei duchi di Ferrara, portando a ragione a pensare ad un’importazione dell’ungulato da altre riserve di caccia nobiliari. Ed è naturale che una popolazione isolata, come poteva essere quella impiantata nei terreni di un duca, in meno di mezzo millennio sviluppi deriva genetica, con conseguente caratterizzazione degli aplotipi. Altrimenti, come avremmo fatto a creare le razze domestiche?

Dalla parte del lupo
Il mondo editoriale negli ultimi anni sembra volersi occupare di più e meglio delle questioni di natura, soprattutto in chiave antropologica. Chiedo allora a Marco il suo parere, se stiamo imboccando una ipotetica via di Damasco in materia ambientale e di conservazione o se è solo un fuoco di paglia.
“Nonostante io possa a volte sembrare un po’ critico e un po’ pessimista, sono sempre a favore del progresso, non son per tornare indietro, anche se a volte i fatti ci portano a pensare il contrario.”
Tale risposta risulta essere il prodromo ad un’analisi del contesto sociale e accademico in cui lo scienziato si forma, nonché uno spaccato dell’Italia di quasi mezzo secolo fa:
“A partire dalla seconda metà degli anni ‘70”, narra, “l’Italia venne colpita da una ventata nuova con i vari Luigi Boitani e/o Sandro Lovari (più grandi di me di una decina d’anni) che cominciarono ad occuparsi del lupo e di altri grandi mammiferi. Fino a quel momento, infatti, esistevano soltanto quelle figure professionali che alcuni miei amici romani chiamano i ‘bacherozzologi’, gli entomologi, mentre di grandi mammiferi, ad esempio, non se ne occupava quasi nessuno.
“Dopo decenni di silenzio per cui in Italia la zoologia non veniva presa in considerazione, si assistette ad un grande boom editoriale che ebbe il suo apice negli anni ’80 e di cui sotto molti aspetti il porta vessillo fu la rivista “L’Airone” – di cui per altro sono stato per tanti anni una delle firme. Addirittura, in quel periodo esistevano tre o quattro riviste mensili a vocazione naturalistica (sic), mentre ora esiste e resiste solo “Oasis” che è quasi diventato un prodotto di nicchia. Purtroppo, dopo questo periodo di grandissimo successo, improvvisamente la bolla si è sgonfiata, fino ai primi anni 2000.
“Adesso si sta cercando di recuperare un minimo, si percepisce un leggero interesse che però non è frutto della curiosità dell’opinione pubblica come lo è stato in passato, al limite della maniacalità. Anche se, ad onor del vero, sembra essere un recupero tante volte più di carattere filosofico–esistenziale che relativo al rapporto uomo – natura. All’atto pratico, credo sia più un senso di colpa, e non so quanto bene faccia come atteggiamento.”

Ahi serva Italia…
A proposito di sensi di colpa. Ogni giorno vengono pubblicati dati allarmanti riguardo la grande estinzione, la sesta. La causa prima? L’uomo. L’effetto? La probabile e imminente scomparsa in massa di molti gruppi animali, uomo compreso.
“Io non parlerei tanto di sesta estinzione di massa, parlerei più di estinzione della specie umana”, tuona Marco. “E secondo me siamo molto vicini a quest’ultima, alla nostra estinzione, perché ormai abbiamo alterato davvero degli equilibri fondamentali, e nonostante tutto continuiamo a farlo.”
A riguardo, il fiorentino non si riferiva solo ad un depauperamento di risorse naturali: arriva infatti l’affondo, inatteso, del ricercatore, che dice la sua sulla situazione giuridica e amministrativa attuale relativa ai beni naturali in Italia. “Guarda anche alla lontananza del governo Renzi dalle tematiche ambientali, o all’accorpamento del corpo Forestale all’Arma dei Carabinieri, che ne ha tolto de facto l’essenza; oppure guarda al comportamento di alcuni burocrati italiani che con la zoologia non hanno niente a che fare, che non ne capiscono nulla: sono a capo di importantissime commissioni per la gestione dei beni naturali e si comportano in una maniera a dir poco aberrante, tipo istituendo per legge, con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dello Stato, cose del tipo la specie “parautoctona”, dando un’informazione profondamente scorretta che serve esclusivamente a confondere le idee, e solo per il bisogno di sentirsi potenti o forse di fare finta di prendersi cura dei problemi dell’ambiente italiano. Ma come si diceva un tempo: è meglio il nulla che qualcosa di sbagliato!”

Uomini e (non solo) topi e La fattoria di Lorenzo il Magnifico
Sbirciando nella biografia di Marco, due suoi volumi mi hanno incuriosito: Uomini e (non solo) topi e La fattoria di Lorenzo il Magnifico, due libri, a carattere divulgativo, che è possibile richiedere direttamente agli editori.
Uomini e (non solo) topi (“il mio primo libro importante”), “pubblicato ormai diversi anni fa, ha già avuto due edizioni, di cui la seconda, datata 2008, si presenta con una copertina – devo dire – molto brutta, a differenza della precedente”. Il saggio descrive i rapporti tra uomo e animale dalla preistoria fino ai nostri giorni – con un riguardo particolare sia alle specie domestiche che anche alla cosiddetta fauna “antropocora”, cioè la fauna che viene distribuita dall’uomo (choreo vuol dire infatti “diffondere”). Nel libro si apprende infatti che “antropocoro” è un termine mutuato dalla botanica, e la sua espressione si rifà ad una distinzione prettamente culturale, che ha come substrato “il fatto che la riproduzione dell’animale non è manipolata, a differenza di quanto avviene con quelli domestici”. Topi domestici (Mus musculus) e ratti neri (Rattus rattus), ad esempio, incarnano perfettamente lo stereotipo di tale tipologia di fauna, con l’aggravante di essere anche commensali dell’uomo.
La fattoria di Lorenzo il Magnifico nasce invece come seguito all’appello lanciato dal giornalista del “Corriere della Sera” Gian Antonio Stella al Festival di Sanremo del 2014 (“Negli ultimi anni sono crollati tanti pezzi d’Italia”…).
I comuni di Poggio a Caiano e di Prato chiedono a Marco di farsi portavoce del recupero della fattoria che dà il nome al libro e di “scriverne la storia, che ti riassumo brevemente di seguito: Lorenzo de’ Medici praticamente sente la necessità di crearsi una meravigliosa villa in corrispondenza degli odierni confini dei comuni succitati, la quale viene pensata in maniera molto logica, in perfetto stile mediceo.” In parole povere, Lorenzo vuole l’adozione delle stesse modalità applicate al mondo dell’architettura e delle arti in campo agricolo. Lo scopo ultimo della villa – intitolata anche “Ambra” – era la produzione di latte di vacca per la trasformazione in formaggio a grana, assente fino a quel momento in territorio toscano in quanto a vocazione caprina, e prerogativa del mondo lombardo da cui veniva importato. Inoltre, il signore toscano “con gli avanzi del siero del latte alleva per la prima volta in forma stabulata dei maiali importati a loro volta dalla Calabria”. Lorenzo de’ Medici crea in pratica una prima forma di produzione a chilometro zero, dando l’avvio ad “una sorta di ciclo produttivo non troppo distante da quello che ancora oggi caratterizza l’economia del triangolo d’oro padano composto da Modena, Reggio e Parma, con cui supporta la nascita della sua villa. Inoltre, il mecenate toscano, alla produzione strettamente agricola, accompagna anche la produzione di selvaggina e uno zoo, che lui ama in modo particolare”.

Consigli di lettura
Come ormai da tradizione, l’ultima parte dell’intervista è dedicata alla seconda domanda (forse) più difficile: libri preferiti e quindi da proporre. Gli confesso di immaginare che uno che scrive almeno legge, e che uno che legge è più portato a scrivere, anche se spesso non esiste una vera e propria correlazione. A tal proposito, la sua è come sempre una battuta di una logica disarmante: “personalmente ho scritto perché non ho trovato nella letteratura da me consultata (e quindi parliamo di una consultazione molto parziale, limitata alle mie capacità) certe informazioni che avrebbero dovuto raccontare certe cose, accendendo in me il bisogno di colmare queste lacune.”
Fatta la premessa, si sofferma poi un attimo a soppesare eventuali consigli. Il primo titolo ad uscire fuori è Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, datato 1997 e in Italia edito da Einaudi; un best seller mondiale, una pietra miliare dell’antropologia. Diamond in questo libro cerca di spiegare il motivo per il quale determinate civiltà hanno sviluppato un progresso tecnologico maggiore rispetto ad altre, il quale ha consentito alle prime una supremazia manifesta sulle seconde. “Un libro che ho trovato veramente ben fatto, ben costruito e ben documentato, anche se, lo posso dire, un po’ troppo americano. Mi spiego meglio: con ‘un po’ troppo americano’ intendo dire che, nei lavori dei colleghi americani, trovo sempre una parzialità d’informazione che probabilmente è dovuta alla loro formazione di base. A differenza di noi europei che, essendo il prodotto di una nutrita stratificazione culturale, più difficilmente ci perdiamo dietro a certe cose. Nonostante questa sia una critica neanche tanto velata, nel caso di Diamond è proprio come trovare il pelo nell’uovo.”
Pelo nell’uovo che Marco non trova in un altro testo: Mannahatta di Erik W. Sanderson, edito da Paperback. Datato 2013 ma non tradotto in italiano, descrive la “storia naturale di New York”: “è un tomone che tratta della storia ecologica di Manhattan dalla preistoria fino al ritorno naturale del castoro nel fiume del Bronx.
“Poi consiglierei due libri a cui ho preso parte ultimamente, uno alla fine dell’anno scorso, pubblicato nel 2017 da Mimesis e a cura di Franco Guardini, intitolato La luce della stella – i Re magi tra arte e storia dove mi sono occupato della parte riguardante gli animali che vengono raffigurati nelle adorazioni delle figure evangeliche nel Rinascimento. L’altro, Naturalists in the field, uscito pochi mesi fa, è un bellissimo tomone edito da Arthur McGregor, l’ex direttore dell’Ahmolean Museum di Oxford”. A firma di alcuni dei ricercatori di rilievo attualmente in attività, in quest’ultimo libro “si parla del rapporto tra i collezionisti e la ricerca sul campo a partire dal Rinascimento fino ai giorni nostri. Durante la sua realizzazione, ho avuto l’onore di contribuire con un saggio che riguarda i serragli di Lorenzo de’ Medici e di suo figlio Papa Leone X, ossia tratta dell’origine delle collezioni zoologiche che i signori toscani avevano sia a Firenze che a Roma.”

Conclusione
Prima di congedarmi, chiedo quali sono i progetti futuri del mio interlocutore. Come immaginavo, il 2019 sarà per Marco un anno di scrittura: “Sto lavorando alla seconda edizione, probabilmente pronta entro marzo, di Island of deer, pubblicato in inglese e in greco nel 2004, il quale racchiude i risultati dei primi 15 anni di ricerca che ho condotto a Rodi sul daino. Ci stavo giusto lavorando prima della tua chiamata, sarà sempre bilingue ma sarà aggiornato secondo i nuovi dati raccolti in materia.
“E poi ho già accettato la proposta di un editore – di cui non svelo il nome – di fare un altro libro in inglese, che tratta questa volta dei mammiferi del Mediterraneo. Sarà quindi un lavoro piuttosto affascinante perché tratterà non soltanto di isole, ma anche di terraferma. Ne ho già ideato il progetto e vorrei dargli un taglio strettamente biogeografico. Ovviamente, Beppe, con tutte le considerazioni di carattere genetico possibili ed immaginabili, che anzi mi supporteranno tutto il discorso biogeografico.”

Cinquantasette minuti dopo quel “Chi sono?”, mi rendo effettivamente conto della persona Marco Masseti: un Virgilio dantesco che ti guida nei meandri della natura scavando nell’arte, nella letteratura e nella storia; uno scienziato che guarda al passato pensando al futuro; uno scienziato che strizza l’occhio alle leggende ma che ricerca il dato oggettivo; un autore che legge, ma che, per fortuna, scrive.
Ma Marco Masseti è anche, e soprattutto, un fiorentino che ha fatto della Sicilia la sua seconda casa.

Una storia commestibile dell’umanità

Risultati immagini per una storia commestibile dell'umanitàUno dei grandi problemi del XXI secolo riguarda l’espansione demografica umana: in meno di cinquant’anni abbiamo superato abbondantemente i sette miliardi di persone, a scapito di un pianeta che non riesce più a reggerci e a sorreggerci. Del resto, se siamo riusciti a scansare la trappola malthusiana è solo merito del veloce processo di industrializzazione che ha caratterizzato la nostra società a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Se siamo arrivati a questo punto (di non ritorno) è solo grazie a (o a causa di, punti di vista) un insieme di fattori di cui la produttività agricola è di sicuro la causa principale: incrementata a partire dal dopoguerra (e quindi solo di recente nella storia dell’uomo) grazie alle nuove conoscenze in campo agronomico, ha contribuito infatti ad amplificare un fenomeno che ha poco a che fare con le leggi che vigono in natura. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, di cui l’installazione deve ricercarsi nelle pagine di storia ancora più datate: lo stato della popolazione mondiale attuale deve infatti la sua crescita anche e soprattutto ai retaggi di quelle nuove importazioni alimentari avvenute a partire dalla scoperta dell’America. Da quell’anno, il 1492, si è innescato un effetto domino che ha acceso a sua volta vari processi, i quali si sono riversati e si riversano, in maniera più o meno diretta, sull’uomo e sull’ambiente.
Con i viaggi di Colombo infatti l’assetto geopolitico delle civiltà medievali cambia radicalmente, e il nuovo parametro di potere diventa un alimento a noi oggi molto conosciuto ma valutato solo in ambito culinario: le spezie. “Oggi la maggior parte della gente passa accanto alle spezie del supermercato senza neanche accorgersi di quell’esercito di bottigliette. Per certi versi è una triste fine per un commercio che un tempo ridefinì il mondo”. Per lungo tempo infatti esse sono state moneta di scambio per i commerci, diventando quindi da subito sinonimo di potere e di abbondanza, e contribuendo al processo di globalizzazione che tanto caratterizza la nostra era.

Proprio su come le spezie hanno rimodellato la nostra cultura si basa Una storia commestibile dell’umanità di Tom Standage, edito da Codice Edizioni nel 2010. Tom Standage, abile divulgatore, non è nuovo nel panorama editoriale mondiale: è editor della prestigiosa “Economist” ed è stato al servizio di testate di primo livello quali il Guardian, il New York Times e Wired. In Italia ha pubblicato altri due titoli, di cui uno fa da spalla al libro qui recensito, Una storia del mondo in sei bicchieri (2005); l’altro descrive i “primi 2000 anni dei social media” e porta il titolo de I Tweet di Cicerone (2015), entrambi editi in Italia da Codice. Standage è anche un attivo blogger su questa piattaforma.

Di particolare interesse è la struttura del saggio, diviso in cinque parti. Le prime due sono introduttive all’argomento e dedicate interamente all’agricoltura, alla sua nascita e alla sua diffusione, nonché a come questo processo sia stato fondamentale nel cambiare l’assetto sociale dell’uomo: da sparuti gruppi di cacciatori-raccoglitori a sovrani e sudditi, e quindi ricchi e poveri. In questi capitoli di presentazione trovano spazio anche riflessioni riguardo la nascita delle religioni e l’impatto delle offerte votive come sintomo di potere. Le parti a seguire descrivono il fiorente commercio creatosi attorno agli alimenti, spezie tra tutti, con la conseguente diffusione dei differenti approcci culturali ad essi legati: arte, religione, geografia, stili di vita abbienti e meno agiati sono e sono stati infatti frutti di un seme chiamato globalizzazione. La quale, grazie a tre alimenti di origine vegetale onnipresenti nella nostra tavola (la patata, lo zucchero e il mais), ha permesso di svincolare l’uomo, sulla via dell’industrializzazione, dalla trappola malthusiana. L’ultima parte è quella che forse più ci tocca da vicino: le due guerre, gli alimenti in scatola, le carestie russe, lo sfruttamento ambientale e le rivoluzioni verdi, tutti argomenti che molto hanno a che fare con le metodiche strategie di potere.

Standage si serve di un linguaggio semplice, fluido, accattivante, mai ripetitivo. D’altro canto, nello sviluppare un testo del genere, ha avuto dalla sua i suggerimenti di ottimi maestri: tra tutti Michael Pollan, autore, tra gli altri, del best seller Il dilemma dell’onnivoro, e Matt Ridley, maestro divulgatore e autore de La regina Rossa, pilastro della letteratura odierna in materia di evoluzione.

Una storia commestibile dell’umanità è un gradevole resoconto sulla nostra società e su come essa sia cambiata a partire dai primi insediamenti umani fino ad oggi, che guarda l’argomento con un occhio libero dai canonici metodi di indagine: “Rispetto ai classici testi sul cibo, questo è un libro insolito perché dice ben poco sul sapore degli alimenti o sulle gioie della buona cucina”. Dice tanto invece sul suo uso come moneta di scambio, o come simbolo di potere, o come arma di distruzione di massa.

Il dilemma dell’onnivoro

6f9c52723a8d70bd300d21f782dea720_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Per “dilemma dell’onnivoro” si intende un meccanismo di conservazione della specie molto efficace. In soldoni, tale dilemma può essere sintetizzato come segue. Mentre una alimentazione mirata e super specializzata permettere di non avere dubbi su ciò che si sta mangiando, una specie onnivora può trovarsi di fronte ad alcuni bivi alimentari alquanto pericolosi. Condizioni naturali spinte, infatti, spesso comportano un cambio di ecologia che costringe tale specie a sperimentare nuove “ricette” a proprio rischio e pericolo. La selezione naturale ha permesso dunque di togliere qualsiasi dubbio ad una mucca, mentre topi e umani, onnivori per eccellenza, sono costretti ad andare per tentativi ed errori. Ciò significa che il cibo, in quest’ultimo caso, può essere una lama a doppio taglio: può permetterti di continuare a vivere o ti può ammazzare all’istante. In entrambi i casi, è spesso un singolo individuo che si fa baluardo delle nuove scoperte, al fine di garantire la minore perdita possibile in termini popolazionistici. Segue l’imitazione se il feedback è positivo; in caso contrario, il gioco ricomincia con un altro concorrente.

Riguardo la cultura alimentare umana, i meccanismi che ci hanno messo di fronte a tale dilemma sono frutto di migliaia di anni di tentativi ed errori, maturati cioè nel corso dello sviluppo delle civilità, a partire dalla notte dei tempi. A dirla tutta, anatomicamente siamo già dotati di strumenti molto efficaci, atti a consentirci di districarsi nel dedalo della cultura alimentare tra le più varie del regno animale: recettori per il gusto, il disgusto, il dolce, il salato, l’amaro, l’aspro… Una interfaccia papillare verso l’esterno, che, come dice Harris, ci permette di vedere il cibo “buono da mangiare e da pensare”. Già, perchè oltre ad essere delizia per il palato, il cibo per l’uomo deve esserlo anche per la mente, e deve passare il vaglio delle scelte attuate per procurarselo.

E’ proprio Il dilemma dell’onnivoro il fulcro dell’omonimo libro di M. Pollan edito da Adelphi (I ed. 2006), un’indagine antropologica e sociale su ciò che siamo e su ciò che mangiamo, fatto di reportage sulle industrie alimentari, sulle ripercussioni materiali e mentali di quest’ultime e di riflessioni quasi filosofiche sull’essere onnivoro.

L’incipit, come l’autore stesso confessa, parte da una domanda: “cosa mangiamo per pranzo?”. A causa di questa semplice, ma allo stesso tempo profonda, domanda, Pollan decide di toccare con mano e di prima persona tutti i processi materiali degli alimenti che mangia. Ecco dunque che la sua indagine sociale si trasforma in vita attiva, seppur per brevi periodi, in un’industria alimentare di massa, in una industria alimentare biologica, nelle piccole aziende ecosostenibili, nella caccia e raccolta di materie prime.
Il libro viene diviso in tre sezioni, in cui alla fine di ognuna l’autore pianta il seme del dilemma dell’onnivoro, un insieme di bivi morali e pragmatici con cui ognuno di noi dovrebbe confrontarsi a tavola.

Tramite le suddette indagini veniamo così a conoscenza dei tanti retroscena esistenti nell’industra alimentare. In primo luogo, tutto ciò che deriva da una produzione massiva è semplicemente sinonimo di “mais”. Questo cereale oggi viene usato ovunque: per nutrire gli animali, come fertilizzante, nei dentrifrici, nei combustibili. Se da un lato ha permesso il veloce sviluppo dell’industria del take away (un solo chicco può dare fino a 300 chicchi), dall’altro il suo alto valore alcolico intossica tutto ciò con cui viene a contatto: la fermentazione che provoca avvelena il rumine dei bovini, già destabilizzati di loro dalla catena industriale spinta e dall’acidosi che ne indebolisce il sistema immunitario; il terreno fertilizzato dai prodotti a base di mais si “eutrofizza” (anche in questo caso leggasi “avvelena”) per l’alto contenuto di azoto; noi mangiamo sempre e solo la stessa materia prima presentata in salse diverse e pagandola a caro prezzo più volte nella stessa catena alimentare.
Come ammonisce l’autore stesso, noi consumatori contribuiamo a tutto ciò sulla base del “ci giriamo dall’altra parte” per non vedere. Ecco dunque presentato il primo dilemma: la quantità a scapito dell’ambiente?

D’altro canto, se la produzione massiva di cibo ci permette di rinunciare ad un alimento rispetto ad un altro, o ci permette di essere, noi occidentali, ai primi posti per obesità, un allevamento “più naturale” e meno deleterio per i suoi ospiti è possibile, anche se spesso non sostenibile dalle tasche di tutti. In una ipotetica trasposizione teatrale, capire chi sono gli attori e come recitano nel palco della natura permetterebbe un connubio idilliaco tra uccelli e bovini, bovini e terreno, uova prodotte e decremento di infezioni in un allevamento, con conseguente abolizione degli antibiotici. Questa seconda parte del testo infatti è incentrata sul “biologico” nel senso ampio del termine, dove l’autore tocca con mano il sapore del fieno e dove presenta il secondo dilemma: il sapore a scapito del tempo a disposizione? Vale la pena impiegare un’enorme mole di sacrificio per una dozzina di uova? Se è biologico, perchè percorrere 3000km prima di essere consumato?

Di particolare interesse è poi l’approccio che l’autore ha con la caccia, sia essa animale che fungina, ultima parte del testo. Nonostante le paure, e il successivo disgusto nello sparare ad un maiale, Pollan si sente tuttavia appagato dalla cena preparata con gli ingredienti di prima mano (maiale compreso): “La cucina classica ha il potere di lenire il dilemma dell’onnivoro ammantando l’esotico di sapori familiari.” Il dilemma in questa sezione potrebbe essere riassunto così: vale la pena cacciare, soprattutto i funghi, elementi eduli che dietro nascondono insidie che possono portare alla morte? Vale la pena assecondare un istinto che tanto ci caratterizza?

Da quel “cosa mangiamo per pranzo?”, ad un panino in una grande catena, ad una frittata di uova ecosostenibili, fino ad arrivare alla cena handmade, Pollan ci porta, tentando di risolvere proprio Il dilemma dell’onnivoro, prima ancora di quelli di una catena di montaggio di un mattatoio, nei meandri mentali dell’essere onnivoro.

Breve nota biografica dell’autore. Michael Pollan è un giornalista e saggista di fama mondiale, attualmente docente all’Università di Berkeley, California. La più nota delle sue imprese riguarda appunto il libro recensito in questo post, ma non meno importanti sono In difesa del cibo (Adelphi, 2009) e Cotto (Adelphi, 2014), testi che vanno a completare l’argomento “alimentazione”. Degno di nota è anche La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (Il Saggiatore, 2009)

La “scimmia nuda”: un ballo che dura secoli

È inutile sottolineare quanto negli ultimi tempi sia tornato alla ribalta il concetto di Risultati immagini“scimmia nuda”. E dico tornato perchè in effetti non è, come ormai si sarà capito, un concetto nuovo, ma è un’espressione che gli antropologi conoscono bene e che si portano dietro da cinquanta anni precisi. Ossia, dalla pubblicazione de La scimmia nuda di Desmond Morris, il testo che ha ispirato il tormentone musicale del momento, Occidentali’s karma di Gabbani, vincitore dell’edizione 2017 di Sanremo.

Già nel momento della sua pubblicazione il libro ha suscitato scalpore, quantomeno in ambito letterario/scientifico e non commerciale: per la prima volta viene infatti descritta la nostra specie da un punto di vista diverso, e da questo momento non ha più solo una “semplice” etichetta scientifica. Il motivo  è prettamente accademico: una specie infatti per essere tale deve essere descritta da vari punti di vista, ovvero si deve conoscere in tutte le sue sfaccettature, siano esse anatomiche, paleontologiche ed etologiche (oggi a questa visione si è aggiunta anche quella genetica, ancora in embrione al tempo dell’uscita del libro). In effetti, da quando Darwin aveva messo il tarlo ne L’Origine delle specie (“luce si farà sull’origine dell’uomo”), nessuno ancora aveva trascritto le abitudini dell’uomo, motivo per cui la dicitura “H. sapiens“sembrava essere quasi campata in aria. Ci ha pensato dunque Morris, che oggi, almeno in Italia, sta vivendo una seconda gioventù letteraria, stando alle classifiche delle vendite.

Ma quali sono stati i passi del pensiero culturale occidentale che hanno portato al concetto di “scimmia nuda”?

Oggi più o meno tutti abbiamo, o dovremmo avere, cognizione del fatto che anche noi siamo degli animali, delle “scimmie nude” appunto, ma prima di arrivare a tale concezione acqua sotto i ponti ne è passata, e tanta anche.

Un primo accenno alla vera essenza dell’uomo si deve a Platone, che, oltre a considerarci privi di vello, ci considera al pari delle fiere, descrivendoci come animali privi di piume. Più simili agli uccelli dunque che ai primati. Ma se Platone è forse il primo a metterci sullo stesso piano degli animali, Aristotele non è dello stesso avviso. L’assioma che ci vorrebbe infatti degli esseri superiori e quindi in cima ad una piramide naturale si deve a quest’ultimo filosofo greco che ne esaltava le gesta rispetto al resto del mondo animale. Di conseguenza, accostare l’uomo ad un animale risulta essere, per l’uomo greco, qualcosa di barbarico. Figuriamoci ritenerlo nudo. Tale concezione è stata dura a morire durante il corso dei secoli, e, durante il Medioevo, il monopolio prima naturalistico e poi cristiano dell’ipse dixit (aristotelico per i laici, biblico per i cristiani) ha di fatto creato un tabù riguardo l’argomento “uomo e natura”.

Risultati immaginiQualcosa comincia a snaturarsi con la filosofia cartesiana, e qualcosa effettivamente comincia a mutare con il sistema di classificazione linneiano: nel grande Systema naturae pubblicato nel 1735 che tende ad identificare e a classificare tutte le specie viventi rientra per la prima volta anche l’uomo. Da questo momento anche noi quindi abbiamo una nostra carta di identità scientifica, con tanto di nome e cognome: “Homo sapiens“. Non solo: da questo momento anche l’uomo è parte integrante della natura. La descrizione accanto porta però altre tre parole, rigorosamente in latino: nosce te ipsum, conosci te stesso, un leggero atto di presunzione figlio della visione prettamente creazionista di Linneo. Ma ci sta tutto, anche se ancora siamo lontani dall’essere scimmie. Ad onor del vero, qualcuno comincia a tenere dei primati in casa, ma eleva le scimmie a uomini trogloditi, e non viceversa.

A Darwin si deve la prima vera teoria che spiegherebbe come il mondo vivente si adatta Risultati immaginicambiando, e a questa teoria non sfugge neanche l’uomo, di cui ora si tracciano anche i rapporti di parentela rispetto agli altri componenti della natura. Si scardina in questo modo un concetto durato quasi duemila anni. Ne L’Origine delle specie, datato 1859, un poco disinvolto accenno all’argomento, considerata la prudenza che necessita il contesto vittoriano. Poco più di un decennio dopo, l’uscita del testo che ha sancito le idiosincrasie della nostra specie: ne L’Origine dell’uomo (1871) si delineano le genealogie dei primati in generale e dell’uomo in particolare (“non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l’uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge [della selezione naturale”]). Non a caso, il titolo originale di questo testo è The Discendent of man. In tale modo Darwin si spinge anche oltre, azzardando dunque che la nostra specie avrebbe un antenato africano in Risultati immagini per l'origine dell'uomo e la selezione sessualecomune con le scimmie. A tutto ciò segue un acceso dibattito, di cui la frode dell’uomo di Piltdown e lo scontro tra Huxley e Wilberforce ne sono l’emblema. Ma con Darwin siamo scimmie per la prima volta. E con Shopenhauer siamo pure delle scimmie che si annoiano (“se le scimmie sapessero annoiarsi diventerebbero uomini”).

A partire dalla seconda metà del ‘900, mentre si delineano e si rimarcano le sempre più presenti diatribe tra creazionisti ed evoluzionisti, in campo antropologico si è ormai delineata la linea di discendenza del genere Homo, tramite fossili, studi primatologici e genetici. Ora siamo scimmie a tutti gli effetti, anche se siamo delle scimmie particolari.

In questo contesto si inserisce La scimmia nuda (1967- titolo originale: The naked ape): con la pubblicazione di questo testo, la specie Homo sapiens viene descritta anche dal punto di vista etologico (lo spettro anatomico è già stato da tempo sviscerato dagli antropologi, mentre la sfera paleoantropologica è ormai una scienza affermata e ha di fatto tracciato a grandi linee le discendenze della nostra specie). La tesi del libro, presentata in modo sintetico dal titolo, vorrebbe la perdita dei peli nell’uomo in quanto elemento distintivo della nostra socialità. In altre parole siamo uomini, e quindi diversi dagli altri primati, perchè abbiamo perso il pelo, e abbiamo perso il pelo perchè in questo modo, tramite la pelle, i rapporti individuali si intensificano. Soprattutto durante l’allevamento della prole. Per dirla con una battuta, abbiamo perso il pelo perchè le Australopitecine avrebbero preferito un’abbronzatura ottimale. Dal 1967 siamo delle scimmie, siamo delle scimmie particolari, e siamo delle scimmie che hanno perso il pelo, quindi nude.

Il testo si è tirato dietro diverse critiche, risulta essere ormai superato per quanto riguarda il suo assunto principale (vedasi ad esempio Marvis Harris, La nostra specie), ma rimane lo stesso un bello scorcio di letteratura scientifica che ha fatto storia. E ne farà ancora, data la rinascita che sta avendo e dato il successo di Gabbani.

Il gene del diavolo

Risultati immaginiA partire dal sequenziamento del DNA, la biologia ha vissuto e vive un periodo pieno di genetica e molecole. Ad oggi, tale scoperta ci consente di sapere in anticipo quali mutazioni porta il nostro corredo genetico e dunque di anticipare i tempi su probabili malattie ereditarie. Le quali si manifestano ancora oggi con elevata incidenza.

Nonostante le nuove e sempre più accurate conoscenze in campo biomedico, oggi la genetica deve prima di tutto confrontarsi con le tradizioni e con la cultura di ogni popolo. In molte etnie, infatti, da un lato la malattia genetica viene accettata perché volere divino, dall’altro diventa un marchio di fabbrica, un momento di identità sociale difficile da eradicare: “in certe società è peggio nascere femmine che nascere sordi”. Condizioni, queste, che incrementano il suo manifestarsi. Motivo per cui risulta importante considerare anche e soprattutto la dimensione sociale del fenomeno, prima ancora della sua genetica.

Di tutto questo si parla elegantemente ne Il gene del Diavolo, libro di Baroukh M. Assael edito da Bollati Boringhieri (2016, 186 pagine, 15€).

Argomento centrale è come la malattia genetica ereditaria sia passata da male innominabile, e per questo accettato incondizionatamente, a problema sociale risolvibile in tutte quelle popolazioni che praticano un accoppiamento mirato e/o tra consanguinei. Da qui l’assioma secondo cui le malattie genetiche oggi possono essere combattute e in molti casi arginate: bastano una giusta divulgazione e strumenti adatti. A tal proposito, Assael ci parla delle frequenze di manifestazione sempre più basse della sindrome di Tay-Sachs negli ebrei ashkenaziti, di come la fibrosi cistica sia quasi sparita in molte parti dell’Italia, di come la scomparsa della talassemia sia frutto di una ferma decisione politica. Possono essere arginate, certo, ma il fenomeno genetico deve anche confrontarsi con quello sociale: l’accoppiamento tra consanguinei ingatti contribuisce ad alimentare “il gene del diavolo”, motivo per cui, prima di entrare nel laboratorio, la malattia genetica deve uscire dall’anima dell’individuo. Anche se l’altra faccia della medaglia consiste nello spauracchio di una nuova “razza pura”: il tutto, quindi, mentre ricominciano con forza a farsi risentire le propagande eugenetiche.

Per trattare argomenti delicati come questo ci vogliono coraggio e maestria nel farlo: doti che Assael possiede appieno. Dalla sua, una lunga esperienza da ricercatore e divulgatore: è autore infatti di numerosi articoli di pediatria e infettivologia, nonchè di due testi (Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione e Il male dell’anima. L’epilessia tra ‘800 e ‘900) a carattere medico. Il tema de Il gene del diavolo è affrontato in modo chiaro, semplice e diretto, e con un approccio olistico, dove antropologia, filosofia, psicologia e scienze sociali si incontrano. Il risultato è una lettura fluida e scorrevole, senza mai essere pesante, nonostante si affrontino anche temi “caldi” come l’eugenetica e la bioetica.

Di questo libro ho poc’altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente di leggerlo. Se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro riescono a lasciarti qualcosa con prepotenza; se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti cambiano la vita; o se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti fanno confrontare con realtà apparentemente lontane dalla tua, Il Gene del Diavolo è stato per me uno di questi.