Il dilemma dell’onnivoro

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Per “dilemma dell’onnivoro” si intende un meccanismo di conservazione della specie molto efficace. In soldoni, tale dilemma può essere sintetizzato come segue. Mentre una alimentazione mirata e super specializzata permettere di non avere dubbi su ciò che si sta mangiando, una specie onnivora può trovarsi di fronte ad alcuni bivi alimentari alquanto pericolosi. Condizioni naturali spinte, infatti, spesso comportano un cambio di ecologia che costringe tale specie a sperimentare nuove “ricette” a proprio rischio e pericolo. La selezione naturale ha permesso dunque di togliere qualsiasi dubbio ad una mucca, mentre topi e umani, onnivori per eccellenza, sono costretti ad andare per tentativi ed errori. Ciò significa che il cibo, in quest’ultimo caso, può essere una lama a doppio taglio: può permetterti di continuare a vivere o ti può ammazzare all’istante. In entrambi i casi, è spesso un singolo individuo che si fa baluardo delle nuove scoperte, al fine di garantire la minore perdita possibile in termini popolazionistici. Segue l’imitazione se il feedback è positivo; in caso contrario, il gioco ricomincia con un altro concorrente.

Riguardo la cultura alimentare umana, i meccanismi che ci hanno messo di fronte a tale dilemma sono frutto di migliaia di anni di tentativi ed errori, maturati cioè nel corso dello sviluppo delle civilità, a partire dalla notte dei tempi. A dirla tutta, anatomicamente siamo già dotati di strumenti molto efficaci, atti a consentirci di districarsi nel dedalo della cultura alimentare tra le più varie del regno animale: recettori per il gusto, il disgusto, il dolce, il salato, l’amaro, l’aspro… Una interfaccia papillare verso l’esterno, che, come dice Harris, ci permette di vedere il cibo “buono da mangiare e da pensare”. Già, perchè oltre ad essere delizia per il palato, il cibo per l’uomo deve esserlo anche per la mente, e deve passare il vaglio delle scelte attuate per procurarselo.

E’ proprio Il dilemma dell’onnivoro il fulcro dell’omonimo libro di M. Pollan edito da Adelphi (I ed. 2006), un’indagine antropologica e sociale su ciò che siamo e su ciò che mangiamo, fatto di reportage sulle industrie alimentari, sulle ripercussioni materiali e mentali di quest’ultime e di riflessioni quasi filosofiche sull’essere onnivoro.

L’incipit, come l’autore stesso confessa, parte da una domanda: “cosa mangiamo per pranzo?”. A causa di questa semplice, ma allo stesso tempo profonda, domanda, Pollan decide di toccare con mano e di prima persona tutti i processi materiali degli alimenti che mangia. Ecco dunque che la sua indagine sociale si trasforma in vita attiva, seppur per brevi periodi, in un’industria alimentare di massa, in una industria alimentare biologica, nelle piccole aziende ecosostenibili, nella caccia e raccolta di materie prime.
Il libro viene diviso in tre sezioni, in cui alla fine di ognuna l’autore pianta il seme del dilemma dell’onnivoro, un insieme di bivi morali e pragmatici con cui ognuno di noi dovrebbe confrontarsi a tavola.

Tramite le suddette indagini veniamo così a conoscenza dei tanti retroscena esistenti nell’industra alimentare. In primo luogo, tutto ciò che deriva da una produzione massiva è semplicemente sinonimo di “mais”. Questo cereale oggi viene usato ovunque: per nutrire gli animali, come fertilizzante, nei dentrifrici, nei combustibili. Se da un lato ha permesso il veloce sviluppo dell’industria del take away (un solo chicco può dare fino a 300 chicchi), dall’altro il suo alto valore alcolico intossica tutto ciò con cui viene a contatto: la fermentazione che provoca avvelena il rumine dei bovini, già destabilizzati di loro dalla catena industriale spinta e dall’acidosi che ne indebolisce il sistema immunitario; il terreno fertilizzato dai prodotti a base di mais si “eutrofizza” (anche in questo caso leggasi “avvelena”) per l’alto contenuto di azoto; noi mangiamo sempre e solo la stessa materia prima presentata in salse diverse e pagandola a caro prezzo più volte nella stessa catena alimentare.
Come ammonisce l’autore stesso, noi consumatori contribuiamo a tutto ciò sulla base del “ci giriamo dall’altra parte” per non vedere. Ecco dunque presentato il primo dilemma: la quantità a scapito dell’ambiente?

D’altro canto, se la produzione massiva di cibo ci permette di rinunciare ad un alimento rispetto ad un altro, o ci permette di essere, noi occidentali, ai primi posti per obesità, un allevamento “più naturale” e meno deleterio per i suoi ospiti è possibile, anche se spesso non sostenibile dalle tasche di tutti. In una ipotetica trasposizione teatrale, capire chi sono gli attori e come recitano nel palco della natura permetterebbe un connubio idilliaco tra uccelli e bovini, bovini e terreno, uova prodotte e decremento di infezioni in un allevamento, con conseguente abolizione degli antibiotici. Questa seconda parte del testo infatti è incentrata sul “biologico” nel senso ampio del termine, dove l’autore tocca con mano il sapore del fieno e dove presenta il secondo dilemma: il sapore a scapito del tempo a disposizione? Vale la pena impiegare un’enorme mole di sacrificio per una dozzina di uova? Se è biologico, perchè percorrere 3000km prima di essere consumato?

Di particolare interesse è poi l’approccio che l’autore ha con la caccia, sia essa animale che fungina, ultima parte del testo. Nonostante le paure, e il successivo disgusto nello sparare ad un maiale, Pollan si sente tuttavia appagato dalla cena preparata con gli ingredienti di prima mano (maiale compreso): “La cucina classica ha il potere di lenire il dilemma dell’onnivoro ammantando l’esotico di sapori familiari.” Il dilemma in questa sezione potrebbe essere riassunto così: vale la pena cacciare, soprattutto i funghi, elementi eduli che dietro nascondono insidie che possono portare alla morte? Vale la pena assecondare un istinto che tanto ci caratterizza?

Da quel “cosa mangiamo per pranzo?”, ad un panino in una grande catena, ad una frittata di uova ecosostenibili, fino ad arrivare alla cena handmade, Pollan ci porta, tentando di risolvere proprio Il dilemma dell’onnivoro, prima ancora di quelli di una catena di montaggio di un mattatoio, nei meandri mentali dell’essere onnivoro.

Breve nota biografica dell’autore. Michael Pollan è un giornalista e saggista di fama mondiale, attualmente docente all’Università di Berkeley, California. La più nota delle sue imprese riguarda appunto il libro recensito in questo post, ma non meno importanti sono In difesa del cibo (Adelphi, 2009) e Cotto (Adelphi, 2014), testi che vanno a completare l’argomento “alimentazione”. Degno di nota è anche La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (Il Saggiatore, 2009)

La “scimmia nuda”: un ballo che dura secoli

È inutile sottolineare quanto negli ultimi tempi sia tornato alla ribalta il concetto di Risultati immagini“scimmia nuda”. E dico tornato perchè in effetti non è, come ormai si sarà capito, un concetto nuovo, ma è un’espressione che gli antropologi conoscono bene e che si portano dietro da cinquanta anni precisi. Ossia, dalla pubblicazione de La scimmia nuda di Desmond Morris, il testo che ha ispirato il tormentone musicale del momento, Occidentali’s karma di Gabbani, vincitore dell’edizione 2017 di Sanremo.

Già nel momento della sua pubblicazione il libro ha suscitato scalpore, quantomeno in ambito letterario/scientifico e non commerciale: per la prima volta viene infatti descritta la nostra specie da un punto di vista diverso, e da questo momento non ha più solo una “semplice” etichetta scientifica. Il motivo  è prettamente accademico: una specie infatti per essere tale deve essere descritta da vari punti di vista, ovvero si deve conoscere in tutte le sue sfaccettature, siano esse anatomiche, paleontologiche ed etologiche (oggi a questa visione si è aggiunta anche quella genetica, ancora in embrione al tempo dell’uscita del libro). In effetti, da quando Darwin aveva messo il tarlo ne L’Origine delle specie (“luce si farà sull’origine dell’uomo”), nessuno ancora aveva trascritto le abitudini dell’uomo, motivo per cui la dicitura “H. sapiens“sembrava essere quasi campata in aria. Ci ha pensato dunque Morris, che oggi, almeno in Italia, sta vivendo una seconda gioventù letteraria, stando alle classifiche delle vendite.

Ma quali sono stati i passi del pensiero culturale occidentale che hanno portato al concetto di “scimmia nuda”?

Oggi più o meno tutti abbiamo, o dovremmo avere, cognizione del fatto che anche noi siamo degli animali, delle “scimmie nude” appunto, ma prima di arrivare a tale concezione acqua sotto i ponti ne è passata, e tanta anche.

Un primo accenno alla vera essenza dell’uomo si deve a Platone, che, oltre a considerarci privi di vello, ci considera al pari delle fiere, descrivendoci come animali privi di piume. Più simili agli uccelli dunque che ai primati. Ma se Platone è forse il primo a metterci sullo stesso piano degli animali, Aristotele non è dello stesso avviso. L’assioma che ci vorrebbe infatti degli esseri superiori e quindi in cima ad una piramide naturale si deve a quest’ultimo filosofo greco che ne esaltava le gesta rispetto al resto del mondo animale. Di conseguenza, accostare l’uomo ad un animale risulta essere, per l’uomo greco, qualcosa di barbarico. Figuriamoci ritenerlo nudo. Tale concezione è stata dura a morire durante il corso dei secoli, e, durante il Medioevo, il monopolio prima naturalistico e poi cristiano dell’ipse dixit (aristotelico per i laici, biblico per i cristiani) ha di fatto creato un tabù riguardo l’argomento “uomo e natura”.

Risultati immaginiQualcosa comincia a snaturarsi con la filosofia cartesiana, e qualcosa effettivamente comincia a mutare con il sistema di classificazione linneiano: nel grande Systema naturae pubblicato nel 1735 che tende ad identificare e a classificare tutte le specie viventi rientra per la prima volta anche l’uomo. Da questo momento anche noi quindi abbiamo una nostra carta di identità scientifica, con tanto di nome e cognome: “Homo sapiens“. Non solo: da questo momento anche l’uomo è parte integrante della natura. La descrizione accanto porta però altre tre parole, rigorosamente in latino: nosce te ipsum, conosci te stesso, un leggero atto di presunzione figlio della visione prettamente creazionista di Linneo. Ma ci sta tutto, anche se ancora siamo lontani dall’essere scimmie. Ad onor del vero, qualcuno comincia a tenere dei primati in casa, ma eleva le scimmie a uomini trogloditi, e non viceversa.

A Darwin si deve la prima vera teoria che spiegherebbe come il mondo vivente si adatta Risultati immaginicambiando, e a questa teoria non sfugge neanche l’uomo, di cui ora si tracciano anche i rapporti di parentela rispetto agli altri componenti della natura. Si scardina in questo modo un concetto durato quasi duemila anni. Ne L’Origine delle specie, datato 1859, un poco disinvolto accenno all’argomento, considerata la prudenza che necessita il contesto vittoriano. Poco più di un decennio dopo, l’uscita del testo che ha sancito le idiosincrasie della nostra specie: ne L’Origine dell’uomo (1871) si delineano le genealogie dei primati in generale e dell’uomo in particolare (“non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l’uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge [della selezione naturale”]). Non a caso, il titolo originale di questo testo è The Discendent of man. In tale modo Darwin si spinge anche oltre, azzardando dunque che la nostra specie avrebbe un antenato africano in Risultati immagini per l'origine dell'uomo e la selezione sessualecomune con le scimmie. A tutto ciò segue un acceso dibattito, di cui la frode dell’uomo di Piltdown e lo scontro tra Huxley e Wilberforce ne sono l’emblema. Ma con Darwin siamo scimmie per la prima volta. E con Shopenhauer siamo pure delle scimmie che si annoiano (“se le scimmie sapessero annoiarsi diventerebbero uomini”).

A partire dalla seconda metà del ‘900, mentre si delineano e si rimarcano le sempre più presenti diatribe tra creazionisti ed evoluzionisti, in campo antropologico si è ormai delineata la linea di discendenza del genere Homo, tramite fossili, studi primatologici e genetici. Ora siamo scimmie a tutti gli effetti, anche se siamo delle scimmie particolari.

In questo contesto si inserisce La scimmia nuda (1967- titolo originale: The naked ape): con la pubblicazione di questo testo, la specie Homo sapiens viene descritta anche dal punto di vista etologico (lo spettro anatomico è già stato da tempo sviscerato dagli antropologi, mentre la sfera paleoantropologica è ormai una scienza affermata e ha di fatto tracciato a grandi linee le discendenze della nostra specie). La tesi del libro, presentata in modo sintetico dal titolo, vorrebbe la perdita dei peli nell’uomo in quanto elemento distintivo della nostra socialità. In altre parole siamo uomini, e quindi diversi dagli altri primati, perchè abbiamo perso il pelo, e abbiamo perso il pelo perchè in questo modo, tramite la pelle, i rapporti individuali si intensificano. Soprattutto durante l’allevamento della prole. Per dirla con una battuta, abbiamo perso il pelo perchè le Australopitecine avrebbero preferito un’abbronzatura ottimale. Dal 1967 siamo delle scimmie, siamo delle scimmie particolari, e siamo delle scimmie che hanno perso il pelo, quindi nude.

Il testo si è tirato dietro diverse critiche, risulta essere ormai superato per quanto riguarda il suo assunto principale (vedasi ad esempio Marvis Harris, La nostra specie), ma rimane lo stesso un bello scorcio di letteratura scientifica che ha fatto storia. E ne farà ancora, data la rinascita che sta avendo e dato il successo di Gabbani.

Il gene del diavolo

Risultati immaginiA partire dal sequenziamento del DNA, la biologia ha vissuto e vive un periodo pieno di genetica e molecole. Ad oggi, tale scoperta ci consente di sapere in anticipo quali mutazioni porta il nostro corredo genetico e dunque di anticipare i tempi su probabili malattie ereditarie. Le quali si manifestano ancora oggi con elevata incidenza.

Nonostante le nuove e sempre più accurate conoscenze in campo biomedico, oggi la genetica deve prima di tutto confrontarsi con le tradizioni e con la cultura di ogni popolo. In molte etnie, infatti, da un lato la malattia genetica viene accettata perché volere divino, dall’altro diventa un marchio di fabbrica, un momento di identità sociale difficile da eradicare: “in certe società è peggio nascere femmine che nascere sordi”. Condizioni, queste, che incrementano il suo manifestarsi. Motivo per cui risulta importante considerare anche e soprattutto la dimensione sociale del fenomeno, prima ancora della sua genetica.

Di tutto questo si parla elegantemente ne Il gene del Diavolo, libro di Baroukh M. Assael edito da Bollati Boringhieri (2016, 186 pagine, 15€).

Argomento centrale è come la malattia genetica ereditaria sia passata da male innominabile, e per questo accettato incondizionatamente, a problema sociale risolvibile in tutte quelle popolazioni che praticano un accoppiamento mirato e/o tra consanguinei. Da qui l’assioma secondo cui le malattie genetiche oggi possono essere combattute e in molti casi arginate: bastano una giusta divulgazione e strumenti adatti. A tal proposito, Assael ci parla delle frequenze di manifestazione sempre più basse della sindrome di Tay-Sachs negli ebrei ashkenaziti, di come la fibrosi cistica sia quasi sparita in molte parti dell’Italia, di come la scomparsa della talassemia sia frutto di una ferma decisione politica. Possono essere arginate, certo, ma il fenomeno genetico deve anche confrontarsi con quello sociale: l’accoppiamento tra consanguinei ingatti contribuisce ad alimentare “il gene del diavolo”, motivo per cui, prima di entrare nel laboratorio, la malattia genetica deve uscire dall’anima dell’individuo. Anche se l’altra faccia della medaglia consiste nello spauracchio di una nuova “razza pura”: il tutto, quindi, mentre ricominciano con forza a farsi risentire le propagande eugenetiche.

Per trattare argomenti delicati come questo ci vogliono coraggio e maestria nel farlo: doti che Assael possiede appieno. Dalla sua, una lunga esperienza da ricercatore e divulgatore: è autore infatti di numerosi articoli di pediatria e infettivologia, nonchè di due testi (Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione e Il male dell’anima. L’epilessia tra ‘800 e ‘900) a carattere medico. Il tema de Il gene del diavolo è affrontato in modo chiaro, semplice e diretto, e con un approccio olistico, dove antropologia, filosofia, psicologia e scienze sociali si incontrano. Il risultato è una lettura fluida e scorrevole, senza mai essere pesante, nonostante si affrontino anche temi “caldi” come l’eugenetica e la bioetica.

Di questo libro ho poc’altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente di leggerlo. Se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro riescono a lasciarti qualcosa con prepotenza; se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti cambiano la vita; o se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti fanno confrontare con realtà apparentemente lontane dalla tua, Il Gene del Diavolo è stato per me uno di questi.