Informazioni su Giuseppe Bellomo

sono un (quasi) naturalista: un giovane appassionato di scienza e di tutte le meraviglie che la natura ci propone (!). il blog nasce per cercare di rispondere "alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e il tutto!"

Spillover

Come per il rapporto tra preda e predatore, ne esiste uno quasi morboso tra i patogeni e le loro vittime che spesso sfocia nelle epidemie di massa. In questa dicotomia naturale, a cambiare sono i protagonisti e le motivazioni per cui eventi del genere si verificano. Di fondo, una spinta innata a modellare i ritmi della vita.

Prendiamo la specie H. sapiens: le grandi piaghe che lo hanno afflitto “sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria.” Il passaggio ecoetologico da cacciatore-raccoglitore a sedentario ha infatti comportato per l’uomo da un lato l’essere a stretto contatto con gli animali addomesticati, dall’altro una produzione sempre maggiore di rifiuti prodotti da un sempre maggiore consumo di risorse. Unico denominatore comune tra le due crisi sono appunto le epidemie.
Le alte densità popolazionistiche hanno poi amplificato un problema che, come un effetto domino, ha modificato radicalmente il rapporto tra l’uomo e i vari patogeni esistenti in natura, innescando una serie di conseguenze che la storia ci racconta e l’attualità ci ricorda.
Ma se alcune epidemie sono le conseguenze dirette di un radicale cambio nello stile di vita, altre invece richiamano alla nostra memoria che, avendole ereditate direttamente dai nostri parenti viventi più prossimi, siamo figli di una stessa madre, di madre natura. Altre ancora ci confessano invece come la nostra essenza non sia poi così lontana da quella prettamente animale.

Nell’occhio del ciclone epidemico si ritrovano spesso i virus. La struttura prettamente genetica permette loro non solo di adattarsi perfettamente al corredo ereditario dell’ospite, ma anche di evolvere abbastanza velocemente. Ecco perché il prossimo Big One, la prossima epidemia di massa, potrebbe essere dietro l’angolo, e potrebbe manifestarsi anche domani. A fare da intermediari, o in gergo tecnico da “ospiti serbatoio”, gli animali, siano essi domestici o selvatici:

Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi.

Ma c’è di più. Il momento in cui il virus muta nell’ospite serbatoio e decide di allargare i suoi orizzonti eziologici prende il nome di “spillover”, di cui una definizione romanzata potrebbe essere la seguente:

Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere in premio una vita nuova in spazi più larghi. Ha una minima probabilità di non finire in un vicolo cieco, di andare là dove non è mai andato e di essere ciò che non è mai stato. Talvolta ha un colpo di fortuna.

Lo spillover è in pratica il momento di tracimazione da parte dell’agente patogeno verso la conquista di una nuova nicchia ecologica. Il punto di non ritorno.

A parlarci dell'”evoluzione delle pandemie”, di zoonosi e di virus è David Quammen nel suo Spillover, edito in Italia da Adelphi nel 2014. Spillover, si sarà intuito come il titolo del testo non sia casuale, racconta il nascere, l’adattarsi e l’evolversi di alcune epidemie-spesso virali- che hanno colpito l’intero genere umano negli ultimi due secoli, quali Hendra, Nipah, Ebola, HIV, e Sars. Epidemie che però sono anche il pretesto per parlare del forte legame esistente tra uomo e natura.

Interessante l’approccio all’argomento: indagare sulla biogeografia virale, andare a toccare con mano i luoghi che hanno riguardato le epidemie, intervistare i protagonisti che hanno ad esempio lavorato alle analisi genetiche dei virus, fare una chiacchierata con qualche miracolato, cercare riscontri e riferimenti in letteratura e nella storia. Degno di nota.

A parlarne con questi toni, Spillover sembrerebbe un libro a sfondo apocalittico: Spillover è anche tutt’altro. Quammen, visitando in prima persona molte zone equatoriali a cui si attribuiscono tanti punti zero delle epidemie, è entrato in contatto con le culture locali, ancora prettamente radicate nell’indigeno. Di tale contatto il libro è pieno di rimandi e riferimenti, e sovente lo scrittore rende partecipi dei riti di iniziazione di alcune popolazioni, o della struttura gerarchica di altre, o del rapporto con la natura che tutte hanno radicate nell’animo. Momenti culturali che purtroppo sono stati spesso la causa del diffondersi di gran parte delle piaghe succitate.

Ma Spillover è anche uno di quei libri di difficile classificazione letteraria: un libro di viaggi? Forse: Quammen, al fine di indagare sulla natura dei disastri epidemici di cui parla, ha in effetti girato il mondo in lungo e in largo, disegnando molti dei tratti antropologici degli abitanti del luogo e delle loro zone geografiche. Un romanzo? Pensandoci bene, potrebbe essere classificato anche come un romanzo: lo scrittore riesce a rendere fluido un argomento a tratti delicato (si veda il manifestarsi dell’HIV e la sua propagazione), ma allo stesso tempo riesce ad impressionare con maestria lo stato d’animo di uno sfortunato paziente zero. La prosa, in aggiunta, non è per niente farraginosa, e spesso non mancano le battute in stile british. Un saggio a carattere medico-scientifico? Prima di acquistarlo era riposto nel reparto “medicina”, e leggendolo, mi sono accorto come le sue fotografie investigative hanno un corpus ben strutturato: bibliografia completa, argomentazioni forti, ipotesi ben supportate e illustrate, pareri degli esperti. Sì, anche questa categoria potrebbe contenerlo.

Classificazioni letterarie a parte, Quammen e Spillover ci ricordano quanto siamo sul filo del rasoio, e quanto la metafora della lotteria valga anche per noi. Anche perchè, è bene ricordarlo, “solo il diavolo sa quale sarà la prossima epidemia.” E, peggio ancora, quando si potrebbe verificare.


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Breve nota biografica dell’autore: David Quammen è un giornalista americano. I suoi articoli hanno fatto da colonna al “National Geographic”, “Harpe’s” e “Rolling Stone”, nonchè al “The New York Times Book Review”. Ad oggi ha pubblicato più di quindici libri a diverso stampo: viaggi, natura e reportage scientifici sono i temi maggiormente trattati dallo scrittore. In Italia, oltre Spillover, sono stati pubblicati Alla ricerca del predatore alfa. Il mangiatore di uomini nelle giungle della storia e della mente (2005, Adelphi) e L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione (2008, Codice Edizioni).

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Una storia commestibile dell’umanità

Risultati immagini per una storia commestibile dell'umanitàUno dei grandi problemi del XXI secolo riguarda l’espansione demografica umana: in meno di cinquant’anni abbiamo superato abbondantemente i sette miliardi di persone, a scapito di un pianeta che non riesce più a reggerci e a sorreggerci. Del resto, se siamo riusciti a scansare la trappola malthusiana è solo merito del veloce processo di industrializzazione che ha caratterizzato la nostra società a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Se siamo arrivati a questo punto (di non ritorno) è solo grazie a (o a causa di, punti di vista) un insieme di fattori di cui la produttività agricola è di sicuro la causa principale: incrementata a partire dal dopoguerra (e quindi solo di recente nella storia dell’uomo) grazie alle nuove conoscenze in campo agronomico, ha contribuito infatti ad amplificare un fenomeno che ha poco a che fare con le leggi che vigono in natura. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, di cui l’installazione deve ricercarsi nelle pagine di storia ancora più datate: lo stato della popolazione mondiale attuale deve infatti la sua crescita anche e soprattutto ai retaggi di quelle nuove importazioni alimentari avvenute a partire dalla scoperta dell’America. Da quell’anno, il 1492, si è innescato un effetto domino che ha acceso a sua volta vari processi, i quali si sono riversati e si riversano, in maniera più o meno diretta, sull’uomo e sull’ambiente.
Con i viaggi di Colombo infatti l’assetto geopolitico delle civiltà medievali cambia radicalmente, e il nuovo parametro di potere diventa un alimento a noi oggi molto conosciuto ma valutato solo in ambito culinario: le spezie. “Oggi la maggior parte della gente passa accanto alle spezie del supermercato senza neanche accorgersi di quell’esercito di bottigliette. Per certi versi è una triste fine per un commercio che un tempo ridefinì il mondo”. Per lungo tempo infatti esse sono state moneta di scambio per i commerci, diventando quindi da subito sinonimo di potere e di abbondanza, e contribuendo al processo di globalizzazione che tanto caratterizza la nostra era.

Proprio su come le spezie hanno rimodellato la nostra cultura si basa Una storia commestibile dell’umanità di Tom Standage, edito da Codice Edizioni nel 2010. Tom Standage, abile divulgatore, non è nuovo nel panorama editoriale mondiale: è editor della prestigiosa “Economist” ed è stato al servizio di testate di primo livello quali il Guardian, il New York Times e Wired. In Italia ha pubblicato altri due titoli, di cui uno fa da spalla al libro qui recensito, Una storia del mondo in sei bicchieri (2005); l’altro descrive i “primi 2000 anni dei social media” e porta il titolo de I Tweet di Cicerone (2015), entrambi editi in Italia da Codice. Standage è anche un attivo blogger su questa piattaforma.

Di particolare interesse è la struttura del saggio, diviso in cinque parti. Le prime due sono introduttive all’argomento e dedicate interamente all’agricoltura, alla sua nascita e alla sua diffusione, nonché a come questo processo sia stato fondamentale nel cambiare l’assetto sociale dell’uomo: da sparuti gruppi di cacciatori-raccoglitori a sovrani e sudditi, e quindi ricchi e poveri. In questi capitoli di presentazione trovano spazio anche riflessioni riguardo la nascita delle religioni e l’impatto delle offerte votive come sintomo di potere. Le parti a seguire descrivono il fiorente commercio creatosi attorno agli alimenti, spezie tra tutti, con la conseguente diffusione dei differenti approcci culturali ad essi legati: arte, religione, geografia, stili di vita abbienti e meno agiati sono e sono stati infatti frutti di un seme chiamato globalizzazione. La quale, grazie a tre alimenti di origine vegetale onnipresenti nella nostra tavola (la patata, lo zucchero e il mais), ha permesso di svincolare l’uomo, sulla via dell’industrializzazione, dalla trappola malthusiana. L’ultima parte è quella che forse più ci tocca da vicino: le due guerre, gli alimenti in scatola, le carestie russe, lo sfruttamento ambientale e le rivoluzioni verdi, tutti argomenti che molto hanno a che fare con le metodiche strategie di potere.

Standage si serve di un linguaggio semplice, fluido, accattivante, mai ripetitivo. D’altro canto, nello sviluppare un testo del genere, ha avuto dalla sua i suggerimenti di ottimi maestri: tra tutti Michael Pollan, autore, tra gli altri, del best seller Il dilemma dell’onnivoro, e Matt Ridley, maestro divulgatore e autore de La regina Rossa, pilastro della letteratura odierna in materia di evoluzione.

Una storia commestibile dell’umanità è un gradevole resoconto sulla nostra società e su come essa sia cambiata a partire dai primi insediamenti umani fino ad oggi, che guarda l’argomento con un occhio libero dai canonici metodi di indagine: “Rispetto ai classici testi sul cibo, questo è un libro insolito perché dice ben poco sul sapore degli alimenti o sulle gioie della buona cucina”. Dice tanto invece sul suo uso come moneta di scambio, o come simbolo di potere, o come arma di distruzione di massa.

La sesta estinzione

Sulla definizione del genere letterario “non-fiction” non esistono ancora definizioni precise e univoche. Qualcuno ne parla come di un saggio sfumato con l’arte del romanzo; qualcun altro come di un romanzo che usa i principi oggettivi della saggistica. Di certo vi è la sua natura ibrida che sembra ben adattarsi alle esigenze del lettore .

Di questo adeguamento letterario, peraltro tanto giovane, Elizabeth Kolbert ne ha fatto di necessità virtù: con l’idea di raccontare ciò che sta avvenendo al nostro pianeta, un’idea ben organizzata e romanzata, è riuscita a vincere il Premio Pulitzer nel 2015. L’idea presuppone la descrizione dei dati raccolti nell’ambito della cosiddetta “Sesta Estinzione“, fenomeno che ha dato il titolo al libro (nella versione originale con sottotitolo An Unnatural History tradotto letteralmente) edito in Italia da Neri Pozza (2014), ripubblicato da Beat edizioni (2016) e vincitore del premio di cui sopra.

Per capire la maestria dell’autrice e la potenza del genere non-fiction, basta leggere l’incipit:

Gli inizi, si dice, tendono a restare avvolti nell’ombra.
È il caso di questa storia, che comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. La specie in questione non ha ancora un nome- nulla ha, ancora, un nome-, ma possiede la capacità di dare un nome alle cose.
(Il capoverso è dell’autrice.)

La specie in questione è la nostra, Homo sapiens, e lo scenario inquietante che si intravede da queste prime battute di tastiera si riferisce a qualcosa di naturale: le estinzioni. Naturale, sì, fino all’arrivo della nostra prepotenza. L’uomo infatti in poco meno di duecento mila anni ha completamente stravolto le sorti del nostro pianeta, dando inizio ad un periodo denominato “Antropocene” di cui tanto dovremmo sentirci responsabili. Deturpamento ambientale, perdita massiccia di specie, cambio degli equilibri ecologici sono solo alcuni dei fenomeni innescati dalla nostra presenza. Sia ben chiaro: oggi facciamo mea culpa con cognizione di causa, ma i processi succitati sono iniziati in contemporanea con la comparsa di quel bipede di cui siamo i diretti discendenti, e sono andati di pari passo con lo sviluppo della società umana. Ad esempio, basti pensare che la massima perdita di biodiversità, con tutte le conseguenze del caso, si è avuta in contesto imperiale romano. E questo avveniva duemila anni fa, non in epoca Trump.
Con lo sviluppo della società umana, si sono aggiunti altri fattori che hanno un sapore orwelliano, quali le emissioni di CO2 in atmosfera con conseguente acidificazione degli oceani, o la sempre più presente importazione di specie aliene in territori per loro vergini, un fenomeno, quest’ultimo, spesso sottovalutato ma di enorme impatto. Come tende a sottolineare l’autrice, “si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire”. Ad oggi, un dente ce lo siamo tolto: il National Geographic ha già dichiarato morta la barriera corallina; speriamo di non rimanere sdentati con i sempre più “destinati a scomparire”.
Già, “destinati a scomparire”. Scomparire è come dire estinguersi, un fenomeno naturale e con i suoi tempi dettati dall’orologio terrestre, e non accelerati e/o amplificati dall’ultimo arrivato. (Che poi, fino all’arrivo di Cuvier- che Dio l’abbia in gloria-, nessuno aveva mai pensato alla scomparsa di interi gruppi biologici, e quindi nessuno aveva mai preso in considerazione tale concetto. Figurarsi disquisire sul fenomeno.)

D’altro canto, la storia della terra ha già visto tra i suoi capitoli cinque potenti momenti storici denominati “Big Five”, cinque grandi momenti di crisi di diversità biologica che nulla hanno a che fare, però, con l’uomo. Ma che, di contro, hanno permesso, per esempio, la radiazione adattativa dei Mammiferi quando un meteorite ha intercettato la Terra, causandone di riflesso la scomparsa dei dinosauri ma lasciando spazio a sufficienza per tramandare prole a quel gruppo tassonomico che tanto faticava ad emergere. Da quì, si è arrivati a quel bipede tuttofare, prepotente ed eponimo.

Ma sta proprio nella duplice natura del fenomeno estinzione per il quale lo si considera naturale: se da un lato vengono a mancare interi gruppi tassonomici, dall’altro tali mancanze possono contemporaneamente dare il via a diversi processi speciativi, ossia a quei processi che portano alla formazione di un nuovo gruppo tassonomico. Ciò che però si sottovaluta è la scala temporale: eventi del genere si sono verificati in milioni di anni, e non in una manciata di millenni.

Elizabeth Kolbert parlandoci di estinzioni preferisce avere dei punti fissi, alcuni attuali, altri passati, molti estinti per cause naturali, molti altri per motivi antropici. Ogni protagonista è il leitmotiv di un capitolo ed è diagnostico per l’argomento da sviluppare: la rana d’oro sudamericana funge da apripista, mentre l’alca gigante, le ammoniti, i granchi, la categoria tassonomica dei molluschi, i pipistrelli, i rinoceronti, i marsupiali, nonchè la flora in generale e il cugino Homo neanderthalensis ci accompagnano per tutto il testo. In cui non mancano gli interventi di esperti e i riferimenti ai grandi studiosi del passato.

“La vera forza di questo libro- dice il New York Times- risiede nel contesto scientifico e storico che la Kolbert riproduce documentando le innumerevoli perdite che gli esseri umani stanno lasciando dietro di sè”.
L’intero libro gioca con varie scale temporali, alternando presente e passato, spiando al futuro e descrivendo eventi storici di enorme portata. Il tutto con rigore degno di nota.
Dalle pagine trasudano una delicata passione per la vita e tanto rispetto per la morte, mentre tra le righe aleggia un lieve senso di colpa dal gusto a tratti distopico, a tratti fantascientifico: ti arriva lo schiaffo quando capisci che invece, a prescindere dal naturale o meno, è tutto reale. Purtroppo.

Breve nota biografica sull’autrice: Elizabeth Kolbert è una newyorkese di tutto rispetto: è stata redattrice del Times (dal 1992 al 1997), mentre al momento si occupa di cambiamenti climatici e riscaldamento globale per il New Yorker. Tra le sue opere figura Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change (Bloomsbury, 2006). Con La sesta estinzione ha raggiunto i massimi vertici della divulgazione, vincendo nel 2015 il premio più prestigioso per uno scrittore: il Pulitzer- in questo caso per la categoria “non-fiction”.

P.s.
La quarta di copertina di un libro dovrebbe descrivere a grandi linee il tema centrale del testo. E’ quindi un importante biglietto da visita, che deve essere compatto, preciso e sintetico. Ma deve essere anche e soprattutto corretto. Entrambe le edizioni pubblicate in Italia (Neri Pozza e Beat) non hanno tenuto conto però nè della precisione nè forse dell’argomento del testo, che vorrei ricordare, è un Premio Pulitzer: sostengono che le “Big Five” sono state opera dell’uomo, e sconoscono completamente quelle poche regole che sostentano la letteratura scientifica. Di seguito, la presentazione incriminata:

[…] La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata, a un certo punto della sua storia, «specie dell’homo sapiens» e, tra le catastrofi da essa causate, cinque sono state così grandi da meritare il nome di «Big Five». Questo libro, che ha avuto uno strabiliante successo al suo apparire negli Stati Uniti, ripercorre la storia dei «Big Five» per gettare luce su un altro allarmante evento che gli esseri umani stanno producendo. È presto per dire se esso è comparabile, per forza e portata, ai «Big Five», ma è in corso ed è noto col nome di Sesta Estinzione. […]
(Dal sito di Neri Pozza)

Peccato incappare in un errore così grossolano.

Il libro del mare

La quantità di acqua presente sul nostro pianeta è di circa tre volte maggiore rispetto a quella della terra emersa. Dato tale rapporto, il nostro pianeta dovrebbe avere quel nome, acqua, e non questo, terra. Purtroppo o per fortuna le cose sono andate come le conosciamo, e così ce le teniamo.
Riflessioni kafkiane a parte, l’acqua è da sempre stata interessante da più punti di vista: in campo letterario per la mole di opere che ha ispirato, per la filosofia per i molteplici spunti di riflessione che ha iniziato, in materia di chimico-fisica per le sue proprietà uniche, a livello biologico per avere acceso un fuoco che ancora oggi brucia: la vita, una combustione che dura da più di tre miliardi e mezzo di anni e che ha forgiato le infinite forme viventi appartenenti ai cinque grandi regni della natura.

Presa singolarmente ogni disciplina di cui sopra ha il suo fascino, ma è possibile associare tutte queste visioni differenti in un approccio vasto ed olistico? È possibile parlare di acqua sotto tutte le sue sfumature? È possibile, al contempo, leggere di coccolitofori, di acidificazione degli oceani, di Moby Dick e di terre leggendarie? Sì, tutto questo è possibile se si scrive un libro sul quel gran pentolone di acqua salata esistente in natura, il mare, e se si seguono le tracce del mostro marino nordico per eccellenza: lo squalo della Groenlandia.

A proposito di mostri marini. Lo squalo della Groenlandia, una specie (in senso tassonomico) di vertebrato cartilagineo, nonchè il più grosso carnivoro tra i viventi, si pone al limite tra la realtà e la mitologia per la sua ecologia troppo schiva e riservata nei confronti dell’uomo. Nonostante in passato sia stato infatti soggetto delle fantastiche scritture dei poeti nordici e dei miti da essi tramandati, oggi, accantonato l’alone di mistero di cui era impregnata la sua fama, si continua a conoscere ben poco della e sulla sua figura. Di certo, sapere che è il vertebrato più longevo in natura non permette di scrollarsi completamente di dosso tale nomea: “[…]oggi potremmo imbatterci in un esemplare nato prima che Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole”.

Proprio intorno alla sua evanescente presenza ruota Il libro del mare di Morten Strøksnes (Iperborea, 2017), un racconto su […] come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare.
Morten Strøksnes, scrittore norvegese, e un suo amico di vecchia data, abbastanza determinato, taciturno e artista sui generis, decidono di andare a caccia dello squalo della Groenlandia armati di tanto coraggio e di tanta speranza: nei periodi favorevoli e con circa quattrocento metri di lenza si immergono nella bellezza dei mari del nord e constatano in prima persona di quanta pazienza e fermezza d’animo necessita chi vuole affrontare un’avventura del genere. Avventura non di prima mano, sia chiaro: molti (tra parenti, amici e mentori vari) prima di loro hanno già provato l’ebbrezza di una impresa simile, ma i nostri decidono comunque di affrontare il viaggio privi di ogni consiglio e consci del fatto che, scevri da ogni influenza, l’emozione di potersi trovare di fronte al leggendario mostro marino non potrà essere di certo subito dimenticata.

Così come il mare ha funto da faro per diversi grandi maestri della letteratura, allo stesso modo la permanenza in acqua ad intervalli regolari permette a Strøksnes di essere a sua volta illuminato, e, di conseguenza, di essere a sua volta un cicerone: indirizza infatti il lettore nell’universo marino, sviscerandone ogni suo più recondito meandro e regalandogli un’opera ai limiti del poema epico. Il risultato è “Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino […]”, che ha come linea guida uno dei mostri acquatici più temuti dai marinai dell’ultima Thule.
Ma il libro racconta anche di elementi culturali e sociali di grande spessore: miti e leggende legati, ovviamente, al mare e ai mostri marini, resoconti di scambi commerciali e culturali tra gli abitanti del nord e l’Italia, riflessioni evoluzionistiche e stratigrafie geologiche, introspezioni legate al culto dell’ignoto si rivelano essere il giusto corollario ad un giusto teorema. Il tutto cucito da una prosa degna di un poeta, di facile lettura e fluida come l’ambiente che ci descrive.
(Che poi, se nel testo ti ritrovi anche Thor, il supereroe Marvel, figlio di Odino, allora capisci quanto davvero potente possa essere questo pentolone pieno di acqua salata e quanto geniale possa essere stato l’autore.)

Il libro al momento si colloca al secondo posto tra i più venduti del mese nella categoria “casa editrice”, e, stando alle premesse, farà ancora molta strada: è stato un caso letterario alla Fiera di Francoforte del 2015 ed è in corso di pubblicazione in più di 20 paesi. E’ infatti un libro fatto di grandi speranze, di grandi aspettative, e di grandi promesse: navigare tra le sue pagine significa remare tra curiosità, cultura e pathos, elementi con cui Strøksnes ha intriso ogni sua frase.

Breve nota biografica sull’autore: Morten Strøksnes è uno scrittore, storico, giornalista e fotografo norvegese. Riguardo la sua carriera da scrittore ha all’attivo diversi reportage e saggi, mentre in campo prettamente letterario scrive recensioni per i principali giornali e riviste letterarie norvegesi. Tra i suoi lavori si annoverano quattro libri acclamati dalla critica di reportage letterario e di saggistica narrativa, tra cui Un omicidio in Congo.

L’arte di collezionare mosche

Iperborea è una casa editrice nata meno di vent’anni fa, diciannove per l’esattezza, che come pregio ha quello di aver portato in Italia i venti del nord, soffiati dalla sua letteratura; il suo unico, forse, “difetto” è quello di non poter competere con i grandi colossi dell’editoria in quanto ancora troppo giovane, nonostante il suo fatturato negli ultimi anni sia cresciuto in media del 20% ogni anno.
Il suo marchio di fabbrica sta nelle sue edizioni, oltre ai suoi scrittori inediti in Italia: un formato che richiama la forma e la dimensione dei mattoni di terracotta, quasi a ricordarci che i libri sono, indiscutibilmente, i mattoni della mente.

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Confesso di non conoscere appieno il suo catalatogo, ma, da quando è stato pubblicato, un suo libro ha attirato subito la mia attenzione. Per vari motivi. Primo: la copertina. Sarà per deformazione professionale, ma se in quest’ultima ci sono delle mosche messe in posa come per un cassetto di un museo ecco che divento vittima del marketing mediatico. Secondo: il titolo. L’arte di collezionare mosche. Accostare assieme i termini “arte”, “collezionare” e “mosche” fa accendere il secondo campanello di allarme. Terzo: la presentazione. Se l’autore viene presentato come “scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale”, mentre la quarta di copertina recita “tutti nell’intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti”, allora ecco che si chiude il cerchio. Attirata completamente la mia attenzione, leggo pure la trama, per fugare ogni dubbio. Posato il libro, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave della sinossi che apparentemente sono sconnesse tra loro: “insetti”, “sirfidi”, “collezionismo”, “irrequieti”, “Chatwin”, “Lawrence”, “Kundera”. Colpo di fulmine istantaneo, e motivo per cui sto quì a presentarvi appunto L’arte di collezionare mosche di F. Sjoberg, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice succitata.

Ma andiamo subito al sodo. Il libro di Sjöberg è di difficile categorizzazione: si presenta a tratti come un saggio, a tratti come un romanzo; il testo è una miscela di prosa e poesia, mentre il suo ritmo per alcuni versi sembra accelerare, a volte rallenta, altre volte ancora subisce una sincope che quasi sembra prenderti a sberle. E’ un pò come stare sul nastro di Möebius, dove sai da dove sei partito, ti ritrovi in un punto di arrivo opposto a quello di partenza ma non ti rendi conto come ci sei arrivato: letteratura, riflessione e divulgazione si fondono con umorismo e poesia.
Tecniche stilistiche a parte, andiamo alla trama. Il racconto si svolge su due livelli. Il primo, il filo di Arianna di tutto, è una soluzione omogenea composta da un solvente, incarnato nell’autobiografia dell’autore, e da un soluto, rappresentato dai sirfidi, dove per “sirfidi” si identifica quel gruppo di insetti che comunemente chiamiamo mosche. Proprio le mosche sono i protagonisti indiscussi del testo e primo amore naturalistico di Sjöberg.
L’altro livello narra delle vite di personaggi autorevoli in diversi campi, dall’entomologia alla storia, dal teatro alla letteratura alla filosofia, che in qualche modo si sono trovati davanti il cammino di Sjöberg. Tra questi, spicca la figura di Malaise, inventore della trappola per insetti che porta il suo nome, “illustre scienziato e teorico visionario dell’esistenza di Atlantide. L’uomo degli eccessi che diventa per Sjöberg il suo inafferrabile alter ego”. I due livelli si intrecciano a vicenda, a volte si allontano, altre volte ancora sembrano avere l’effetto di uno tsunami che sbatte sulla costa. Magnifico, direi.

Il testo, ed è questo il dato interessante, la ciliegina sulla torta, può essere letto anche tramite un’altra chiave di lettura: quella prettamente naturalistica. Per i naturalisti, le isole sono dei paradisi in tutto e per tutto. Sono spazi biologici ampi per la loro peculiare biodiversità, ma sono al contempo spazi geografici ristretti per lo studioso che presto o tardi impara a memoria ogni loro segreto. In fin dei conti, 15 km quadrati sono molto pochi per l’uomo, ma sono un’immensità per le mosche. Motivo per cui Sjöberg decide di trasferirsi proprio su una piccola isola spinto dal forte senso naturalistico con cui è cresciuto, e con il proposito di dedicare anima e corpo al collezionismo delle mosche “isolane”. Perchè proprio le mosche? “In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, (…) le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia”. Un pò di parte, bisogna ammetterlo, ma chi sono io per giudicare? Non si vedono tanto in giro scrittori che scrivono di natura, figuriamoci di mosche, e con lo stesso stile!

Spinto da una forte lentezza d’animo e da una spiccata passione nata in adolescenza, Sjöberg diventa allora un entomologo specialista in sirfidi, e ci descrive, quasi come se stesse scrivendo un diario, le emozioni che possono scaturire dalla conoscenza approfondita dei luoghi e degli animali che lo hanno reso tale. Al grido di “nessuna persona sensata si interessa alle mosche”.

Ma L’arte di collezionare mosche è anche altro. È un inno al collezionismo e alla bellezza delle forme della natura. È un bestiario sull’animo umano, un elogio alla lentezza e alla solitudine. E’ un saggio che tratta di insetti, ma è anche un romanzo che tratta di maestri in diversi campi dello scibile umano. È, in pratica, tanta roba intrisa di voli pindarici che non stancano e tengono sveglia la mente del lettore mentre si scorre ogni singola parola del testo: “(…) perchè la natura, o almeno il pensiero della natura, è una via fuga”. Da cosa, non è dato sapersi, ma si lascia a noi lettori la libera interpretazione.

Breve nota biografica dell’autore: Fredrik Sjöberg è un entomologo, scrittore teatrale, giornalista culturale e collezionista. Da quando si è trasferito in una delle piccole isole al largo della Svezia, di fronte Stoccolma, ha ampliato la sua collezione di mosche, diventandone il maggiore esperto nel territorio. Tale collezione è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009, riscuotendo discreto successo. Attualmente, sempre per Iperborea, ha pubblicato, oltre L’arte di collezionare mosche (2015), anche Il re dell’uvetta (2016) e Una via di fuga (2017), racconti che, in un modo o nell’altro, parlano sempre e solo di natura.

Il coccodrillo come fa

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In natura, l’unico processo davvero significativo è l’atto riproduttivo, con tutte le conseguenze del caso. Durante il corso del tempo geologico, che ha scandito il plasmarsi delle moltitudini di specie animali attuali ed estinte, tale processo si è presentato con modalità differenti. Anche se è difficile immaginare i modelli passati, di base c’è e forse c’è stata, almeno per la riproduzione sessuata, l’esistenza di due e due soli sessi. Non di più. Il frutto di tale fenomeno può essere identificato con “biodiversità”, un vasto insieme che comprende al suo interno tante cose differenti, a livelli diversi e su piani diversi: morfologico, genetico o comportamentale. Ma ciò è vero anche per tutto quello che concerne la fitness delle specie (ossia la capacità di tramandare discendenti), a partire dagli organi riproduttivi fino ad arrivare alle cosiddette cure parentali (l’allevamento della prole), passando per i rituali di accoppiamento. Sorprende infatti sapere quanto diversi siano i meccanismi che permettono ad una specie di rimanere a galla nel vasto mare dell’evoluzione, e i processi riproduttivi in questo ne sono i protagonisti.

Motivo per cui leggere Il coccodrillo come fa. La vita sessuale degli animali permette di averne una panoramica generale. Il saggio, uscito nel 2014 per Codice Edizioni, si compone di una bella rassegna sulla “vita sessuale degli animali”, come recita il sottotitolo, dove per animali quì si intende un assaggio di tutti i grandi gruppi di vertebrati, dai pesci cartilaginei all’uomo. L’autrice, Lisa Signorile, riesce a rendere divertente, senza mai tralasciare il rigore scientifico, un argomento che, sotto molti aspetti, ancora oggi risulta essere per noi uomini un tabù. Come la masturbazione: molte sono infatti le specie che praticano l’autoerotismo, anche se, tra tutti, i mammiferi sembrano essere i più “autodidatti”. È stato osservato, racconta la Signorile, come cani, gatti, cavalli, cervi, delfini e soprattutto primati, riescano a “piacersi” e a “compiacersi” da soli o, in mancanza di una parte anatomica prensile, con l’aiuto di qualche oggetto, come una liana o una staccionata, o semplicemente con il dondolio del proprio corpo (Ah, sia ben chiaro: sia maschi che femmine!).

Per non parlare delle dimensioni. Nonostante noi Sapiens manteniamo il primato, in proporzione molti sono i taxa animali che pareggiano il conto e una, al momento, sembra avvalersi del titolo di “Rocco Siffredi dei vertebrati”: un uccello, un’anatide sudamericano conosciuto col nome comune di gobbo argentino (Oxyura vittata), possiede un pene tre volte più lungo del suo corpo per un totale di circa 42 cm, dotato (o a ‘sto punto sarebbe meglio dire “superdotato”) di uno scovolino all’estremità e di spine lungo tutta la sua lunghezza (sai che felicità per la signora “gobba”). Ma questo non è il solo caso interessante: il pene quadricefalo dell’echidna permette all’animale di avere un asso nella manica (o tra i pantaloni): all’occorrenza, prima un lato (due emipeni), poi l’altro (gli altri due), nel caso in cui qualcosa andasse storto. Di contro, anche se spesso le dimensioni non contano (non per noi!) quasi tutte le specie animali, soprattutto quelle a riproduzione interna, sono molto veloci “sotto le lenzuola”. Uomo compreso. (Alla faccia dei clichè!).

E l’omosessualità, allora? Argomento ancora più tabù. Considerata fino a qualche tempo fa un’aberrazione naturale, e di cui ancora ci portiamo dietro i retaggi culturali, Il coccodrillo come fa ci racconta come in natura non sia un comportamento poi così contro natura. Se a praticarla sono infatti almeno 1500 specie, tra vertebrati e non, dovrà pur avere qualche valenza evolutiva che evidentemente tanto aberrante non sarà (e credetemi, ce l’ha eccome una valenza!). Sapere poi che gli albatri instaurano spesso rapporti omosessuali che nei casi piu duraturi si aggirano intorno al ventennio dovrebbe farci riflettere a riguardo. (Ah, già, i bonobo, i primati più prossimi all’uomo: quelli sì che hanno capito tutto. E poi ci sono i delfini, magnifiche e spietate bestie…)

E i rituali di accoppiamento? Sono forse la massima espressione della biodiversità conosciuta: nell’atto della scelta del partner infatti i pretendenti “tirano fuori” tutte quelle caratteristiche che altrimenti servirebbero a ben poco. Colori sgargianti, abilità architettoniche degne dei più abili costruttori, truffe, vere e proprie offerte votive all’amante, ricompense sono solo alcuni esempi di come la selezione naturale plasma i processi di corteggiamento (e credetemi, macchine costose o bicipiti scolpiti sono poca roba a confronto). Di base, un solo mantra: mater semper certa est, per citare l’autrice, con la conseguenza di una sex ratio sbilanciata a favore dei maschi che devono inventarsi quindi qualsiasi diavoleria pur di fare conquiste. Anche “travestirsi” da femmina (!), come avviene nel serpente giarrettiera (Thamnophis sirtalis parietalis).

Per non parlare delle cure parentali: molto dispendiose nei mammiferi e negli uccelli (nei cuculi no, loro si servono di altri volatili). E il sesso del nascituro? Bhè, quello è un sistema tanto semplice quanto complicato, varia da specie a specie e si presenta con una genetica sui generis in funzione del gruppo animale. Basti però pensare che tra un pò di tempo (tranquilli, si parla di tempo geologico) con buone probabiltà non ci saranno più (ahimè) maschietti in giro.

Curiose le circostanze che hanno portato alla stesura del testo: la biologa, spinta dai refeer del suo blog (L’orologiaio miope), si accorge di quanto gli internauti siano incuriositi dall’argomento “sesso” in contesto animale e non (e te pareva!). Dopo tre anni di incubazione, e sotto la spinta dell’editore che ne aveva avuto sentore tempo prima, decide di mettere su carta gli interessi (o le fantasie) dei suoi lettori, regalandoci un saggio leggero, fresco e interessante, adatto ad una lettura sotto l’ombrellone. Il coccodrillo come fa (…”non c’è nessuno che lo sa… parapaparapà…”) ci regala una bella avventura nel mondo animale, uomo compreso, con lo scopo di farci conoscere più da vicino le meraviglie della natura, con uno stile frizzante, un’ironia acuta e un rigore accademico degno di nota. Il tutto correlato da magnifici disegni, che permettono di vedere ciò che è espresso nel testo. Perchè, evidentemente, la Signorile sa come fa il coccodrillo, e ce lo vuole far sapere anche in questo modo. E leggendo il libro, anche noi lo sapremo (e lo sapranno anche in Germania, visto che il saggio ha attraversato le Alpi di recente).

Breve nota biografica sull’autrice: Lisa Signorile è una biologa esperta in genetica di popolazioni, attualmente londinese di adozione. Al pubblico non è nuova: tiene oramai da un decennio una rubrica sul National Geografic intitolata L’orologiaio miope, omonima al suo primo successo editoriale pubblicato sempre da Codice nel 2012.

Il dilemma dell’onnivoro

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Per “dilemma dell’onnivoro” si intende un meccanismo di conservazione della specie molto efficace. In soldoni, tale dilemma può essere sintetizzato come segue. Mentre una alimentazione mirata e super specializzata permettere di non avere dubbi su ciò che si sta mangiando, una specie onnivora può trovarsi di fronte ad alcuni bivi alimentari alquanto pericolosi. Condizioni naturali spinte, infatti, spesso comportano un cambio di ecologia che costringe tale specie a sperimentare nuove “ricette” a proprio rischio e pericolo. La selezione naturale ha permesso dunque di togliere qualsiasi dubbio ad una mucca, mentre topi e umani, onnivori per eccellenza, sono costretti ad andare per tentativi ed errori. Ciò significa che il cibo, in quest’ultimo caso, può essere una lama a doppio taglio: può permetterti di continuare a vivere o ti può ammazzare all’istante. In entrambi i casi, è spesso un singolo individuo che si fa baluardo delle nuove scoperte, al fine di garantire la minore perdita possibile in termini popolazionistici. Segue l’imitazione se il feedback è positivo; in caso contrario, il gioco ricomincia con un altro concorrente.

Riguardo la cultura alimentare umana, i meccanismi che ci hanno messo di fronte a tale dilemma sono frutto di migliaia di anni di tentativi ed errori, maturati cioè nel corso dello sviluppo delle civilità, a partire dalla notte dei tempi. A dirla tutta, anatomicamente siamo già dotati di strumenti molto efficaci, atti a consentirci di districarsi nel dedalo della cultura alimentare tra le più varie del regno animale: recettori per il gusto, il disgusto, il dolce, il salato, l’amaro, l’aspro… Una interfaccia papillare verso l’esterno, che, come dice Harris, ci permette di vedere il cibo “buono da mangiare e da pensare”. Già, perchè oltre ad essere delizia per il palato, il cibo per l’uomo deve esserlo anche per la mente, e deve passare il vaglio delle scelte attuate per procurarselo.

E’ proprio Il dilemma dell’onnivoro il fulcro dell’omonimo libro di M. Pollan edito da Adelphi (I ed. 2006), un’indagine antropologica e sociale su ciò che siamo e su ciò che mangiamo, fatto di reportage sulle industrie alimentari, sulle ripercussioni materiali e mentali di quest’ultime e di riflessioni quasi filosofiche sull’essere onnivoro.

L’incipit, come l’autore stesso confessa, parte da una domanda: “cosa mangiamo per pranzo?”. A causa di questa semplice, ma allo stesso tempo profonda, domanda, Pollan decide di toccare con mano e di prima persona tutti i processi materiali degli alimenti che mangia. Ecco dunque che la sua indagine sociale si trasforma in vita attiva, seppur per brevi periodi, in un’industria alimentare di massa, in una industria alimentare biologica, nelle piccole aziende ecosostenibili, nella caccia e raccolta di materie prime.
Il libro viene diviso in tre sezioni, in cui alla fine di ognuna l’autore pianta il seme del dilemma dell’onnivoro, un insieme di bivi morali e pragmatici con cui ognuno di noi dovrebbe confrontarsi a tavola.

Tramite le suddette indagini veniamo così a conoscenza dei tanti retroscena esistenti nell’industra alimentare. In primo luogo, tutto ciò che deriva da una produzione massiva è semplicemente sinonimo di “mais”. Questo cereale oggi viene usato ovunque: per nutrire gli animali, come fertilizzante, nei dentrifrici, nei combustibili. Se da un lato ha permesso il veloce sviluppo dell’industria del take away (un solo chicco può dare fino a 300 chicchi), dall’altro il suo alto valore alcolico intossica tutto ciò con cui viene a contatto: la fermentazione che provoca avvelena il rumine dei bovini, già destabilizzati di loro dalla catena industriale spinta e dall’acidosi che ne indebolisce il sistema immunitario; il terreno fertilizzato dai prodotti a base di mais si “eutrofizza” (anche in questo caso leggasi “avvelena”) per l’alto contenuto di azoto; noi mangiamo sempre e solo la stessa materia prima presentata in salse diverse e pagandola a caro prezzo più volte nella stessa catena alimentare.
Come ammonisce l’autore stesso, noi consumatori contribuiamo a tutto ciò sulla base del “ci giriamo dall’altra parte” per non vedere. Ecco dunque presentato il primo dilemma: la quantità a scapito dell’ambiente?

D’altro canto, se la produzione massiva di cibo ci permette di rinunciare ad un alimento rispetto ad un altro, o ci permette di essere, noi occidentali, ai primi posti per obesità, un allevamento “più naturale” e meno deleterio per i suoi ospiti è possibile, anche se spesso non sostenibile dalle tasche di tutti. In una ipotetica trasposizione teatrale, capire chi sono gli attori e come recitano nel palco della natura permetterebbe un connubio idilliaco tra uccelli e bovini, bovini e terreno, uova prodotte e decremento di infezioni in un allevamento, con conseguente abolizione degli antibiotici. Questa seconda parte del testo infatti è incentrata sul “biologico” nel senso ampio del termine, dove l’autore tocca con mano il sapore del fieno e dove presenta il secondo dilemma: il sapore a scapito del tempo a disposizione? Vale la pena impiegare un’enorme mole di sacrificio per una dozzina di uova? Se è biologico, perchè percorrere 3000km prima di essere consumato?

Di particolare interesse è poi l’approccio che l’autore ha con la caccia, sia essa animale che fungina, ultima parte del testo. Nonostante le paure, e il successivo disgusto nello sparare ad un maiale, Pollan si sente tuttavia appagato dalla cena preparata con gli ingredienti di prima mano (maiale compreso): “La cucina classica ha il potere di lenire il dilemma dell’onnivoro ammantando l’esotico di sapori familiari.” Il dilemma in questa sezione potrebbe essere riassunto così: vale la pena cacciare, soprattutto i funghi, elementi eduli che dietro nascondono insidie che possono portare alla morte? Vale la pena assecondare un istinto che tanto ci caratterizza?

Da quel “cosa mangiamo per pranzo?”, ad un panino in una grande catena, ad una frittata di uova ecosostenibili, fino ad arrivare alla cena handmade, Pollan ci porta, tentando di risolvere proprio Il dilemma dell’onnivoro, prima ancora di quelli di una catena di montaggio di un mattatoio, nei meandri mentali dell’essere onnivoro.

Breve nota biografica dell’autore. Michael Pollan è un giornalista e saggista di fama mondiale, attualmente docente all’Università di Berkeley, California. La più nota delle sue imprese riguarda appunto il libro recensito in questo post, ma non meno importanti sono In difesa del cibo (Adelphi, 2009) e Cotto (Adelphi, 2014), testi che vanno a completare l’argomento “alimentazione”. Degno di nota è anche La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (Il Saggiatore, 2009)