Informazioni su Giuseppe Bellomo

Sono un (quasi) naturalista: un giovane appassionato di scienza e di tutte le meraviglie che la natura ci propone (!). Il blog nasce per cercare di rispondere "alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e il tutto!"

A cena con Darwin – Cibo, bevande ed evoluzione

E se l’atto del mangiare e delle relative scelte alimentari fosse anche legato a qualcosa di più “profondo”? E se alla base ci fossero anche delle vere e proprie scelte evolutive, che ci accompagnano da prima che Homo sapiens nascesse? In fondo, se l’evoluzione non avesse favorito la nascita dell’uovo oggi molte delle nostre pietanze non esisterebbero. O se non avessimo addomesticato il grano non avremmo potuto inventare il pane. Con tutte le variazioni sul tema ad essi collegati.
Ad esempio. Per fare i pancake – alimento tipico della cultura americana – occorrono uova, farina e latte. Questi, oltre ad essere ingredienti di una ricetta, sono soprattutto “il prodotto di milioni di anni di evoluzione e rappresentano … una soluzione geniale al problema della riproduzione fuori dall’acqua”(!). Il loro alto contenuto nutritivo, inoltre, risulta essere un valore aggiunto: sono stati favoriti dall’evoluzione per assicurare la progenie, e quindi per nutrire. “Rifletteteci bene e vi accorgerete che dietro un’idea simile può nascondersi una storia intera”, lunga anche milioni di anni.
Questo punto di vista, forse non troppo convenzionale in materia di cibo, è presentato da Jonathan Silvertown nel suo ultimo libro targato Bollati Boringhieri: A cena con Darwin. Cibo, bevande ed evoluzione (giugno 2018).
Silvertown porta avanti l’ipotesi secondo cui in tutto quello che mangiamo, prima di esserci una ragione culturale, c’è una lunga storia fatta di mutazioni e selezioni; e “in tutte le liste della spesa, le ricette, i menù e gli ingredienti c’è un silenzioso invito a cena con il padre dell’evoluzione, Charles Darwin”.
L’ecologo – perché prima di essere uno scrittore Silvertown è un docente universitario -, fin da subito usa un simpatico espediente narrativo per presentarci le sue tesi: un immaginario banchetto con i vari progenitori di Homo sapiens è il pretesto per parlare, ad esempio, delle abitudini alimentari di Lucy, l’Australopithecus afarensis, o di quando Homo erectus ha introdotto il fuoco nella cucina del genere Homo, retaggi culturali che fanno da sfondo a quello che noi oggi mangiamo, a quello che noi oggi siamo.
In una splendida recensione, Guido Barbujani paragona il saggio di Silvertown ad “un romanzo picaresco: uno di quei romanzi in cui il protagonista cade in disgrazia, e se arriva a cavarsela è solo attraverso tante peripezie e compromessi in un mondo spietato, ogni giorno sudando sette camicie per mettere insieme il pranzo con la cena. Se è così bisogna dire che l’idea è davvero buona e la scelta del protagonista perfetta: perché il protagonista, perennemente alla ricerca di cibo, siamo tutti noi.”
Per ogni capitolo Silvertown usa un ricettario formidabile per prepararci un pasto luculliano: un pizzico di genetica, biochimica quanto basta, una corposa glassa di biologia evoluzionistica, diversi grammi di preistoria e antropologia culturale, e, ciliegina sulla torta, alcuni riferimenti a Dickens, a Shakesperareare, o alle grandi opere del passato. E poi, un ultimo ingrediente ad insaporire il tutto: l’ironia, che caratterizza tutto l’arco narrativo. A tal proposito, vi porto un piccolo assaggio, dal capitolo dedicato ai formaggi:

Quando la muffa “Scopularopsis brevicalis” – un nome bizzarro, non c’è che dire – non è di turno nel caseificio, la possiamo trovare sulla pelle, nella terra, nella paglia e nei semi che i ratti canguro conservano nelle guance capienti. La sua parente “Scopulariopsis candida”, invece, sembra più affezionata ai formaggi, anche se ne sono state trovate tracce nelle pagine di un libro. Le cronache scientifiche non dicono se “S. candida” preferisca la narrativa o la saggistica.

Dalla cottura dei cibi alle zuppe, per passare alla carne e al pesce, per non dimenticare le bevande per antonomasia – birra e vino-, fino ad arrivare ad un capitolo sul cibo del futuro e a un altro dedicato alle “buone maniere a tavola”, A cena con Darwin non è il solito libro sull’evoluzione e non è il solito libro di cucina. È molto di più: è un libro sull’evoluzione della cucina. O come suggerisce il suo autore, è un libro sulla “gastroevoluzione”.

Breve nota biografica sull’autore:Jonathan Silvertown è docente di ecologia evoluzionistica a Edimburgo dal 2014, con una linea di ricerca vasta ma oculata: evoluzione e biologia delle popolazioni delle piante. Nel 2011 è stato premiato dalla British Ecological Society, ed è membro fondatore dell’ Ecological Continuity Trust, un progetto incentrato sulla salvaguardia dell’ambiente. Al grande pubblico è noto per aver già scritto due saggi a carattere biologico: La vita segreta dei semi (2010), che descrive i processi che concorrono alla selezione e dispersione dei semi in natura, e I segreti della durata della vita (2015), un saggio sui meccanismi biologici che allungano la vita, in Italia entrambi editi da Bollati Boringhieri.

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Intervista a Marco Masseti

“Chi sono? Questa è davvero una domanda difficilissima, perché è davvero difficile che un autore riesca a parlare di sé, a meno di una persona con seri problemi di ordine psicologico.
“Che posso dire… Sono uno molto appassionato delle cose che fa, per mia fortuna: mi piace molto il tipo di ricerca che conduco, e mi dà sempre motivi di crescita e sviluppo. Credo sia questa l’unica cosa che posso dirti di me.”
Inizia con questa risposta la bella chiacchierata con Marco Masseti, autore di Zoologia della Sicilia araba e normanna.
Marco Masseti è “uno specialista di popolazioni animali insulari”, con linea di ricerca incentrata sul rapporto esistente tra l’uomo e gli animali – con un occhio di riguardo più sulle popolazioni selvatiche che su quelle domestiche. Nel suo curriculum conta anche la nomina a Fellow della Linnean Society di Londra, che mi spiega essere “un riconoscimento prestigioso che ti viene conferito sulla base delle attività che hai svolto”.
Se è vero l’adagio secondo cui non è tanto chi sei ma quello che fai a qualificarti, allora siamo davanti ad un pezzo da novanta: membro dell’IUCN, si occupa da più di un ventennio della protezione e della salvaguardia della popolazione relitta di daini (Dama dama) dell’isola di Rodi. Ed è nelle sue mani il destino di alcuni taxa animali: è membro infatti di una delle commissioni che si occupano di aggiornare le schede sullo stato di conservazione della fauna; nel suo caso, degli ungulati e dei carnivori.
L’autore fiorentino è anche uno che non le manda di certo a dire, come avremo modo di leggere a breve e come si sarà intuito dall’incipit di questo post.

L’amor che move il sole e l’altre stelle
Rotto il ghiaccio, sono curioso di sapere quale strada ha percorso per diventare un professionista di tale calibro. Mi confessa di una “serie di coincidenze favorevoli” sostenute dalla profusione al massimo impegno e della possibilità di girare per il Mediterraneo, il frutto della fiducia concessagli in primis dall’Università fiorentina, e in secundis dalla Comunità Europea: i due enti infatti gli hanno permesso rispettivamente di potersi dedicare alla fauna insulare e a quella greca.
In questo contesto si inserisce Zoologia della Sicilia araba e normanna, suo ultimo libro. Il saggio, che racconta di fauna e arte senza soluzione di continuità, “è la storia di un grande fascino esercitato sul suo autore; che la Sicilia e soprattutto l’area normanna della Sicilia – quella occidentale – esercitano in sostanza su di me. Nulla togliendo alla bellezza di quella orientale”, mi spiega che la parte occidentale dell’isola contiene molti più resti, più vestigia, più ricordi, più monumenti del passato sia arabo che normanno. I quali rappresentano, come tiene a puntualizzare, “un unicum nella storia delle civiltà umane: mentre nella maggior parte delle vestigia del mondo islamico che noi oggi conosciamo ci arrivano attraverso le elaborazioni successive di epoche piuttosto tarde – vedasi la Alhambra di Granada –, a Palermo e dintorni i monumenti arabi e normanni sono cristallizzati al XII – XIII secolo”. Ed è proprio questo che lo affascina.

Fatti non foste a viver come bruti
Zoologia della Sicilia araba e normanna è soprattutto un confronto multidisciplinare di informazioni multidisciplinari, deducibili sia dall’architettura e dalla letteratura che dalla moderna ricerca archeozoologica. La quale, “molte volte ha suffragato la ricerca di tipo iconografico che stavo conducendo”, mi rivela Marco, “altre volte l’ha praticamente sconfessata, dicendomi, ad esempio, che certe specie che erano raffigurate in documenti iconografici islamici o normanni non avevano il corrispettivo archeologico nello scavo – o viceversa”.
Due esempi tra tutti: l’istrice e il parrocchetto dal collare. A proposito del roditore (Hystrix cristata) Masseti mi conferma che “non son venute fuori immagini di istrice in Sicilia”, a differenza di una documentazione osteologica non antica che supporta la tesi secondo cui non esistono animali di tale specie nel periodo arabo-normanno. “E questo è un dato di fatto”, conclude in proposito.
Riguardo il parrocchetto dal collare (Psittacula krameri) prosegue: “ha in sé un’altra storia, anche questa molto affascinante”. Mi racconta di come questo uccello sia una costante iconografica – “in tutto il mondo ellenistico, romano, tardo-antico e medievale” – forse proprio a causa del fatto che si tratta di un animale “parlante” e dalla particolare livrea, e di come buone probabilità lo vogliano già presente ad Alessandria di Egitto proprio a partire dall’età classica. “A tal proposito, credo che la sua presenza in Europa sia il prodotto di animali scappati alla cattività e poi riprodottisi in natura fino a comporre delle popolazioni vitali”, chiosa Marco, “anche se non mi sento di escludere a priori che possano essere in parte il risultato di spostamenti erratici di popolazioni esistenti da età storica nel Vicino Oriente, probabilmente di origine artificiale.”

L’assenza di evidenza non è l’evidenza dell’assenza
“Se ci rifletti, non si tratta solo di credenza (sic), ma per molti autori si tratta di dati assoluti!”.
Leggendo il suo libro, si viene a conoscenza del fatto che fino alla prima metà del Novecento in Sicilia era molto diffusa la “credenza” relativa alla diffusione del coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus) nell’isola, alimentata da eminenti naturalisti – Doderlein, Minà Palumbo, Rafinesque – e tramandata nei loro scritti.
“In tutta questa storia”, puntualizza Marco, “la vera meraviglia è che non si può escludere a priori la presenza del rettile, anche se attualmente la mia supposizione non è corroborata da alcuna verifica oggettiva – ossia non esiste nessuna prova osteologica a conferma. Ma anche se si fosse trovata, nulla vieta di pensare ad un caso isolato, figlio di una importazione occasionale o volontaria”. Proprio nel suo ultimo libro Marco ci dice quanto siano risaputi infatti i vari tentavi storici di impiantare popolazioni di coccodrilli in alcune zone della Sicilia, i quali possono effettivamente averci vissuto per brevi periodi di tempo, senza però aver lasciato traccia. Alla stessa stregua dei diversi tentativi di introduzione del camaleonte (Chamaeleo africanus) negli stessi territori, mai andati a buon fine (a differenza di Malta dove ne vive ancora una popolazione autoriproducentesi). “Del resto”, mi spiega, “la stessa presenza e diffusione del papiro (Cyperus papyrus) – in Sicilia una specie introdotta in età storica e divenuto elemento della flora locale – ci dice che potenzialmente esistono le condizioni per la sopravvivenza di elementi esotici in areale siciliano”. In sostanza, un qui pro quo generato da un ragionamento induttivo mal compreso.

L’estrema specializzazione che porta all’estinzione
Nel 1970 Jacques Monod, Nobel per la medicina, scriveva, nel suo saggio ormai diventato una pietra miliare della letteratura scientifica, Il caso e la necessità, “di pensare la propria disciplina nel quadro generale della cultura moderna, per arricchirlo non solo di nozioni importanti dal punto di vista tecnico, ma anche di quelle idee […] significative dal punto di vista umano.” Era cioè un modo per invogliare le moderne scienze ad approcciarsi alle cose di natura con fare aperto.
Le cose non sono andate come Monod sperava, e Marco, purtroppo, me lo conferma: oltre nell’odierno sistema scolastico, “percepisco questa tendenza da una ventina d’anni anche nel mondo scientifico in generale, ossia la tendenza di cercare di trovare un’estrema specializzazione che, se vuoi, può essere anche frutto della moda del momento.” In parole povere, tale estrema specializzazione nelle scienze naturali consiste nel dare oggi molta importanza all’indagine genetica, ad esempio, e a tutto ciò che ne concerne: dalla bontà dei protocolli di cui si serve, alla correttezza dell’esecuzione nei laboratori degli stessi. Tale importanza spesso comporta però una perdita di informazioni, o per meglio dire, porta ad un distaccamento dalla reale spiegazione di un fenomeno naturale. Per dirla con le parole di Marco, “e diciamo che è un po’ una critica che muovo verso il mondo scientifico attuale, il tutto resta un po’ limitato e ristretto dentro i laboratori”, restituendo, nella migliore delle ipotesi, un’informazione parziale e distaccata dalla realtà che non si attaglia con la veridicità della soluzione al problema in esame. Secondo Marco, con cui concordo, alla base ci sarebbe un mancato insegnamento verso i cosiddetti approcci olistici, una mancata educazione verso una visione stereoscopica della natura che si è riversata, e continua, verso le nuove generazioni. “Personalmente sostengo da un lato che sia giusto attribuire questa importanza alla genetica – molte volte è fondamentale per dirimere una matassa un po’ complicata, dall’altro che bisogna avere un approccio generale ai problemi, perché altrimenti potremmo restare limitati alle conseguenze di questo atteggiamento. Magari non capiremo neanche che ne stiamo pagando lo scotto, che è ancora peggio (sic)”.
A sostegno di quanto dice, mi porta ad esempio un recente studio (“piuttosto bello e approfondito”) relativo alla genetica dei cervi della Mesola, un bosco sul delta del Po. Dallo studio viene fuori una genetica unica di questa popolazione, pensata come un antico retaggio della popolazione di cervo italico (Cervus elaphus), tanto da portare i ricercatori (“più che validi”) a gridare ad una nuova sottospecie (Cervus elaphus italicus). Ora. La presenza di una genetica unica, rappresentata dagli aplotipi, può essere frutto o di un isolamento riproduttivo abbastanza lungo, o di un isolamento sì breve, ma indotto artificialmente. E visto che il bosco della Mesola si forma solo in tempi geologicamente molto recenti (XIV secolo d. C.), è scorso un tempo troppo breve per una caratterizzazione genetica tale da permettere l’identificazione dell’attuale cervo della Mesola nel relitto dell’ultima popolazione autoctona d’Italia. Marco osserva invece che storicamente il bosco della Mesola ha rappresentato una delizia di caccia della famiglia Estense dei duchi di Ferrara, portando a ragione a pensare ad un’importazione dell’ungulato da altre riserve di caccia nobiliari. Ed è naturale che una popolazione isolata, come poteva essere quella impiantata nei terreni di un duca, in meno di mezzo millennio sviluppi deriva genetica, con conseguente caratterizzazione degli aplotipi. Altrimenti, come avremmo fatto a creare le razze domestiche?

Dalla parte del lupo
Il mondo editoriale negli ultimi anni sembra volersi occupare di più e meglio delle questioni di natura, soprattutto in chiave antropologica. Chiedo allora a Marco il suo parere, se stiamo imboccando una ipotetica via di Damasco in materia ambientale e di conservazione o se è solo un fuoco di paglia.
“Nonostante io possa a volte sembrare un po’ critico e un po’ pessimista, sono sempre a favore del progresso, non son per tornare indietro, anche se a volte i fatti ci portano a pensare il contrario.”
Tale risposta risulta essere il prodromo ad un’analisi del contesto sociale e accademico in cui lo scienziato si forma, nonché uno spaccato dell’Italia di quasi mezzo secolo fa:
“A partire dalla seconda metà degli anni ‘70”, narra, “l’Italia venne colpita da una ventata nuova con i vari Luigi Boitani e/o Sandro Lovari (più grandi di me di una decina d’anni) che cominciarono ad occuparsi del lupo e di altri grandi mammiferi. Fino a quel momento, infatti, esistevano soltanto quelle figure professionali che alcuni miei amici romani chiamano i ‘bacherozzologi’, gli entomologi, mentre di grandi mammiferi, ad esempio, non se ne occupava quasi nessuno.
“Dopo decenni di silenzio per cui in Italia la zoologia non veniva presa in considerazione, si assistette ad un grande boom editoriale che ebbe il suo apice negli anni ’80 e di cui sotto molti aspetti il porta vessillo fu la rivista “L’Airone” – di cui per altro sono stato per tanti anni una delle firme. Addirittura, in quel periodo esistevano tre o quattro riviste mensili a vocazione naturalistica (sic), mentre ora esiste e resiste solo “Oasis” che è quasi diventato un prodotto di nicchia. Purtroppo, dopo questo periodo di grandissimo successo, improvvisamente la bolla si è sgonfiata, fino ai primi anni 2000.
“Adesso si sta cercando di recuperare un minimo, si percepisce un leggero interesse che però non è frutto della curiosità dell’opinione pubblica come lo è stato in passato, al limite della maniacalità. Anche se, ad onor del vero, sembra essere un recupero tante volte più di carattere filosofico–esistenziale che relativo al rapporto uomo – natura. All’atto pratico, credo sia più un senso di colpa, e non so quanto bene faccia come atteggiamento.”

Ahi serva Italia…
A proposito di sensi di colpa. Ogni giorno vengono pubblicati dati allarmanti riguardo la grande estinzione, la sesta. La causa prima? L’uomo. L’effetto? La probabile e imminente scomparsa in massa di molti gruppi animali, uomo compreso.
“Io non parlerei tanto di sesta estinzione di massa, parlerei più di estinzione della specie umana”, tuona Marco. “E secondo me siamo molto vicini a quest’ultima, alla nostra estinzione, perché ormai abbiamo alterato davvero degli equilibri fondamentali, e nonostante tutto continuiamo a farlo.”
A riguardo, il fiorentino non si riferiva solo ad un depauperamento di risorse naturali: arriva infatti l’affondo, inatteso, del ricercatore, che dice la sua sulla situazione giuridica e amministrativa attuale relativa ai beni naturali in Italia. “Guarda anche alla lontananza del governo Renzi dalle tematiche ambientali, o all’accorpamento del corpo Forestale all’Arma dei Carabinieri, che ne ha tolto de facto l’essenza; oppure guarda al comportamento di alcuni burocrati italiani che con la zoologia non hanno niente a che fare, che non ne capiscono nulla: sono a capo di importantissime commissioni per la gestione dei beni naturali e si comportano in una maniera a dir poco aberrante, tipo istituendo per legge, con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dello Stato, cose del tipo la specie “parautoctona”, dando un’informazione profondamente scorretta che serve esclusivamente a confondere le idee, e solo per il bisogno di sentirsi potenti o forse di fare finta di prendersi cura dei problemi dell’ambiente italiano. Ma come si diceva un tempo: è meglio il nulla che qualcosa di sbagliato!”

Uomini e (non solo) topi e La fattoria di Lorenzo il Magnifico
Sbirciando nella biografia di Marco, due suoi volumi mi hanno incuriosito: Uomini e (non solo) topi e La fattoria di Lorenzo il Magnifico, due libri, a carattere divulgativo, che è possibile richiedere direttamente agli editori.
Uomini e (non solo) topi (“il mio primo libro importante”), “pubblicato ormai diversi anni fa, ha già avuto due edizioni, di cui la seconda, datata 2008, si presenta con una copertina – devo dire – molto brutta, a differenza della precedente”. Il saggio descrive i rapporti tra uomo e animale dalla preistoria fino ai nostri giorni – con un riguardo particolare sia alle specie domestiche che anche alla cosiddetta fauna “antropocora”, cioè la fauna che viene distribuita dall’uomo (choreo vuol dire infatti “diffondere”). Nel libro si apprende infatti che “antropocoro” è un termine mutuato dalla botanica, e la sua espressione si rifà ad una distinzione prettamente culturale, che ha come substrato “il fatto che la riproduzione dell’animale non è manipolata, a differenza di quanto avviene con quelli domestici”. Topi domestici (Mus musculus) e ratti neri (Rattus rattus), ad esempio, incarnano perfettamente lo stereotipo di tale tipologia di fauna, con l’aggravante di essere anche commensali dell’uomo.
La fattoria di Lorenzo il Magnifico nasce invece come seguito all’appello lanciato dal giornalista del “Corriere della Sera” Gian Antonio Stella al Festival di Sanremo del 2014 (“Negli ultimi anni sono crollati tanti pezzi d’Italia”…).
I comuni di Poggio a Caiano e di Prato chiedono a Marco di farsi portavoce del recupero della fattoria che dà il nome al libro e di “scriverne la storia, che ti riassumo brevemente di seguito: Lorenzo de’ Medici praticamente sente la necessità di crearsi una meravigliosa villa in corrispondenza degli odierni confini dei comuni succitati, la quale viene pensata in maniera molto logica, in perfetto stile mediceo.” In parole povere, Lorenzo vuole l’adozione delle stesse modalità applicate al mondo dell’architettura e delle arti in campo agricolo. Lo scopo ultimo della villa – intitolata anche “Ambra” – era la produzione di latte di vacca per la trasformazione in formaggio a grana, assente fino a quel momento in territorio toscano in quanto a vocazione caprina, e prerogativa del mondo lombardo da cui veniva importato. Inoltre, il signore toscano “con gli avanzi del siero del latte alleva per la prima volta in forma stabulata dei maiali importati a loro volta dalla Calabria”. Lorenzo de’ Medici crea in pratica una prima forma di produzione a chilometro zero, dando l’avvio ad “una sorta di ciclo produttivo non troppo distante da quello che ancora oggi caratterizza l’economia del triangolo d’oro padano composto da Modena, Reggio e Parma, con cui supporta la nascita della sua villa. Inoltre, il mecenate toscano, alla produzione strettamente agricola, accompagna anche la produzione di selvaggina e uno zoo, che lui ama in modo particolare”.

Consigli di lettura
Come ormai da tradizione, l’ultima parte dell’intervista è dedicata alla seconda domanda (forse) più difficile: libri preferiti e quindi da proporre. Gli confesso di immaginare che uno che scrive almeno legge, e che uno che legge è più portato a scrivere, anche se spesso non esiste una vera e propria correlazione. A tal proposito, la sua è come sempre una battuta di una logica disarmante: “personalmente ho scritto perché non ho trovato nella letteratura da me consultata (e quindi parliamo di una consultazione molto parziale, limitata alle mie capacità) certe informazioni che avrebbero dovuto raccontare certe cose, accendendo in me il bisogno di colmare queste lacune.”
Fatta la premessa, si sofferma poi un attimo a soppesare eventuali consigli. Il primo titolo ad uscire fuori è Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, datato 1997 e in Italia edito da Einaudi; un best seller mondiale, una pietra miliare dell’antropologia. Diamond in questo libro cerca di spiegare il motivo per il quale determinate civiltà hanno sviluppato un progresso tecnologico maggiore rispetto ad altre, il quale ha consentito alle prime una supremazia manifesta sulle seconde. “Un libro che ho trovato veramente ben fatto, ben costruito e ben documentato, anche se, lo posso dire, un po’ troppo americano. Mi spiego meglio: con ‘un po’ troppo americano’ intendo dire che, nei lavori dei colleghi americani, trovo sempre una parzialità d’informazione che probabilmente è dovuta alla loro formazione di base. A differenza di noi europei che, essendo il prodotto di una nutrita stratificazione culturale, più difficilmente ci perdiamo dietro a certe cose. Nonostante questa sia una critica neanche tanto velata, nel caso di Diamond è proprio come trovare il pelo nell’uovo.”
Pelo nell’uovo che Marco non trova in un altro testo: Mannahatta di Erik W. Sanderson, edito da Paperback. Datato 2013 ma non tradotto in italiano, descrive la “storia naturale di New York”: “è un tomone che tratta della storia ecologica di Manhattan dalla preistoria fino al ritorno naturale del castoro nel fiume del Bronx.
“Poi consiglierei due libri a cui ho preso parte ultimamente, uno alla fine dell’anno scorso, pubblicato nel 2017 da Mimesis e a cura di Franco Guardini, intitolato La luce della stella – i Re magi tra arte e storia dove mi sono occupato della parte riguardante gli animali che vengono raffigurati nelle adorazioni delle figure evangeliche nel Rinascimento. L’altro, Naturalists in the field, uscito pochi mesi fa, è un bellissimo tomone edito da Arthur McGregor, l’ex direttore dell’Ahmolean Museum di Oxford”. A firma di alcuni dei ricercatori di rilievo attualmente in attività, in quest’ultimo libro “si parla del rapporto tra i collezionisti e la ricerca sul campo a partire dal Rinascimento fino ai giorni nostri. Durante la sua realizzazione, ho avuto l’onore di contribuire con un saggio che riguarda i serragli di Lorenzo de’ Medici e di suo figlio Papa Leone X, ossia tratta dell’origine delle collezioni zoologiche che i signori toscani avevano sia a Firenze che a Roma.”

Conclusione
Prima di congedarmi, chiedo quali sono i progetti futuri del mio interlocutore. Come immaginavo, il 2019 sarà per Marco un anno di scrittura: “Sto lavorando alla seconda edizione, probabilmente pronta entro marzo, di Island of deer, pubblicato in inglese e in greco nel 2004, il quale racchiude i risultati dei primi 15 anni di ricerca che ho condotto a Rodi sul daino. Ci stavo giusto lavorando prima della tua chiamata, sarà sempre bilingue ma sarà aggiornato secondo i nuovi dati raccolti in materia.
“E poi ho già accettato la proposta di un editore – di cui non svelo il nome – di fare un altro libro in inglese, che tratta questa volta dei mammiferi del Mediterraneo. Sarà quindi un lavoro piuttosto affascinante perché tratterà non soltanto di isole, ma anche di terraferma. Ne ho già ideato il progetto e vorrei dargli un taglio strettamente biogeografico. Ovviamente, Beppe, con tutte le considerazioni di carattere genetico possibili ed immaginabili, che anzi mi supporteranno tutto il discorso biogeografico.”

Cinquantasette minuti dopo quel “Chi sono?”, mi rendo effettivamente conto della persona Marco Masseti: un Virgilio dantesco che ti guida nei meandri della natura scavando nell’arte, nella letteratura e nella storia; uno scienziato che guarda al passato pensando al futuro; uno scienziato che strizza l’occhio alle leggende ma che ricerca il dato oggettivo; un autore che legge, ma che, per fortuna, scrive.
Ma Marco Masseti è anche, e soprattutto, un fiorentino che ha fatto della Sicilia la sua seconda casa.

Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza

L’ultimo libro di Carlo Rovelli, fresco fresco di stampa, si presenta con un titolo chilometrico. Un titolo molto ad effetto, non tanto per la sua lunghezza, ma perché, come confessa Rossella Panarese ai microfoni di Radio 3 Scienza (11 novembre 2018), contiene una parola che si scolpisce subito nella mente di chi la legge e la contestualizza, “una parola che usiamo sempre meno, che mettiamo in pratica sempre meno, che fiduciosamente credo che tutti vorremmo usare di più…”.  

Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, Corriere della Sera, 2018

Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza – Articoli per giornali è il titolo di cui si accennava nel precedente paragrafo, e il vocabolo incriminato sta proprio alla sua coda: “gentilezza”. È un titolo carico di significato suggerito da una frase dell’articolo di apertura, “Un giorno in Africa”, ispirato a sua volta da una situazione vissuta in prima persona dall’autore. Un titolo voluto a forza dallo stesso Rovelli.  

Ci sono luoghi al mondo… – o come suggerisce Panarese, solamente …gentilezza – di Carlo Rovelli contiene una raccolta di saggi – “articoli per i giornali” – pubblicati a partire dal 2010 sulle varie testate giornalistiche con cui l’autore collabora (tra tutti “Corriere della Sera”, editore del libro, e “Sole 24 ore”). Pagina dopo pagina, per un totale di 282, con la gentilezza che lo contraddistingue e di cui sono intrisi i suoi scritti, vengono messi a nudo “le passioni e i sogni di un fisico, Carlo Rovelli, alla ricerca di idee nuove e di una prospettiva ampia e coerente, in cui la scienza si intreccia e si integra con molti altri interessi”. Interessi che variano dalla fisica (“Il significato del tempo”) alla storia – moderna e non, dalla politica (“Quattro questioni per la politica”) alla letteratura (“Lolita e l’icaro azzurro”), dall’attualità (“L’università italiana”) alla biologia (“La coscienza dei polpi”). Interessi che ci parlano di scienziati del calibro di Marie Curie, Charles Darwin, Stephen Hawking, e Georges Lemaître; di filosofi come Aristotele e David Lewis; di come “la grande scienza e la grande poesia sono entrambe visionarie, e talvolta possono arrivare alle stesse intuizioni”, come è già successo con grandi maestri dalla caratura di Lucrezio, Dante, Leopardi e Nabokov. 

Interessi, quelli di Rovelli, che parlano anche di filosofia della scienza, tema caro all’autore, di come scienza ed epistemologia siano due facce della stessa medaglia e come tali si influenzano a vicenda. A riguardo, partendo da una gentile critica mossa dall’autore a personaggi di spicco del panorama scientifico odierno, che a tratti rifiutano categoricamente l’epistemologia, deridendola, Rovelli in “Serve la filosofia alla scienza?” sostiene a forza che  

Una scienza che chiude le orecchie alla filosofia appassisce per superficialità; una filosofia che non presta attenzione al sapere scientifico del suo tempo è ottusa e sterile. Tradisce la sua stessa radice profonda, quella della sua etimologia: amore per il sapere. 

Ma il libro di Rovelli parla anche di Rovelli, dei suoi viaggi, delle sue esperienze personali, del suo ’77 e dei suoi amici, del suo rapporto con la fede e dei suoi trip giovanili, nonché degli imbarazzi del senno di poi, avuti con l’LSD. Al suo interno, alcune immagini che sigillano il pensiero di chi scrive, con stile a tratti filosofico, spesso deciso. Cinquantatré saggi che si possono leggere davanti ad un caffè, durante il turno alle poste, seduti sul divano. Cinquantatré saggi in cui, data la brevità di cui si compongono (non superano mai le dieci pagine), vengono resi argomenti apparentemente astrusi, come i buchi neri o “L’infinita divisibilità dello spazio”, facilmente digeribili; e che trasfigurano argomenti spinosi e delicati (“Mein Kampf”) in pensieri profondi e pieni di onestà intellettuale. Come solo un grande divulgatore può e sa fare. 

Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza è “una sorta di diario delle avventure intellettuali di un fisico teorico che crede nell’impegno civile e nella necessità di una seria divulgazione”. E racconta di un fisico teorico che “sogna un mondo in cui, più delle regole, conta la gentilezza”. 


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Breve nota biografica dell’autore:  Carlo Rovelli, fisico italiano che ha lavorato sia in Italia sia negli USA, si occupa principalmente di Fisica Quantistica, ed è il fondatore della teoria della gravità quantistica a loop. Si è occupato anche di storia e filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico e in particolare della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell’umanità – vedasi Che cos’è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro (Mondadori, 2014). E’ autore di oltre 200 articoli scientifici pubblicati sulle maggiori riviste internazionali. Tra i suoi testi di divulgazione ci sono veri e propri best seller, tra cui, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose (Raffaello Cortina, 2014), Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi, 2014), un vero e proprio caso editoriale tradotto in quaranta lingue, e  L’ordine del tempo (Adelphi, 2017). E’ membro onorario dell’Accademia di Scienze, Arti e Lettere di Verona e della Accademia Internazionale di Filosofia delle Scienze. Attualmente lavora in Francia. 

Zoologia della Sicilia araba e normanna (827-1194)

I precedenti post di questo blog (quì e quì) descrivono un nuovo modo di approcciarsi alla natura, a tratti antico, a tratti moderno: quello in cui letteratura naturalistica, antropologia e zoologia sono quasi un tutt’uno. È lo stesso approccio che vede, con e per somma gioia di C. P. Snow, l’amalgamarsi di tali discipline per uno scopo comune: fare chiarezza sulla vita, sul perché della vita, soprattutto animale (di quella vegetale se n’era già occupata l’etnobotanica), e sul rapporto tra l’uomo e la natura. Proprio questa nuova quanto vecchia ventata di aria fresca costituisce lo sfondo delle indagini relative all’ibis eremita di Gianluca Serra e degli approfondimenti classici sulla zoologia di Pietro Li Causi a cui accennavo qualche rigo addietro.

Sulla stessa scia, “il confronto fra varie categorie di fonti, che comprendono quella naturalistica, l’osteologica, l’iconografica e la letteraria, ha consentito (anche) a Marco Masseti di intraprendere un viaggio affascinante fra la biologia, la letteratura e l’arte della Sicilia medievale”. E di Sicilia, di fauna, di storia dell’arte, di antropologia e di letteratura parla infatti il saggio Zoologia della Sicilia araba e normanna, scritto dal succitato Marco Masseti ed edito da Edizioni Danaus (2016).

Zoologia della Sicilia araba e normanna è un saggio a carattere naturalistico che si occupa, come lo stesso titolo riporta, della fauna occupante la più grande isola del Mediterraneo durante un arco temporale ben preciso: dall’827 al 1194. Un periodo, questo, florido per la Trinacria soprattutto in materia di architettura e di arte, e che deve tali meraviglie dell’operato umano alle dominazioni araba prima e normanna poi.

Masseti, per la sua indagine, parte da una semplice constatazione: per i tanti monumenti sparsi per la Sicilia di questo intervallo temporale – siano essi mosaici, testi letterari o statue votive – non di rado l’osservatore si trova davanti ad un animale. Ma, come lo stesso più volte ci induce riflettere, spesso tali soggetti non sono legati alla mitologia, alla religione o ai bestiari medievali come si potrebbe essere portati a credere; risultano essere invece il riflesso della cognizione di causa della società siciliana in questione relativa alla natura. Tali scorci artistici ci raccontano molto in dettaglio, in parole povere, di una natura, anche se lontana, vera. Basti pensare ai mosaici del Palazzo dei Normanni di Palermo o a Federico II di Svevia e alla fauna descritta nel suo De arti venandi cum avibus, a cui Masseti dedica ampio spazio.

Tale fauna “artistica”, oltre ad essere arrivata a noi anche sotto forma di svariate composizioni musive, a tratti non è mai esistita in territorio siciliano ma è sempre stata immaginata, a tratti si è eclissata anche in tempi recentissimi. Partendo dal dato oggettivo, quello archeo-zoologico, “l’autore si spinge così ad indagare sulle forme faunistiche scomparse in epoca storica e su quelle invece introdotte per ragioni venatorie, alimentari o più semplicemente per il desiderio della loro ostensione.” In questo, protagonisti indiscussi risultano essere gli arabi e le leggende ad essi collegate. Un esempio tra tutti: quelle relative al coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus). Molta letteratura naturalistica medievale narra dell’importazione in Sicilia da parte delle genti islamiche del coccodrillo del Nilo, e, a partire dall’’800, eminenti naturalisti del calibro di Rafinesque Schmaltz, Doderlein e Minà Palumbo riportano nei loro scritti della presenza di questo rettile nelle acque del Papireto, fiume panormita. Una falsa testimonianza offuscata dalla presenza di un’altra specie, questa volta botanica, tipica dell’ecologia del coccodrillo: il papiro. La presenza del papiro innescava infatti delle supposizioni, spesso radicate nell’immaginario collettivo e figlie di connessioni ecologiche, che facevano credere e pensare ad un collegamento diretto tra l’Egitto e la Sicilia. Tali supposizioni però non sono mai state corroborate dal dato archeologico, e nessuno è portato a pensare ad un ponte sotterraneo tra la Sicilia e l’Egitto.

In breve, “Le immagini musive e dipinte di animali da serraglio o oggetto di caccia, che ancora decorano quel che resta dei palazzi arabo-normanni di Sicilia, ci parlano di un mondo a noi ormai lontano che, se per certi versi conserva ancora dei caratteri fiabeschi, si rivela però ispirato da un desiderio di conoscenza che potrebbe essere definito quasi scientifico.”

Il saggio si presenta molto bene: belle foto, chiara impaginazione, testo scorrevole. Ma, più che considerarlo un libro, Zoologia della Sicilia araba e normanna è un vero e proprio “passe-partout” verso un mondo musivo che ritrae la Sicilia come un florilegio di natura e di cultura.

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Breve nota biografica sull’autore: Paleo-ecologo e naturalista, Marco Masseti è specializzato nello studio delle relazioni che si sono sviluppate fra uomo e fauna nel corso dell’evoluzione civile, delle specie zoologiche antropocore e degli elementi biologici di ambiente antropogenico. Con un occhio di riguardo verso gli ambienti insulari, che gli ha permesso di pubblicare un Atlas of terrestrial mammals of the Ionian and Aegean islands (2012, De Gruyter, Berlino), e il manuale relativo alla Fauna toscana (2003, ARSIA/Regione Toscana, Firenze). Già docente presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, vi svolge attualmente attività di ricerca. È membro dell’International Union for Conservation of Nature (I.U.C.N.) e “fellow” della Linnean Society di Londra. Fra i suoi libri si possono ricordare anche Uomini e (non solo) topi (2002, Firenze University Press, Firenze), e La fattoria di Lorenzo il Magnifico (2015, Comune di Poggio a Caiano, Comune di Prato/Pentalinea, Prato).

 

P.s: Masseti sarà ospite oggi pomeriggio (venerdì 9 novembre 2018, ore 16.00) del Museo di Zoologia “P. Doderlein” del Sistema Museale dell’Università di Palermo, dove terrà una conferenza dal titolo Aspetti della Zoologia nella Sicilia arabo-normanna in cui verranno approfonditi i temi sviluppati nel suo libro.

Quattro chiacchiere con Pietro Li Causi

Pietro Li Causi: un’anima rock in un corpo da letterato

Dopo la presentazione al Museo “Doderlein” di Palermo del libro Gli animali nel mondo antico, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere, seppur virtuali, con Pietro Li Causi, l’autore.

Pietro (mi permetto di dargli del “tu” perché è stato lui a chiedermelo) è un classicista, ma è anche, citando una presentazione dei suoi studenti da lui immaginata, “un docente di Lettere con una spiccata predilezione per il Latino e con un’insana passione per l’A. S. Roma, il rock e le chitarre elettriche”, con alle spalle diversi anni di precariato universitario e tanta fatica nell'”essere ricercatori indipendenti insegnando nella scuola post-renziana”. Nel suo curriculum si legge anche che Pietro è “responsabile dell’unità di ricerca di Palermo ‘GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquitè-Moyen Age)’”, che, spiega, “è un network internazionale di ricerca che fino al 2017 è stato finanziato dal CNRS francese e che – come tutti ci auguriamo – si appresta ad essere ri-finanziato”. In parole povere, è un ente che vuole promuovere l’interdisciplinarità in materia di sapere zoologico, da Aristotele fino al Medio Evo, e con lo scopo “di creare, nel tempo, un data base websemantico di immagini, bioresti e testi zoologici in lingua greca, latina e araba per il periodo che va dall’antichità classica fino al XIV-XV secolo d. C”. Mi spiega anche che per fare ciò occorrono molte figure professionali – l’interdisciplinarità non si crea dal nulla -, “da antichisti come me, a biologi puri, genetisti, iconografi, storici, archeozoologi, zooantropologi, informatici ed esperti di digital humanities“.

Ma non è tutto: per mettere su un progetto del genere bisogna istruire i neofiti; in fondo, come in ecologia, anche la piramide del sapere deve fondarsi sulle nuove generazioni. Ecco perché, mi confessa orgoglioso, “in questi ultimi due anni, ho di fatto creato un’unità di lavoro con i miei studenti delle classi quinte del Liceo Stanislao Cannizzaro di Palermo, che hanno dato il loro contributo alla costruzione del data base con la marcatura websemantica di due epistole senecane (vedi qui e qui) che trattano di temi zoopsicologici” (un resoconto del lavoro è stato pubblicato anche sulla rivista ClassicoContemporaneo).

Il diavolo è nei dettagli, direbbe qualcuno…

Finite le presentazioni, gli chiedo cosa lo ha avvicinato al pensiero classico; mi risponde che “Più che ‘cosa’, forse direi ‘chi’”. Dimentico che, come recitava uno slogan pubblicitario, ci sono “persone oltre le cose”. Piccolo passo falso che credo mi abbia perdonato. Mi accenna al suo “primo maestro, il compianto Domenico Romano”, il suo relatore di tesi. “Il suo entusiasmo – continua -, l’energia con cui spiegava i classici latini mi hanno conquistato sin dalla prima lezione. Mi sono innamorato del mondo antico grazie a lui”. Del resto, tutti abbiamo un nostro Virgilio.

Circostanze più particolari lo hanno invece avvicinato agli “animali nel mondo antico”: “Era il 1998 e avevo appena vinto la borsa di dottorato di ricerca. Il mio progetto originario era quello di lavorare sul concetto di fictio nella letteratura romana, ma i miei piani sono cambiati all’improvviso in una calda giornata di luglio, quando, entrando nella Libreria Pellegrino di Marsala (la città di cui sono originario), vidi esposti uno accanto all’altro sugli scaffali l’edizione BUR del De natura animalium di Eliano e il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges. Li acquistai entrambi, per poi passare alla Historia animalium di Aristotele, alla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, e così via. Non mi sono più fermato”. Già, perché il diavolo, direbbe qualcuno, è nei dettagli, o in un sguardo, o in un libro. Sempre e comunque.

Le fatiche letterarie dell’Ercole siciliano

Riguardo il dottorato Pietro l’ha conseguito con una tesi sulla manticora (“il mangiatore di uomini”), un animale mitologico dall’areale imprecisato (“ora in India, ora in Etiopia”) che secondo Ctesia di Cnido, il primo a parlarne, aveva un corpo da leone, la coda da scorpione, e il volto da uomo con tre fila di denti in bocca. In Sulle tracce del manticora (Palumbo, 2003) – la pubblicazione della tesi – Pietro aveva cercato di capirne l’epidemiologia della credenza, “spiegando cioè come i sistemi di pensiero dei vari autori si organizzavano per accoglierla nella propria enciclopedia, commentarla (o in alcuni casi smascherarne la natura fittizia). Più che di un’indagine su un mostro si trattava di un’indagine sui contesti intellettuali e sulle idee di fondo che lo – diciamo così – ospitavano”.

Un’indagine che poi è stata portata avanti in modo molto simile anche nell’ultima fatica di Li Causi, Gli animali nel mondo antico (pubblicato da Il Mulino nel 2018), “un testo che mira a introdurre il lettore ad un mondo per molti versi perduto; un mondo che in parte è vicino al nostro – almeno se lo si considera nell’ottica dei tempi lunghi dell’evoluzione –, ma che, a voler tenere conto delle cornici culturali di riferimento a partire dalle quali i Greci e i Romani guardavano la realtà, riserva non poche sorprese”. È un’indagine a due facce: in una viene dato uno sguardo a tutto ciò che concerne il pensare gli animali e ai processi che hanno portato ai loro cambiamenti; nell’altra vengono presentate scene di vita quotidiana che hanno gli animali come protagonisti.

Corsi e ricorsi storici

“Non credo che gli antichi possano essere usati come punti di riferimento e di ispirazione per il presente”. Gli avevo chiesto se fosse particolarmente legato a qualcuno di essi. La risposta di Pietro ha una logica disarmante: ci sono troppe differenze sociali e culturali tra noi e loro, troppi anni di distanza, e le loro sono pur “sempre risposte a problemi lontani da noi, e vengono date sulla base di assunti che non sempre possono essere applicati ai nostri tempi”. Tuttavia, se è vero che la storia è maestra di vita, “proprio in quanto diversi da noi, possono aiutare a riflettere sulle loro e sulle nostre cornici di riferimento”. Vedasi, ad esempio, sull’impatto ambientale di cui oggi tanto si parla: “I Greci e i Romani, infatti, da un lato avevano sviluppato un atteggiamento prometeico che promuoveva un dominio incontrastato dell’uomo sugli altri enti della natura, dall’altro lato avevano invece immaginato la Natura (il corsivo è suo) stessa – con la ‘N’ maiuscola – come un macro-organismo divino in cui ogni vivente è una parte del tutto e gioca il suo ruolo, e ha il suo impatto”. Da notare l’aggettivo “prometeico”, qui non a caso: Prometeo è colui che ruba il fuoco agli dei, simbolo di potenza, per darlo agli umani. Ma se da un lato tale atto risulta essere un affronto verso le divinità, e quindi verso la natura di cui loro sono i rappresentanti, dall’altro lato “al livello delle pratiche quotidiane, erano di fatto messe in atto forme di sfruttamento delle risorse naturali e dei viventi che avrebbero fatto impallidire gli ecologisti contemporanei”: è infatti ormai un dato di fatto che si è avuto il picco massimo di impatto ambientale proprio in età imperiale romana.

A ciò aggiungete anche che sono radicalmente cambiati i modi di parlare della natura e alla natura: da Galileo in poi, infatti, la scienza non è più stata un braccio della filosofia, ma ha goduto di vita propria grazie ai nuovi linguaggi epistemologici. Con Darwin poi…

(Ad onor di cronaca, chiedendogli di una o più preferenze riguardo gli autori classici, mi confessa di aver particolarmente apprezzato Aristotele e Plutarco nel momento in cui ha dovuto tradurli per L’anima degli animali edito da Einaudi nel 2015, curato assieme a Roberto Pomelli)

L’essenza delle cose

Ancora oggi, nonostante i duemila anni trascorsi, un nome riverbera spesso nelle questioni di natura. Quel nome corrisponde ad un grande pensatore: Aristotele. A lui si devono tanti meriti, tra cui quello di un primo sistema metodico di classificazione dei viventi. “Quando parliamo di classificazione, nel mondo antico, parliamo sempre di uno strumento logico che serviva non tanto a costruire gerarchie tassonomiche fisse o, ad esempio, a fondare una sistematica scientifica”, mi spiega Pietro, “ma a penetrare dentro l’essenza ultima (la ousia) di un dato ente (fosse esso un animale, un’idea astratta o anche un manufatto). In quest’ottica, il lavoro svolto da Aristotele è comunque impressionante, perché costruisce un numero spropositato di raggruppamenti e classemi basati su assi di divisione molteplici (conformazione dei denti, metodi di riproduzione, conformazione degli arti, modi di vita, etc.) che permettono di pensare il mondo della natura come un sistema di analogie e di differenze sulla base delle quali si possono definire le cause della vita e le identità specifiche degli esseri studiati”. Il motivo per il quale ancora – e nonostante Linneo – Aristotele riverbera in materia di classificazione sta nell’aver considerato tutti i parametri fino ad allora conosciuti (l’insieme delle funzioni vitali e delle relazioni interspecifiche e intraspecifiche) dei suoi oggetti di studi, le “essenze” appunto. Non che prima nessuno c’avesse provato; anzi, erano stati in troppi. E nessuno di loro si è fatto avanti nella folla delle teorie classificatorie, in quanto i loro sistemi metodici sono risultati essere troppo settoriali e non “basati su assi di divisione molteplici”.

In un mondo di vedenti, la miopia regna sovrana

Non mi capita spesso di avere vicino un classicista, motivo per cui ne ho approfittato, cercando di avere un “parere dell’esperto” su alcune tematiche attuali di carattere culturale: l’abolizione delle lingue antiche dalle scuole, e la concezione che in molti hanno della cultura in generale, intesa come frutto del sapere umano.

“Sulla base di tutto quello che ci siamo detti, credo che sarebbe un atto di miopia abolire lo studio delle lingue morte nei licei. E non solo per una questione di cultura generale”. Tutta la scienza della vita ad esempio si basa oggi sul latino e sui latinismi, per non parlare del fatto che per più di 1500 anni il latino è stato ciò che per noi oggi è l’inglese, mentre in greco sono state tradotte molte delle opere a noi tramandate. Abolirle, mi confessa Pietro, sarebbe come togliere profondità storica a tutto il nostro passato. E su questo Pietro mi trova d’accordo.

Riguardo la seconda tematica, permettetemi una breve digressione. Nel 1963, Charles Percy Snow, scienziato e scrittore inglese, pubblica il suo famoso testo – ormai fuori produzione da tempo – dal titolo Le Due Culture e la rivoluzione scientifica. In questo saggio Snow conia il concetto delle “due culture” denotando che la mancata comunicazione tra due macroaree del sapere (umanistico e scientifico) sarebbe la causa della mancata soluzione dei mali del mondo. Tale pensiero è stato fin da subito travisato da molti, che ancora oggi danno alito ad un Rubicone che non ha motivo di esistere: si fa fatica a dialogare, e si etichetta il “colto” e il “non colto” in funzione del suo percorso di studi. In un’ottica orwelliana, questo sarebbe in pratica un mondo di vedenti in cui la miopia regna sovrana.

Chiedo un parere a Pietro: “Mi piacerebbe rispondere che ‘la cultura è una’. Nel mondo antico, un personaggio come Aristotele passava con estrema disinvoltura dalla critica letteraria della Poetica alla meteorologia. L’idea di abbattere in toto le barriere e gli steccati, per quanto affascinante, mi pare tuttavia poco praticabile in un mondo in cui prevalgono forme sempre più radicali di specializzazione. Ciò non toglie, però, che forme di dialogo interdisciplinare fra più settori siano auspicabili e – dirò di più – dovute. Nel mio piccolo, è quello che tento di fare io con biologia e antichistica. La mia fortuna è che in questi anni sono riuscito a farlo all’interno di una rete che questo dialogo lo pratica su scala internazionale”. E anche su questo sono d’accordo.

Per non parlare di un’altra classificazione, quella che vede una cultura “alta” e una “bassa”. “Sulla base delle mie letture antropologiche, direi che tendo a non distinguere troppo i due ambiti e ad approcciarmi alle cosiddette ‘opere letterarie’ degli scrittori antichi come a prodotti di un tessuto culturale più ampio e diffuso. Per il resto, nella mia vita quotidiana confesso di praticare poco questa distinzione fra alto e basso. Anzi, spesso – per fare un esempio banale – mi capita di leggere Plinio il Vecchio e Cicerone (o Darwin) mentre ho nelle cuffie i Soundgarden o i Queens of the Stone Age“.

Progetti per il futuro

“Vorrei portare avanti un lavoro già avviato sulla metamorfosi fra scienza, letteratura e credenze popolari nel mondo antico. Ma, in fondo, ancora è troppo presto per parlarne. Sicuramente il lavoro di più imminente pubblicazione che posso citare sarà il commento all’Epistula ad Lucilium 124 di Seneca, che sto curando assieme ai miei studenti del Cannizzaro e che probabilmente verrà messo in circolazione, oltre che sul loro sito, anche in un numero speciale della rivista ClassicoContemporaneo“.

Il lupo perde il pelo… ma non il libro

Come di consueto, non posso non chiudere una chiacchierata con la domanda: libro preferito? Pietro, in maniera diretta o indiretta, di libri ce ne ha consigliati tanti, che passano in rassegna tanti anni di letteratura. Ci consiglia Il velo di Iside di Pierre Hadot (Einaudi, 2006), citato quando gli ho chiesto di come è cambiato il nostro modo di vedere la natura, che mostra come la dicotomia ‘visione utilitaristica della natura’ e ‘visione ecologistica’ della stessa “aveva già attraversato il mondo antico”. Va anche sul classico, che non ci sta mai male: di Aristotele cita l’Historia animalium e il De generatione animalium (“ho amato la capacità di costruire le sue opere biologiche come una sorta di panottico che rende conto della molteplicità, della bellezza e della complessità del mondo degli animali[…]”); a lui affianca Plutarco, di cui dice di apprezzare “il fervore animalista che lo spinge a rendere conto dell’attitudine al dolore che accomuna gli altri animali a noi uomini”. A bruciapelo, mi risponde però che di libri preferiti ne ha centinaia. “In momenti diversi darei forse risposte diverse. Al momento mi viene da pensare a Palomar di Italo Calvino”. Perché Calvino, mi viene da pensare, sta su tutto.

Gli animali nel mondo antico

Gli Etiopi chiamano nabu una bestia simile nel collo al cavallo, nei piedi e nelle zampe al bue, nella testa al cammello, con macchie bianche sul pelame fulvo; per questo è chiamata camelopardalis […] animale notevole per il suo aspetto più che per la natura feroce, e per questo ha avuto anche il nome di pecora selvatica.

Da queste poche righe, riuscireste ad indovinare di che entità si tratta? Riuscireste a capire se si tratta di un animale realmente esistente o di una forma, per così dire, mitologica?

Se quella appena letta è una descrizione di Plinio il Vecchio, quella di seguito è invece di mia interpretazione, e si riferisce allo stesso soggetto:

Classificato come artiodattilo, la caratteristica distintiva dell’animale è il lungo collo, che permette di identificarlo come l’essere vivente più alto della savana e di tutto il regno animale. Oltre a due piccole corna, la testa si presenta con due grandi occhi globulari, mentre la sua lingua, prensile, gli consente di strappare il fogliame della savana. Il manto è ricoperto da chiazze o macchie scure. Il suo nome comune deriva forse dall’arabo, e significa ‘[colei che] cammina velocemente’.

Le due descrizioni parlano della stessa entità a quattro zampe, la giraffa, ma lo fanno servendosi di tecniche diverse e di approcci stilistici diversi. Mentre Plinio il Vecchio utilizza molte similitudini (“simile nel collo al cavallo”) partendo da ciò che più gli “appartiene”, noi oggi tentiamo ad essere molto più nozionistici (“classificato come artiodattilo”) e a limitarci solamente alla descrizione nuda e cruda di ciò che abbiamo davanti (“Oltre a due piccole corna, la testa si presenta con due grandi occhi globulari”); questo perché, se volete, la giraffa oggi è entrata a far parte dello scibile umano, e quindi di facile riconoscimento (sarebbe bastato infatti chiedervi qual è l’animale della savana con corna piccole e collo lunghissimo…).

Come si è potuto intuire dalla mia breve introduzione, dal mondo antico ad oggi a cambiare non sono stati gli animali, o la giraffa in questione, – evoluzionisticamente parlando duemila anni non fanno testo – ma il nostro modo di vederli e di interpretarli: oggi abbiamo più o meno cognizione di ciò che non conosciamo e ci bastano pochi secondi per sapere, mentre Plinio il Vecchio “per rendere una vaga idea dell’ignoto” deve necessariamente “fare ricorso – per mezzo delle similitudini – ai tratti di altri animali” da lui conosciuti. Quest’ultime parole, e i concetti introduttivi di questo post, sono proprietà di Pietro Li Causi e del suo Gli animali nel mondo antico (Il Mulino, 2018), un libro in cui si parla di come Greci e Romani del passato vedevano la natura, di come la pensavano e di come la rappresentavano.

Se è vero che a cambiare sono le lenti con cui vediamo, viene da chiedersi: che posto occupavano gli animali nell’antichità? Gli animali domestici che noi oggi ospitiamo nelle nostre stanze, sono gli stessi che poteva adorare l’imperatore Cesare? Domande che fin dalle prime pagine del libro, sorgono spontanee.

Pietro Li Causi, facendoci scoprire un mondo così vicino ma così lontano da noi, con Gli animali nel mondo antico – un saggio nel vero senso del termine – in lungo e in largo attraversa e analizza un argomento con cui da sempre ci siamo confrontati, sia a livello intellettuale che sociale e soprattutto culturale: “[…] pensare un animale, o più genericamente, l’animalità è qualcosa che dipende anche dai quadri culturali di riferimento”.

Gli animali nel mondo antico si apre con una disamina sui pensieri dei grandi filosofi della civiltà antica, sottolineandone l’importanza che gli stessi attribuivano alla raffigurazione mentale della natura, mentre in seconda battuta vengono descritti i rapporti che Greci e Romani avevano con quest’ultima. Si legge infatti dei dettagli terminologici che fanno la differenza per indicare il cane, o delle anguille “da salotto”, o delle donnole usate per allontanare i topi, o dei feroci combattimenti tra i galli; delle prime produzioni “industriali” di uova, o del rapporto etico verso l’uso alimentare delle carni, o di tutta la sfera mistica e religiosa legata al culto delle divinità, il quale non può prescindere da quello degli animali stessi.

E che dire di tutta la sfera mistica, a tratti tramandata anche a noi, relativa all’argomento? “Era in fondo l’etologia stessa dell’animale che induceva gli esperti di arti magiche a credere nelle virtù” spesso a carattere afrodisiaco, o ad azzardare teorie sulla riproduzione delle specie. Ad esempio, se noi oggi guardiamo alla femmina di iena striata come a un meraviglioso prodotto della selezione naturale, qualche abitante dell’Atene antica invece considerava i suoi adattamenti sessuali – la clitoride ha una forma che richiama l’apparato genitale maschile – come un sintomo di un ermafroditismo e di procreazione per partenogenesi.

E ancora: Li Causi dedica ampio spazio anche ai mirabilia fossili, che vengono concepiti come prodotti “particolari” della natura: non avendo cognizione del tempo profondo, che sta alla base dell’evoluzionismo, i filosofi della natura di allora consideravano le specie come il risultato di cambiamenti “istantanei” – e non nell’arco di migliaia o milioni di anni – (pensate alle razze domestiche), e trovavano spiegazione nei fossili tramite la mitologia: “per il sapere popolare […], i resti rinvenuti sembravano sempre ‘deposti’ da mani pietose”; ed ecco dunque che i fossili di mammut diventano parti anatomiche dei ciclopi, particolari giacenze fossili diventano le chimere, i denti di narvalo vengono segnalati come unicorni.

E laddove non erano riconoscibili fattori umani in azione, si credeva sempre che fossero stati eventi traumatici a determinare le sepolture: se le ossa delle Neadi [creature gigantesche, selvagge e pericolose che rappresentavano la personificazione della rumorosità, NdA] si erano ritrovate sotto terra non era stato perché la terra si era lentamente depositata su di loro, ma perché le loro urla l’avevano improvvisamente squarciata!

Non mancano, inoltre, nell’immaginario collettivo di duemila anni fa e in Gli animali nel mondo antico descrizioni di creature “aliene” che si credeva popolassero paesi lontani geograficamente (come l’India e l’Etiopia) e concettualmente, e considerati patrie delle manticore, dei cinocefali e dei grifoni.

E come lo stesso autore tiene a precisare, parlare degli “animali nel mondo antico” è come fare palestra mentale: le dottrine di Platone, Socrate, Aristotele, Anassimene sono e sono state l’humus idoneo per il pensiero occidentale odierno, e, nonostante i due millenni che ci separano, le loro idee riverberano ancora nei nostri costrutti mentali. Perché? Perché un po’ tutti siamo un po’ Plinio il Vecchio quando ci troviamo davanti l’ignoto, soprattutto quando si parla di animali (pensate se doveste descrivere l’ornitorinco a qualcuno che non lo ha mai visto, basandovi su una vox populi…). E perché Gli animali nel mondo antico è un invito a vedere la natura con occhi diversi, diversi da quelli greci, diversi da quelli moderni. È un invito a vedere la natura nella sua cultura di riferimento, e ad abbracciare l’ignoto con lo spirito dell’Ulisse dantesco.


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Breve nota biografica sull’autore: Pietro Li Causi insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico «S. Cannizzaro» ed è responsabile dell’unità di ricerca di Palermo del network «GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquité-Moyen Âge)». Fra le sue pubblicazioni: «L’anima degli animali» (curato con R. Pomelli, Einaudi, 2015) nonché, per Palumbo, «Sulle tracce del manticora» (2003), «Generare in comune» (2008) e «Il riconoscimento e il ricordo» (2012).

P.s. Pietro Li Causi sarà ospite del Museo di Zoologia “P. Doderlein” dell’Università di Palermo per presentare il suo libro il 20 aprile. Al link tutte le informazioni.

Intervista a Gianluca Serra: quando dai libri si passa all’azione

Gianluca Serra, di cui vi ho raccontato il libro in un precedente post, è stato ospite del Museo Doderlein di Palermo per raccontare di Salam, di conservazione, di estinzioni di massa. Il tema della conferenza è stato infatti La sesta estinzione di massa: il caso recente dell’estinzione dell’Ibis eremita dal Medio Oriente e la battaglia in corso per impedire l’estinzione del Manumea, specie endemica delle Samoa. Purtroppo, non ho avuto modo di incontrarlo di persona, ma, prevedendo, son riuscito lo stesso a raggiungerlo via mail, e a fare una bella “chiacchierata” con lui. Di seguito, quindi, l’intervista che mi ha gentilmente concesso.


1.Chi è Gianluca Serra?

Sono un ecologo e conservazionista, formatomi presso l’Università di Firenze. Ho trascorso gli ultimi 23 anni lavorando nel campo della conservazione della natura a giro per il mondo, in quattro continenti.

2.Cosa ha portato un giovane studente ad avvicinarsi alla biologia prima e alla conservazione della natura poi?

Nonostante nato e cresciuto in città’, fin da piccolo ho provato una grande attrazione e senso di connessione con la natura e gli animali. Iscrivermi a Biologia era la cosa più’ naturale. Ho cominciato con la ricerca ma poi arrivato alla fine del dottorato ho capito che con la ricerca e basta non si riesce a fare conservazione. Ho quindi avvertito una specie di “chiamata” per sporcarmi le mani e divenire un conservazionista da “prima linea”, cioè’ impegnato laddove la natura sta per scomparire.

3.Salam è tornata è il suo libro di recente pubblicazione. Ce lo presenta?

E’ un racconto molto personale di un’avventura conservazionistica e umana irripetibile. Una storia che ho sentito il bisogno di condividere. E’ un libro di genere ibrido: diario, reportage letterario, libro di viaggio, saggio. C’e’ un po’ di tutto dentro. Il mio intento era quello di coinvolgere il maggior numero di persone possibile, non solo chi ama la natura e la Siria/Medio Oriente.

4.A proposito, chi è Salam?

Salam e’ il nomignolo che affibbiammo ad uno degli ibis eremiti di Palmira che cercavamo di proteggere, una femmina. In Arabo significa “pace”. Ha continuato a tornare a Palmira a primavera anche durante i primi anni del conflitto, sorvolando sulla tragedia umana che si svolgeva a terra…

5.Cosa l’ha spinta ad accettare di lavorare in Siria?

Vinsi un concorso alle Nazioni Unite nel 1998 e fui assegnato a questo progetto della FAO, finanziato dalla Cooperazione Italiana, con base a Palmira. Obbiettivo del progetto era di assistere il governo a iniziare da zero la conservazione degli ecosistemi e della natura nel paese.

6.A lei si deve la riscoperta di una delle ormai poche popolazioni di ibis eremita, creduto estinto in territorio mediorientale da quasi cento anni. Attualmente, qual è lo stato di conservazione di questa specie?

La popolazione relitta (7 individui adulti) che abbiamo scoperto nel 2002 e tentato disperatamente di salvare fino al 2011 sta probabilmente estinguendosi. La loro riproduzione nel sito di nidificazione di Palmira si è interrotta nel 2015, lo stesso anno in cui le millenarie rovine di Palmira sono state fatte saltare dall’ISIS.

7.Qual è il ruolo ecologico di quest’uccello?

In passato le colonie di ibis eremita dovevano svolgere un ruolo ecologico chiave per l’ecosistema della steppa arida mediorientale, tra cui sicuramente controllare le popolazioni di insetti e invertebrati che a loro volta insistevano sulla scarna vegetazione nana della steppa.

8.Quali sono state le cause della probabile estinzione dell’ibis eremita e quali potrebbero essere le azioni che i governi dovrebbero intraprendere per arginare l’estinzione dell’animale, un tempo sacro per gli egizi?

In ordine di importanza le cause della estinzione della popolazione orientale sono le seguenti: caccia senza controllo, prelievo pulli dai nidi, degrado dei loro habitat naturali riproduttivi, disturbo ai nidi. Per salvare la popolazione del Medio Oriente si sarebbe dovuto muoversi su vari fronti: proteggendo il sito/i riproduttivo/i in Siria e Turchia e arginando la caccia senza controllo lungo la rotta migratoria che corre lungo l’Arabia Saudita occidentale.

9.Per strumentalizzare l’Isis, si è arrivati ad attribuire l’estinzione dell’ibis allo stato islamico. Ci spiega cosa è successo a riguardo?

C’e’ un articolo scritto molto bene che fu pubblicato su Wired proprio quando la questione venne a galla nel 2015 che spiega tutto.

10.La sua specializzazione riguarda il tracciare i profili delle specie di suo interesse conservazionistico tramite indagini “antropologiche” e intervistando gli abitanti del luogo. In che cosa consiste tale approccio?

Ho derivato questa metodologia dall’etnobotanica [scienza olistica di stampo antropologico che indaga dell’uso della botanica all’interno di una o più società umane, nda]. La sfida è sia quella di usare un metodo il piu’ rigoroso possibile, in modo da ottenere informazioni che abbiano un valore scientifico invece che aneddotico; e allo stesso tempo di avvicinarsi alle persone in maniera rispettosa e umile, passandoci tempo senza fretta e guadagnandosi la loro fiducia e rispetto.

11.Cosa si prova a fare attivismo conservazionistico?

Di certo a fare conservazione “in prima linea” si rimane spesso soli. Tra governi corrotti, organizzazioni di conservazione che hanno perso i loro ideali e obbiettivi originari (troppo distratti dalla ricerca di fondi, dalle questioni politiche e dalle carriere individuali, dai personalismi); amici e parenti che cominciano a pensare che tu sia diventato matto o che comunque tu stia sacrificando (e rischiando) troppo della tua vita. Il caso Regeni insegna che fare attivismo in regimi militari (o stati molto corrotti) può essere molto rischioso. Ed anche io ho rischiato del mio in più di una occasione.

12.Oggi si parla molto di ambiente e della sua protezione, ma ogni giorno vengono pubblicati dati allarmanti riguardo le estinzioni. Secondo lei, quanto siamo lontani dall’arginare la sesta estinzione di massa? Ci riusciremo mai?

Siamo molto lontani, anzi e’ in pieno svolgimento nella indifferenza quasi totale di governi e opinione pubblica. L’interesse di queste due categorie e la conoscenza al riguardo e’ molto tenue e raramente passa dalle parole ai fatti. Sia la perdita di biodiversità che il cambiamento climatico potranno essere arginati solo quando ci metteremo in testa di riformare un sistema economico demenziale basato su principi di pura fantasia e controllare seriamente lo stato demografico umano.

13.A parte di ibis, di cosa si è occupato?

Mi sono soprattutto occupato di creare aree protette coinvolgendo le comunità locali con una particolare attenzione alla gestione di specie minacciate di estinzione e usando quando possibile la conoscenza ecologica tradizionale. Prima di buttarmi nel campo della conservazione in prima linea ho fatto ricerca di ecologia marina nell’arcipelago Toscano ed in Cile; e monitoraggio di predatori terrestri in California.

14.E attualmente di cosa si occupa?

Negli ultimi 6 anni ho lavorato in Oceania, coinvolto in progetti regionali di conservazione distribuiti in molte isole-stato. Allo stesso tempo mi sono occupato della conservazione del piccione endemico dell’arcipelago delle Samoa, dove ho vissuto, noto col nome nativo di Manumea, unico discendente vivente del Dodo (quest’ultimo, carismatico simbolo delle estinzioni oceaniche).

15.Progetti per il futuro?

Per il momento sono concentrato nell’allevamento dei miei due pulli [leggasi “pulcini”, nda] di Homo sapiens. Nel tempo che mi avanza cerco di portare avanti una ricerca sull’analisi sonografica del richiamo del Manumea e di sensibilizzare alla questione della crisi ecologica globale e la sesta estinzione di massa dove e quando posso.

16.Nelle pagine di Salam è tornata, si intravede tanta letteratura. Ha per caso un suo libro preferito che consiglierebbe ai lettori del mio blog?

Sul tema della conservazione consiglio La Creazione (2006), un saggio del biologo di Harvard E.O. Wilson e anche un “case study” del 2008 su un uccello estintosi alle Hawaii in tempi recenti di Alvin Powell dal titolo The Race to Save the World’s Rarest Bird: The Discovery and Death of the Po’ouli (ma penso che quest’ultimo non esista in italiano). Inoltre, a suo tempo, mi appassionai molto a quest’altro libro, Lo strano caso del Lago Vittoria di Tijs Goldschmidt, al cui genere, ibrido tra scienza divulgativa e avventure, mi sono ispirato quando ho scritto il mio.


Sono particolarmente grato a Gianluca Serra, che ha trovato il tempo tra un impegno e l’altro per rispondere alle mie domande, e alla direttrice del Museo, che mi ha messo in contatto con Serra.
Purtroppo, non ho, a malincuore, una foto ricordo come si deve, ma ho lo stesso un ricordo, anzi due, nel suo libro: due dediche, una dell’autore e una di chi mi ha regalato Salam è tornata.