Informazioni su Giuseppe Bellomo

sono un (quasi) naturalista: un giovane appassionato di scienza e di tutte le meraviglie che la natura ci propone (!). il blog nasce per cercare di rispondere "alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e il tutto!"

Il coccodrillo come fa

In natura, l’unico processo davvero significativo è l’atto riproduttivo, con tutte le conseguenze del caso. Durante il corso del tempo geologico, che ha scandito il plasmarsi delle moltitudini di specie animali attuali ed estinte, tale processo si è presentato con modalità differenti. Anche se è difficile immaginare i modelli passati, di base c’è e forse c’è stata, almeno per la riproduzione sessuata, l’esistenza di due e due soli sessi. Non di più. Il frutto di tale fenomeno può essere identificato con “biodiversità”, un vasto insieme che comprende al suo interno tante cose differenti, a livelli diversi e su piani diversi: morfologico, genetico o comportamentale. Ma ciò è vero anche per tutto quello che concerne la fitness delle specie (ossia la capacità di tramandare discendenti), a partire dagli organi riproduttivi fino ad arrivare alle cosiddette cure parentali (l’allevamento della prole), passando per i rituali di accoppiamento. Sorprende infatti sapere quanto diversi siano i meccanismi che permettono ad una specie di rimanere a galla nel vasto mare dell’evoluzione, e i processi riproduttivi in questo ne sono i protagonisti.

Motivo per cui leggere Il coccodrillo come fa. La vita sessuale degli animali permette di averne una panoramica generale. Il saggio, uscito nel 2014 per Codice Edizioni, si compone di una bella rassegna sulla “vita sessuale degli animali”, come recita il sottotitolo, dove per animali quì si intende un assaggio di tutti i grandi gruppi di vertebrati, dai pesci cartilaginei all’uomo. L’autrice, Lisa Signorile, riesce a rendere divertente, senza mai tralasciare il rigore scientifico, un argomento che, sotto molti aspetti, ancora oggi risulta essere per noi uomini un tabù. Come la masturbazione: molte sono infatti le specie che praticano l’autoerotismo, anche se, tra tutti, i mammiferi sembrano essere i più “autodidatti”. È stato osservato, racconta la Signorile, come cani, gatti, cavalli, cervi, delfini e soprattutto primati, riescano a “piacersi” e a “compiacersi” da soli o, in mancanza di una parte anatomica prensile, con l’aiuto di qualche oggetto, come una liana o una staccionata, o semplicemente con il dondolio del proprio corpo (Ah, sia ben chiaro: sia maschi che femmine!).

Per non parlare delle dimensioni. Nonostante noi Sapiens manteniamo il primato, in proporzione molti sono i taxa animali che pareggiano il conto e una, al momento, sembra avvalersi del titolo di “Rocco Siffredi dei vertebrati”: un uccello, un’anatide sudamericano conosciuto col nome comune di gobbo argentino (Oxyura vittata), possiede un pene tre volte più lungo del suo corpo per un totale di circa 42 cm, dotato (o a ‘sto punto sarebbe meglio dire “superdotato”) di uno scovolino all’estremità e di spine lungo tutta la sua lunghezza (sai che felicità per la signora “gobba”). Ma questo non è il solo caso interessante: il pene quadricefalo dell’echidna permette all’animale di avere un asso nella manica (o tra i pantaloni): all’occorrenza, prima un lato (due emipeni), poi l’altro (gli altri due), nel caso in cui qualcosa andasse storto. Di contro, anche se spesso le dimensioni non contano (non per noi!) quasi tutte le specie animali, soprattutto quelle a riproduzione interna, sono molto veloci “sotto le lenzuola”. Uomo compreso. (Alla faccia dei clichè!).

E l’omosessualità, allora? Argomento ancora più tabù. Considerata fino a qualche tempo fa un’aberrazione naturale, e di cui ancora ci portiamo dietro i retaggi culturali, Il coccodrillo come fa ci racconta come in natura non sia un comportamento poi così contro natura. Se a praticarla sono infatti almeno 1500 specie, tra vertebrati e non, dovrà pur avere qualche valenza evolutiva che evidentemente tanto aberrante non sarà (e credetemi, ce l’ha eccome una valenza!). Sapere poi che gli albatri instaurano spesso rapporti omosessuali che nei casi piu duraturi si aggirano intorno al ventennio dovrebbe farci riflettere a riguardo. (Ah, già, i bonobo, i primati più prossimi all’uomo: quelli sì che hanno capito tutto. E poi ci sono i delfini, magnifiche e spietate bestie…)

E i rituali di accoppiamento? Sono forse la massima espressione della biodiversità conosciuta: nell’atto della scelta del partner infatti i pretendenti “tirano fuori” tutte quelle caratteristiche che altrimenti servirebbero a ben poco. Colori sgargianti, abilità architettoniche degne dei più abili costruttori, truffe, vere e proprie offerte votive all’amante, ricompense sono solo alcuni esempi di come la selezione naturale plasma i processi di corteggiamento (e credetemi, macchine costose o bicipiti scolpiti sono poca roba a confronto). Di base, un solo mantra: mater semper certa est, per citare l’autrice, con la conseguenza di una sex ratio sbilanciata a favore dei maschi che devono inventarsi quindi qualsiasi diavoleria pur di fare conquiste. Anche “travestirsi” da femmina (!), come avviene nel serpente giarrettiera (Thamnophis sirtalis parietalis).

Per non parlare delle cure parentali: molto dispendiose nei mammiferi e negli uccelli (nei cuculi no, loro si servono di altri volatili). E il sesso del nascituro? Bhè, quello è un sistema tanto semplice quanto complicato, varia da specie a specie e si presenta con una genetica sui generis in funzione del gruppo animale. Basti però pensare che tra un pò di tempo (tranquilli, si parla di tempo geologico) con buone probabiltà non ci saranno più (ahimè) maschietti in giro.

Curiose le circostanze che hanno portato alla stesura del testo: la biologa, spinta dai refeer del suo blog (L’orologiaio miope), si accorge di quanto gli internauti siano incuriositi dall’argomento “sesso” in contesto animale e non (e te pareva!). Dopo tre anni di incubazione, e sotto la spinta dell’editore che ne aveva avuto sentore tempo prima, decide di mettere su carta gli interessi (o le fantasie) dei suoi lettori, regalandoci un saggio leggero, fresco e interessante, adatto ad una lettura sotto l’ombrellone. Il coccodrillo come fa (…”non c’è nessuno che lo sa… parapaparapà…”) ci regala una bella avventura nel mondo animale, uomo compreso, con lo scopo di farci conoscere più da vicino le meraviglie della natura, con uno stile frizzante, un’ironia acuta e un rigore accademico degno di nota. Il tutto correlato da magnifici disegni, che permettono di vedere ciò che è espresso nel testo. Perchè, evidentemente, la Signorile sa come fa il coccodrillo, e ce lo vuole far sapere anche in questo modo. E leggendo il libro, anche noi lo sapremo (e lo sapranno anche in Germania, visto che il saggio ha attraversato le Alpi di recente).

Breve nota biografica sull’autrice: Lisa Signorile è una biologa esperta in genetica di popolazioni, attualmente londinese di adozione. Al pubblico non è nuova: tiene oramai da un decennio una rubrica sul National Geografic intitolata L’orologiaio miope, omonima al suo primo successo editoriale pubblicato sempre da Codice nel 2012.

Il dilemma dell’onnivoro

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Per “dilemma dell’onnivoro” si intende un meccanismo di conservazione della specie molto efficace. In soldoni, tale dilemma può essere sintetizzato come segue. Mentre una alimentazione mirata e super specializzata permettere di non avere dubbi su ciò che si sta mangiando, una specie onnivora può trovarsi di fronte ad alcuni bivi alimentari alquanto pericolosi. Condizioni naturali spinte, infatti, spesso comportano un cambio di ecologia che costringe tale specie a sperimentare nuove “ricette” a proprio rischio e pericolo. La selezione naturale ha permesso dunque di togliere qualsiasi dubbio ad una mucca, mentre topi e umani, onnivori per eccellenza, sono costretti ad andare per tentativi ed errori. Ciò significa che il cibo, in quest’ultimo caso, può essere una lama a doppio taglio: può permetterti di continuare a vivere o ti può ammazzare all’istante. In entrambi i casi, è spesso un singolo individuo che si fa baluardo delle nuove scoperte, al fine di garantire la minore perdita possibile in termini popolazionistici. Segue l’imitazione se il feedback è positivo; in caso contrario, il gioco ricomincia con un altro concorrente.

Riguardo la cultura alimentare umana, i meccanismi che ci hanno messo di fronte a tale dilemma sono frutto di migliaia di anni di tentativi ed errori, maturati cioè nel corso dello sviluppo delle civilità, a partire dalla notte dei tempi. A dirla tutta, anatomicamente siamo già dotati di strumenti molto efficaci, atti a consentirci di districarsi nel dedalo della cultura alimentare tra le più varie del regno animale: recettori per il gusto, il disgusto, il dolce, il salato, l’amaro, l’aspro… Una interfaccia papillare verso l’esterno, che, come dice Harris, ci permette di vedere il cibo “buono da mangiare e da pensare”. Già, perchè oltre ad essere delizia per il palato, il cibo per l’uomo deve esserlo anche per la mente, e deve passare il vaglio delle scelte attuate per procurarselo.

E’ proprio Il dilemma dell’onnivoro il fulcro dell’omonimo libro di M. Pollan edito da Adelphi (I ed. 2006), un’indagine antropologica e sociale su ciò che siamo e su ciò che mangiamo, fatto di reportage sulle industrie alimentari, sulle ripercussioni materiali e mentali di quest’ultime e di riflessioni quasi filosofiche sull’essere onnivoro.

L’incipit, come l’autore stesso confessa, parte da una domanda: “cosa mangiamo per pranzo?”. A causa di questa semplice, ma allo stesso tempo profonda, domanda, Pollan decide di toccare con mano e di prima persona tutti i processi materiali degli alimenti che mangia. Ecco dunque che la sua indagine sociale si trasforma in vita attiva, seppur per brevi periodi, in un’industria alimentare di massa, in una industria alimentare biologica, nelle piccole aziende ecosostenibili, nella caccia e raccolta di materie prime.
Il libro viene diviso in tre sezioni, in cui alla fine di ognuna l’autore pianta il seme del dilemma dell’onnivoro, un insieme di bivi morali e pragmatici con cui ognuno di noi dovrebbe confrontarsi a tavola.

Tramite le suddette indagini veniamo così a conoscenza dei tanti retroscena esistenti nell’industra alimentare. In primo luogo, tutto ciò che deriva da una produzione massiva è semplicemente sinonimo di “mais”. Questo cereale oggi viene usato ovunque: per nutrire gli animali, come fertilizzante, nei dentrifrici, nei combustibili. Se da un lato ha permesso il veloce sviluppo dell’industria del take away (un solo chicco può dare fino a 300 chicchi), dall’altro il suo alto valore alcolico intossica tutto ciò con cui viene a contatto: la fermentazione che provoca avvelena il rumine dei bovini, già destabilizzati di loro dalla catena industriale spinta e dall’acidosi che ne indebolisce il sistema immunitario; il terreno fertilizzato dai prodotti a base di mais si “eutrofizza” (anche in questo caso leggasi “avvelena”) per l’alto contenuto di azoto; noi mangiamo sempre e solo la stessa materia prima presentata in salse diverse e pagandola a caro prezzo più volte nella stessa catena alimentare.
Come ammonisce l’autore stesso, noi consumatori contribuiamo a tutto ciò sulla base del “ci giriamo dall’altra parte” per non vedere. Ecco dunque presentato il primo dilemma: la quantità a scapito dell’ambiente?

D’altro canto, se la produzione massiva di cibo ci permette di rinunciare ad un alimento rispetto ad un altro, o ci permette di essere, noi occidentali, ai primi posti per obesità, un allevamento “più naturale” e meno deleterio per i suoi ospiti è possibile, anche se spesso non sostenibile dalle tasche di tutti. In una ipotetica trasposizione teatrale, capire chi sono gli attori e come recitano nel palco della natura permetterebbe un connubio idilliaco tra uccelli e bovini, bovini e terreno, uova prodotte e decremento di infezioni in un allevamento, con conseguente abolizione degli antibiotici. Questa seconda parte del testo infatti è incentrata sul “biologico” nel senso ampio del termine, dove l’autore tocca con mano il sapore del fieno e dove presenta il secondo dilemma: il sapore a scapito del tempo a disposizione? Vale la pena impiegare un’enorme mole di sacrificio per una dozzina di uova? Se è biologico, perchè percorrere 3000km prima di essere consumato?

Di particolare interesse è poi l’approccio che l’autore ha con la caccia, sia essa animale che fungina, ultima parte del testo. Nonostante le paure, e il successivo disgusto nello sparare ad un maiale, Pollan si sente tuttavia appagato dalla cena preparata con gli ingredienti di prima mano (maiale compreso): “La cucina classica ha il potere di lenire il dilemma dell’onnivoro ammantando l’esotico di sapori familiari.” Il dilemma in questa sezione potrebbe essere riassunto così: vale la pena cacciare, soprattutto i funghi, elementi eduli che dietro nascondono insidie che possono portare alla morte? Vale la pena assecondare un istinto che tanto ci caratterizza?

Da quel “cosa mangiamo per pranzo?”, ad un panino in una grande catena, ad una frittata di uova ecosostenibili, fino ad arrivare alla cena handmade, Pollan ci porta, tentando di risolvere proprio Il dilemma dell’onnivoro, prima ancora di quelli di una catena di montaggio di un mattatoio, nei meandri mentali dell’essere onnivoro.

Breve nota biografica dell’autore. Michael Pollan è un giornalista e saggista di fama mondiale, attualmente docente all’Università di Berkeley, California. La più nota delle sue imprese riguarda appunto il libro recensito in questo post, ma non meno importanti sono In difesa del cibo (Adelphi, 2009) e Cotto (Adelphi, 2014), testi che vanno a completare l’argomento “alimentazione”. Degno di nota è anche La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (Il Saggiatore, 2009)

Economia senza natura

Risultati immagini per economia senza natura. la grande truffa«L’uomo fa parte della natura, e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura». Soprattutto quando si parla di sviluppo e di crescita della popolazione. In questo caso, quando si parla di regole si parla di PIL, spread, industria. In una sola parola, di “economia”.
Pochi però, in materia di mercato, ne considerano la sfumatura “naturale”: l’ “ecologia”. I due termini, “economia” ed “ecologia”, apparentemente distanti, presentano la stessa radice: “eco”, deriva dal greco “oikos”,
tradotto con “casa”. Già dall’etimologia possiamo dedurne come i due termini risultano essere due facce della stessa medaglia: mentre cresce una diminuisce l’altra, e viceversa.
Ad accomunare le due discipline, distanti tra loro ad uno sguardo superficiale e poco critico, il seguente leitmotiv: l’adattamento a rispondere alle domande poste sia dalla natura che dal mercato. Alla base di questo concetto, un altro, ancora più semplice ma allo stesso tempo devastante: “non è possibile che una specie, qualunque sia il suo ruolo, possa crescere numericamente all’infinito”, in quanto rischia di portare se stessa all’estinzione. E questo vale soprattuto per la nostra specie, una specie (quasi del tutto) infestante con un ruolo di consumatore onnivoro e onnipresente, che ha già imboccato il punto di non ritorno.

Se siamo così intelligenti da poter dire questo, e lo facciamo da quando abbiamo coscienza sociale della natura, e da poter analizzare le crescite economiche dei paesi, perchè continuare con questa linea di crescita sbagliata e autodistruttiva? La risposta è data in Economia senza natura. La grande truffa di Ferdinando Boero (Codice Edizione, 2012), e può essere sintetizzata nel modo seguente: “Siamo irrimediabilmente scemi”.
Boero, in questo saggio, prende le mosse dall’etimologia delle parole “ecologia” ed “economia” per esaminare come la nostra società moderna, con le sue regole economiche, dovrebbe includere all’interno dei suoi rapporti di bilancio anche e soprattutto i costi derivati dallo sfruttamento ambientale. Processo che ad oggi sembra essere ignorato dalla gran parte dei buracrati.

Che poi, a pensarci su quanto basta, in ambito scientifico il termine “ecologia” è stato sininimo di un concetto più ampio e pertinente: “economia della natura”. Motivo per cui, gli studiosi, soprattutto dei campi appartenenti ai discorsi economici, dovrebbero considerare la sfumatura naturale delle attività umane e riconsiderare quella vecchia accezione ottocentesca che tanto sembra calzare a pennello in questo periodo storico. Come il testo di copertina recita, infatti, “Il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia deve essere corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, presto o tardi, presenta sempre il conto”.

Ma con “natura”, “naturale” et similia quì non si intende solo il deturpare gli ambienti o portare all’estinzione una specie; si intendono anche e in prima linea tutte le piramidi economico-sociali su cui si fonda uno stato, riflesso delle reti trofiche ecologiche. In un contesto del genere si inseriscono dunque nel testo argomenti come gli ambienti accademici e l'”esternalizzazione”, ossia la non inclusione dei costi ambientali su lungo tempo di ogni attività umana. Se nel primo caso una buona università, magari fatta con basi culturali più solide e con meno apparenze e burocrazie, permetterebbe di formare future classi dirigenti capaci, in linea teorica, di saper gestire una economia più “naturale”, dall’altro la stessa classe dirigente, ben istruita, potrebbe capire come piccoli cambiamenti ambientali possono portare a conseguenze devastanti. In poche parole, come nei rendiconti aziendali dovrebbero essere incluse tutte quelle azioni che potrebbero portare danni irreparabili in un futuro più o meno prossimo. Nulla di nuovo insomma, ma che ancora ci ostiniamo a prendere in considerazione.

Boero, saggiamente, dedica anche un paio di capitoli alla natura in senso stretto: evoluzione, selezione naturale, competizione, cooperazione sono i capisaldi di tutto il testo, e permettono di avere un punto di vista prettamente ecologico dei fatti economici. Fatti economici che non prescindono dall’attualità: le linee di incontro tra le Encicliche dei Papi e la salvaguardia ambientale, le politiche di gestione finanziaria dell’Unione Europea, il sistema della peer review delle riviste scientifiche, la mancanza di tassonomi, la situazione dell’istruzione in Italia sono tutti corollari di quella “economia ecologica” di cui tanto abbiamo bisogno in questo periodo, e di cui tanto si sente parlare, ma di cui poco si attua.

E’ grazie a questi strumenti che, giunti alla fine del saggio, viene da porsi una domanda, tanto semplice quanto agghiacciante: siamo ancora disposti ad essere irrimediabilmente scemi? Anche perchè, è bene ricordarlo, la natura prima o poi presenta sempre il conto.

Una breve nota biografica. Ferdinando Boero è un biologo marino e Professore di zoologia all’Università del Salento. La sua linea di ricerca, le meduse, gli hanno permesso di entrare timidamente anche nel campo della musica, oltre a quello della biologia: dopo aver dedicato una nuova specie di medusa a Frank Zappa, quest’ultimo gli ha dedicato un intero brano. Ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, è nel direttivo di un paio di associazioni sulla conservazione degli ecosistemi marini e ha alle spalle altri due volumi a sfondo “ecologico”: Ecologia della bellezza ed Ecologia ed evoluzione della religione.

Zio Tungsteno

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Oliver Sacks (1933-2015) è stato un neurobiologo di fama internazionale, conosciuto per i suoi studi su pazienti affetti da encefalite letargica e per le sue sperimentazioni con l’LSD. Ma Oliver Sacks è stato anche un grande romanziere: altri pochi autori come lui hanno trasformato dei casi scientifici in veri e propri casi letterari. Ne sono esempi i best seller L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello o Risvegli (da cui è stato tratto un film), in Italia editi entrambi da Adelphi rispettivamente nel 1986 e 1987.

Con Zio Tungsteno. Ricordi di un’infanzia chimica (Adelphi, 2002, pp. 394), invece, Sacks si spinge oltre: ci regala una duplice chiave di lettura, quella personale e quella scientifica. Da un lato racconta infatti degli scorci della sua infanzia, dall’altro uno spaccato di storia della chimica che solo pochi sanno narrare così bene. Ogni capitolo infatti si presenta con questa miscela che poco guasta lo scorrere delle pagine, rendendolo gradevole e leggero.

A fare da Cicerone in questi due mondi, apparentemente distanti, è proprio Zio Tungsteno: “Zio Tungsteno” è il soprannome attribuito ad uno zio dello scrittore, Dave, dedito alla chimica per passione e per lavoro. La sua è infatti una delle prime fabbriche di lampade che utilizza un (allora) nuovo materiale, il tungsteno, da cui il soprannome. Oliver passa gran parte della sua infanzia a contatto con lo zio, che a differenza dei suoi genitori, non si stanca mai di rispondere alle domande del giovane aspirante scienziato: “In linea di massima mia madre era paziente, e cercava di spiegarmi, ma alla fine, quando non ne poteva proprio più, mi diceva: ‘Questo è tutto quello che so– se vuoi saperne di più, chiedi a zio Dave'”. In maniera più o meno volontaria, Dave riesce in questo modo a piantare il seme della curiosità nel giovane Sacks, tanto che l’affetto per lo zio si trasforma in affetto per la chimica: l’adolescente Oliver è infatti affascinato dai processi mentali e materiali che hanno portato alla chimica del Novecento, e ne racconta a grandi linee le vicende storiche e sociali. Ne sono esempi la scoperta della radiottività da parte dei coniugi Curie o la tavola periodica degli elementi o tutto il contesto socioscientifico che ha portato alla realizzazione dell’illuminazione artificiale.

Per Oliver, la passione per il mondo chimico inizia con l’osservazione dei metalli, incipit del libro e fil rouge della sua adolescenza: “Molti dei miei ricordi d’infanzia sono legati ai metalli- come se avessero esercitato su di me un potere immediato. Spiccando sullo sfondo di una realtà eterogenea, si distinguevano per la lucentezza, il bagliore, l’aspetto argenteo, la levigatezza e il peso. A toccarli erano freddi, e quando venivano percossi risuonavano.” Da lì una curiosità smisurata verso la disciplina: “Continuavo a tormentare i miei genitori tempestandoli di domande. Da dove veniva il colore? Perché mia madre usava l’ansa di platino appesa sulla stufa per accendere il bruciatore del gas? Che succedeva allo zucchero quando lo si mescolava al tè? Dove andava a finire? Perché l’acqua si agitava quando bolliva? (Mi piaceva stare a guardare l’acqua messa sul fornello e vederla fremere di calore prima di rompersi nelle bolle)”.

Nella parte prettamente autobiografica Oliver descrive i momenti più significativi della sua infanzia, soffermandosi spesso sulle figure parentali che più gli sono state vicine: in questo modo sappiamo del padre, medico ebreo dedito alla lettura, della madre, a tratti dura quando si tratta di indirizzare il figlio verso la medicina, dei due suoi fratelli, molto più grandi di lui e “tutor” scientifici, degli altri componenti della famiglia, ognuno genio indiscusso nel proprio campo lavorativo o intellettuale. Nel bene o nel male, a questi ritratti si aggiungono anche le esperienze dirette del futuro neurobiologo: i primi esperimenti di chimica, gli atti di bullismo subiti nella scuola londinese da parte del preside e dei compagni durante la Seconda Guerra Mondiale, l’eccitazione di scoprirsi adolescente durante una nuotata in piscina.

Ciò che colpisce dei lavori di Sacks, e di questo in particolare, nonchè elemento caratterizzante dell’autore, è la capacità che lo stesso ha nel trascinare il lettore verso mondi anche distanti dal suo: leggendo le pagine di questo romanzo sembra quasi di essere immersi nello stesso momento in cui Scheele scopre l’acido fluoridrico, o quando lo stesso Oliver, ancora un bambino, quasi uccide il suo cane chiudendolo in un bidone al freddo e al gelo; un modo inconscio di attirare le attenzioni e per cercare di liberarsi dall’enorme fardello del bullismo subito.

Leggere Oliver Sacks e di Oliver Sacks è armonioso e allo stesso tempo profondo. Se a questo aggiungiamo la sua maestria nel trasportare il lettore, che sia dentro la sua casa o dentro lo studio della Curie, ne viene fuori, ogni volta, una sessione di lettura piacevole e istruttiva senza mai essere tediosa.

 

La “scimmia nuda”: un ballo che dura secoli

È inutile sottolineare quanto negli ultimi tempi sia tornato alla ribalta il concetto di Risultati immagini“scimmia nuda”. E dico tornato perchè in effetti non è, come ormai si sarà capito, un concetto nuovo, ma è un’espressione che gli antropologi conoscono bene e che si portano dietro da cinquanta anni precisi. Ossia, dalla pubblicazione de La scimmia nuda di Desmond Morris, il testo che ha ispirato il tormentone musicale del momento, Occidentali’s karma di Gabbani, vincitore dell’edizione 2017 di Sanremo.

Già nel momento della sua pubblicazione il libro ha suscitato scalpore, quantomeno in ambito letterario/scientifico e non commerciale: per la prima volta viene infatti descritta la nostra specie da un punto di vista diverso, e da questo momento non ha più solo una “semplice” etichetta scientifica. Il motivo  è prettamente accademico: una specie infatti per essere tale deve essere descritta da vari punti di vista, ovvero si deve conoscere in tutte le sue sfaccettature, siano esse anatomiche, paleontologiche ed etologiche (oggi a questa visione si è aggiunta anche quella genetica, ancora in embrione al tempo dell’uscita del libro). In effetti, da quando Darwin aveva messo il tarlo ne L’Origine delle specie (“luce si farà sull’origine dell’uomo”), nessuno ancora aveva trascritto le abitudini dell’uomo, motivo per cui la dicitura “H. sapiens“sembrava essere quasi campata in aria. Ci ha pensato dunque Morris, che oggi, almeno in Italia, sta vivendo una seconda gioventù letteraria, stando alle classifiche delle vendite.

Ma quali sono stati i passi del pensiero culturale occidentale che hanno portato al concetto di “scimmia nuda”?

Oggi più o meno tutti abbiamo, o dovremmo avere, cognizione del fatto che anche noi siamo degli animali, delle “scimmie nude” appunto, ma prima di arrivare a tale concezione acqua sotto i ponti ne è passata, e tanta anche.

Un primo accenno alla vera essenza dell’uomo si deve a Platone, che, oltre a considerarci privi di vello, ci considera al pari delle fiere, descrivendoci come animali privi di piume. Più simili agli uccelli dunque che ai primati. Ma se Platone è forse il primo a metterci sullo stesso piano degli animali, Aristotele non è dello stesso avviso. L’assioma che ci vorrebbe infatti degli esseri superiori e quindi in cima ad una piramide naturale si deve a quest’ultimo filosofo greco che ne esaltava le gesta rispetto al resto del mondo animale. Di conseguenza, accostare l’uomo ad un animale risulta essere, per l’uomo greco, qualcosa di barbarico. Figuriamoci ritenerlo nudo. Tale concezione è stata dura a morire durante il corso dei secoli, e, durante il Medioevo, il monopolio prima naturalistico e poi cristiano dell’ipse dixit (aristotelico per i laici, biblico per i cristiani) ha di fatto creato un tabù riguardo l’argomento “uomo e natura”.

Risultati immaginiQualcosa comincia a snaturarsi con la filosofia cartesiana, e qualcosa effettivamente comincia a mutare con il sistema di classificazione linneiano: nel grande Systema naturae pubblicato nel 1735 che tende ad identificare e a classificare tutte le specie viventi rientra per la prima volta anche l’uomo. Da questo momento anche noi quindi abbiamo una nostra carta di identità scientifica, con tanto di nome e cognome: “Homo sapiens“. Non solo: da questo momento anche l’uomo è parte integrante della natura. La descrizione accanto porta però altre tre parole, rigorosamente in latino: nosce te ipsum, conosci te stesso, un leggero atto di presunzione figlio della visione prettamente creazionista di Linneo. Ma ci sta tutto, anche se ancora siamo lontani dall’essere scimmie. Ad onor del vero, qualcuno comincia a tenere dei primati in casa, ma eleva le scimmie a uomini trogloditi, e non viceversa.

A Darwin si deve la prima vera teoria che spiegherebbe come il mondo vivente si adatta Risultati immaginicambiando, e a questa teoria non sfugge neanche l’uomo, di cui ora si tracciano anche i rapporti di parentela rispetto agli altri componenti della natura. Si scardina in questo modo un concetto durato quasi duemila anni. Ne L’Origine delle specie, datato 1859, un poco disinvolto accenno all’argomento, considerata la prudenza che necessita il contesto vittoriano. Poco più di un decennio dopo, l’uscita del testo che ha sancito le idiosincrasie della nostra specie: ne L’Origine dell’uomo (1871) si delineano le genealogie dei primati in generale e dell’uomo in particolare (“non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l’uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge [della selezione naturale”]). Non a caso, il titolo originale di questo testo è The Discendent of man. In tale modo Darwin si spinge anche oltre, azzardando dunque che la nostra specie avrebbe un antenato africano in Risultati immagini per l'origine dell'uomo e la selezione sessualecomune con le scimmie. A tutto ciò segue un acceso dibattito, di cui la frode dell’uomo di Piltdown e lo scontro tra Huxley e Wilberforce ne sono l’emblema. Ma con Darwin siamo scimmie per la prima volta. E con Shopenhauer siamo pure delle scimmie che si annoiano (“se le scimmie sapessero annoiarsi diventerebbero uomini”).

A partire dalla seconda metà del ‘900, mentre si delineano e si rimarcano le sempre più presenti diatribe tra creazionisti ed evoluzionisti, in campo antropologico si è ormai delineata la linea di discendenza del genere Homo, tramite fossili, studi primatologici e genetici. Ora siamo scimmie a tutti gli effetti, anche se siamo delle scimmie particolari.

In questo contesto si inserisce La scimmia nuda (1967- titolo originale: The naked ape): con la pubblicazione di questo testo, la specie Homo sapiens viene descritta anche dal punto di vista etologico (lo spettro anatomico è già stato da tempo sviscerato dagli antropologi, mentre la sfera paleoantropologica è ormai una scienza affermata e ha di fatto tracciato a grandi linee le discendenze della nostra specie). La tesi del libro, presentata in modo sintetico dal titolo, vorrebbe la perdita dei peli nell’uomo in quanto elemento distintivo della nostra socialità. In altre parole siamo uomini, e quindi diversi dagli altri primati, perchè abbiamo perso il pelo, e abbiamo perso il pelo perchè in questo modo, tramite la pelle, i rapporti individuali si intensificano. Soprattutto durante l’allevamento della prole. Per dirla con una battuta, abbiamo perso il pelo perchè le Australopitecine avrebbero preferito un’abbronzatura ottimale. Dal 1967 siamo delle scimmie, siamo delle scimmie particolari, e siamo delle scimmie che hanno perso il pelo, quindi nude.

Il testo si è tirato dietro diverse critiche, risulta essere ormai superato per quanto riguarda il suo assunto principale (vedasi ad esempio Marvis Harris, La nostra specie), ma rimane lo stesso un bello scorcio di letteratura scientifica che ha fatto storia. E ne farà ancora, data la rinascita che sta avendo e dato il successo di Gabbani.

Il gene del diavolo

Risultati immaginiA partire dal sequenziamento del DNA, la biologia ha vissuto e vive un periodo pieno di genetica e molecole. Ad oggi, tale scoperta ci consente di sapere in anticipo quali mutazioni porta il nostro corredo genetico e dunque di anticipare i tempi su probabili malattie ereditarie. Le quali si manifestano ancora oggi con elevata incidenza.

Nonostante le nuove e sempre più accurate conoscenze in campo biomedico, oggi la genetica deve prima di tutto confrontarsi con le tradizioni e con la cultura di ogni popolo. In molte etnie, infatti, da un lato la malattia genetica viene accettata perché volere divino, dall’altro diventa un marchio di fabbrica, un momento di identità sociale difficile da eradicare: “in certe società è peggio nascere femmine che nascere sordi”. Condizioni, queste, che incrementano il suo manifestarsi. Motivo per cui risulta importante considerare anche e soprattutto la dimensione sociale del fenomeno, prima ancora della sua genetica.

Di tutto questo si parla elegantemente ne Il gene del Diavolo, libro di Baroukh M. Assael edito da Bollati Boringhieri (2016, 186 pagine, 15€).

Argomento centrale è come la malattia genetica ereditaria sia passata da male innominabile, e per questo accettato incondizionatamente, a problema sociale risolvibile in tutte quelle popolazioni che praticano un accoppiamento mirato e/o tra consanguinei. Da qui l’assioma secondo cui le malattie genetiche oggi possono essere combattute e in molti casi arginate: bastano una giusta divulgazione e strumenti adatti. A tal proposito, Assael ci parla delle frequenze di manifestazione sempre più basse della sindrome di Tay-Sachs negli ebrei ashkenaziti, di come la fibrosi cistica sia quasi sparita in molte parti dell’Italia, di come la scomparsa della talassemia sia frutto di una ferma decisione politica. Possono essere arginate, certo, ma il fenomeno genetico deve anche confrontarsi con quello sociale: l’accoppiamento tra consanguinei ingatti contribuisce ad alimentare “il gene del diavolo”, motivo per cui, prima di entrare nel laboratorio, la malattia genetica deve uscire dall’anima dell’individuo. Anche se l’altra faccia della medaglia consiste nello spauracchio di una nuova “razza pura”: il tutto, quindi, mentre ricominciano con forza a farsi risentire le propagande eugenetiche.

Per trattare argomenti delicati come questo ci vogliono coraggio e maestria nel farlo: doti che Assael possiede appieno. Dalla sua, una lunga esperienza da ricercatore e divulgatore: è autore infatti di numerosi articoli di pediatria e infettivologia, nonchè di due testi (Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione e Il male dell’anima. L’epilessia tra ‘800 e ‘900) a carattere medico. Il tema de Il gene del diavolo è affrontato in modo chiaro, semplice e diretto, e con un approccio olistico, dove antropologia, filosofia, psicologia e scienze sociali si incontrano. Il risultato è una lettura fluida e scorrevole, senza mai essere pesante, nonostante si affrontino anche temi “caldi” come l’eugenetica e la bioetica.

Di questo libro ho poc’altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente di leggerlo. Se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro riescono a lasciarti qualcosa con prepotenza; se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti cambiano la vita; o se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti fanno confrontare con realtà apparentemente lontane dalla tua, Il Gene del Diavolo è stato per me uno di questi.

Dalla parte del lupo

Forse, tra tutti i componenti della fauna europea, la specie che più desta contemporaneamente fascino, mistero, ammirazione e paura è quella che fa capo alla categoria tassonomica Canis lupus. In parole povere, il lupo.
Su questo meraviglioso animale esistono leggende di varia natura e genere, sono sorte delle paure dettate dai luoghi comuni, si è instaurato un clima di rispetto e al contempo di disprezzo nei suoi confronti. Tutti semi di una stessa pianta che porta il nome di “superficialità”. Il giardino in cui questa cresce è composto da una visione ristretta della sua ecologia, una scarsa conoscenza della sua zoologia e una forte incomprensione della sua etologia.
Elementi che poco si addicono all’animale che ci ha consentito di plasmare il cane moderno, di cui, appunto, risulta essere l’antenato diretto.

Mentre impazza la polemica sul piano ministeriale di abbattimento del 5% della popolazione del lupo in territorio italiano, a gamba tesa mi sento di suggerirvi un romanzo a tema, nella speranza che possa fugare qualsiasi dubbio a riguardo: Dalla parte del lupo (Airone, 1987, 270 pagine), di Luigi Boitani.
Luigi Boitani è attualmente Professore all’Università La Sapienza di Roma, e al lupo ha in pratica dedicato la sua intera vita accademica. Grazie a Dalla parte del lupo ha vinto il Wwf international conservation award, ed è riuscito a mantenere viva una specie. Le pagine di questo romanzo sono infatti il frutto di 13 anni di esperienza diretta dell’autore, oggi diventato il massimo esperto mondiale in materia: nel 1972 il Wwf conferisce a Boitani l’incarico di monitorare la popolazione del lupo in Italia, in modo tale da stimare gli effetti dell’abbattimento massivo della specie, e di scongiurarne una conseguente estinzione nel nostro territorio.

Dalla parte del lupo è un romanzo a carattere scientifico-divulgativo ad ampio spettro, che sviscera in lungo e in largo l’argomento “lupo” seguendo la dicotomia “lupo-reale”-“lupo-fantastico” che da sempre lo caratterizza. Proprio per questo motivo, il testo è strutturato in due parti, a sottolinearne la duplice “natura”: la prima è dedicata alla sua ecologia, con tanto di rapporti scientifici, dati, tecniche di campionamento, descrizioni comportamentali; è in pratica rivolta a quella parte del “lupo-reale” che poco conosciamo. La seconda parte è invece votata alla sfera mitologica, a quel “lupo-fantastico” frutto della tradizione, dei miti e delle leggende che da sempre hanno guidato il rapporto tra l’uomo e il “principe delle foreste”. Come l’autore stesso confessa, “il punto di contatto di questi due lupi è l’uomo, che ha da sempre accanitamente difeso le fantasie che han dato corpo all’immaginario, curandone i particolari e accrescendo i dettagli”. Col tempo, tali dettagli hanno portato ad esacerbare la visione negativa che del lupo se n’è fatta, la quale propende, forse ora più che mai, verso quella parte della bilancia che pesa il “lupo cattivo”, equiparandolo a “nostro nemico”. In tale bilancia, la visione mistica e fantasiosa regna sovrana: agli occhi di Boitani, a destare meraviglia non è la complessa struttura sociale di un branco di lupi, ma l’insieme di notizie fantastiche che riguarda la sua origine, di cui, quella che più sembra caratterizzare la tradizione etnica italica, vorrebbe un’importazione da territori lontani tramite elicotteri e paracadute.

Lo stile di Boitani è degno di un divulgatore esperto: riesce infatti ad accostare, come pochi sanno fare, la rigidezza scientifica, soprattutto in materia di campionamenti e monitoraggio della specie, all’arte della scrittura. Il libro si presenta scorrevole, chiaro, e con una struttura della frase semplice, efficace e mai banale. Caratteristiche che si possono apprezzare maggiormente quando l’autore racconta della sua esperienza ravvicinata con un branco di lupi: in queste pagine sembra di essere immersi nella stessa situazione, con qualche brivido che comincia a salire scorrendo le parole che descrivono l’episodio.

Dalla parte del lupo è correlato anche da ottime illustrazioni che riportano ad esempio le mimiche facciali dell’animale, i suoi schemi di predazione, e il suo linguaggio del corpo. A ciò si aggiungono alcune foto sul campo e una breve raccolta di immagini relativa all’iconografia  del lupo. A fine testo si ritrovano anche quattro appendici che riportano i metodi di campionamento, le direttive per un corretto studio dell’animale, un manifesto per la sua conservazione, e delle tabelle che puntualizzano sulla sua distribuzione, relativa al decennio precedente la pubblicazione del libro.

Premi internazionali a parte, Dalla parte del lupo descrive la vera anima di un animale che da sempre è costretto a convivere con l’uomo. E mentre la favola di Cappuccetto Rosso vuole un lupo che mangia la nonna, l’altra faccia della medaglia lo pensa come amico di S. Francesco, anima della foresta nei miti delle popolazioni nordiche e “genitore” (da parte di madre) di Romolo e Remo. Questo perchè, come dice Boitani, il lupo c’è e c’è sempre stato, anche se non ce ne siamo accorti.

(Il libro mi è stato consigliato e regalato da un mio carissimo Professore, con cui condivido la passione per i libri: a lui sono infinitamente grato.)