Quattro chiacchiere con Pietro Li Causi


Pietro Li Causi: un’anima rock in un corpo da letterato

Dopo la presentazione al Museo “Doderlein” di Palermo del libro Gli animali nel mondo antico, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere, seppur virtuali, con Pietro Li Causi, l’autore.

Pietro (mi permetto di dargli del “tu” perché è stato lui a chiedermelo) è un classicista, ma è anche, citando una presentazione dei suoi studenti da lui immaginata, “un docente di Lettere con una spiccata predilezione per il Latino e con un’insana passione per l’A. S. Roma, il rock e le chitarre elettriche”, con alle spalle diversi anni di precariato universitario e tanta fatica nell'”essere ricercatori indipendenti insegnando nella scuola post-renziana”. Nel suo curriculum si legge anche che Pietro è “responsabile dell’unità di ricerca di Palermo ‘GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquitè-Moyen Age)’”, che, spiega, “è un network internazionale di ricerca che fino al 2017 è stato finanziato dal CNRS francese e che – come tutti ci auguriamo – si appresta ad essere ri-finanziato”. In parole povere, è un ente che vuole promuovere l’interdisciplinarità in materia di sapere zoologico, da Aristotele fino al Medio Evo, e con lo scopo “di creare, nel tempo, un data base websemantico di immagini, bioresti e testi zoologici in lingua greca, latina e araba per il periodo che va dall’antichità classica fino al XIV-XV secolo d. C”. Mi spiega anche che per fare ciò occorrono molte figure professionali – l’interdisciplinarità non si crea dal nulla -, “da antichisti come me, a biologi puri, genetisti, iconografi, storici, archeozoologi, zooantropologi, informatici ed esperti di digital humanities“.

Ma non è tutto: per mettere su un progetto del genere bisogna istruire i neofiti; in fondo, come in ecologia, anche la piramide del sapere deve fondarsi sulle nuove generazioni. Ecco perché, mi confessa orgoglioso, “in questi ultimi due anni, ho di fatto creato un’unità di lavoro con i miei studenti delle classi quinte del Liceo Stanislao Cannizzaro di Palermo, che hanno dato il loro contributo alla costruzione del data base con la marcatura websemantica di due epistole senecane (vedi qui e qui) che trattano di temi zoopsicologici” (un resoconto del lavoro è stato pubblicato anche sulla rivista ClassicoContemporaneo).

Il diavolo è nei dettagli, direbbe qualcuno…

Finite le presentazioni, gli chiedo cosa lo ha avvicinato al pensiero classico; mi risponde che “Più che ‘cosa’, forse direi ‘chi’”. Dimentico che, come recitava uno slogan pubblicitario, ci sono “persone oltre le cose”. Piccolo passo falso che credo mi abbia perdonato. Mi accenna al suo “primo maestro, il compianto Domenico Romano”, il suo relatore di tesi. “Il suo entusiasmo – continua -, l’energia con cui spiegava i classici latini mi hanno conquistato sin dalla prima lezione. Mi sono innamorato del mondo antico grazie a lui”. Del resto, tutti abbiamo un nostro Virgilio.

Circostanze più particolari lo hanno invece avvicinato agli “animali nel mondo antico”: “Era il 1998 e avevo appena vinto la borsa di dottorato di ricerca. Il mio progetto originario era quello di lavorare sul concetto di fictio nella letteratura romana, ma i miei piani sono cambiati all’improvviso in una calda giornata di luglio, quando, entrando nella Libreria Pellegrino di Marsala (la città di cui sono originario), vidi esposti uno accanto all’altro sugli scaffali l’edizione BUR del De natura animalium di Eliano e il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges. Li acquistai entrambi, per poi passare alla Historia animalium di Aristotele, alla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, e così via. Non mi sono più fermato”. Già, perché il diavolo, direbbe qualcuno, è nei dettagli, o in un sguardo, o in un libro. Sempre e comunque.

Le fatiche letterarie dell’Ercole siciliano

Riguardo il dottorato Pietro l’ha conseguito con una tesi sulla manticora (“il mangiatore di uomini”), un animale mitologico dall’areale imprecisato (“ora in India, ora in Etiopia”) che secondo Ctesia di Cnido, il primo a parlarne, aveva un corpo da leone, la coda da scorpione, e il volto da uomo con tre fila di denti in bocca. In Sulle tracce del manticora (Palumbo, 2003) – la pubblicazione della tesi – Pietro aveva cercato di capirne l’epidemiologia della credenza, “spiegando cioè come i sistemi di pensiero dei vari autori si organizzavano per accoglierla nella propria enciclopedia, commentarla (o in alcuni casi smascherarne la natura fittizia). Più che di un’indagine su un mostro si trattava di un’indagine sui contesti intellettuali e sulle idee di fondo che lo – diciamo così – ospitavano”.

Un’indagine che poi è stata portata avanti in modo molto simile anche nell’ultima fatica di Li Causi, Gli animali nel mondo antico (pubblicato da Il Mulino nel 2018), “un testo che mira a introdurre il lettore ad un mondo per molti versi perduto; un mondo che in parte è vicino al nostro – almeno se lo si considera nell’ottica dei tempi lunghi dell’evoluzione –, ma che, a voler tenere conto delle cornici culturali di riferimento a partire dalle quali i Greci e i Romani guardavano la realtà, riserva non poche sorprese”. È un’indagine a due facce: in una viene dato uno sguardo a tutto ciò che concerne il pensare gli animali e ai processi che hanno portato ai loro cambiamenti; nell’altra vengono presentate scene di vita quotidiana che hanno gli animali come protagonisti.

Corsi e ricorsi storici

“Non credo che gli antichi possano essere usati come punti di riferimento e di ispirazione per il presente”. Gli avevo chiesto se fosse particolarmente legato a qualcuno di essi. La risposta di Pietro ha una logica disarmante: ci sono troppe differenze sociali e culturali tra noi e loro, troppi anni di distanza, e le loro sono pur “sempre risposte a problemi lontani da noi, e vengono date sulla base di assunti che non sempre possono essere applicati ai nostri tempi”. Tuttavia, se è vero che la storia è maestra di vita, “proprio in quanto diversi da noi, possono aiutare a riflettere sulle loro e sulle nostre cornici di riferimento”. Vedasi, ad esempio, sull’impatto ambientale di cui oggi tanto si parla: “I Greci e i Romani, infatti, da un lato avevano sviluppato un atteggiamento prometeico che promuoveva un dominio incontrastato dell’uomo sugli altri enti della natura, dall’altro lato avevano invece immaginato la Natura (il corsivo è suo) stessa – con la ‘N’ maiuscola – come un macro-organismo divino in cui ogni vivente è una parte del tutto e gioca il suo ruolo, e ha il suo impatto”. Da notare l’aggettivo “prometeico”, qui non a caso: Prometeo è colui che ruba il fuoco agli dei, simbolo di potenza, per darlo agli umani. Ma se da un lato tale atto risulta essere un affronto verso le divinità, e quindi verso la natura di cui loro sono i rappresentanti, dall’altro lato “al livello delle pratiche quotidiane, erano di fatto messe in atto forme di sfruttamento delle risorse naturali e dei viventi che avrebbero fatto impallidire gli ecologisti contemporanei”: è infatti ormai un dato di fatto che si è avuto il picco massimo di impatto ambientale proprio in età imperiale romana.

A ciò aggiungete anche che sono radicalmente cambiati i modi di parlare della natura e alla natura: da Galileo in poi, infatti, la scienza non è più stata un braccio della filosofia, ma ha goduto di vita propria grazie ai nuovi linguaggi epistemologici. Con Darwin poi…

(Ad onor di cronaca, chiedendogli di una o più preferenze riguardo gli autori classici, mi confessa di aver particolarmente apprezzato Aristotele e Plutarco nel momento in cui ha dovuto tradurli per L’anima degli animali edito da Einaudi nel 2015, curato assieme a Roberto Pomelli)

L’essenza delle cose

Ancora oggi, nonostante i duemila anni trascorsi, un nome riverbera spesso nelle questioni di natura. Quel nome corrisponde ad un grande pensatore: Aristotele. A lui si devono tanti meriti, tra cui quello di un primo sistema metodico di classificazione dei viventi. “Quando parliamo di classificazione, nel mondo antico, parliamo sempre di uno strumento logico che serviva non tanto a costruire gerarchie tassonomiche fisse o, ad esempio, a fondare una sistematica scientifica”, mi spiega Pietro, “ma a penetrare dentro l’essenza ultima (la ousia) di un dato ente (fosse esso un animale, un’idea astratta o anche un manufatto). In quest’ottica, il lavoro svolto da Aristotele è comunque impressionante, perché costruisce un numero spropositato di raggruppamenti e classemi basati su assi di divisione molteplici (conformazione dei denti, metodi di riproduzione, conformazione degli arti, modi di vita, etc.) che permettono di pensare il mondo della natura come un sistema di analogie e di differenze sulla base delle quali si possono definire le cause della vita e le identità specifiche degli esseri studiati”. Il motivo per il quale ancora – e nonostante Linneo – Aristotele riverbera in materia di classificazione sta nell’aver considerato tutti i parametri fino ad allora conosciuti (l’insieme delle funzioni vitali e delle relazioni interspecifiche e intraspecifiche) dei suoi oggetti di studi, le “essenze” appunto. Non che prima nessuno c’avesse provato; anzi, erano stati in troppi. E nessuno di loro si è fatto avanti nella folla delle teorie classificatorie, in quanto i loro sistemi metodici sono risultati essere troppo settoriali e non “basati su assi di divisione molteplici”.

In un mondo di vedenti, la miopia regna sovrana

Non mi capita spesso di avere vicino un classicista, motivo per cui ne ho approfittato, cercando di avere un “parere dell’esperto” su alcune tematiche attuali di carattere culturale: l’abolizione delle lingue antiche dalle scuole, e la concezione che in molti hanno della cultura in generale, intesa come frutto del sapere umano.

“Sulla base di tutto quello che ci siamo detti, credo che sarebbe un atto di miopia abolire lo studio delle lingue morte nei licei. E non solo per una questione di cultura generale”. Tutta la scienza della vita ad esempio si basa oggi sul latino e sui latinismi, per non parlare del fatto che per più di 1500 anni il latino è stato ciò che per noi oggi è l’inglese, mentre in greco sono state tradotte molte delle opere a noi tramandate. Abolirle, mi confessa Pietro, sarebbe come togliere profondità storica a tutto il nostro passato. E su questo Pietro mi trova d’accordo.

Riguardo la seconda tematica, permettetemi una breve digressione. Nel 1963, Charles Percy Snow, scienziato e scrittore inglese, pubblica il suo famoso testo – ormai fuori produzione da tempo – dal titolo Le Due Culture e la rivoluzione scientifica. In questo saggio Snow conia il concetto delle “due culture” denotando che la mancata comunicazione tra due macroaree del sapere (umanistico e scientifico) sarebbe la causa della mancata soluzione dei mali del mondo. Tale pensiero è stato fin da subito travisato da molti, che ancora oggi danno alito ad un Rubicone che non ha motivo di esistere: si fa fatica a dialogare, e si etichetta il “colto” e il “non colto” in funzione del suo percorso di studi. In un’ottica orwelliana, questo sarebbe in pratica un mondo di vedenti in cui la miopia regna sovrana.

Chiedo un parere a Pietro: “Mi piacerebbe rispondere che ‘la cultura è una’. Nel mondo antico, un personaggio come Aristotele passava con estrema disinvoltura dalla critica letteraria della Poetica alla meteorologia. L’idea di abbattere in toto le barriere e gli steccati, per quanto affascinante, mi pare tuttavia poco praticabile in un mondo in cui prevalgono forme sempre più radicali di specializzazione. Ciò non toglie, però, che forme di dialogo interdisciplinare fra più settori siano auspicabili e – dirò di più – dovute. Nel mio piccolo, è quello che tento di fare io con biologia e antichistica. La mia fortuna è che in questi anni sono riuscito a farlo all’interno di una rete che questo dialogo lo pratica su scala internazionale”. E anche su questo sono d’accordo.

Per non parlare di un’altra classificazione, quella che vede una cultura “alta” e una “bassa”. “Sulla base delle mie letture antropologiche, direi che tendo a non distinguere troppo i due ambiti e ad approcciarmi alle cosiddette ‘opere letterarie’ degli scrittori antichi come a prodotti di un tessuto culturale più ampio e diffuso. Per il resto, nella mia vita quotidiana confesso di praticare poco questa distinzione fra alto e basso. Anzi, spesso – per fare un esempio banale – mi capita di leggere Plinio il Vecchio e Cicerone (o Darwin) mentre ho nelle cuffie i Soundgarden o i Queens of the Stone Age“.

Progetti per il futuro

“Vorrei portare avanti un lavoro già avviato sulla metamorfosi fra scienza, letteratura e credenze popolari nel mondo antico. Ma, in fondo, ancora è troppo presto per parlarne. Sicuramente il lavoro di più imminente pubblicazione che posso citare sarà il commento all’Epistula ad Lucilium 124 di Seneca, che sto curando assieme ai miei studenti del Cannizzaro e che probabilmente verrà messo in circolazione, oltre che sul loro sito, anche in un numero speciale della rivista ClassicoContemporaneo“.

Il lupo perde il pelo… ma non il libro

Come di consueto, non posso non chiudere una chiacchierata con la domanda: libro preferito? Pietro, in maniera diretta o indiretta, di libri ce ne ha consigliati tanti, che passano in rassegna tanti anni di letteratura. Ci consiglia Il velo di Iside di Pierre Hadot (Einaudi, 2006), citato quando gli ho chiesto di come è cambiato il nostro modo di vedere la natura, che mostra come la dicotomia ‘visione utilitaristica della natura’ e ‘visione ecologistica’ della stessa “aveva già attraversato il mondo antico”. Va anche sul classico, che non ci sta mai male: di Aristotele cita l’Historia animalium e il De generatione animalium (“ho amato la capacità di costruire le sue opere biologiche come una sorta di panottico che rende conto della molteplicità, della bellezza e della complessità del mondo degli animali[…]”); a lui affianca Plutarco, di cui dice di apprezzare “il fervore animalista che lo spinge a rendere conto dell’attitudine al dolore che accomuna gli altri animali a noi uomini”. A bruciapelo, mi risponde però che di libri preferiti ne ha centinaia. “In momenti diversi darei forse risposte diverse. Al momento mi viene da pensare a Palomar di Italo Calvino”. Perché Calvino, mi viene da pensare, sta su tutto.

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