Gli animali nel mondo antico


Gli Etiopi chiamano nabu una bestia simile nel collo al cavallo, nei piedi e nelle zampe al bue, nella testa al cammello, con macchie bianche sul pelame fulvo; per questo è chiamata camelopardalis […] animale notevole per il suo aspetto più che per la natura feroce, e per questo ha avuto anche il nome di pecora selvatica.

Da queste poche righe, riuscireste ad indovinare di che entità si tratta? Riuscireste a capire se si tratta di un animale realmente esistente o di una forma, per così dire, mitologica?

Se quella appena letta è una descrizione di Plinio il Vecchio, quella di seguito è invece di mia interpretazione, e si riferisce allo stesso soggetto:

Classificato come artiodattilo, la caratteristica distintiva dell’animale è il lungo collo, che permette di identificarlo come l’essere vivente più alto della savana e di tutto il regno animale. Oltre a due piccole corna, la testa si presenta con due grandi occhi globulari, mentre la sua lingua, prensile, gli consente di strappare il fogliame della savana. Il manto è ricoperto da chiazze o macchie scure. Il suo nome comune deriva forse dall’arabo, e significa ‘[colei che] cammina velocemente’.

Le due descrizioni parlano della stessa entità a quattro zampe, la giraffa, ma lo fanno servendosi di tecniche diverse e di approcci stilistici diversi. Mentre Plinio il Vecchio utilizza molte similitudini (“simile nel collo al cavallo”) partendo da ciò che più gli “appartiene”, noi oggi tentiamo ad essere molto più nozionistici (“classificato come artiodattilo”) e a limitarci solamente alla descrizione nuda e cruda di ciò che abbiamo davanti (“Oltre a due piccole corna, la testa si presenta con due grandi occhi globulari”); questo perché, se volete, la giraffa oggi è entrata a far parte dello scibile umano, e quindi di facile riconoscimento (sarebbe bastato infatti chiedervi qual è l’animale della savana con corna piccole e collo lunghissimo…).

Come si è potuto intuire dalla mia breve introduzione, dal mondo antico ad oggi a cambiare non sono stati gli animali, o la giraffa in questione, – evoluzionisticamente parlando duemila anni non fanno testo – ma il nostro modo di vederli e di interpretarli: oggi abbiamo più o meno cognizione di ciò che non conosciamo e ci bastano pochi secondi per sapere, mentre Plinio il Vecchio “per rendere una vaga idea dell’ignoto” deve necessariamente “fare ricorso – per mezzo delle similitudini – ai tratti di altri animali” da lui conosciuti. Quest’ultime parole, e i concetti introduttivi di questo post, sono proprietà di Pietro Li Causi e del suo Gli animali nel mondo antico (Il Mulino, 2018), un libro in cui si parla di come Greci e Romani del passato vedevano la natura, di come la pensavano e di come la rappresentavano.

Se è vero che a cambiare sono le lenti con cui vediamo, viene da chiedersi: che posto occupavano gli animali nell’antichità? Gli animali domestici che noi oggi ospitiamo nelle nostre stanze, sono gli stessi che poteva adorare l’imperatore Cesare? Domande che fin dalle prime pagine del libro, sorgono spontanee.

Pietro Li Causi, facendoci scoprire un mondo così vicino ma così lontano da noi, con Gli animali nel mondo antico – un saggio nel vero senso del termine – in lungo e in largo attraversa e analizza un argomento con cui da sempre ci siamo confrontati, sia a livello intellettuale che sociale e soprattutto culturale: “[…] pensare un animale, o più genericamente, l’animalità è qualcosa che dipende anche dai quadri culturali di riferimento”.

Gli animali nel mondo antico si apre con una disamina sui pensieri dei grandi filosofi della civiltà antica, sottolineandone l’importanza che gli stessi attribuivano alla raffigurazione mentale della natura, mentre in seconda battuta vengono descritti i rapporti che Greci e Romani avevano con quest’ultima. Si legge infatti dei dettagli terminologici che fanno la differenza per indicare il cane, o delle anguille “da salotto”, o delle donnole usate per allontanare i topi, o dei feroci combattimenti tra i galli; delle prime produzioni “industriali” di uova, o del rapporto etico verso l’uso alimentare delle carni, o di tutta la sfera mistica e religiosa legata al culto delle divinità, il quale non può prescindere da quello degli animali stessi.

E che dire di tutta la sfera mistica, a tratti tramandata anche a noi, relativa all’argomento? “Era in fondo l’etologia stessa dell’animale che induceva gli esperti di arti magiche a credere nelle virtù” spesso a carattere afrodisiaco, o ad azzardare teorie sulla riproduzione delle specie. Ad esempio, se noi oggi guardiamo alla femmina di iena striata come a un meraviglioso prodotto della selezione naturale, qualche abitante dell’Atene antica invece considerava i suoi adattamenti sessuali – la clitoride ha una forma che richiama l’apparato genitale maschile – come un sintomo di un ermafroditismo e di procreazione per partenogenesi.

E ancora: Li Causi dedica ampio spazio anche ai mirabilia fossili, che vengono concepiti come prodotti “particolari” della natura: non avendo cognizione del tempo profondo, che sta alla base dell’evoluzionismo, i filosofi della natura di allora consideravano le specie come il risultato di cambiamenti “istantanei” – e non nell’arco di migliaia o milioni di anni – (pensate alle razze domestiche), e trovavano spiegazione nei fossili tramite la mitologia: “per il sapere popolare […], i resti rinvenuti sembravano sempre ‘deposti’ da mani pietose”; ed ecco dunque che i fossili di mammut diventano parti anatomiche dei ciclopi, particolari giacenze fossili diventano le chimere, i denti di narvalo vengono segnalati come unicorni.

E laddove non erano riconoscibili fattori umani in azione, si credeva sempre che fossero stati eventi traumatici a determinare le sepolture: se le ossa delle Neadi [creature gigantesche, selvagge e pericolose che rappresentavano la personificazione della rumorosità, NdA] si erano ritrovate sotto terra non era stato perché la terra si era lentamente depositata su di loro, ma perché le loro urla l’avevano improvvisamente squarciata!

Non mancano, inoltre, nell’immaginario collettivo di duemila anni fa e in Gli animali nel mondo antico descrizioni di creature “aliene” che si credeva popolassero paesi lontani geograficamente (come l’India e l’Etiopia) e concettualmente, e considerati patrie delle manticore, dei cinocefali e dei grifoni.

E come lo stesso autore tiene a precisare, parlare degli “animali nel mondo antico” è come fare palestra mentale: le dottrine di Platone, Socrate, Aristotele, Anassimene sono e sono state l’humus idoneo per il pensiero occidentale odierno, e, nonostante i due millenni che ci separano, le loro idee riverberano ancora nei nostri costrutti mentali. Perché? Perché un po’ tutti siamo un po’ Plinio il Vecchio quando ci troviamo davanti l’ignoto, soprattutto quando si parla di animali (pensate se doveste descrivere l’ornitorinco a qualcuno che non lo ha mai visto, basandovi su una vox populi…). E perché Gli animali nel mondo antico è un invito a vedere la natura con occhi diversi, diversi da quelli greci, diversi da quelli moderni. È un invito a vedere la natura nella sua cultura di riferimento, e ad abbracciare l’ignoto con lo spirito dell’Ulisse dantesco.


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Breve nota biografica sull’autore: Pietro Li Causi insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico «S. Cannizzaro» ed è responsabile dell’unità di ricerca di Palermo del network «GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquité-Moyen Âge)». Fra le sue pubblicazioni: «L’anima degli animali» (curato con R. Pomelli, Einaudi, 2015) nonché, per Palumbo, «Sulle tracce del manticora» (2003), «Generare in comune» (2008) e «Il riconoscimento e il ricordo» (2012).

P.s. Pietro Li Causi sarà ospite del Museo di Zoologia “P. Doderlein” dell’Università di Palermo per presentare il suo libro il 20 aprile. Al link tutte le informazioni.

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One thought on “Gli animali nel mondo antico

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