Intervista a Gianluca Serra: quando dai libri si passa all’azione


Gianluca Serra, di cui vi ho raccontato il libro in un precedente post, è stato ospite del Museo Doderlein di Palermo per raccontare di Salam, di conservazione, di estinzioni di massa. Il tema della conferenza è stato infatti La sesta estinzione di massa: il caso recente dell’estinzione dell’Ibis eremita dal Medio Oriente e la battaglia in corso per impedire l’estinzione del Manumea, specie endemica delle Samoa. Purtroppo, non ho avuto modo di incontrarlo di persona, ma, prevedendo, son riuscito lo stesso a raggiungerlo via mail, e a fare una bella “chiacchierata” con lui. Di seguito, quindi, l’intervista che mi ha gentilmente concesso.


1.Chi è Gianluca Serra?

Sono un ecologo e conservazionista, formatomi presso l’Università di Firenze. Ho trascorso gli ultimi 23 anni lavorando nel campo della conservazione della natura a giro per il mondo, in quattro continenti.

2.Cosa ha portato un giovane studente ad avvicinarsi alla biologia prima e alla conservazione della natura poi?

Nonostante nato e cresciuto in città’, fin da piccolo ho provato una grande attrazione e senso di connessione con la natura e gli animali. Iscrivermi a Biologia era la cosa più’ naturale. Ho cominciato con la ricerca ma poi arrivato alla fine del dottorato ho capito che con la ricerca e basta non si riesce a fare conservazione. Ho quindi avvertito una specie di “chiamata” per sporcarmi le mani e divenire un conservazionista da “prima linea”, cioè’ impegnato laddove la natura sta per scomparire.

3.Salam è tornata è il suo libro di recente pubblicazione. Ce lo presenta?

E’ un racconto molto personale di un’avventura conservazionistica e umana irripetibile. Una storia che ho sentito il bisogno di condividere. E’ un libro di genere ibrido: diario, reportage letterario, libro di viaggio, saggio. C’e’ un po’ di tutto dentro. Il mio intento era quello di coinvolgere il maggior numero di persone possibile, non solo chi ama la natura e la Siria/Medio Oriente.

4.A proposito, chi è Salam?

Salam e’ il nomignolo che affibbiammo ad uno degli ibis eremiti di Palmira che cercavamo di proteggere, una femmina. In Arabo significa “pace”. Ha continuato a tornare a Palmira a primavera anche durante i primi anni del conflitto, sorvolando sulla tragedia umana che si svolgeva a terra…

5.Cosa l’ha spinta ad accettare di lavorare in Siria?

Vinsi un concorso alle Nazioni Unite nel 1998 e fui assegnato a questo progetto della FAO, finanziato dalla Cooperazione Italiana, con base a Palmira. Obbiettivo del progetto era di assistere il governo a iniziare da zero la conservazione degli ecosistemi e della natura nel paese.

6.A lei si deve la riscoperta di una delle ormai poche popolazioni di ibis eremita, creduto estinto in territorio mediorientale da quasi cento anni. Attualmente, qual è lo stato di conservazione di questa specie?

La popolazione relitta (7 individui adulti) che abbiamo scoperto nel 2002 e tentato disperatamente di salvare fino al 2011 sta probabilmente estinguendosi. La loro riproduzione nel sito di nidificazione di Palmira si è interrotta nel 2015, lo stesso anno in cui le millenarie rovine di Palmira sono state fatte saltare dall’ISIS.

7.Qual è il ruolo ecologico di quest’uccello?

In passato le colonie di ibis eremita dovevano svolgere un ruolo ecologico chiave per l’ecosistema della steppa arida mediorientale, tra cui sicuramente controllare le popolazioni di insetti e invertebrati che a loro volta insistevano sulla scarna vegetazione nana della steppa.

8.Quali sono state le cause della probabile estinzione dell’ibis eremita e quali potrebbero essere le azioni che i governi dovrebbero intraprendere per arginare l’estinzione dell’animale, un tempo sacro per gli egizi?

In ordine di importanza le cause della estinzione della popolazione orientale sono le seguenti: caccia senza controllo, prelievo pulli dai nidi, degrado dei loro habitat naturali riproduttivi, disturbo ai nidi. Per salvare la popolazione del Medio Oriente si sarebbe dovuto muoversi su vari fronti: proteggendo il sito/i riproduttivo/i in Siria e Turchia e arginando la caccia senza controllo lungo la rotta migratoria che corre lungo l’Arabia Saudita occidentale.

9.Per strumentalizzare l’Isis, si è arrivati ad attribuire l’estinzione dell’ibis allo stato islamico. Ci spiega cosa è successo a riguardo?

C’e’ un articolo scritto molto bene che fu pubblicato su Wired proprio quando la questione venne a galla nel 2015 che spiega tutto.

10.La sua specializzazione riguarda il tracciare i profili delle specie di suo interesse conservazionistico tramite indagini “antropologiche” e intervistando gli abitanti del luogo. In che cosa consiste tale approccio?

Ho derivato questa metodologia dall’etnobotanica [scienza olistica di stampo antropologico che indaga dell’uso della botanica all’interno di una o più società umane, nda]. La sfida è sia quella di usare un metodo il piu’ rigoroso possibile, in modo da ottenere informazioni che abbiano un valore scientifico invece che aneddotico; e allo stesso tempo di avvicinarsi alle persone in maniera rispettosa e umile, passandoci tempo senza fretta e guadagnandosi la loro fiducia e rispetto.

11.Cosa si prova a fare attivismo conservazionistico?

Di certo a fare conservazione “in prima linea” si rimane spesso soli. Tra governi corrotti, organizzazioni di conservazione che hanno perso i loro ideali e obbiettivi originari (troppo distratti dalla ricerca di fondi, dalle questioni politiche e dalle carriere individuali, dai personalismi); amici e parenti che cominciano a pensare che tu sia diventato matto o che comunque tu stia sacrificando (e rischiando) troppo della tua vita. Il caso Regeni insegna che fare attivismo in regimi militari (o stati molto corrotti) può essere molto rischioso. Ed anche io ho rischiato del mio in più di una occasione.

12.Oggi si parla molto di ambiente e della sua protezione, ma ogni giorno vengono pubblicati dati allarmanti riguardo le estinzioni. Secondo lei, quanto siamo lontani dall’arginare la sesta estinzione di massa? Ci riusciremo mai?

Siamo molto lontani, anzi e’ in pieno svolgimento nella indifferenza quasi totale di governi e opinione pubblica. L’interesse di queste due categorie e la conoscenza al riguardo e’ molto tenue e raramente passa dalle parole ai fatti. Sia la perdita di biodiversità che il cambiamento climatico potranno essere arginati solo quando ci metteremo in testa di riformare un sistema economico demenziale basato su principi di pura fantasia e controllare seriamente lo stato demografico umano.

13.A parte di ibis, di cosa si è occupato?

Mi sono soprattutto occupato di creare aree protette coinvolgendo le comunità locali con una particolare attenzione alla gestione di specie minacciate di estinzione e usando quando possibile la conoscenza ecologica tradizionale. Prima di buttarmi nel campo della conservazione in prima linea ho fatto ricerca di ecologia marina nell’arcipelago Toscano ed in Cile; e monitoraggio di predatori terrestri in California.

14.E attualmente di cosa si occupa?

Negli ultimi 6 anni ho lavorato in Oceania, coinvolto in progetti regionali di conservazione distribuiti in molte isole-stato. Allo stesso tempo mi sono occupato della conservazione del piccione endemico dell’arcipelago delle Samoa, dove ho vissuto, noto col nome nativo di Manumea, unico discendente vivente del Dodo (quest’ultimo, carismatico simbolo delle estinzioni oceaniche).

15.Progetti per il futuro?

Per il momento sono concentrato nell’allevamento dei miei due pulli [leggasi “pulcini”, nda] di Homo sapiens. Nel tempo che mi avanza cerco di portare avanti una ricerca sull’analisi sonografica del richiamo del Manumea e di sensibilizzare alla questione della crisi ecologica globale e la sesta estinzione di massa dove e quando posso.

16.Nelle pagine di Salam è tornata, si intravede tanta letteratura. Ha per caso un suo libro preferito che consiglierebbe ai lettori del mio blog?

Sul tema della conservazione consiglio La Creazione (2006), un saggio del biologo di Harvard E.O. Wilson e anche un “case study” del 2008 su un uccello estintosi alle Hawaii in tempi recenti di Alvin Powell dal titolo The Race to Save the World’s Rarest Bird: The Discovery and Death of the Po’ouli (ma penso che quest’ultimo non esista in italiano). Inoltre, a suo tempo, mi appassionai molto a quest’altro libro, Lo strano caso del Lago Vittoria di Tijs Goldschmidt, al cui genere, ibrido tra scienza divulgativa e avventure, mi sono ispirato quando ho scritto il mio.


Sono particolarmente grato a Gianluca Serra, che ha trovato il tempo tra un impegno e l’altro per rispondere alle mie domande, e alla direttrice del Museo, che mi ha messo in contatto con Serra.
Purtroppo, non ho, a malincuore, una foto ricordo come si deve, ma ho lo stesso un ricordo, anzi due, nel suo libro: due dediche, una dell’autore e una di chi mi ha regalato Salam è tornata.

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