Il gene del diavolo


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A partire dal sequenziamento del DNA, la biologia ha vissuto e vive un periodo pieno di genetica e molecole. Ad oggi, tale scoperta ci consente di sapere in anticipo quali mutazioni porta il nostro corredo genetico e dunque di anticipare i tempi su probabili malattie ereditarie. Le quali si manifestano ancora oggi con elevata incidenza.

Nonostante le nuove e sempre più accurate conoscenze in campo biomedico, oggi la genetica deve prima di tutto confrontarsi con le tradizioni e con la cultura di ogni popolo. In molte etnie, infatti, da un lato la malattia genetica viene accettata perché volere divino, dall’altro diventa un marchio di fabbrica, un momento di identità sociale difficile da eradicare: “in certe società è peggio nascere femmine che nascere sordi”. Condizioni, queste, che incrementano il suo manifestarsi. Motivo per cui risulta importante considerare anche e soprattutto la dimensione sociale del fenomeno, prima ancora della sua genetica.

Di tutto questo si parla elegantemente ne Il gene del Diavolo, libro di Baroukh M. Assael edito da Bollati Boringhieri (2016, 186 pagine, 15€).

Argomento centrale è come la malattia genetica ereditaria sia passata da male innominabile, e per questo accettato incondizionatamente, a problema sociale risolvibile in tutte quelle popolazioni che praticano un accoppiamento mirato e/o tra consanguinei. Da qui l’assioma secondo cui le malattie genetiche oggi possono essere combattute e in molti casi arginate: bastano una giusta divulgazione e strumenti adatti. A tal proposito, Assael ci parla delle frequenze di manifestazione sempre più basse della sindrome di Tay-Sachs negli ebrei ashkenaziti, di come la fibrosi cistica sia quasi sparita in molte parti dell’Italia, di come la scomparsa della talassemia sia frutto di una ferma decisione politica. Possono essere arginate, certo, ma il fenomeno genetico deve anche confrontarsi con quello sociale: l’accoppiamento tra consanguinei ingatti contribuisce ad alimentare “il gene del diavolo”, motivo per cui, prima di entrare nel laboratorio, la malattia genetica deve uscire dall’anima dell’individuo. Anche se l’altra faccia della medaglia consiste nello spauracchio di una nuova “razza pura”: il tutto, quindi, mentre ricominciano con forza a farsi risentire le propagande eugenetiche.

Per trattare argomenti delicati come questo ci vogliono coraggio e maestria nel farlo: doti che Assael possiede appieno. Dalla sua, una lunga esperienza da ricercatore e divulgatore: è autore infatti di numerosi articoli di pediatria e infettivologia, nonchè di due testi (Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione e Il male dell’anima. L’epilessia tra ‘800 e ‘900) a carattere medico. Il tema de Il gene del diavolo è affrontato in modo chiaro, semplice e diretto, e con un approccio olistico, dove antropologia, filosofia, psicologia e scienze sociali si incontrano. Il risultato è una lettura fluida e scorrevole, senza mai essere pesante, nonostante si affrontino anche temi “caldi” come l’eugenetica e la bioetica.

Di questo libro ho poc’altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente di leggerlo. Se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro riescono a lasciarti qualcosa con prepotenza; se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti cambiano la vita; o se ci sono quei libri che in un modo o nell’altro ti fanno confrontare con realtà apparentemente lontane dalla tua, Il Gene del Diavolo è stato per me uno di questi.

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