La batteria anti-dio


Ritratto di un personaggio: G. H. Hardy, l’esteta della matematica

 

Immaginate una giornata afosa di luglio. E immaginate di stare assistendo ad una partita di cricket. Seduti sugli spalti, vi girate intorno e vi accorgete subito di avere un maglione di lana sulla destra, al posto del vostro vicino, poggiato su una piccola pila composta da fogli e libri. A completare il quadro c’é un ombrello, di quelli per la pioggia, appeso allo schienale degli spalti. Curiosi, vi starete chiedendo il perché di quella nota stonata.

Se la storia della scienza è fatta anche di personaggi stravaganti, allora “la matematica sembra avere il potere di portare allo scoperto gli eccentrici.”[1]. Ad occupare quel posto negli spalti del cricket è infatti un professore di matematica inglese: Godfrey Harold Hardy (1877-1947), passato alla storia delle scienze come l’originale esteta della matematica.

Nato da una famiglia di insegnanti con la passione per la matematica, G. H. Hardy è forse uno dei più grandi matematici della storia e contemporaneamente uno dei più stravaganti. La sua attinenza verso la scienza dei numeri comincia a venir fuori a soli due anni, quando si diletta a scrivere quantità al di sopra delle sette cifre con cognizione di causa. In età adolescenziale si diverte a stare chino sul quaderno dei canti clericali intento a scomporne i numeri degli elenchi.

Le passioni del giovane Hardy si intensificano in età adulta. Ai numeri primi si aggiunge anche il cricket: per G.H. il cricket è un’arte, un totem e un momento religioso insieme, tanto che gli darà conforto anche sul letto di morte. Keynes più volte gli rimprovererà che se avesse speso solo un quarto del suo tempo a studiare gli andamenti della borsa invece dei risultati del cricket sarebbe diventato ricco in poco tempo.

Oltre ad avere una passione sfegatata per la matematica e per lo sport più amato dalla Regina Rossa di Alice nel paese delle meraviglie, dedica un’enorme quantità di tempo ed energie a combattere una sua personale battaglia cervantesca, Dio e la religione, cercando ogni pretesto per vincerla. Durante una partita di cricket, ad esempio, un battitore, stordito da un fascio di luce arrivato dalla tribuna, chiede di fermare il gioco per permettere di ristabilirne le normali condizioni. L’irritazione del momento di Hardy si trasforma però subito in entusiasmo quando il punto di origine del fascio viene individuato nell’enorme croce presente al collo di un esponente della Chiesa. Entusiasta (al sacerdote hanno chiesto di nascondere l’oggetto), G. H. passa la pausa pranzo a mandare cartoline ai suoi colleghi, raccontando della “schiacciante vittoria del cricket sul clero”[2].

Già, le cartoline. Perché per Hardy le cartoline e le lettere sono il metodo più efficace e diretto per avere contatti col mondo, e mostrano tutto il suo essere anticonformista, apolitico e lontano da ogni forma di guerra. Tra i buoni propositi delle missive si sarà potuto leggere infatti “essere proclamato il primo presidente dell’URSS, della Gran Bretagna e della Germania”, o “assassinare Mussolini”, oppure “trovare un argomento per la non esistenza di Dio che convinca il grande pubblico”[3].

Su Hardy come uomo si dicono poche cose: timido per natura (Snow e Turing diranno molto del suo comportamento schivo e freddo nei primi istanti di contatto con gli sconosciuti), di bella presenza, scapolo e forse omosessuale, schivo, con un’avversione spiccata verso le nuove tecnologie, telefoni su tutte (“non ascolterò una sola parola di quello che dirai, quindi appena finito riattaccherò immediatamente […]”)[4], con l’istinto irrefrenabile di impostare ogni conversazione come un esame, e con la mania di dare voti al fine di classificare la gente.

Membro della Royal Society, fanno parte dei suoi amici pezzi da novanta come Russell, Bohr- fratello del più famoso Niels-, Keynes e Snow. Durante la sua carriera come professore di matematica pura a Cambridge (dal 1900 al 1919, e poi dal 1931) e di geometria a Oxford (1919), compone un formidabile trio con altre due personalità di spicco del contesto matematico inglese della prima metà del Novecento: Littlewood e Ramanujan. Nel 1911 inizia la lunga collaborazione con Littlewood. Il rapporto tra i due è incentrato su dei veri e propri assiomi: si pubblica a prescindere da chi ha dato il maggiore contributo e si pubblica assieme, anche se l’altro non ha neanche visto l’articolo; quando avvengono le corrispondenze i due non sono tenuti ad aprirle e a leggerle, men che meno a rispondere (!). Tra alti e bassi, la loro collaborazione durerà circa 35 anni, e zoppicherà solo in due occasioni: una è quando Hardy scrive un romanzo incentrato su un personaggio assassinato perché ha risolto l’ipotesi di Riemann, e l’altra è quando Littlewood sarà chiamato a dirigere il reparto di balistica durante la Grande Guerra. Nel primo caso Littlewood è convinto di essere la raffigurazione dell’assassino che si appropria dell’ipotesi (Hardy sarebbe la vittima), e di conseguenza si impegna per non far partorire l’opera; nel secondo, i rapporti tra i due si raffreddano sia per la difficoltà di conciliare ricerca e guerra, sia per le ideologie estremiste di Hardy. Nel 1913 entra nel team anche un giovane indiano, Ramanujan, a detta di Hardy “l’unico incidente romantico”[5] che gli sia mai capitato e l’unico vero suo contributo alla matematica. Con Ramanujan, Hardy ha un rapporto quasi paterno; ne soffrirà molto quando il genio indiano morirà di tubercolosi prematuramente.

In un momento in cui gli accademici inglesi sono ancora attaccati all’ipse dixit newtoniano, che prevede quasi solamente una matematica applicata, e sono causa della stasi della e nella ricerca pura, Hardy riporta in auge la rigorosità di quella sua scienza tanto amata. Ne innalza il valore della ricerca, dell’estetica, ma soprattutto, della creatività nel suo libro divulgativo più famoso, Apologia di un matematico, scritto sul finire della sua carriera, dopo un lungo periodo di depressione e un tentato suicidio. Nell’Apologia si può leggere infatti di come Hardy paragoni la matematica ad una scienza da scrutare, in cui le sue leggi sono solo le note dei suoi ricercatori: è la matematica che si serve degli studiosi e non viceversa.

Hardy dimostra di avere piantato in se il seme dell’ironia, spesso concimato dal suo rapporto con Dio. Ad esempio, durante un viaggio di ritorno in mare dalla Danimarca, G. H., temendo per la propria vita, decide di “guadagnarsi una polizza di assicurazione davvero molto personale”[6]: spedisce a Bohr una cartolina con su scritto “ho dimostrato l’ipotesi di Riemann (argomento fisso di Hardy, nda). La cartolina è troppo breve per la dimostrazione”[7] (in riferimento al più famoso “teorema di Fermat[8]”). Sia gli oggetti portati durante le partite di cricket di inizio post che la cartolina del viaggio costituiscono per Hardy quello che lui stesso definisce la sua “batteria anti-Dio”. L’essenza di tali eventi, ironica ma al contempo efficace, ha come base la logica e la psicologia inversa. Secondo il matematico, Dio, volendogli tirare dei tiri mancini (la pioggia durante la partita di cricket in modo tale da farlo lavorare, o l’affondamento della nave durante il viaggio), si inventa delle circostanze tali per cui Dio stesso non può ritirarsi dinanzi alla grandezza della situazione (la partita di cricket appunto, o la famosa dimostrazione dell’ipotesi di Riemann). Di conseguenza, secondo G. H., Dio è costretto a fare il suo gioco, e a lasciare ogni cosa al suo posto.

In più di 300 pubblicazioni in massima parte incentrate sulla teoria dei numeri dona un enorme contributo alla matematica specialistica. Ma Hardy vive anche in un momento in cui una giovane promessa sta per gettare le basi di una nuova parte della matematica applicata: è intorno agli anni ’30 che un giovane Alan Turing comincia a pensare ad un nuovo modo di fare matematica. In tale contesto, Hardy dichiara che “solo un osservatore esterno molto ingenuo può immaginare che i matematici compiano le loro scoperte girando la manopola di qualche macchina miracolosa”[9]. Secondo G.H., con le allora misconosciute “macchine di Turing” sarebbe potuta venir meno la natura stessa del matematico.

Ma, nonostante la scienza dei numeri per Hardy deve rimanere pura e scevra da ogni paradigma applicativo, G. H. viene ricordato per quel famoso quadrato di binomio conosciuto appunto come “Equilibrio di Hardy-Weinberg[10]”. “Non ho mai fatto niente di ‘utile’. Nessuna mia scoperta ha fatto, o rischia di rendere, direttamente o indirettamente, nel bene e nel male, la minima differenza per l’amenità del mondo”[11]: parole dello stesso professore che ad oggi stridono di fronte all’enorme contributo apportato alla scienza grazie a quella semplice equazione (p+q)2=1, che descrive come rimangono invariate le frequenze alleliche di una popolazione a meno di disturbi.

A questo punto, verrebbe da fare alcune considerazioni: se potesse tornare in vita, chissà cosa penserebbe Hardy scrutando il mondo di oggi… In fondo, tutta la società moderna si basa sulla matematica, sui numeri primi e sulle loro applicazioni. Chissà se, anche oggi, durante una partita di cricket o vedendo le crisi delle banche, Hardy continuerebbe a portarsi dietro le sue batterie anti-Dio al fine di scongiurare il peggio, o chissà se continuerebbe a pensare alla sua scienza tanto amata come pura e lontana da ogni applicazione dopo aver sentito parlare di genetica di popolazioni o di computer quantistici…

 

Per approfondire

Vesentini, presentazione in G. H. Hardy, Apologia di un matematico, Garzanti, 2002

P. Snow, prefazione in G. H. Hardy, Apologia di un matematico, Garzanti, 2002

H. Hardy, Apologia di un matematico, Garzanti, 2002

du Sautoy, L’enigma dei numeri primi- l’ipotesi di Riemann, il più grande mistero della matematica, Bur, 2012

C. Titchmarsh, Godfrey Harold Hardy in The Journal of the London Mathematical Society, Aprile 1950, vol. 25, parte 2, numero 98, all’indirizzo http://www.numbertheory.org/obituaries/LMS/hardy/

Godfrey Harold Hardy, pagina dedicata all’indirizzo http://trinitycollegechapel.com/about/memorials/brasses/hardy/

Emmer, Hardy e Ramanujan, un amore matematico, in L’unità- Orizzonti, mercoledì 2 luglio 2008

J. O’Connor e E. F. Robertson, Hardy biography, pagina dedicata all’indirizzo www-history.mcs.st-and.ac.uk

 

 

[1] Du Sautoy, 2012, p.163

[2]Ivi, p.147

[3]Ivi, p.146

[4] Cit. in Snow, 2002, p.40

[5] Titchmarsh, 1950, p.84

[6] Du Sautoy, 2012 p.148

[7] Ibidem

[8] Per avere un’idea: https://giuseppebellomo89.wordpress.com/2013/03/01/questioni-di-spazio/

[9]Du Sautoy, 2012, p.220

[10] L’equilibrio porta il nome dei due studiosi, arrivati alla stessa conclusione in sede e momenti separati.

[11] Cit. in Godfrey Harold Hardy, pagina dedicata all’indirizzo http://trinitycollegechapel.com/about/memorials/brasses/hardy/

Advertisements

One thought on “La batteria anti-dio

  1. Pingback: Elementary, Watson (e Dalì)! | Diario di un giovane naturalista

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...