Breve storia del museo delle scienze naturali- Pt II: il secolo dei Lumi e l’Ottocento


Il concetto e la pratica di museo sono radicati nella storia dell’uomo, come dimostrano i recenti studi di paleoantropologia culturale, che indicano come sia nell’antropologia del sacro che dobbiamo oggi ricercare le motivazioni che hanno condotto alla formazione e alla conservazione di artefatti con la finalità di una comunicazione culturale (Vercelloni, in Lugli et al., 2005, pg. 165).

 Il museo moderno è una produzione dell’umanesimo rinascimentale, dell’illuminismo del diciottesimo secolo e della democrazia del diciannovesimo secolo. J. Crook (citato in Alexander, Museums in motion, 2007, pg.5)

 Conoscere il passato ci aiuta a orientarci nel presente. Falletti e Maggi (in 2001, pg.21)

 

(Puoi trovare la prima parte qui.).

INTRODUZIONE- L’etimologia di ‘museo’ ha origini elleniche, e se ne ha notizia per la prima volta da Strabone nel III sec. d.C. “In età classica la parola ‘museo’ poteva designare sia un luogo consacrato al culto delle muse, sia un luogo destinato all’insegnamento delle lettere e della filosofia, sia, infine, un edificio dove si conservano reperti preziosi. […] Fu però il museo di Alessandria fondato nel 280 a.C., il prototipo del museo quale lo intendono i moderni, dal Rinascimento in poi: un edificio monumentale di istituzione laica” (Beretta, citato in Merzagora e Rodari, 2007, pg. 14). Sebbene questa definizione abbia senza dubbio radici nel mondo greco, il fulcro del museo della scienza è rappresentato dalle collezioni di uomini più o meno affermati nel panorama civile e culturale di un vasto periodo della storia del sapiens: dalla nascita delle prime civiltà fino al tardo Medioevo. Tuttavia, per quasi tutto il Medioevo stesso si perde lo spirito aulico del collezionismo e dell’arte per dare spazio allo stupore, alla meraviglia, al “mostro”: nascono e si sviluppano a macchia d’olio in tutte le parti d’Europa le Wunderkammern, le quali hanno il significato di potere e possanza verso la gente comune o verso questa o quell’altra casata.

Il trattato neickelianoDa Galileo in poi i musei, con una concezione molto più vicina alla nostra, cominciano ad essere una realtà affermata. Si cominciano a seguire i criteri tassonomici della sistematica di Linneo; nascono i primi musei a pagamento, figli di speculazioni economiche ma che accorciano il divario culturale esistente nel panorama sociale rinascimentale; viene pubblicato il primo trattato a carattere museologico dal titolo Museographia (1727), da parte di Caspar Neickel. Neickel, il primo museo grafo, discute in termini sommari e generici sull’esposizione in quanto tale, in cui al centro dell’attenzione risulta essere l’ecologia del museo e dei reperti e non il singolo oggetto: “In questo contesto si usa il termine ‘museographia’ per sottolineare l’aspetto descrittivo di una riflessione intorno al museo” (Lugli, in Lugli et al., 2005, pg. 43), in cui vengono presi in considerazione anche gli ambienti dove le collezioni nascono, il pubblico, e le potenzialità divulgative che i reperti hanno verso i visitatori.

IL PRIMO MUSEO SCIENTIFICOAll’alba del XVII sec “iniziano a sorgere le accademie scientifiche, che inglobano le collezioni del passato o ne promuovono la formazione, e i primi grandi ecomusei scientifici pubblici, come il Jardin Royal des Plantes Médicinales, primo nucleo del Museo di Storia Naturale di Parigi, fondato da Luigi XIII nel 1635” (Merzagora e Rodari, 2007, pg. 21).

Alla fragilità del singolo collezionista, si preferisce l’accademia; alla divulgazione del sapere ‘privato’ e burocratico, si professa una cultura pubblica. In questo modo si allevia l’esoso costo di fare collezione e si incentiva lo stato a prendere coscienza “del valore e delle potenzialità di questo ramo del sapere” (Beretta, cit. in Merzagora e Rodari, 2007, pg. 22).

Questo nuovo clima rivoluzionario ispira molte delle attività divulgative in campo scientifico: nasce la Royal Society in Inghilterra, riflesso del ‘paradigma baconiano’ e composta da filosofi della natura che attuano l’osservazione diretta e la sperimentazione.

Primo risultato di questa nuova corrente è l’Ashmolean Museum di Oxford, datato 1683.

La nascita dell’Ashmolean ha dinamiche curiose. Nel senso della casualità l’Ashmolean anticipa l’americano Smithsonian. In realtà non rappresenta una singolarità: diversi musei americani nascono tramite donazioni, o tramite testamenti, o tramite la voglia di superare in maestria i concorrenti.

Nonostante il nome che porta, il museo deve gran parte della sua originaria collezione ad un naturalista a tutto tondo: John Tradescant, dopo una lunga attività di botanico e curatore dei giardini presso le corti inglesi, ritiratosi a vita privata nel 1623, rende la sua dimora privata sia un ‘gabinetto di rarità’ sia un ‘magnifico giardino’. Al suo interno, oltre alla bellezza botanica, si fanno forza anche i naturalia di origine animale e minerale: di tutti i reperti in essa contenuti, innescano particolare meraviglia gemme, “unicorni” (oggi identificati come denti di narvalo) e il dodo delle isole Mauritius. Per l’enorme varietà di forme e colori, la casa di Tradescant si guadagna l’appellativo di “Arca”, un chiaro riferimento alla diversità animale narrata nella Bibbia (fino ad allora, e per un altro secolo circa, unico testo scientifico consultato e consultabile).

Una vecchia rappresentazione dell'ingresso dell' Ashmolean Museum.  Fonte: britisharcheeology.ashmus.ox.ac.uk

Una vecchia rappresentazione dell’ingresso dell’ Ashmolean Museum.
Fonte: britisharcheeology.ashmus.ox.ac.uk

Alla morte del padre, viene stilato un catalogo (il Musaeum Tradescantium) ad opera di Tradescant figlio e di Elias Ashmole, degno scienziato e fedele amico di famiglia. Nel 1662 le collezioni vengono prese in custodia proprio da Ashmole, il quale, a sua volta, le dona al dipartimento di Oxford. Ashmole ha in mente un progetto di portata gigantesca: la costruzione di un museo capace di contenere l’insieme della collezione Ashmole/Tradescant. Il compito viene assolto dall’Università di Oxford, che acquisisce l’intera collezione e che ne da spazio in un edificio costruito apposta sotto volere dello stesso Ashmole (questo è il motivo per cui il museo porta il suo nome e non quello di Tradescant).

A costruzione finita (1683), “I suoi tre piani comprendevano il Museo (piano superiore), la Scuola di scienze naturali (aula per le lezioni, a piano terra), e il Laboratorio di Chimica (seminterrato)” (Hackmann, cit. in Merzagora e Rodari, pg.22).

L’Ashmolean fu, “oltre che primo museo universitario, probabilmente anche il primo- per quanto piccolo- museo ‘popolare’ del mondo” (Falletti e Maggio, 2011, pg.42). Popolare nel vero senso della parola: in un periodo in cui la cultura è prerogativa dei signori e dei baroni, il museo inglese organizza dei veri e propri corsi di storia naturale, dei laboratori, e, soprattutto, rende libero l’accesso, sebbene a pagamento, ‘le camere delle meraviglie’ inglesi (il costo del biglietto era proporzionato al tempo della visita da parte di piccoli gruppi). (Processi molto simili avvennero per le collezioni di Aldrovandi a Bologna- vedi prima parte).

UN NUOVO PUNTO DI VISTA- Grazie alla linea tracciata da Galileo un secolo prima “[…] naturalisti come Linneo, Buffon e l’italiano Spallanzani avevano cominciato a immaginare la storia naturale come una disciplina completamente distinta dallo studio degli usi medicinali della natura […]”. Di conseguenza, “[…] anche l’estetica della natura cambiò” (Findlen, in Basso Peressut, 1997, pg. 46-47), mentre forti attaccati venivano lanciati verso gli inefficaci metodi conservazione dei reperti.

In questo contesto, cominciano a delinearsi dei veri e propri rami di studio nel campo delle scienze naturali. Le collezioni perdono il loro valore estetico e acquisiscono un valore prettamente scientifico e divulgativo. All’ambigua eterogeneità, si applica il metodo galileiano affiancato dalla sistematica linneiana. Entrano dunque in causa le categorie biologiche e viene via via accantonato il sistema della ‘grande catena dell’essere’. L’insistente critica verso le collezioni e la corsa alla ridefinizione del systemae naturae portano all’esigenza di una nuova forma di sistemazione grafica ed espositiva dei reperti. Soprattutto per la vocazione divulgativa, e quindi pubblica, in cui il museo comincia a muoversi.

Grazie a questa cognizione di causa, vengono completamente separati gli artificialia dalle collezioni naturalistiche, le quali diventano“strumento atto a produrre un sapere utile al progresso, allo stato, agli individui” (Olmi,in Basso Peressut, 1997, pg.54). Con questa nuova visione del mondo naturale, e con il nuovo approccio che Neickel aveva dato all’ecologia delle collezioni, nascono anche dei problemi di carattere logico ed epistemologico all’interno dei naturalia: in quale categoria devono essere inseriti i fossili?

british_museum_images-connectedhistories.org

Raffigurazione del British Museum. Fonte: connectedhistories.org/resource.aspx?sr=bm

LE INFLUENZE ILLUMINISTE: IL BRITISH MUSEUM E LA FRANCIA NAPOLEONICA- Tutta la seconda metà del Settecento è caratterizzata dalla cosiddetta ‘età della borghesia al potere’, la quale favorisce la nascita e la crescita delle istituzioni museali soprattutto in Francia e Inghilterra. “L’esperienza pionieristica dell’Ashmolean Museum, esaltata dalla crescente diffusione della cultura illuministica, spianò la strada all’idea che il museo possa e debba favorire la pubblica diffusione del sapere e del progresso scientifico” (Falletti e Maggio, 2011, pg. 42). Su questa linea, il museo vedrà in se non più un’evoluzione pressappoco braditelica e statica caratterizzante tutto il Medioevo e il Rinascimento, ma diventa qualcosa di paragonabile ad un vero e proprio boom, culminato, un secolo dopo, nella fioritura dei più grandi complessi museali mondiali.

Non a caso, il 1759 vede l’apertura con ingresso libero di quello che diventerà uno dei modelli museali mondiali: il British Museum. Nato sotto legislazione del parlamento, il museo londinese è figlio di uno spirito prettamente illuminista. Si deve ad una generosa donazione di sir Arthur Sloane il nucleo primordiale delle sue collezioni, composte da 70.000 reperti di varia origine e natura, in massima parte libri e oggetti d’arte. Allora come ora, una tale varietà di collezioni è visibile solo in quei musei nati a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: oltre al British, lo Smithsonian diWashington, l’Hermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan Museum of Art di New York, e il Louvre di Parigi.

Con la Rivoluzione Francese il museo assume una chiara funzione sociale e di identità culturale. La fine del Settecento vede infatti la nascita in territorio francese di quattro complessi museali, istituiti dalla classe dirigente borghese con lo scopo di educare il popolo ai valori nazionali su modello delle antiche Atene e Roma, e per agevolare lo sviluppo delle scienze al fine di un rapido sviluppo. Il Louvre, all’epoca Muséum central des arts, e il Musée des Monuments français nascono il primo come museo del sapere nazionale, il secondo come museo specializzato in monumenti. La crescita delle collezioni d’arte in questi due complessi museali si deve ai tanti bottini di guerra-soprattutto compiuti in patria nostrana- attuati da Napoleone durante le sue campagne[i]. Ai due musei umanistici, si aggiungono subito altri due complessi nazionali con lo scopo di preservare le tecniche e le scienze naturali: il Musée du Conservatoire National des arts et métiers, e il Muséum National d’Histoire Naturelle, quest’ultimo evoluzione del seicentesco Jardin du Roi, che ha ospitato scienziati del calibro di Buffon, Lamarck e Cuvier.

Nello stesso periodo nasce il Naturhistoriches Museum a Vienna (1748), le cui collezioni sono state inglobate nel Museum fur Volkerkunde (1876). A Firenze aprono al pubblico la Galleria degli Uffizi (1769) e il Museo Zoologico, contenente esemplari in vita (1775).

L’OTTOCENTO: IL “SECOLO D’ORO DEI MUSEI” IN EUROPA E IN AMERICA- La linea tracciata da Neickel e l’influenza baconiana coinvolgono in pieno l’affermata attività museologia ottocentesca. Oramai, musei come il Louvre di Parigi o il British Museum di Londra sono delle realtà affermate. Si fa a gara per portare i propri complessi museali ai massimi livelli. Per adempiere a questa sfida, molti direttori puntano il dito verso le collezioni e ne analizzano l’estetica e l’ordine. Di riflesso, si amplifica l’effetto museo: l’Ottocento vede infatti lo sviluppo e la crescita dei più grandi complessi culturali, per i quali viene definito ‘secolo d’oro dei musei’. In tutte le parti d’Europa su modello parigino e inglese nascono istituzioni con collezioni di grande pregio: il Museo del Prado a Madrid; la National Gallery e il Science Museum di Londra; la Glyptothek a Monaco di Baviera. L’Hermitage di San Pietroburgo, costruito nel secolo precedente sotto l’influenza di Leibniz, divenne aperto al pubblico. Contemporaneamente, sia il Louvre che il British[ii], arricchiscono le loro collezioni.

Nel secolo dell’industria e della meraviglia tecnologica, l’evoluzione della museologia naturalistica segue delle dinamiche particolari e diverse da nazione in nazione. Tuttavia, vi sono tre leitmotiv che accomunano il periodo: la sempre meno marcata corrispondenza tra musei e università, scemata ancora di più nel secolo successivo (un ritorno alle origini medievali del museo naturalistico, tipico degli orti ecclesiastici); la cognizione di una scienza legata al progresso scientifico statale che affida al museo il ruolo di vetrina dei risultati ottenuti (segno di continuità con l’approccio francese di cui sopra); il coinvolgimento del pubblico nelle attività museali (figlio dell’esperienza già affermata dell’Ashmolean).“I musei del pubblico e il museo degli studiosi smettono di coincidere” (Merzagora e Rodari, 2007, pg 38), amplificando l’essenza del museo come narratore di fatti scientifici. Si assiste dunque allo “scorporo delle collezioni per farle confluire in quelli che diventano” musei di indirizzo specifico (Merzagora e Rodari, 2007, pg.33).

Inoltre, la teoria Darwiniana e la sintesi di Maxwell di fine secolo mandano ancora una volta in aria i pattern museali e universitari fino ad allora saldamente affermati. Il continuo dibattito sull’interpretazione della natura, con la conseguente organizzazione, si riflette in tutto e per tutto sulle collezioni e sulla loro esposizione. In un contesto in cui le scienze cominciano a proporsi come mezzi per svelare i misteri della natura, e a ramificarsi secondo diversi campi di studio, la paleontologia e i suoi fossili vengono a trovarsi ancora una volta in una posizione ambigua.

In America, l’Ottocento vede la nascita di due perni portanti della divulgazione scientifica: l’American Museum of Natural History di New York, da sempre punto di riferimento per la scienza e la divulgazione. E lo Smithsonian Institution di Washington, il più grande complesso culturale al mondo che vanta diciannove tra musei e gallerie, nove centri di ricerca, uno zoo, una testata divulgativa, e centocinquanta affiliazioni, tra musei, science centre.

Come accennato qualche riga fa, la nascita dello Smithsonian ha dinamiche curiose, al pari di quelle dell’Ashmolean. Falletti e Maggi raccontano l’evento in questo modo:

J. Henry, il primo segretario dello Smithsonian.  Fonte: wikipedia.uk

J. Henry, il primo segretario dello Smithsonian.
Fonte: wikipedia.uk

Nel 1829, lo scienziato britannico James Smithson, che non aveva mai messo piede negli Stati Uniti, morì disponendo per testamento che erede delle sue proprietà immobiliari fosse il nipote e che alla morte di quest’ultimo –qualora egli non avesse avuto figli (legittimi o non)- suoi eredi sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America, che avrebbero dovuto creare lo Smithsonian Institute, finalizzato ‘ad accresce e diffondere la conoscenza’. Nel 1835 il nipote morì senza lasciare figli e oltre 500.000 dollari furono acquisiti per creare lo Smithsonian, che venne istituito nel 1846 con un atto del Congresso […] (Falletti e Maggio, 2011, pg. 52).

Sul perché Smithson abbia decido di lasciare la sua eredità proprio agli Stati Uniti è ancora oggetto di dibattito.

Mentre lo Smithsonian muove i primi passi e si candida ad essere una potenza nel campo della museologia, a New York, Bickmore, collega del più noto naturalista Agassiz (già fondatore del museo di zoologia comparata a Harvard), decide di creare un museo senza rivali. Raccogliendo fondi dalle più importanti compagnie cittadine, istituisce l’American Museum of Natural History (1869). Negli anni a venire la crescita delle collezioni newyorkesi riflette l’istruzione e la passione dei suoi direttori, fino a diventare, nel 1932, un vero e proprio complesso scientifico. Oggi, è uno dei giganti nel campo della ricerca e della divulgazione, che include un osservatorio astronomico e, solo per citarne alcune, collezioni antropologiche, mineralogiche, e paleontologiche.

Oltre al Smithsonian e al Natural History, nascono con lo scopo di educare all’arte, la Concoran Gallery of Art di Washington; il Metropolitan Museum of Art di New York; il Philadelphia Museum of Art; e il Museum of Fine Arts di Boston.

 

[i] Sotto volere di Pio VII, Canova riuscì in seguito a riportare in patria gran parte delle opere saccheggiate.

[ii] Nel 1853 il British Museum apre la nuova e attuale sede.

 

(Puoi trovare la terza parte qui)

Bibliografia e note

ALEXANDER E. P., ALEXANDER M., Museums in motion- An introduction to the History and Functions of Museums, II ed., Altamira Pr, 2007

CIPRIANI C., Appunti di museologia naturalistica, Firenze University Press, 2006

CAPANNA E., L‟uomo e la scimmia, prefazione in Le Collezioni Primatologiche Italiane, Istituto Italiano di Antropologia, 2006, pg. 3-12

FALLETTI V., MAGGI M., I musei, Il Mulino2011

FINDLEN P., Possedere la natura, in BASSO PERESSUT L., a cura di, Stanze della meraviglia- I musei della natura tra storia e progetto, CLUEB, 1997

LUGLI A., PINNA G., VERCELLONI V., Tre idee di museo, Jaca Book 2005

MERZAGORA M., RODARI P., La scienza in mostra- Musei, science center e comunicazione, Mondadori, 2007

BASSO PERESSUT L., a cura di, Stanze della meraviglia- I musei della natura tra storia e progetto, CLUEB, 1997

PINNA G., Fondamenti teorici per un museo di storia naturale, Jaca Book, 1997

PINNA G., Animali impagliati e altre memorie, Jaca Book, 2006

Le immagini sono state prese dalla rete

Advertisements

2 thoughts on “Breve storia del museo delle scienze naturali- Pt II: il secolo dei Lumi e l’Ottocento

  1. Pingback: Breve storia del museo delle scienze naturali- Pt. III: Il museo delle scienze oggi | Diario di un giovane naturalista

  2. Pingback: Breve storia del museo delle scienze naturali- Pt. I: Dai primordi al Medioevo | Diario di un giovane naturalista

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...