Safari nello Tsavo est


di Rosario Balistreri

(Introduzione di Giuseppe Bellomo:

Come ogni diario che si rispetti, anche il nostro da oggi contiene una magnifica avventura. Il seguente viaggio riesce a scatenare un’orgia sinestetica tra processi mentali, fisici e sensoriali che cercano di prevalere l’uno sull’altro. Ebbene: l’anno solare non poteva iniziare meglio, con un post di un mio carissimo amico, nonchè mentore e guida spirituale e intellettuale. Questa sua gentile concessione, composta da e con parole semplici e precise, arricchita dalla giusta ironia, deliziata dalle migliori tecniche descrittive, e impressionata da ritratti naturalistici fotografici, frutto di esperienza, dedizione, e viaggi in situ, ci accompagna per le meraviglie dell’ Africa, in un parco naturale, lo Tsavo est, che per fortuna è poco contaminato dal Sapiens. Buona lettura, buon viaggio e buon divertimento. E grazie all’autore per averci reso partecipi delle sue emozioni.)

Questa volta a scrivere non è un giovane naturalista, ma un suo (non più giovane) amico biologo. Ho l’onore di scrivere un articolo per questo blog ed ho deciso di fare un resoconto di una delle esperienze più esaltanti della mia vita: il safari nel parco nazionale dello Tsavo est, in Kenya. Il parco in questione, assieme allo Tsavo ovest, copre una superficie di 23000 chilometri quadrati, pari all’intera Toscana. Grazie alla sua biodiversità è considerato una delle riserve naturali più preziose al mondo, nonchè una importantissima fonte di ricerca scientifica: due terzi dello Tsavo Est sono chiusi ai turisti e destinati alla ricerca.
Il mio “viaggio” (safari è una parola swahili il cui significato è proprio “viaggio”) inizia all’alba del 10 aprile 2012, da Malindi (in giallo nella Fig.1, a sinistra), costeggiando il fiume Galana per poco più di un centinaio di Km (e due ore e mezza di strada sterrata) fino ad arrivare ad uno degli ingressi del parco. Dall’ingresso in poi le regole da seguire sono semplici quanto ferree:

  • non si scende dal fuoristrada,
  • non si va fuori pista,nemmeno per superare animali che la occupano,
  • non si disturbano gli animali,
  • ma soprattutto: non si fanno cazzate. I leoni sono i leoni, gli elefanti sono gli elefanti e gli ippopotami sono gli ippopotami. Farne inutilmente arrabbiare qualcuno significa rischiare la vita.

Nel fuoristrada siamo in otto più una guida ed un driver. Parlando con i compagni di viaggio, la prima cosa che mi viene da evidenziare è che in natura le regole non le fa l’uomo. I concetti di pericolosità, di prossimità critica e di concesso o non concesso sono estremamente diversi da specie a specie. Se per un uomo una distanza di un paio di metri da un altro uomo può esser considerata “stare lontani”, avvicinarsi a meno di mezzo chilometro da una rinoceronte femmina che accudisce il cucciolo, in alcuni casi, può essere considerata “essere fin troppo vicini e rischiare di venire caricati fino alla morte”. Mi accingo con religioso rispetto (e con una reflex con montato un obbiettivo 70-300) ad entrare in un territorio selvaggio e spietato, ma anche pieno di pace e bellezza. L’ingresso del parco è una specie di autogrill della savana dove si possono acquistare viveri o attrezzature (oltre agli immancabili souvenirs per turisti), a pochi metri dal fiume Galana. Questo significa anche a pochi metri da ippopotami e coccodrilli. Infatti, per prima cosa, le guide ci portano, a piedi (unica eccezione alle regole di cui sopra: non siamo ancora dentro il parco ed il tipo di incontro permette un sufficiente margine di sicurezza per poterlo fare), verso la riva del fiume. Ci fermiamo poco sopra uno scalino naturale che impedisce agli animali del fiume di addentrarsi nell’entroterra. E facciamo i primi incontri:

Qualche coccodrillo (quello nella foto stava facendo colazione con un succulento pezzo di una sua preda non meglio identificata) e diversi ippopotami (nella foto, oltre all’ippopotamo adulto, si nota la testa del cucciolo che emerge dall’acqua fangosa del Galana). Naturalmente, ci viene intimato di non avvicinarci alla riva e, vedendo il sorriso del coccodrillo, nessuno fa obiezioni.

Ritornando verso il nostro mezzo, un gruppo di cercopitechi curiosissimi si avvicina per vedere se può rubarci qualcosa. Mentre uno dei miei compagni viene assalito da un paio di scimmie (lezione numero 1: mai mangiare i biscotti al cioccolato nella savana, se non vuoi riscuotere fin troppo successo fra i cercopitecidae!), io seguo, per quanto possibile, un individuo guardingo, che si apposta su un ramo e si mette ad osservare la scena dell’assalto a distanza. Sembra stranamente disinteressato. Probabilmente faceva parte della precedente squadra razziatori ed adesso è ancora sazio.

Tornati a bordo, iniziamo il vero safari. Viene sollevata la tettoia del fuoristrada, il che ci permette di stare in piedi e poter fotografare dall’alto, ed iniziamo la caccia. Il nostro driver comunica via radio con tutti gli altri driver dentro il parco, in modo da segnalare le posizioni degli avvistamenti. Io mi alzo in piedi, imposto la reflex per le foto a distanza, e mi metto a guardare da qui:

La terra rossa del Kenya sembra quasi saturata con Photoshop. Gli ossidi di ferro la rendono dello stesso colore della ruggine, con una grammatura bassissima. A volte è impalpabile, più del borotalco. Me ne accorgerò alla fine del viaggio, quando le mie magliette bianche rimarranno color salmone anche dopo un paio di lavaggi in lavatrice. Nel frattempo, sul fuoristrada sono tutti in trepidante attesa di vedere i leoni. Mi metto a spiegare che i predatori, essendo all’apice della catena alimentare, sono molto poco numerosi. Vedremo tantissime prede (elefanti, giraffe, zebre, gazzelle ed insomma, tutti gli erbivori) e forse nessun predatore: i loro sistemi di caccia li rendono poco visibili anche quando sono vicini. Infatti, mentre lo dico, arriva una voce gracchiante roba swahili dall’apparente importanza capitale direttamente dalla radio, il driver imposta la velocità di curvatura di star treck (con buona pace delle nostre colonne vertebrali) e ci avviamo verso una zona piena di arbusti. Arrivati sul posto, il driver rallenta e la guida ci intima il silenzio totale. Fatta l’ultima curva e superato un piccolo promontorio coperto di arbusti, alla mia vista appare questo:

Poco distante da lei, il cucciolo di leone si nascondeva fra gli arbusti. Uno sbadiglio della leonessa mi fa notare i canini insanguinati: la famigliuola aveva appena finito di pranzare. Rimaniamo ad osservare la tranquillità della madre e la giocosità del figlio per alcuni minuti, preziosi per scattare qualche buona foto, quando il fuoristrada, lentamente, gira l’angolo. A metà promontorio, coperto dagli arbusti, incontro lo sguardo più intenso della mia vita. Un maschio alfa, con la criniera nera. La criniera si scurisce con l’età. Questo non è solo un capobranco, è anche un vecchio capobranco. E le cicatrici dimostrano che la sua vita non è mai stata semplice. Se lo guardi negli occhi a cinque metri di distanza, quegli occhi del colore della brace e grandi il triplo dei tuoi, vedi tutta la possanza, tutta la regalità e tutto lo spietato passato che lo ha portato ad essere ciò che è. E capisci che lui è il Re. Più Re di Elvis, non v’è dubbio. Ti guarda, ma senza un briciolo di dubbio o di timore. Senza sfida, senza minacce. Senza sarcasmo o curiosità. Ti guarda come farebbe un nobile re, lasciandoti la libertà di agire e sapendo che in sua presenza non ti permetteresti di sgarrare. E così è. Nel fuoristrada il silenzio è assoluto e religioso. Rispettoso, perfino. Tutti adesso capiscono che siamo in una terra non nostra e che sta a noi decidere se essere o non essere ospiti sgraditi. In silenzio, lentamente, abbandoniamo la famiglia di leoni e ci rimettiamo a percorrere la pista. Il paesaggio cambia poco: la terra ora è rossissima, ora è marrone. Gli arbusti sono di un verde militare che si avvicina al grigio, intervallati da qualche chiazza verde acceso. Di tanto in tanto un solitario baobab si slancia imponente fra distese talmente grandi da star strette dentro il grandangolo della mia macchina fotografica. Ma fra piante, zone d’ombra e cespugli da brucare, facciamo diversi incontri:

   

Babbuini, zebre, giraffe di diverse sottospecie (nella foto, da destra a sinistra: giraffa masai, giraffa somala e giraffa di rothschild) e decine di specie di uccelli sono soltanto alcuni dei nostri incontri. La savana è piena di impala, gazzelle, orici, ed, insomma, tantissime specie appartenenti alla famiglia Antilopinae. L’altro bovide presente in gran numero è il bufalo. Di tanto in tanto, mandrie di centinaia di individui passano spostando la polvere e creando nuvole che si vedono a chilometri di distanza, prima ancora di vedere l’enorme macchia nera all’orizzonte che contraddistingue la mandria semovente.

Il primo gruppo di animali ad accoglierci nel nostro secondo game drive, dopo una sosta per pranzare, è uno sparuto gruppetto di impala intenti a pascolare; fra di loro anche diversi cuccioli che zampettano saltellando fra le roccie e le sterpaglie. Forti della loro velocità, questi animali rimangono tranquilli nonostante la nostra vicinanza: sanno di poter scattare e scomparire fra le rocce impervie prima di ogni nostro movimento nella loro direzione. Quindi si limitano a darci qualche occhiata di tanto in tanto e continuano il loro lauto banchetto di foglie e germogli. Perfino il ghepardo, l’animale più veloce fra i terrestri, riesce ad afferrare un’antilope mediamente una volta su cinque. Noi, grossi e tozzi dentro uno scatolone metallico con le ruote, non abbiamo nessuna speranza. E loro sembrano saperlo.

E sto proprio sproloquiando di questo argomento assieme alla guida ed i miei compagni di viaggio quando si ripete la scena di star treck: voce gracchiante in swahili ci avvisa via radio di mettere il pepe al culo in maniera seria; il driver recepisce “Scotty, teletrasporto!” e segue senza colpo ferire le indicazioni del suo kenyota capitano Kirk. Nessuna traduzione dalla guida, in evidente stato di trepidazione. L’atmosfera è talmente elettrica che non serve Zio Fester per accendere le lampadine con la bocca. Tutti zitti, eccitati senza sapere il perchè. Ognuno si mette ai posti di combattimento: chi prepara la macchina fotografica, chi arciona meglio le gambe a qualcosa per rimanere dritto e rubare qualche scatto in fuga, chi si riprende dalla sonnolenza postprandiale. D’un tratto, siamo fermi. In mezzo al nulla. Cioè, è sempre la savana, è sempre una gran cosa, ma non c’è niente che giustifica tutto questo. La guida si gira verso di noi e dice di stare in totale silenzio, reprimere tutte le fuoriuscite gassose rumorose dal corpo e di sbattere le ciglia in silenzio: fra qualche centinaio di metri si incontra il fantasma della savana, l’animale che le guide vedono una volta ogni paio di anni. Il ghepardo. Maghi del mimetismo, stanno fra le fratte seminascosti a sonnecchiare confusi fra le ombre, in attesa del momento della corsa. A quanto pare un’altra guida ne ha beccato uno poco distante da noi. E noi, ricevuta la notizia, siamo più eccitati di un verginello al primo appuntamento con la donna dei propri sogni. Un paio di alberi, qualche cespuglio, il nulla. La guida ci chiede di guardare lì in mezzo. Sono 300 metri di distanza, non è facile. Metto la focale a 300mm, mi garantisce uno zoom di circa 14x. Lo vedo. E lo fotografo. Ed ammetto anche a me stesso di avere avuto un culo della Madonna. Sono contento come il sopraccitato verginello che è riuscito a non essere più verginello dopo l’appuntamento di cui sopra. Talmente tanto che, poco dopo, faccio una bella telefonata intercontinentale al nostro carissimo giovane naturalista per farlo morire d’invidia. Si, anche i biologi sono bastardi.

La giornata continua con altri grandiosi avvistamenti, ma alla fine termina. Ed inizia l’esperienza sensoriale. Ubriacati dalla vista per una intera giornata, di notte lo spazio va dato totalmente agli altri sensi, udito in primis. Alloggiamo in un campo tendato in mezzo alla savana. Il ruggito di un leone si sente anche a chilometri di distanza, così come il barrito di un elefante. E la conformazione del territorio ti impedisce di capire dove siano. Il risultato è che senti leoni, elefanti e tutti gli altri in luoghi imprecisati distanti da pochi metri a pochi centimetri da te. Ed annusi l’aria, per sentire note diverse fra il profumo dell’erba e quello della terra umida. Cerchi col palmo della mano di sentire la vibrazione del terreno per sentire se gli elefanti arrivano. Ma no, son distanti centinaia di metri, forse chilometri. Ma tu non lo sai. E dormi ebbro di adrenalina, Dopo 3 ore di sonno ti senti riposato come dopo il sonno della bella addormentata. Non è ancora l’alba, ma hai già fatto colazione ed inizi a montare sul fuoristrada. Entri in una radura e vedi una città di elefanti. Centinaia, tutti rossi.

La pelle degli elefanti, di solito, ha lo stesso colore della terra. Qui, invece, no. Gli elefanti sono grigiastri, ma la terra è rossa. Loro perdono la loro colorazione mimetica. Ed allora, come l’elefantino nella foto, si sporcano di fango che, asciugandosi, li rende rossi come lo sfondo, mimetici e mimetizzati. E si muovono insieme, interi gruppi familiari come clan, con collaborazioni fra gli individui di tutto il branco a proteggere i cuccioli, sempre dentro. È un comportamento presente fin dai dinosauri: alcuni, come i maiasaura o i triceratops utilizzavano le stesse strategie protettive usate ancora oggi nei branchi di elefanti: cuccioli dentro il gruppo, adulti a circondarli ed, in caso di attacco, zanne in fuori come lance a proteggere il centro. La visione davanti ai nostri occhi, però, non ha nulla a che fare col pericolo: dà pace.

Verso la fine della giornata, poco prima di uscire (per sempre, ahimè) dalla savana, vediamo un ultimo elefante, insolitamente solo. È vecchio, senza una zanna e cammina lento perfino per un pachiderma. Sta andando al cimitero degli elefanti, pensa qualcuno nel fuoristrada. Ma il cimitero è una leggenda. Gli anziani, ormai senza denti, si avvicinano ai fiumi per mangiare un particolare vegetale spugnoso e morbido, ma poco saporito e nutriente. È l’unica cosa che riescono a masticare. Lentamente iniziano gli effetti della malnutrizione, finché non arriva la fine. Gli elefanti muoiono spesso vicino ai fiumi. E dopo il passaggio di avvoltoi, iene e tutti i mangiatori di carogne, ci penserà il fiume a trasportare le ossa in luoghi dove poi si depositeranno tutti insieme, dando vita ai cimiteri degli elefanti. Lo seguiamo per un bel tratto, dato che cammina sulla pista e noi non possiamo uscirne. Alla fine, ci fa spazio. E salutiamo così la savana dei colori, degli odori e dei silenzi, della pace e della frenesia, della potenza e della regalità, della miseria e dello stento, del caldo torrido che ti secca dentro e del verde rigoglioso. Accompagnati dal ronzio del motore e dagli sbalzi della strada scomposta sonnecchiamo verso il nostro giaciglio notturno, di nuovo dentro l’ecosistema città abbandonando uno dei luoghi più straordinari che Gaia ha deciso di preservare fino ad oggi.

note:

Ringrazio Giuseppe Bellomo per l’opportunità concessami, i coraggiosi lettori che sono arrivati fino alla fine dell’articolo ed anche quelli che hanno abbandonato a metà imprecando malamente.
Le immagini presenti sono di proprietà di Rosario Balistreri. Tutti i diritti riservati. Eccetto la prima immagine, modificata dall’originale di Wikipedia. Le poche informazioni aggiuntive sono prese da Wikipedia.

potete visitare il blog di recensioni musicali di Rosario Balistreri al seguente indirizzo: http://rosariobalistreri.wordpress.com/

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